Considerando la storia umana, scopriamo che la fame è stata, per secoli, un problema permanente. Poiché, a differenza degli animali, non disponiamo di alcun organo specializzato che garantisca la nostra sussistenza, fin dall’inizio ci fu l’urgenza di reperire il necessario per soddisfare la fame, sia estraendo il cibo direttamente dalla natura, sia conquistandolo attraverso il lavoro. La grande svolta avvenne circa 10 mila anni fa con l’introduzione dell’agricoltura irrigua. Lungo i grandi fiumi del Medio Oriente, dell’Egitto, dell’India e della Cina, l’irrigazione cominciò ad essere utilizzata per produrre più prodotti e per addomesticare animali come la gallina, il maiale, la pecora e la capra. Cosi si è prodotto il surplus che ha eliminato la fame. Contemporaneamente, va detto, è emersa la guerra, poiché gli eserciti trasportavano cibo sufficiente per affrontare il nemico, come ad esempio tra gli imperi mesopotamici e l’Egitto, le potenze politiche dell’epoca.
Tutto è cambiato con l’avvento dell’era industriale nei secoli XVII e XVIII in poi fino ai giorni nostri. Iniziò la produzione di massa con la possibilità di soddisfare le esigenze umane. Si dà il caso che questo sviluppo tecnico-scientifico abbia avuto luogo nel quadro del capitalismo. In esso, fin dal suo inizio, si stabilì la divisione tra il proprietario, possessore della terra e dei mezzi di produzione e il lavoratore che possiede solo la sua forza lavoro. Questa divisione si è esacerbata nel tempo al punto che oggi i detentori della ricchezza naturale e tecnologica controllano il sistema economico globalizzato con immenso svantaggio per i salariati, lasciando milioni e milioni senza accesso ai beni fondamentali della vita.
Questa situazione è peggiorata con la cosiddetta “Grande Trasformazione”, con la quale un’economia di mercato si è trasformata in una società di solo mercato. Tutto è diventato una merce, dagli organi umani, alla conoscenza, alla verità, alle notizie, ecc.
La logica capitalista è quella di trarre profitto da tutto, attraverso lo sfruttamento illimitato dei beni e dei servizi della natura, attraverso una concorrenza feroce, tra tutti coloro che stanno nel mercato, apparentemente libero, e un’accumulazione individuale o aziendale che compete con lo Stato nella gestione della cosa pubblica.
La produzione ovviamente cerca di soddisfare la domanda umana di cibo e di sussistenza, purché tale processo sia redditizio. La produzione stessa è portata sul mercato e guadagna il suo prezzo nel gioco della concorrenza, senza curarsi delle risorse naturali e della contaminazione ambientale (considerate un’esternalità che deve essere risolta dallo Stato). Poiché si tratta di generare ricchezza illimitata, si è cominciato a produrre prodotti che non sono necessari per la vita, ma importanti per fare soldi.
Così, insieme al consumo necessario, è nato il consumismo. Il consumismo si caratterizza dall’acquisizione di beni e servizi superflui, non necessari alla vita, in vista del guadagno economico. Gran parte della produzione è destinata alla produzione di tali beni superflui, generando il consumismo soprattutto delle classi ricche, ma anche della società stessa. Per stimolarlo si utilizzano la pubblicità, le immagini parlanti, le immagini seducenti, la musica, YouTube, i film ben orientati per incoraggiare le persone a consumare questo o quel prodotto. Non interessano i cittadini né il loro livello di coscienza, tantomeno i loro problemi esistenziali. Interessa che siano consumatori.
Il fatto è che si è creata la cultura del capitale. La maggior parte dei prodotti (tv, automobili, elettrodomestici, vestiti, scarpe da ginnastica e innumerevoli altri articoli) cadono in obsolescenza, fatti per durare per un determinato tempo, costringendo il consumatore a sostituirli, comprare e consumare.
