La disumanità dei proprietari di schiavi ieri e oggi

Leonardo Boff*

La parola schiavo deriva dal latino slavus, un nome generico per designare gli abitanti della Slavia, una regione dei Balcani, nella Russia meridionale e sulle rive del Mar Nero, un importante fornitore di schiavi per tutto il Mediterraneo. Erano bianchi, biondi e con gli occhi azzurri. I soli ottomani di Istanbul importarono circa 2,5 milioni di questi schiavi bianchi tra 1450-1700.

Nel nostro tempo, le Americhe sono state le grandi importatrici di persone dall’Africa che furono schiavizzate. Tra 1500-1867 il numero è spaventoso: 12.521.337 persone attraversarono l’Atlantico, di cui 1.818.680 morirono durante il viaggio e furono gettate in mare. Il Brasile fu il campione della schiavitù. Da solo importò, a partire dal 1538, circa 4,9 milioni di africani ridotti in schiavitù. Dei 36 mila viaggi transatlantici, 14.910 erano destinati ai porti brasiliani.

Queste persone schiavizzate erano trattate come merce, chiamati “pezzi”. La prima cosa che faceva l’acquirente per “portarli ben addomesticati e disciplinati” era castigarli “con frustate, catene e ceppi”. Gli storici dello schiavismo hanno creato la leggenda secondo cui la schiavitù qui [in Brasile] era mite, quando in realtà fu estremamente crudele.

Farò due esempi terrificanti:

Il primo: l’olandese Dierick Ruiters, di passaggio a Rio nel 1618, racconta: “Un negro affamato rubò due pani di zucchero. Il padrone, avendolo saputo, ordinò che fosse legato a faccia in giù a una tavola e ordinò a un negro di fustigarlo con una frusta di cuoio; il suo corpo rimase con una ferita aperta dalla testa ai piedi, e le parti risparmiate dalla frusta furono lacerate con un coltello; dopo la punizione, un altro negro versò sulle sue ferite un vaso contenente aceto e sale… Ho dovuto assistere – racconta l’olandese – alla trasformazione di un uomo in carne salata; e come se non bastasse, gli versarono pece fusa sulle ferite; lo lasciarono tutta la notte, in ginocchio, legato per il collo a un ceppo, come un miserabile animale” (Cfr. L. Gomes, Slavery vol. I, 2019, p. 304). Sotto tali castighi, l’aspettativa di vita di una persona ridotta in schiavitù era nel 1872 di 18,3 anni.

L’altro, non meno orribile, proviene dall’antropologo Darcy Ribeiro, che dipinge un quadro generale della schiavitù: “Senza l’amore di nessuno, senza famiglia, senza sesso se non la masturbazione, senza alcuna possibile identificazione con nessuno – il suo controllore poteva essere un nero, i suoi compagni di sventura nemici – cencioso e sporco, brutto e puzzolente, dolorante e malaticcio, senza alcun piacere o orgoglio per il suo corpo, viveva la sua routine. Questa consisteva nel subire ogni giorno il castigo quotidiano delle frustate sciolte, affinché lavorasse con attenzione e tensione. Settimanalmente, c’era una punizione preventiva, pedagogica, per non pensare alla fuga e, quando attiravano l’attenzione, su di lui ricadeva un castigo esemplare, sotto forma di mutilazione delle dita, di foratura dei seni, di ustioni con la brace, di rottura meticolosa di tutti i denti, o delle frustate alla gogna, trecento frustate in una volta per ucciderlo o cinquanta frustate al giorno, facendolo sopravvivere. Se fuggiva e veniva catturato poteva essere marchiato a fuoco, essere bruciato vivo, lasciato giorni in agonia alla bocca della fornace, oppure, all’improvviso, gettato dentro per bruciare come un ramoscello oleoso” (Cfr. Darcy Ribeiro, O Povo Brasileiro, Compagnia Das Letras, 1995, pp. 119-120).

