Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

La victoria electoral de Lula: festejar, alegrarse y enorgullecerse

Las elecciones presidenciales de este año de 2022 han sido turbulentas. Junto al lado luminoso, alegre y jovial del alma brasilera, irrumpió también su lado odiador, sombrío e inhumano, cosa que ya señalara Sérgio Buarque de Holanda, en una nota de pie de página, al hablar del brasilero como “hombre cordial” en su libro Raízes do Brasil (1936), puesto que del corazón (cor-dial) provienen tanto el amor como el odio. Ese odio, de forma espantosa, llegó a la escena política y envenenó las relaciones sociales hasta las más íntimas. Para mí se trataba incluso de un problema metafísico: en los momentos cruciales en los que se decide el destino de un pueblo, el mal y lo inhumano, fine finaliter no pueden prevalecer. Y no prevalecieron, por más artimañas que fueron praticadas.

Los que votaron por la democracia, por la causa de los millones de personas que pasan hambre y por observar el orden constitucional, pudieron respirar aliviados como quien escapa de un grave accidente. En este contexto, cobran particular sentido los versos de Camões en Os Lusíadas al principio del Canto Cuarto: “Después de procelosa tempestad/nocturna sombra y sibilante viento/trae la mañana serena claridad/esperanza de puerto y salvamento”. Sí, experimentamos haber sido salvados de una tragedia nacional de consecuencias irreparables, en el caso de que el adversario, cuyo proyecto se presentaba retrógrado y ultraconservador, hubiese triunfado.

El efecto de la victoria fue una alegría indescriptible. Muchos lloraban, otros daban un grito primario de liberación, como quien se sentía prisionero en una caverna oscura. Hubo fiesta por todo el país.

El tema de la fiesta es un fenómeno que ha desafiado a grandes nombres del pensamiento como R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann y al propio F.Nietzsche. Y es que la fiesta revela lo más precioso que hay en nosotros en medio de la cotidianidad gris. La fiesta hace olvidar la dureza de la lucha y suspende por un momento el tiempo de los relojes. Es como si, por un instante, desapareciera el espacio-tiempo, pues en la fiesta, esas dimensiones no cuentan o están totalmente olvidadas. Por eso las fiestas se prolongan todo lo que se puede.

Curiosamente, en la fiesta que es fiesta, todo el mundo se reúne y se junta, conocidos y desconocidos se abrazan como si fuesen viejos amigos y parece que todas las cosas se reconcilian. Platón sentenciaba con razón: “los dioses hicieron las fiestas para que los seres humanos pudieran respirar un poco”. Efectivamente, si la lucha en la campaña fue costosa y cargada de temores, robándonos casi la esperanza, la fiesta es más que un respirar. Es un rescatar la alegría de un país sin odios ni mentira como método de gobierno. El sentimiento de que todo el esfuerzo valió la pena.

La fiesta, después de una victoria en los últimos minutos del juego, parecía un regalo que ya no dependía de nosotros, sino de energías incontrolables, diría, milagrosas. La alegría simplemente estalló y nos poseyó por entero.

En la fiesta hay gritos, saltos, música y danza. ¿De donde brota la alegría de la fiesta? Tal vez Nietzsche encontró su mejor formulación: “para alegrarse de alguna cosa, hay que decir a todas las cosas: sean bienvenidas”. Por lo tanto, para poder festejar de verdad era necesario afirmar: “bienvenida sea esta victoria”. No basta sólo la victoria duramente conquistada. Necesitamos ir más allá y confirmar el proyecto y el sueño político. “Si podemos decir sí a un único momento”, afirma Nietzsche “entonces habremos dicho sí no solo a nosotros mismos sino a la totalidad de nuestra historia vencedora” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Ese sí subyace a nuestro compromiso político, a nuestra implicación, a nuestros principios, a nuestro trabajo de calle, a nuestro esfuerzo de convencimiento de nuestra propuesta. La fiesta es el tiempo fuerte en el cual el sentido secreto de nuestra lucha revela todo su valor y toda su fuerza. De la fiesta salimos más fuertes para realizar las promesas hechas en beneficio del país y de las clases humilladas y ofendidas.