Praticamente tutti noi siamo ostaggi della cultura del capitale, che ci costringe a cambiare di volta in volta i prodotti, sia perché sono diventati obsoleti come un computer, sia per l’obsolescenza generale. Siamo consapevoli della forza intrinseca di una cultura che ci penetra da tutti i pori e naturalizza lo stile di vita. Quanto è difficile e lungo il processo per superarla da parte di un altra. È la cultura consumistica che rinnova e prolunga continuamente la perpetuità del capitalismo.
Tuttavia, negli ultimi anni ci siamo confrontati con i limiti della Terra. Un pianeta limitato non tollera un consumismo illimitato. Già adesso, abbiamo bisogno di più di una Terra per soddisfare il consumo di 8 miliardi di persone e il consumismo di sfarzo e di lusso delle classi opulente.
Siamo venuti a conoscenza del cosiddetto Earth Overshoot Day. Ogni anno le organizzazioni che studiano la sostenibilità del pianeta ci forniscono dati. In questo anno 2023 è stato identificato il 2 agosto. Ciò significa che in questo giorno i beni e i servizi naturali, essenziali e rinnovabili per la nostra esistenza, hanno toccato il fondo. Logicamente, gli alberi, l’aria, il suolo e le acque sono lì. Ma tutte loro sempre più sminuite, inquinate e insostenibili.
La Terra, una Super Entità sistemica e vivente, non dandoci quello che gli chiediamo, risponde con più riscaldamento, con più eventi estremi, con più decimazioni della biodiversità e più virus dannosi e perfino letali. L’intera relazione si definisce nell’articolazione tra bio–capacità e impronta ecologica. La bio-capacità significa la capacità della natura di essere resiliente e auto-rigenerarsi. L’impronta ecologica ci indica quanto di bio-capacità riscalda quella regione o paese. Più la regione è complessa, con città, popolazione e industrie, tanto più richiede risorse naturali.
In questo momento, altrettanto grave quanto l’aumento del riscaldamento globale, è il rapido Overshoot della Terra. Il nostro stile di vita sta esaurendo le scorte di beni e servizi necessari alla vita. È urgente cambiare il nostro stile di consumo rendendolo sobrio, solidale e auto-limitante. XI Jinping ha proposto per tutta la Cina l’ideale di una “società sufficientemente fornita”. Dobbiamo imparare a vivere con il sufficiente e il dignitoso, ridurre i consumi di energia e cercare mezzi di trasporto alternativi e meno inquinanti.
Se non facciamo questo accordo tra tutti, la nostra esistenza su questo pianeta sarà miserabile e persino impossibile.
Leonardo Boff ha scritto: Sustentabilidade: o que é e o que não é, Vozes 2012.
Por MICHAEL LÖWY*é um dos pensadores que mais se preocupa pelo futuro de nossa civilização e da humanidade. Apresenta alternativas viáveis, caso quisermos realmente mudar o rumo de nossa história e sobreviver sobre este planeta. Vem sob o nome e ecosocialismo e decrescimento dos países industrializados e capitalistas, os mais responsáveis que aquecimento global e pela emissão de gases de efeito estufa e um crescimento sustentável e ecológico para os países pobres que precisam da infraestrutura para sobreviver. O tempo é urgente de devemos agir logo antes que entremos num caminho sem retorno. LBoff
Sem ilusões sobre um “capitalismo limpo”, é preciso tentar ganhar tempo, e impor, aos poderes constituídos, algumas medidas elementares de decrescimento
1.
A crise ecológica já é a questão social e política mais importante do século 21, e se tornará ainda mais importante nos próximos meses e anos. O futuro do planeta e, por conseguinte, da humanidade, será decidido nas próximas décadas. Como explica o IPCC, se a temperatura média ultrapassar a do período pré-industrial em 1,5°, há o risco de desencadear-se um processo de mudanças climáticas irreversível e catastrófico. Quais seriam as consequências disso?
Apenas alguns exemplos: a multiplicação de mega-incêndios que destruiriam a maior parte das florestas; o desaparecimento dos rios e o esgotamento das reservas subterrâneas de água; o aumento da seca e da desertificação das terras; o degelo e o deslocamento das placas polares e a elevação do nível do mar, que levaria à inundação das principais cidades da civilização humana – Hong Kong, Calcutá, Veneza, Amsterdã, Xangai, Londres, Nova Iorque, Rio.