Il gesuita André João Antonil disse: “Per lo schiavo sono necessarie tre P, vale a dire: pau, pão e pano“. Pau (bastone) per bastonare, Pão (pane) per non farlo morire di fame e Pano (stoffa) per nascondergli le vergogne. In generale la storia dei neri schiavizzati è stata scritta dalla mano bianca.

È sempre attuale il grido lacerante di Castro Alves in “Vozes d’Africa” ​​: “Oh Dio, dove sei che non rispondi? In quale mondo, in quale stella ti nascondi/ Avvolto nei cieli? Da duemila anni ti ho inviato il mio grido/ Che invano, da allora, percorre l’infinito… / Dove sei, Signore Dio?”. Quanto fa male! Jessé de Souza, nella sua opera, ha dimostrato che quello che i proprietari di schiavi hanno fatto ai neri, la maggioranza dell’attuale classe dominante lo traduce oggi in termini di disprezzo e odio per i neri.

Parlo da teologo: misteriosamente Dio è rimasto in silenzio, proprio come è rimasto in silenzio nel campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, cosa che ha portato Papa Benedetto XVI, mentre era là, a chiedersi: “Dov’era Dio in quei giorni? Perché Egli è rimasto in silenzio? Come ha potuto permettere tanto male?

E pensare che i principali proprietari di schiavi furono cristiani. La fede non li ha aiutati a vedere in queste persone “immagini e somiglianze di Dio”, tanto meno “figli e figlie di Dio”, nostri fratelli e sorelle. Come è stata possibile la crudeltà nelle camere di tortura dei vari dittatori militari di Brasile, Argentina, Cile, Uruguay ed El Salvador, che si definivano cristiani o cattolici? E l’ex presidente, condannato per tentato colpo di Stato, Jair Bolsonaro, ha pubblicamente difeso la tortura come mezzo per affrontare gli oppositori.

Quando la contraddizione è così grande da trascendere ogni razionalità, che incontra qui il suo limite, restiamo semplicemente in silenzio. È il mysterium iniquitatis, il mistero dell’iniquità a cui fino a oggi nessun filosofo, teologo o pensatore ha trovato una risposta. Anche Cristo sulla croce ha gridato e sentito la “morte” di Dio. Ciononostante, vale la pena scommettere che tutte le tenebre insieme non possono spegnere una piccola luce di bontà che brilla nella notte umana. È la nostra speranza contro tutta la speranza.

Leonardo Boff è un filosofo e teologo che scrive per la rivista LIBERTA della ICL (https://www.revistaliberta.com.br) e ha scritto il libro Paixão de Cristo-paixão do mundo, Vozes 2009.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

BALANÇO AOS SETENTA ANOS

Frei Sérgio Antônio Görgen

Poucos dias após de ter completado 70 anos o querido e bom confrade e amigo Frei Sérgio Görgen foi no dia 3 de fevereiro fulminado por um enfarte. Sua vida toda foi entregue à causa da justiça, da solidariedade e da convivência concreta com os pequenos, especialmente os pequenos camponeses rurais.Unia uma profunda fé com um engajamento direto, até expondo a vida, pelos direitos pessoais e sociais, pela reforma agrária e pela valorização do pequeno produtor rural. Curiosamente, era também um fino intelectual, com bons livros publicados a partir de sua prática. Conhecia bem a ecologia. Acompanhava a literatura recente. Tivemos longas conversas. Creio que foi um dos primeiros brasileiros ecologistas a se ocupar com o grande físico russo Igor Vernasky. Ele, antes de James Lovelock, propôs pensar a Terra como um todo e não apenas seus ecossistemas. Foi um dos primeiros a consagrar o termo Biosfera (1936 título de seu livro) como parte essencial do planeta vivo, a Terra.

Frei Sérgio cedo se deu conta que  para o futuro da humanidade é essencial preservar as sementes creoulas. Incentivava os camponeses a criar seu banco de sementes e trocá-las com outros companheiros. Mas o que mais aparecei nele era sua bondade, seu imenso coração e sua ternura para com os humildes. Era profundamente humano, seguir do Jesus histórico, nosso Deus humanado.