Hagamos referencia a la religión, pues ella, como todas, confiere gran centralidad a las fiestas, a los ritos y a las celebraciones. En gran parte, la grandeza, por ejemplo, de la religión cristiana o de otras, reside en su capacidad de celebrar y de festejar a sus santos y santas, sus maestros espirituales, realizar sus procesiones, edificar templos sagrados, algunos de extraordinaria belleza. En la fiesta cesan las interrogaciones de la razón y los temores del corazón. El practicante celebra la jovialidad de su fe en compañía de hermanos y hermanas con quienes comparte las mismas convicciones, oyen las mismas Palabras sagradas y se sienten cercanos a Dios.

Si esto fuera verdad, y de hecho lo es, nos damos cuenta de cuan equivocado es el discurso que sensacionalistamente anuncia la muerte de Dios. Se trata de un trágico síntoma de una sociedad que ha perdido la capacidad de festejar porque está saturada de placeres materiales. Asistimos, lentamente, no a la muerte de Dios, sino a la muerte del ser humano, que ha perdido la sensibilidad por quien sufre a su lado, y que es incapaz de llorar por el destino trágico de los refugiados que vienen de África rumbo a Europa, o de los emigrantes latinoamericanos que buscan entrar en Estados Unidos.

Nuevamente volvemos a Nietzsche que intuyó que el Dios vivo y verdadero se encuentra sepultado bajo muchos elementos envejecidos de nuestra cultura religiosa y bajo la rigidez de la ortodoxia de las iglesias. De ahí la muerte de Dios que implicaba para él la pérdida de la jovialidad, es decir, de la presencia divina que se da en las cosas cotidianas (jovialidad viene de Júpiter, Jovis). La consecuencia funesta es sentirse sólo y perdido en este mundo (cf. Fröhliche Wissenschaft III, aforismo 343 y 125).

Por haber perdido la jovialidad, gran parte de nuestra cultura no sabe festejar. Sí conoce las fiestas montadas como comercio, la frivolidad, los excesos del comer y beber, las expresiones groseras. En ellas puede haber de todo, menos alegría del corazón y jovialidad de espíritu.

La alegría fue indescriptible cuando el presidente electo apareció. el día 16 de noviembre, en la COP27 de Egipto, que trata la cuestión del nuevo régimen climático de la Tierra.Mostró la gravedad de la nueva situación del planeta y sus consecuencias para los más vulnerables en términos de daños y de hambre. Desafió a los poderosos a que cumpliesen lo que habían prometido: ayudar con mil millones de dólares anuales a los países más débiles y alcanzados por la alterada situación de la Tierra. ¿Qué jefe de estado del mundo tendría el valor de decir las verdades que el presidente electo profirió en aquel espacio de audiencia mundial? Nos sentimos orgullosos porque él asumió compromisos con responsabilidad y puso nuevamente al país en el escenario mundial. 

El futuro de la vida en este planeta depende en gran parte de la forma como tratemos el bioma amazónico que abarca nueve países. Articulados, podremos ayudar a la humanidad a encontrar una salida para su crisis sistémica y garantizar un destino bueno para la vida y para todos los habitantes de este pequeño planeta.

*Leonardo Boff ha escrito La busca de la justa medida:el pescador ambicioso y el pez encantado, Vozes 2022. Próximamente va a salir La justa medida, factor de equilibrio de la Tierra, Vozes 2023.

Traducción de Mª José Gavito Milano

É preciso desmilitarizar a República

 Roberto Amaral foi jornalista, advogado,professor universitário e Ministro de Ciência e Tecnologia do Brasil (2003 ss) no primeiro governo de Lula. É um crítico dos rumos neoliberais da política econômica. Foi um dos fundadores do PSB.Conhece a fundo a história política do Brasil e escreveu vários livros sobre sobre a história política do Brasil. Escreve semanalmente um artigo na sua coluna PENSAR BRASIL.

Publicamos o presente artigo pois nos faz entender por que a elite dominante se opõe ferozmente ao Presidente eleito Luiz Inácio Lula da Silva. Não aceita alguém que vem do andar de baixo e que representa os anseios ancestrais das grandes maiorias marginalizadas e vergonhosamente desprezadas. Este artigo nos permite entender por que grande parte da eleite econômica (nem toda) se sentia representada pela política de extrema-direita, anti-democrática do presidente Jair Bolsonaro, a quem nunca negaram apoio, apesar dos crimes cometidos contra o povo durante a pandemia e suas ameaças de golpe e de ruptura institucional. A elite dominante, descendente do espírito da Casa Grande nunca se deu bem com a democracia, predre regime ditatoriais e militares e muito menos com o povo que o relega ainda hoje à situação de Senzala social. Daí a importância da eleição de Lula que deverá enfrentar a lógica tirânica e selvagem do capitalismo nacional que nunca se civilizou e é considerado um dos mais exploradores dos operários e devastadores da natureza, do mundo como o tem dito ninguém mais que Noam Chomsky, um dos mais lúcidos analistas da cena mundial a partir do coração do Império norte-americano. LBoff
                         