Alguns destes eventos já estão acontecendo: a seca ameaça com a fome milhões de pessoas na África e na Ásia; o aumento da temperatura no verão atingiu níveis insuportáveis em algumas áreas do planeta; as florestas estão ardendo por todos os lugares em extensões cada vez maiores; poderíamos multiplicar os exemplos.
De certa forma, a catástrofe já começou – mas se tornará muito pior em poucas décadas, muito antes de 2100. Até que ponto a temperatura pode subir? A que temperatura a vida humana neste planeta estará ameaçada? Ninguém tem uma resposta para estas perguntas. Trata-se de riscos dramáticos sem precedentes na história da humanidade. Seria necessário voltar até o Plioceno, há alguns milhões de anos, para encontrar condições climáticas similares às que poderão tornar-se realidade no futuro, devido às alterações climáticas.
2.
Quem é responsável por esta situação? É a ação humana, respondem os cientistas. A resposta está correta, mas um pouco estreita: os seres humanos vivem na Terra há milhares de anos, mas a concentração de CO2 na atmosfera só começou a acumular-se após a Revolução Industrial, e apenas a partir de 1945 começou a tornar-se perigosa para a vida.
Como marxistas, a nossa resposta é: a culpa é do sistema capitalista. Sua lógica absurda e irracional de expansão e acumulação infinitas, seu produtivismo obcecado pela busca do lucro a qualquer preço são responsáveis por levar a humanidade à beira do abismo.
A responsabilidade do sistema capitalista na catástrofe iminente é amplamente reconhecida. O Papa Francisco, em sua encíclica Laudato Si, sem mencionar a palavra “capitalismo”, manifestou-se contra um sistema estruturalmente perverso de relações comerciais e de propriedade baseado exclusivamente no “princípio da maximização do lucro” como responsável tanto pela injustiça social como pela destruição de nossa casa comum, a natureza.
Uma palavra de ordem entoada universalmente em todo canto do mundo nas manifestações ecológicas é “Mudar o sistema, não o clima!”. A atitude dos principais representantes deste sistema, defensores dos negócios como de costume – bilionários, banqueiros, “especialistas”, oligarcas, políticos –, pode ser resumida pela frase atribuída a Luís XV: “Depois de mim, o dilúvio”. O fracasso total das dezenas de Conferências COP da ONU sobre mudanças climáticas em tomar as medidas mínimas necessárias para parar o processo ilustra a impossibilidade de uma solução para a crise nos limites do sistema vigente.
3.
O “capitalismo verde” pode ser uma solução? As empresas capitalistas e os governos podem estar interessados no desenvolvimento (lucrativo) de “energias sustentáveis”, mas o sistema é dependente das energias fósseis (carvão, petróleo, gás) nos últimos três séculos, e não mostra qualquer sinal de interesse em abandoná-las. O capitalismo não pode existir sem crescimento, expansão, acumulação de capital, mercadorias e lucros, e o crescimento não pode continuar sem uma utilização estendida das energias fósseis.
As pseudossoluções do capitalismo verde, como os “mercados de carbono”, os “mecanismos de compensação” e outras manipulações da chamada “economia de mercado sustentável” revelaram-se perfeitamente inúteis. Enquanto a “maquiagem verde” não para, as emissões de CO2 disparam e a catástrofe fica cada vez mais próxima. Não há solução para a crise ecológica no marco do capitalismo, um sistema inteiramente dedicado ao produtivismo, ao consumismo e à luta feroz por “fatias de mercado”. Sua lógica intrinsecamente perversa conduz inevitavelmente à ruptura do equilíbrio ecológico e à destruição dos ecossistemas. Como afirma Greta Thunberg, “é matematicamente impossível resolver a crise ecológica no marco do atual sistema econômico”.
A experiência soviética, independentemente de seus méritos ou limitações, também se baseou na lógica do crescimento, fundamentada nos mesmos recursos fósseis do Ocidente. E grande parte da esquerda, durante o século passado, compartilhou a ideologia do crescimento, em nome do “desenvolvimento das forças produtivas”. Um socialismo produtivista, que ignora a crise ecológica, é incapaz de responder aos desafios do século XXI.