Perdemos uma das lideranças mais límpidas da causa dos pobres e oprimidos, da salvaguarda da vida e da Mãe Terra. Esse seu testamto pélos 70 anos representa um verdadeiro legado espiritual, humano e social.

Agora estará junto de seu pai São Francisco. Seu imenso coração pulsará junto com o coração do Universo e com o coração de Deus-Pai e Mãe de infinita bondade. junto ao seu filho e nosso irmão Jesus Cristo e ao Espírito que penetra toda a criação e suscita lideranças despojadas e coladas ao destino dos sofredores deste mundo. Que agora descanse da longa labuta que travou a vida inteira sempre do lado dos que mais precisam e que são os amados de Deus. De seu confrade L.Boff

*****************

Ao completar setenta anos, roda um filme na cabeça da gente.Nunca imaginei chegar a esta idade.Mas se os anos se cumpriram, não resta dúvida, foi por Graça, pura Graça.

Então, só resta agradecer ao Senhor da Vida, em seu Filho e em sua Mãe. Com certeza, me ampararam e me seguraram. Muitas e muitas vezes, através das amizades, do companheirismo, da fortaleza comum, no suporte das duas famílias (a de sangue e a de hábito), das tantas e tantas orações, dos pedidos de “se cuide” (quase nunca obedecidos). É nos gestos que a Graça se faz prática e o Amor se faz vivo.

Chegar aos setenta tendo sofrido 6 acidentes de carro, passado por cinco greves de fome, inúmeros conflitos sociais e fundiários, saindo ferido em dois, como diz o ditado popular, “só por Deus”.

Vivi em situações de muita dor (até hoje ecoam nos meus ouvidos o choro de crianças com fome nos barracos de acampamento e até me dói no mais fundo de mim a dor de enterrar crianças que morriam de fome) e muita tensão em tantos e tantos conflitos vividos, mas os tempos de alegria e confraternização foram infinitamente maiores. Algumas decepções, mas os testemunhos edificantes foram e são infinitamente maiores.

Lembro, neste filme da vida, dos direitos que não tive.

Não tive o direito de ter medo, mesmo carregado de temor, porque em tantos conflitos, uma covardia minha seria a derrocada para muita gente.

Não tive o direito de vacilar, embora inseguro e cheio de dúvidas, por este vacilo comprometeria a firmeza na luta de tanta gente.

Não tive o direito ao desânimo, embora tantas vezes sem enxergar caminhos seguros, porque estavam tantos olhando em minha direção e uma pequena demonstração de desânimo de minha parte, contaminaria o coração de muita gente e desistiriam de lutar pela dignidade de suas vidas.

Não tive direito ao cansaço, embora tantas e tantas vezes, o espírito arrastou meu corpo exausto.

Não tive o direito de ter crise, nem vocacional, nem espiritual, nem de confiança no futuro, embora em meu interior, tenha passado por várias e tantas, porque sentia a responsabilidade e o peso do hábito de São Francisco sobre os ombros na vocação que abracei.

E desde aquele dia em que, num conflito de terra na ocupação da Fazenda Anonni, em que a Brigada Militar avançava em direção ao povo e uma mulher puxou minha camisa e me disse “Frei, o senhor não vai fazer nada?” e eu, cheio de vergonha, avancei do meio do povo e fui para frente dos policiais, incapaz de dizer uma única palavra, abri os braços e parei bem próximo a eles – e as crianças com flores na mão, me seguiram e os policiais pararam – desde aquele dia, perdi também o direito à omissão.

Por isto cheguei aos setenta meio assim, bruto, sincero demais, teimoso, xucro, irreverente, fora dos prumos estabelecidos, mas disposto e esperançoso na força do amor e da vida, pedindo sempre a Jesus e aqueles com quem caminho nas empreitadas da vida, que me fraquejem e corrijam, para que meus muitos defeitos não sejam mais salientes que a Graça de Deus.

Continuo acreditando na força do povo organizado, uma das expressões mais vigorosas da Graça e das Bênções divinas.

Um direito, porém, sempre me assistiu: a proteção de Maria e a presença amorosa e incômoda de Jesus.