 
  “Por ora, a cor do Governo é puramente militar, e deverá ser assim. O fato foi deles, deles só, porque a colaboração do elemento civil foi quase nula. O povo assistiu àquilo bestializado, atônito, surpreso, sem conhecer o que significava. Muitos acreditaram seriamente estar vendo uma parada.”
– Aristides Lobo (Diário Popular, 18/11/1889)
   
Roberto Amaral*
 
Implantada por um golpe militar, a República brasileira sucede um Império anacrônico, sem pretender romper com sua ordem econômico-social, fundada no escravismo e na lavoura. Com ela sobrevive a sociedade patrimonialista, excludente, profundamente desigual e conservadora que hoje nos espanta. Despida de republicanismo (doutrina que jamais chegou ao povo e era desconhecida pelas tropas que desfilaram pelas ruas do Rio de Janeiro em 1889), a república nascente conservaria as duas características básicas da monarquia, a cuja natureza reacionária seus líderes não se opunham de fato: a ausência de povo e de representação, fragilidade que a perseguirá por quase um sesquicentenário, o tempo de sua vida até aqui. A reforma, na realidade, jamais foi objetivo dos oficiais golpistas; pretendendo derrubar um gabinete malquisto por eles, terminaram destronando o imperador longevo – pelo qual, aliás,  o país nutria reconhecida empatia.   
 
A República, um projeto das elites que não cogitou do concurso do povo, se impõe para que, mudando-se o regime, em nada fosse alterado o mando: o Brasil agrário da monarquia sobreviverá na República da lavoura exportadora do café, herdeira das exportações de madeira, açúcar e ouro, matriz da sociedade exportadora de grãos, carne e minérios in natura.  No império e na república, continuamos cumprindo o papel de fornecedores das mercadorias   que o mundo rico demanda. Para cumprir com seu destino chega descasada da democracia, exatamente um século após a matriz cunhada pela revolução francesa. Nos estertores do século XIX continuávamos sendo um país cuja política desconhecia a participação popular: sem povo, sem partidos, fizéramos a independência e construíramos o império; sem povo deveríamos fazer a república sereníssima. Entre nós, a res publica é capturada pelo interesse privado. Somos conservadores até com relação à classe-dominante:  herdeira da casa-grande, é a mesma desde o Brasil-Colônia.
 
Contra o unitarismo monárquico, no entanto abraçado pelos jacobinos que articularam o golpe, a constituinte fundadora da República (1891), dominada pelos representantes da ordem descaída, optou pelo federalismo defendido pelo latifúndio e pelo escravismo, que, assim, sem serem frustrados pela História, como veríamos, esperavam conservar o mandonismo local, aquele sentado na grande propriedade. A terra continuava vencendo. A República vai consolidar-se como o regime da hegemonia das oligarquias, que só conheceria seu declínio com o golpe de 1930, sobretudo com o Estado Novo (1937-1945) que, por sinal, investirá contra o federalismo. E hoje, ainda lutando pela consolidação do nosso limitado processo democrático, podemos registrar dois fracassos rotundos: o da República, jungida aos interesses privados, e o do federalismo, inviabilizado pelos escandalosos desníveis regionais, caldo de cultura de uma crise em gestação.
 
Mal saído do escravismo, cujas marcas conservaria até os dias que correm, o país dava os primeiros passos na aventura capitalista preso aos interesses da terra dominantes desde a colônia: a República era a solução das elites para a crise política agudizada pela Abolição. Na República, como no império, sob os traficantes de escravos e senhores de engenho ou sob o cutelo dos “coronéis”, o país continuaria sem projeto, sem rumo, preso às forças do atraso que obstaculizavam a industrialização. Numa história recorrente, o antigo regime colonial se projeta no império agrarista, que por seu turno sobreviveria numa república indiferente à manifestação da soberania popular, eis que dominada por um sistema eleitoral escandalosamente fundado na fraude. Como falar de República em sociedade pervadida pela desigualdade social e a exclusão das grandes massas da cidadania? Em vez da ruptura que abriria as portas ao progresso, impõe-se a conciliação que mantém a ordem do passado. Daí a indiferença com a qual foi recebida a fratura política aparentemente tão radical. Para a classe-dominante, a transição de regime não passaria da simples troca de um imperador vitalício por um presidente eleito pro-tempore. No fundamental,  tudo continuaria como dantes no quartel de Abranches. E assim continuou. 
 