4.
A reflexão sobre o decrescimento e o movimento que surgiu nas últimas décadas deram uma grande contribuição para uma ecologia radical, opondo-se ao mito de um “crescimento” ilimitado num planeta limitado. Mas o decrescimento em si não é uma perspectiva econômica e social alternativa: ele não define que tipo de sociedade substituirá o sistema atual. Alguns proponentes do decrescimento ignorariam a questão do capitalismo, concentrando-se apenas no produtivismo e no consumismo, e definindo o culpado como “O Ocidente”, “Iluminismo” ou “Prometeísmo”. Outros, que representam a esquerda do movimento anti-crescimento, designam claramente o sistema capitalista como responsável pela crise e reconhecem a impossibilidade de um “decrescimento capitalista”.
Nos últimos anos, tem havido uma aproximação crescente entre ecossocialismo e decrescimento: cada lado tem se apropriado dos argumentos do outro, e a proposta de um “decrescimento ecossocialista” começou a ser adotada como uma base comum.
5.
Os ecossocialistas aprenderam muito com o movimento do decrescimento. O ecossocialismo está, portanto, adotando cada vez mais a necessidade do decrescimento no processo de transição para uma nova sociedade socialista ecológica. Uma razão óbvia para isso é que a maioria das energias renováveis, como a eólica e a solar, (a) precisam de matérias-primas que não existem em escala ilimitada e (b) são intermitentes, dependendo das condições climáticas (vento, sol).
Por conseguinte, elas não podem substituir inteiramente as energias fósseis. Logo, é inevitável uma redução substancial do consumo de energia. Mas a questão tem um caráter mais geral: a produção da maioria dos bens é baseada na extração de matérias-primas, muitas das quais (i) estão se tornando cada vez mais limitadas e/ou (ii) criam sérios problemas ecológicos no processo de extração. Todos esses elementos apontam para a necessidade do decrescimento.
O decrescimento ecossocialista inclui a necessidade de redução substancial da produção e do consumo, mas não se limita a essa dimensão negativa. Ele inclui o programa positivo de uma sociedade socialista, baseada no planejamento democrático, na autogestão, na produção de valores de uso em vez de mercadorias, na gratuidade dos serviços básicos e no tempo livre para o desenvolvimento dos desejos e das capacidades humanas. Uma sociedade sem exploração, dominação de classe, patriarcado e todas as formas de exclusão social.
6.
O decrescimento ecossocialista não tem uma concepção puramente quantitativa do decrescimento como uma redução da produção e do consumo. Ele propõe distinções qualitativas. Algumas produções – por exemplo, energias fósseis, pesticidas, submarinos nucleares, publicidade – não devem ser reduzidas, mas suprimidas. Outras, como carros particulares, carne e aviões, devem ser substancialmente reduzidas. E outras, como alimentos orgânicos, meios de transporte públicos e moradias neutras em carbono, devem ser desenvolvidas.
A questão não é o “consumo excessivo” em abstrato, mas o modo de consumo predominante, baseado na aquisição conspícua, no desperdício em massa, na alienação mercantil, na acumulação obsessiva de bens e na compra compulsiva de pseudonovidades impostas pela “moda”. É preciso acabar com o monstruoso desperdício de recursos no capitalismo, baseado na produção, em larga escala, de produtos inúteis e/ou nocivos: a indústria de armamentos é um bom exemplo, mas grande parte dos “bens” produzidos no capitalismo – com sua obsolescência embutida – não tem outra utilidade a não ser gerar lucro para as grandes corporações.
Uma nova sociedade orientaria a produção para a satisfação de necessidades autênticas, começando por aquelas que poderiam ser descritas como “bíblicas” – água, comida, roupas, moradia – mas incluindo também os serviços básicos: saúde, educação, transporte, cultura.
Como distinguir as necessidades autênticas das artificiais, facciosas e provisórias? Estas últimas são induzidas pela manipulação mental, ou seja, pela publicidade. Embora a publicidade seja uma dimensão indispensável da economia de mercado capitalista, ela não teria lugar numa sociedade em transição para o ecossocialismo, em que seria substituída por informações sobre bens e serviços fornecidos por associações de consumidores.