Talvez, só por isto, tenha chegado aos setenta.

Gratidão enorme, a Deus e a tanta gente com quem os caminhos da existência propiciou encontrar.

Frei Sérgio Antônio Görgen ofm

29 de janeiro de 2026.

A desumanidade dos escravocratas de ontem e de hoje

        Leonardo Boff*

A palavra escravo deriva de slavus em latim, nome genérico para designar os habitantes da Eslávia, região dos Bálcãs, no sul da Rússia e às margens do Mar Negro, grande fornecedora de pessoas feitas escravas para todo o Mediterrâneo. Eram brancos, louros com olhos azuis. Só os otomanos de Istambul importaram entre 1450-1700 cerca de 2,5 milhões dessas pessoas brancas e escravizadas.

No nosso tempo, as Américas foram as grandes importadores de pessoas de África que foram escravizadas. Entre 1500-1867 o número é espantoso: 12.521,337 fizeram a travessia transatlântica, das quais, 1.818,680 morreram a caminho e foram jogados ao mar. O Brasil foi campeão do escravagismo. Só ele importou, a partir de 1538, cerca de 4,9 mihões de africanos que foram escravizados. Das 36 mil viagens transatlânticas, 14.910 destinavam-se aos portos brasileiros.

Estas pessoas escravizadas eram tratadas como mercadorias, chamadas “peças”. A primeira coisa que o comprador fazia para “traze-las bem domesticadas e disciplinadas” era castigá-las, “haja açoites, haja correntes e grilhões”. Os historiadores dos escravocratas criaram a legenda que aqui a escravidão foi branda, quando foi crudelíssima. Dou dois exemplos aterradores:

O primeiro: O holandês, Dierick Ruiters que em 1618 passou pelo Rio relata: “Um negro faminto furtou dois pães de açucar. O senhor, sabendo disso, mandou amarrá-lo de bruços a uma tábua e ordenou que um negro o surrasse com chicote de couro; seu corpo ficou da cabeça aos pés, uma chaga aberta e os lugares poupados pelo chicote foram lacerados à faca; terminado o castigo, um outro negro derramou sobre suas feridas um pote contendo vinagre e sal…tive que presenciar –relata o holandês – a transformação de um homem em carne de de boi salgada; e como se isso não bastasse, derramaram sobre suas feridas piche derretido; deixaram-no toda uma noite, de joelhos, preso pelo pescoço a um bloco, como um mísero animal”(Cf. L.Gomes, Escravidão vol.I,2019,p.304). Sob tais castigos.  a espectativa de vida de uma pessoa escravizada em 1872 era de 18,3 anos.A história da escravidão negra foi escrita pela mão branca.

O outro não menos horripilante, vem do antropólogo Darcy Ribeiro,que pinta a situação geral do escravizado:”Sem amor de ninguém, sem família, sem sexo que não fosse a masturbação, sem nenhuma identificação possível com ninguém – seu capataz podia ser um negro, seus companheiros de infortúnio, inimigos -, maltrapilho e sujo, feio e fedido, perebento e enfermo, sem qualquer gozo ou orgulho do corpo, vivia a sua rotina.  Esta era sofrer todo dia o castigo diário das chicotadas soltas, para trabalhar atento e tenso.  Semanalmente, vinha um castigo preventivo, pedagógico, para não pensar em fuga, e, quando chamava atenção, recaía sobre ele um castigo exemplar, na forma de mutilações de dedos, do furo dos seios, de queimaduras com tição, de ter todos os dentes quebrados criteriosamente, ou dos açoites no pelourinho, sob trezentas chicotadas de uma vez, para matar, ou cinquenta chicotadas diárias, para sobreviver.  Se fugia e era apanhado, podia ser marcado com ferro, ser queimado vivo, em dias de agonia, na boca da fornalha, ou, de uma vez só, jogado nela para arder como um graveto oleoso” (O Povo Brasileiro,1995,p.119-120).

O jesuíta André João Antonil dizia:”para o escravo são necessários três Ps, a saber: pau, pão e pano”. Pau para bater, Pão para não deixá-lo morrer de fome e Pano para esconder-lhe as vergonhas.De modo geral a história dos escravizados negros foi escrita pela mão branca.