O 15 de novembro, movimento das elites sem raízes na organização social, foi, não obstante suas consequências institucionais e políticas, uma quase ópera-bufa, encenada por atores que, no seu conjunto, ignoravam o papel que lhes cabia desempenhar. O mais deslocado de todos era o velho marechal, retirado da cama de enfermo para se transformar em herói. A cena contempla momentos burlescos.
 
Convencido, após muita relutância, de que deveria atender ao chamamento político de seus comandados, posto em sua farda de gala com o auxílio do ordenança, Deodoro monta em um cavalo que lhe é trazido por um miliciano, atravessa a pequena distância que o leva ao Campo de Santana e, sem espada, mão direita levantada, saúda como saudavam os comandantes assumindo a tropa: “Viva o Imperador!”, a que a tropa (atendendo a um reflexo condicionado, como de hábito) ecoou: “Viva, para sempre!”. O capitão José Bevilaqua, positivista e seguidor de Benjamin Constant, narra o episódio a que assistiu:  “Chega  o momento supremo da proclamação. O general Deodoro hesita ainda ante nossas instâncias, a começar pelo Dr. Benjamin, Quintino, Solon, etc., etc. Rompemos em altos e repetidos vivas à República! Abafamos o viva ao Senhor D. Pedro II, ex-Imperador, levantado pelo general Deodoro, que dizia e repetia ser ainda cedo, mandando-nos calar! Por fim, o general, vencido, tira o boné, e grita também: Viva a República! A artilharia com a carga de guerra salva a República com 21 tiros!” (Vide MENDES, R. Teixeira. Benjamin Constant. Rio de Janeiro. Ed. do Apostolado Positivista do Brasil,1913. pp. 356-7).
 
 
Implantado, por um golpe militar levado a cabo pela oficialidade do exército sediada na então capital do Império, repita-se, o novo regime é a avenida pela qual trafegam rupturas constitucionais e irrupções militares que chegam aos nossos dias. Nasce com o golpe de 1889, a que se seguem o golpe frustrado de Deodoro (1891), o golpe de Estado de Floriano e a primeira ditadura republicana, conhecida como “ditadura da espada”,  e de permeio contabiliza duas revoltas da armada (uma contra Deodoro e outra contra Floriano, que assumira já confrontando a constituição republicana recém promulgada) e o levante das fortalezas de Santa Cruz e Laje (1892). Consolida-se o militarismo que havia sido atenuado pela assembleia constituinte (formada por representantes da lavoura, quase todos vindos do antigo regime) e influenciada pelo liberalismo de Rui Barbosa. 
 
Mas era só o começo de uma série de crises políticas e intervenções militares que parece não ter fim: duas cartas outorgadas (1937 e 1967); duas longevas ditaduras (a de 1930-1945, com o intermezzo constitucional de 1943-1937 e a de 1964-1985); após os levantes das fortalezas de Santa Cruz e Laje (1892) a  revolta da armada contra o presidente Floriano (1893), após a “ditadura da espada” (1891-1894), seguida pelo  massacre, pelo “exército pacificador de Caxias”, dos camponeses de Canudos (1896-7) e o massacre, pela Marinha, dos heróis (previamente anistiados) da Revolta da Chibata (1910);  três levantes militares (1922, 1924 e 1935);  a insurreição paulista de 1932; o putsch integralista de 1938; o golpe militar de 1945 que derrubou o Estado Novo que outro golpe militar havia implantado em 1937; o golpe de 1954 que depôs Getúlio Vargas; a tentativa de golpe para impedir a posse de Juscelino Kubitscheck (1955); o golpe militar para garantir a posse dos eleitos (o 11 de novembro de 1955); os motins da aeronáutica contra o governo JK (Jacareacanga em 1956 e Aragarças em 1959); a tentativa de golpe para impedir a posse de João Goulart (1961), o golpe parlamentar de 2016 e o continuado projeto de golpe sustentado pelos militares no governo Bolsonaro que se mantém de pé até hoje, podendo ameaçar a posse de Lula e acompanhar seu governo. 