O critério para distinguir uma necessidade autêntica de uma artificial é sua persistência após a supressão da publicidade (Coca Cola!). É claro que, durante alguns anos, os velhos hábitos de consumo persistiriam, e ninguém tem o direito de dizer às pessoas quais são suas necessidades. A mudança nos padrões de consumo é um processo histórico, bem como um desafio educacional.
7.
O principal esforço, num processo de decrescimento planetário, deve ser feito pelos países do Norte industrializado – América do Norte, Europa, Japão – responsáveis pela acumulação histórica de CO2 desde a Revolução Industrial. São também as áreas do mundo onde o nível de consumo – especialmente entre as classes privilegiadas – é claramente insustentável e perdulário. Os países “subdesenvolvidos” do Sul – Ásia, África, América Latina –, onde as necessidades básicas estão muito longe de serem satisfeitas, precisarão de um processo de “desenvolvimento” – construção de ferrovias, sistemas de água e esgoto, transporte público e outras infraestruturas.
Mas não há razão para que isso não possa ser feito com um sistema produtivo que não agrida o meio ambiente e seja baseado em energias renováveis. Esses países precisarão cultivar grandes quantidades de comida para alimentar sua população faminta, porém isso pode ser alcançado por uma forma melhor – como os movimentos camponeses organizados em todo o mundo na rede da Via Campesina vêm argumentando há anos –, através de uma agricultura biológica camponesa baseada em unidades familiares, cooperativas ou fazendas coletivistas, em vez dos métodos destrutivos e antissociais do agronegócio industrializado, baseados no uso intensivo de pesticidas, produtos químicos e OGMs.
Atualmente, a economia capitalista desses países baseia-se na produção de bens para suas classes privilegiadas – carros, aviões, artigos de luxo – e de commodities exportadas para o mercado mundial: soja, carne, petróleo. Um processo de transição ecológica no Sul, como argumentam os ecossocialistas do Tricontinental, reduziria e/ou suprimiria esse tipo de produção e, ao contrário, visaria a soberania alimentar e o desenvolvimento de serviços básicos, como saúde e educação, que precisam, acima de tudo, de trabalho humano em vez de mais mercadorias.
8.
Quem poderia ser o sujeito na luta por um decrescimento ecossocialista? O dogmatismo trabalhista/industrialista do século passado não é mais atual. As forças que agora estão na dianteira dos confrontos socioecológicos são os jovens, as mulheres, os povos indígenas e os camponeses. A resistência das comunidades indígenas no Canadá, EUA, América Latina, Nigéria e em outros lugares aos campos de petróleo, oleodutos ou minas de ouro capitalistas está bem documentada; ela decorre de sua experiência direta da dinâmica destrutiva do “progresso” capitalista e da contradição entre sua espiritualidade e cultura e o “espírito do capitalismo”.
As mulheres estão muito presentes na resistência indígena, bem como no formidável levante juvenil lançado pela convocação de Greta Thunberg – uma das grandes fontes de esperança para o futuro. Como explicam as ecofeministas, essa participação em massa das mulheres nas mobilizações deve-se ao fato de que elas são as primeiras vítimas dos danos causados pelo sistema ao meio ambiente.
Os sindicatos estão começando, aqui e ali, a se envolver também. Isso é importante, porque, em última análise, não podemos superar o sistema sem a participação ativa dos trabalhadores urbanos e rurais, que constituem a maioria da população. A primeira condição, em cada movimento, é associar metas ecológicas (fechamento de minas de carvão ou poços de petróleo, ou usinas elétricas movidas a carvão, etc.) com a garantia de emprego para os trabalhadores envolvidos. Os sindicalistas com mentalidade ecológica argumentaram que há milhões de “empregos verdes” que seriam criados num processo de transição ecológica.
9.