É sempre atual o grito lancinante de Castro Alves em “Vozes d’Africa”: “Ó Deus, onde estás que não respondes? Em que mundo, em qu’estrela tu t’escondes/ Embuçado nos céus? Há dois mil anos te mandei meu grito/ Que embalde, desde então, corre o infinito… /Onde estás, Senhor Deus?” Como dói! Jessé de Souza em sua obra mostrou que o que os escravocratas fizeram com os negros,a maioria da atual classe dominante, transfere em desprezo e ódio aos negros de hoje

Falo como teólogo:misteriosamente Deus se calou como se calou no campo de extermínio nazista de Auschwitz-Birkenau que fez o Papa Bento XVI,estando lá, se perguntar:” Onde estava Deus naqueles dias? Por que Ele silenciou? Como pôde permitir tanto mal?”

E a pensar que foram cristãos os principais escravocratas. A fé não os ajudou a ver nessas pessoas “imagens e semelhanças de Deus”, menos ainda, “filhos e filhas de Deus”, nossos irmãos e irmãs. Como foi possível a crueldade nos porões de tortura dos vários ditadores militares do Brasil, da Argentina, do Chile, do Uruguai, de El Salvador que se diziam cristãos ou católicos? E o ex-presidente,condenado por tentativa de golpe de estado, Jair Bolsonaro, defendia publicamente a tortura como modo de enfrentar opositores.

Quando a contradição é grande demais que vai além de qualquer racionalidade,que encontra aqui o seu limite, simplesmente calamos. É o mysterium iniquitatis, o mistério da iniquidade que até hoje nenhum filósofo, teólogo ou pensador encontrou-lhe uma resposta. Cristo na cruz também gritou e sentiu a “a morte”de Deus. Mesmo assim vale a aposta de que todas as trevas juntas não conseguem apagar uma luzinha de bondade que brilha na noite humana. É a nossa esperança contra toda a esperança.

Leonardo Boff é filósofo, teólogo escreve para a revista LIBERTA do ICL (https://www.revistaliberta.com.br) ; Paixão de Cristo-paixão do mundo,Vozes 2009.

L’umanità ha ancora un futuro?

Leonardo Boff

È consuetudine alla fine di ogni anno fare un bilancio, una sorta di lettura cieca che cattura solo ciò che è rilevante. Ci sarebbero troppe cose da ricordare. Osserviamo solo che è in atto un lento e inarrestabile degrado del nostro modo di abitare la Terra. Il riscaldamento globale aumenta ogni anno e sta già mostrando i suoi effetti catastrofici in tutto il mondo con grandi inondazioni, tifoni e incendi fenomenali. Abbiamo assistito a una disastrosa alluvione nel Rio Grande do Sul, che ha distrutto parti di intere città, oltre a danneggiare l’agricoltura.

Si dice che siamo entrati in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero che il meteorite che sta distruggendo la natura non sia altro che l’umanità stessa. Altri vanno oltre e aggiungono che siamo nell’era del Necrocene, ovvero la morte di massa (necro) di specie, nell’ordine delle 70-100 mila al anno, secondo il noto biologo Edward Wilson. Negli ultimi tempi, il numero di incendi è cresciuto così tanto in tutto il mondo che si parla già di Pirocene (pyros in greco significa fuoco), la fase più avanzata e pericolosa dell’Antropocene. A questo si aggiunge la perversa disuguaglianza sociale, poiché l’1% dei ricchi possiede più ricchezza di oltre la metà dell’umanità (4,7 miliardi), il che è un’infamia e una negazione dell’umanità.