Como visto, a preeminência sobre a vida civil e a ruptura da ordem democrática são a marca indelével da caserna insubordinada na vida republicana, e assim ela chega aos nossos dias, valendo-se das armas – que a nação lhe entrega para a defesa da soberania – para promover seguidos atos de desestabilização institucional contra os interesses do país. 

Na raiz de tantos males a impunidade, o outro nome da “conciliação” que permeia uma história dominada pela cada-grande.   
 
À insolência das notas dos atuais comandantes das forças militares do Estado brasileiro sobre o processo eleitoral, coordenadas pelo ainda ministro da defesa, soma-se recente carta de antigo comandante do exército, missivista do golpismo desde sua agressão à autonomia do STF.  De qualquer forma é estranho que, privado da fala e dos movimentos, possa ditar e escrever uma declaração pública em que estimula a insurreição contra a soberania do voto e trata como patriota uma escória que vai à porta dos quartéis pedir mais um novo golpe.
 
A questão republicana mais urgente – sem dúvida o desafio político-institucional de maior relevo – é a erradicação do militarismo a que tanto deve a tragédia nacional. Não se trata, tão-só, da efetiva subordinação do soldado ao poder civil. Trata-se de seu rigoroso enquadramento disciplinar. Ou seja, da repressão à sua permanente insubordinação, tanto mais repugnante quanto se opera mediante o uso ilegal da força contra pessoas e instituições desarmadas. 

É chegada a hora de colocar o guizo no gato. Este, o desafio republicano.
  
 
 

 

A vitória eleitoral: festejar, se alegrar e se orgulhar

As eleições presidenciais deste ano de 2022 foram turbulentas. Ao lado luminoso, alegre e jovial da alma brasileira, irrompeu também seu lado odiento, sombrio e desumano, coisa que já notara Sérgio Buarque de Holanda, num rodapé, ao falar do brasileiro como “homem cordial” em seu  Raízes do Brasil (1936), posto que do coração (cor-dial) provém tanto o amor quanto o ódio. Esse ódio, de forma espantosa, ganhou a cena política e envenenou as relações sociais até as mais íntimas.Para mim se tratava até de um problema metafísico: nos momentos cruciais nos quais se decide o destino  de um povo, o mal e o desumano, fine finaliter  não  prevalecem. E não prevaleceu, por mais artimanhas tenham sido praticadas.

Os que votaram pela democracia, pela causa dos milhões de famintos e pela observância da ordem constitucional, puderam respirar aliviados com quem escapou de um grave acidente. Neste contexto, ganham particular sentido  os versos de Os Lusíadas de Camões, no início do Canto Quarto:”Depois de procelosa tempestade/noturna sombra e sibilante vento/traz a manhã serena claridade/esperança de porto e salvamento”. Sim, experimentamos um salvamento de uma tragédia nacional de consequências irreparáveis,  caso o adversário, cujo projeto se apresentava retrógrado e ultraconservador, tivesse triunfado.

O efeito da vitória foi uma indescritível alegria. Muitos choravam outros davam o grito primal de libertação como de quem se sentia prisioneiro numa caverna escura. Houve festa pelo país afora.

O tema da festa é um fenômeno que tem desafiado grandes nomes do pensamento como R. Caillois,  J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e o próprio  F.Nietzsche. É que a festa revela o que há  de mais precioso em nós no meio do cotidiano cinzento. A festa faz esquecer a dureza da luta e suspende por um momento o tempo dos relógios. É como se, por um instante, tivéssemos rompido o espaço-tempo, pois na festa, essas dimensões não contam ou são totalmente olvidadas.Por isso as festas se prolongam a mais não poder.

Curiosamente, na festa que é festa, todos se reúnem juntos, conhecidos e desconhecidos  se abraçam, como se fossem velhos amigos e parece que  todas as coisas se reconciliam.

Platão sentenciava com razão:”os deuses fizeram as festas para que os seres humanos pudessem respirar um pouco”. Efetivamente, se a luta na campanha foi onerosa e carregada de temores, quase nos roubando a esperança, a festa é mais que um respirar. É um resgatar a alegria de um país sem ódios e mentiras, como método de governo. O sentimento é de que todo o esforço valeu a pena.

A festa, depois de uma vitória nos últimos minutos do jogo, parecia um presente que já não dependia de nós, mas de energias incontroláveis, diria, milagrosas. A alegria simplesmente explode e nos toma por inteiro.