O decrescimento ecossocialista é, ao mesmo tempo, um projeto para o futuro e uma estratégia para a luta aqui e agora. Não se trata de esperar que “as condições estejam maduras”. É necessário provocar a convergência entre as lutas sociais e ecológicas e combater as iniciativas mais destrutivas dos poderes a serviço do “crescimento” capitalista. Propostas como o Green New Deal fazem parte dessa luta, em suas formas radicais, que exigem efetivamente a renúncia às energias fósseis, mas não naquelas limitadas à reciclagem do sistema.
Sem ilusões sobre um “capitalismo limpo”, é preciso tentar ganhar tempo, e impor, aos poderes constituídos, algumas medidas elementares de decrescimento, começando com uma redução drástica na emissão de gases de efeito estufa. Interromper um oleoduto XXL, uma mina de ouro poluente, uma usina a carvão, faz parte de um movimento de resistência maior chamado Blockadia por Naomi Klein. Igualmente significativas são as experiências locais de agricultura orgânica, energia solar cooperativa e gerenciamento comunitário de recursos.
Essas lutas em torno de questões concretas de “decrescimento” são importantes, não apenas porque as vitórias parciais são bem-vindas em si mesmas, mas também porque contribuem para aumentar a consciência ecológica e socialista e porque promovem a atividade e a auto-organização a partir de baixo: ambas são pré-condições decisivas e necessárias para uma transformação radical do mundo, ou seja, para a Grande Transição para uma nova sociedade e um novo modo de vida.
*Michae Löwy é diretor de pesquisa em sociologia no Centre nationale de la recherche scientifique (CNRS). Autor, entre outros livros, de O que é o ecossocialismo (Cortez).
Mi allineo a quegli scienziati descritti dalla giornalista di tematiche ecologico-scientifiche Elizabeth Kolbert nei suoi due famosi libri The Sixth Extinction e l’altro Under the White Sky: The Nature of the Future (Kindle Edition 2021). Pur nutrendo qualche speranza, Kolbert delinea come sarebbe il cielo dopo una devastante guerra nucleare: bianco, bloccando i raggi del sole da cui dipende quasi tutto sulla Terra.
È un fatto sperimentato, anche se ci sono un gran numero di negazionisti, in particolare tra gli AD dei grandi oligopoli che negano lo stato di degrado della Terra che ora, probabilmente, ha inaugurato una nuova era: il pirocene.
La cultura del consumo di quelle porzioni opulente, egocentriche e senz’anima sta già facendo pagare più di una Terra e mezza (1,7) per soddisfare la loro voracità. L’Earth Overshoot di quest’anno è stato constatato il 22 luglio. Ciò significa che i suoi beni e servizi rinnovabili, indispensabili per la nostra sopravvivenza, si sono esauriti quel giorno. Si sono accesi tutti i segnali. Nonostante ciò gli fanno violenza, stappandogli quello che non può più dare loro. Essendo una Super-entità vivente che funziona in modo sistemico, la Terra reagisce inviando eventi estremi come grandi siccità da un lato, spaventose nevicate dall’altro, riducendo il volume delle acque e aumentando i deserti, distruggendo con tifoni intere regioni, sacrificando la biodiversità , inviando più virus e altre malattie. L’aumento della temperatura attesa per l’anno 2030, un aumento di 1,5 gradi C, sta rapidamente anticipandosi nei prossimi 3-5 anni.
È comprensibile che molti climatologi si mostrino scettici e persino fatalisti quando si rendono conto che la scienza e la tecnologia sono in ritardo. Non abbiamo molto da fare se non prevenire le catastrofi e attenuarne i suoi effetti dannosi. La Terra sta cambiando, giorno dopo giorno, in modo irreversibile, alla ricerca di un nuovo equilibrio il cui centro di gravità non ci è noto. Supponiamo che climaticamente si stabilizzi tra i 38-40 gradi C. Chi riuscirà ad adattarsi a questa temperatura sopravviverà, ma molte persone, bambini e anziani e soprattutto innumerevoli organismi viventi non avranno il tempo sufficiente per adattarsi e saranno condannati a scomparire dopo milioni di anni di vita su questo pianeta.