Di fronte a un tale livello di degrado generalizzato, mai visto prima della presenza degli esseri umani nel processo evolutivo, molti, compresi grandi nomi della scienza, si chiedono se non siamo vicini alla possibile fine della specie umana. E a ragione, perché non si tratta di fantasmi ma di segnali inquietanti. Il premio Nobel per la biologia del 1974, Christian de Duve, nel suo meticoloso libro Vital Dust, life as a cosmic imperative (Basic Books 1995), afferma che al giorno d’oggi “l’evoluzione biologica marcia a un ritmo accelerato verso una grave instabilità; in un certo senso, la nostra epoca assomiglia a una di quelle importanti rotture dell’evoluzione, segnate da estinzioni di massa”. Lo scienziato Norman Myers ha calcolato che solo in Brasile, negli ultimi 35 anni, quattro specie si sono estinte ogni giorno. Théodore Monod, un qualificato naturalista, ha lasciato come testamento un testo riflessivo intitolato: “E se l’avventura umana dovesse fallire?” (2000). Egli afferma: “siamo capaci di comportamenti insensati e dementi; d’ora in poi, si può temere tutto, assolutamente tutto, compreso l’annientamento della razza umana”.

Da quando l’essere umano è emerso come homo habilis più di due milioni di anni fa, ha squilibrato il suo rapporto con la natura. Fino a quarantamila anni fa, i danni ecologici erano insignificanti. Ma da quella data in poi, iniziò un assalto sistematico alla biosfera. In poche centinaia di anni, i cacciatori estinsero i mammut, i bradipi giganti e altri mammiferi preistorici. Nell’era industriale (1850), sono stati sviluppati strumenti che hanno reso possibile il dominio/devastazione della natura. Attualmente, questo processo si è aggravato al punto che i nove elementi (planetary bounderies) che sostengono la vita stanno rapidamente collassando, rendendo di fatto impossibile la civiltà.

Siamo nell’era glaciale da 2 milioni di anni. L’attuale fase interglaciale calda è iniziata 11.400 anni fa (periodo dell’Olocene). Secondo gli schemi passati, dovremmo entrare in un nuovo periodo di raffreddamento. Tuttavia, la nostra specie ha profondamente alterato la natura dell’atmosfera. Diversi gas serra come il CO₂, il metano e altri importanti gas stanno riscaldando l’intero pianeta. Entro il 2035, non si potrebbero raggiungere i due gradi in più della temperatura, poiché ciò sarebbe disastroso per gran parte dell’umanità e per la natura. Già ora, nel 2025, abbiamo raggiunto +1,77 °C.

A questi problemi si aggiungono la mancanza di acqua potabile (solo il 3% è dolce) e la sovrappopolazione della specie umana, che ha già occupato l’83% del pianeta, depredandolo. Gli esseri umani riusciranno a vivere insieme in un’unica Casa Comune? Non siamo esseri pacifici, ma estremamente aggressivi, privi di cooperazione e cura. L’astronomo reale inglese Sir Martin Rees, nel suo libro “Final Hour: Environmental Disaster Threatens Humanity’s Future” (2005), stima che, se le cose continuano così, potremmo annientarci in questo secolo.

Nonostante questo quadro desolante alla fine del 2025, continuo a sperare che l’umanità, con la sua intelligenza, la sua ragione compassionevole e il suo senso di sopravvivenza, decida per la continuazione della vita su questo pianeta e non per il suicidio collettivo.

Certo, dobbiamo essere pazienti con l’umanità. Non è ancora pronta. Ha molto da imparare. In relazione al tempo cosmico, le rimane meno di un minuto di vita. Ma con essa, l’evoluzione ha compiuto un balzo in avanti, da incosciente si è fatta cosciente. E con la coscienza, può decidere quale destino desidera per sé stessa. Da questa prospettiva, la situazione attuale rappresenta una sfida piuttosto che un disastro, un viaggio verso un livello superiore e non un tuffo nell’autodistruzione.

Ora tocca a noi mostrare amore per la vita nella sua maestosa diversità, provare com-passione per tutti coloro che soffrono, realizzare rapidamente la necessaria giustizia sociale e amare la Grande Madre, la Terra. Le Scritture giudaico-cristiane ci incoraggiano: “Scegli la vita e vivrai” (Dt 30,28). Affrettiamoci, perché non abbiamo molto tempo da perdere.

Leonardo Boff ha scritto: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008; Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024 (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)