Pertence à festa os gritos, os pulos,  a música e a dança. Donde brota a alegria da festa? Talvez Nietzsche encontrou sua melhor formulação:”para alegrar-se de alguma coisa, precisa-se dizer a todas as coisas: sejam bem-vindas”. Portanto, para podermos festejar de verdade precisávamos afirmar: “seja bem-vinda esta vitória”. Não basta só a vitória duramente conquistada. Precisamos ir além e confirmar o projeto e o sonho político.:”Se pudermos dizer sim a um único momento” assevera Nietzsche “ então teremos dito sim não só a nós mesmos mas à totalidade da existência”,nós diríamos à totalidade de nossa lenda vencedora ”(Der Wille zur Macht, livro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Esse sim sub-jaz ao nosso compromisso político, ao nosso engajamento, aos nossos princípios, ao nosso trabalho de rua, ao nosso esforço de convencimento de nossa proposta. A festa é o tempo forte no qual o sentido secreto de nossa luta revela todo o seu valor e toda a sua força. Da festa saímos mais fortes para realizar as promessas feitas em benefício do país e das classes humilhadas e ofendidas.

Façamos uma referência à religião, pois ela, como todas, confere grande centralidade às  festas, aos ritos e às celebrações. Em grande parte, a grandeza, por exemplo, da religião cristã ou de outras, reside em sua capacidade de celebrar e de festejar seus santos e santas, seus mestres espirituais, realizar suas procissões, edificar tempos sagrados, alguns de extraordinária beleza. Na festa cessam as interrogações da razão e os temores do coração. O praticante celebra a jovialidade   de sua fé em companhia de irmãos e irmãs com os quais partilham das mesmas convicções, ouvem as mesmas Palavras sagradas e se sentem próximos de Deus.

Se isso for verdade e, de fato, é,  percebemos de como é equivocado o discurso que sensacionalisticamente anuncia a morte de Deus. Trata-se de um trágico sintoma de uma sociedade que perdeu  a capacidade de festejar porque está saturada de prazeres materiais. Assiste-se, lentamente, não a morte de Deus, mas a morte do ser humano que perdeu a sensibilidade pelo sofredor ao seu lado, incapaz  de chorar pelo destino trágico dos refugiados vindos de África rumo à Europa, ou dos  imigrantes latino-americanos buscando entrar nos USA.

Novamente voltamos a Nietzsche que intuiu que o Deus vivo e verdadeiro se encontra  sepultado sob tantos elementos envelhecidos de nossa cultura religiosa e sob a rigidez da ortodoxia das igrejas. Daí a morte de Deus que implicava para ele a perda da jovialidade, isto é, da presença divina que se dá nas coisas cotidianas (jovialidade vem de Jupter, Jovis). A consequência funesta é sentir-se só e perdido neste mundo  (cf. Fröhliche Wissenschaft III, aforismo 343 e 125).

Pelo fato de havermos perdido a jovialidade, grande parte de nossa cultura não sabe festejar. Conhece, sim, as festas montadas como comércio, a frivolidade, os excessos do comer e beber, as expressões grosseiras. Nelas pode haver tudo, menos alegria do coração e jovialidade do espírito.

Foi indescritível a alegria quando o presidente eleito assomou, no dia 16 de novembro,  na COP27 no Egito que tratava da questão do novo regime climático da Terra. Mostrou a gravidade da situação nova do planeta e suas consequências para os mais vulneráveis em termos de danos e de fome. Desafiou os poderosos para que cumprissem o que prometeram: ajudar com um bilhão de dólares anuais aos países mais frágeis e atingidos pela situação mudada da Terra. Que chefe de estado do mundo, teria a coragem de dizer as verdades que o presidente eleito proferiu naquela espaço de audiência mundial? Sentimo-nos orgulhosos porque ele assumiu compromissos com responsabilidade e colocou novamente o país no cenário mundial. Em grande parte o futuro da vida neste planeta depende da forma como trataremos o bioma amazônico que recobre nove países. Articulados, poderemos ajudar a humanidade a encontrar uma saída para a sua crise sistêmica e garantir um destino bom para a vida e para todos os habitantes deste pequeno planeta.

Leonardo Boff escreveu A busca da justa medida:o pescador ambicioso e o peixe encantado, Vozes 2022 e sair A justa medida, fator de equilíbrio da Terra,  Vozes 2023.