Gli avvertimenti dei saggi sono seri. La Carta della Terra (un documento assunto dall’ONU) o le due encicliche di papa Francesco: Come prendersi cura della Casa Comune e l’altra Tutti fratelli e sorelle denunciano perentoriamente l’allarme ecologico. La Carta della Terra avverte: “L’umanità deve scegliere il suo futuro…o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e gli uni degli altri o rischiare la nostra distruzione e della diversità della vita”. Il Papa è più severo: “Siamo tutti nella stessa barca; o ci salviamo tutti o non si salva nessuno”.
La stragrande maggioranza non pensa a queste cose, poiché le sembra insopportabile affrontare i limiti e alla fine il disastro collettivo, ancora possibile all’interno della nostra generazione. Alienati, finiranno per unirsi al corteo di coloro che si dirigeranno verso la fossa comune.
Ci rimane un barlume di speranza sempre sollevato dal saggio di 103 anni Edgar Morin: “La storia ha ripetutamente dimostrato che l’emergere dell’imprevisto e l’apparire dell’improbabile sono plausibili e possono cambiare il corso degli eventi”. Crediamo che entrambi – l’inaspettato e il plausibile – siano possibili. Sarebbe la nostra salvezza.
Tuttavia, dobbiamo fare la nostra parte. Se vogliamo garantire un futuro comune alla Terra e all’umanità, si impongono due virtù: l’autocontrollo e la giusta misura, entrambe espressioni della cultura della cura.
Ma come postulare queste virtù se l’intero sistema è costruito sulla loro negazione? Questa volta, però, non c’è scelta: o cambiamo e ci facciamo guidare dalla cura, auto-limitandoci nella nostra voracità e vivendo la giusta misura in ogni cosa, o andremo incontro a una tragedia collettiva. La cura ci porta a stabilire un legame affettivo per e con tutti gli esseri affinché rimangano tra noi.
La auto-limitazione significa un sacrificio necessario che salvaguardi il Pianeta, tuteli gli interessi collettivi e instauri una cultura della semplicità volontaria. Non si tratta di non consumare, ma di consumare in modo responsabile e solidale per e con chi verrà dopo di noi. Anche loro hanno diritto alla Terra e alla qualità della vita.
Leonardo Boff ha scritto “A justa medida: como equilibrar o planeta Terra, Vozes 2023; Abitare la Terra, Castelvecchi 2021
Considerando a história humana constatamos que a fome foi,por séculos, um problema permanente. Por não termos, à diferença dos animais, nenhum órgão especializado que garantisse nossa subsistência,logo no início surgiu a urgência de buscar o necessário para matar a fome,seja extraindo o alimento diretamente da natureza,seja conquistando-o pelo trabalho. A grande virada se deu por volta de 10 mil anos atrás com a introdução da agricultura de irrigação. Ao longo dos grandes rios do Oriente Médio,do Egito,da Índia e da China começou-se a usar a irrigação para produzir mais produtos a par de domesticar animais como a galinha, o porco, a ovelha e a cabra. Produziu-se o excedente que eliminava a fome. Simultaneamente, é preciso dizer, surgiu a guerra, pois os exércitos levavam comida suficiente para enfrentar o inimigo, como por exemplo, entre os impérios mesopotâmicos e o Egito, as potências políticas da época.
Tudo mudou com o advento da era industrial nos séculos XVII e XVIII em diante até os dias de hoje. Começou a produção em massa com a possibilidade de atender as demandas humanas. Ocorre que esse desenvolvimento técnico-científico se operou no quadro do capitalismo. Nele desde seu início se estabeleceu a divisão entre o proprietário, possuidor de terras e meios de produção e o trabalhador apenas detentor de sua força de trabalho.Essa cisão foi ao longo do tempo se exacerbando a ponto de nos dias atuais os donos das riquezas naturais e tecnológicas controlarem o sistema econômico globalizado com imensa desvantagem para os assalariados, deixando milhões e milhões sem acesso aos bens fundamentais da vida.
Essa situação se agravou com a assim chamada “Grande Transformação” pela qual uma economia de mercado se transformou numa sociedade só de mercado.Tudo virou mercadoria desde órgãos humanos, saberes, a verdade, a notícia etc.
A lógica capitalista é de fazer lucro com tudo, mediante a exploração ilimitada dos bens e serviços da natureza, através de uma feroz competição entre todos os que estão do mercado, supostamente livre e uma acumulação individual ou corporativa que compete com o estado na gestão da coisa pública.
A produção procura obviamente atender demandas humanas de alimentação e subsistência, desde que tal processo seja lucrativo. A própria produção é levada ao mercado e ganha seu preço no jogo da concorrência, sem o cuidado para com os recursos naturais e a contaminação do meio ambiente (considerada uma externalidade a ser resolvida pelo estado).Como se trata de gerar riqueza ilimitada começou-se produzir produtos não necessários para a vida mas importantes para fazer dinheiro.
Assim junto com o consumo necessário, surgiu o consumismo. O consumismo se caracteriza pela aquisição de bens e serviços supérfluos, não necessários para a vida, em vista do ganho econômico. Grande parte da produção se destina na produção de tais supérfluos gestando o consumismo principalmente das classes ricas mas também da própria sociedade. Para estimulá-lo usa-se a propaganda, as imagens falantes, os quadros sedutores, as músicas,os YouTubes, os filmes bem orientados, para levar às pessoas a consumirem tal e tal produto.Não interessam os cidadãos nem seu nível de consciência, menos ainda seus problemas existenciais. Interessa que sejam consumidores.
O fato é que se criou a cultura do capital. Grande parte dos produtos (tv,carros,eletrodomésticos,roupas, tênis e infinitos outros itens) caem sob a obsolescência, feitos para durar por determinado tempo,obrigando o consumidor a substituí-los, comprar e consumir.
Praticamente todos somos reféns da cultura do capital,obrigando-nos a trocar de tempos em tempos os produtos,ou porque ficaram obsoletos como um computador ou pela obsolescência geral. Sabemos da força intrínseca de uma cultura que nos entra por todos os poros e naturaliza o estilo de vida. Como é difícil e longo o processo de sua superação por outra. É a cultura consumista que continuamente renova e prolonga a perpetuidade do capitalismo.
Entretanto,nos últimos anos nos temos confrontado com os limites da Terra. Um planeta limitado não tolera um consumismo ilimitado. Já agora necessitamos de mais de uma Terra para atender o consumo de 8 bilhões de pessoas e o consumismo de fausto e de luxo das classes opulentas.
Demo-nos conta do assim chamado Dia da Sobrecarga da Terra(em inglês The Earth Overshoot Day).Cada ano os organismos que estudam a sustentabilidade do planeta, nos oferecem os dados. Neste no de 2023 foi identificado no dia 2 de agosto.Isto significa que neste dia, os bens e serviços naturais, essenciais e renováveis para a nossa existência,conheceram o fundo do poço.Logicamente, as árvores, o ar, os solos e as águas estão ai. Mas todos eles cada vez mais minguados, poluídos e insustentáveis.
A Terra,um Super Ente sistêmico e vivo, ao não nos dar o que lhe exigimos, responde com mais aquecimento,com mais eventos extremos,com mais dizimação da biodiversidade e mais vírus danosos e até letais. A relação toda se define na articulação entre biocapacidade e a pegada ecológica. A biocapacidade significa a capacidade da natureza de ter resiliência e de se auto-regenerar.A pegada ecológica nos indica o quanto de biocapacidade aquenta aquela região ou país. Quanto mais complexa é a região, com cidades, população e indústrias tanto mais recursos naturais demanda.
Nesse momento,tão grave quanto o aumento do aquecimento global, é a rápida Sobrecarga da Terra. Nosso estilo de vida está esgotando o estoque de bens e serviços necessários para a vida, Urge mudar nosso estilo de consumo sendo sóbrio, solidário e autolimitado.XI Jinping propôs para toda a China o ideal de uma “sociedade suficientemente abastecida”.Devemos aprender a viver com o suficiente e o decente, diminuir o consumo de energia e buscar meios de transporte alternativos e menos poluentes.
Se não fizermos este acordo entre todos, nossa existência nesse planeta será miserável e até impossível.
Leonardo Boff escreveu: Sustentabilidade: o que é e o que não é, Voz