La pasqua in un prolungato venerdì santo

Come possiamo celebrare la Pasqua, la vittoria della vita sulla morte e, ancor più, l’irruzione dell’uomo nuovo, nel contesto di un venerdì santo di passione, dolore e morte, che non sappiamo quando finirà, sotto l’attacco del coronavirus a tutta l’umanità senza distinzione?

Scoraggiati, anche in questa pandemia è opportuno celebrare la Pasqua con una gioia riservata. Non è solo una festa cristiana, risponde a una delle più antiche utopie umane: l’irruzione dell’uomo nuovo.

In tutte le culture conosciute, dall’antica epopea mesopotamica di Gilgames, passando per il mito greco di Pandora, fino all’utopia della Terra senza Mali dei Tupi-Guaranì, c’è la percezione che l’essere umano come lo conosciamo debba essere superato. Non è pronto. Non è ancora nato del tutto. Il vero uomo è latente nei dinamismi della cosmogenesi e dell’antropogenesi. Appare come un progetto infinito, portatore di innumerevoli potenzialità che lottano per irrompere. Egli intuisce che solo allora sarà pienamente uomo, l’uomo nuovo, quando tali potenzialità saranno pienamente realizzate.

Tutti i loro sforzi, per grandi che siano, si scontrano con una barriera insormontabile: la morte. Anche la persona più anziana un giorno morirà. Raggiungere l’immortalità biologica, preservando le attuali condizioni spazio-temporali, come alcuni propongono, sarebbe un vero inferno: cercare di realizzare l’infinito dentro di sé e trovare solo finiti che non lo saziano mai. È sempre in attesa. Forse lo spirito ucciderebbe il corpo per realizzare l’infinito del suo desiderio.

Ma ecco, un uomo si alza in Galilea, Gesù di Nazareth, e proclama: “Il tempo dell’attesa è finito. Si avvicina il nuovo ordine che sta per essere introdotto da Dio. Rivoluzionate il vostro modo di pensare e di agire. Credete in questa buona notizia” (cfr Mc 1,15; Mt 4,17).

Conosciamo la tragica saga del profetico Predicatore: “Venne ai suoi e i suoi non lo riceverono” (Gv 1,11). Colui che “è passato per il mondo facendo del bene” (At 10,39) fu respinto e finì inchiodato in una croce.

Ma ecco che, tre giorni dopo, le donne si recarono presto di mattina alla tomba e sentirono una voce: “Perché cercate i vivi tra i morti? Gesù non è qui. Lui è risorto” (Lc 24,5; Mc 16,6).

Questo è il fatto nuovo e sempre atteso: la buona notizia si è avverata. Da un uomo morto è emerso un resuscitato, un nuovo essere. Questo è il significato della Pasqua, la festa centrale del cristianesimo. I suoi seguaci capirono presto che il Risorto era la realizzazione dell’antico sogno dell’umanità: l’attesa è finita. Ora è il momento di una vita piena senza morte. Liberato dallo spazio e dal tempo e dai condizionamenti umani, il Risorto appare, scompare, si fa presente con i viandanti di Emmaus, appare sulla spiaggia e mangia con gli apostoli e si riconosce nello spezzare il pane.

Gli Apostoli non sanno come definirlo. San Paolo, il più grande genio del pensiero cristiano, ha scelto la parola giusta: “Egli è il novissimo Adamo” (1Cor 15,45). L’Adamo non più soggetto alla morte, quello che ha lasciato dietro di sé il vecchio Adamo mortale.

Come per prenderla in giro, San Paolo provoca: “O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è il pungiglione con cui spaventavi gli uomini? La morte è stata inghiottita nella vittoria di Cristo (1Co 15:55). Lo definisce come “un corpo spirituale” (1Co 15,44), cioè concreto e riconoscibile come corpo umano, ma in modo diverso, con le qualità dello spirito. Lo spirito ha una dimensione cosmica. È nel corpo, ma è anche nelle stelle più lontane e nel cuore di Dio. Lo spirituale è anche inteso come il modo di essere proprio dello Spirito Santo. È in tutto, muove tutte le cose, e riempie l’universo.

Un antico testo, degli anni 50, del Vangelo di Tommaso dice meravigliosamente: “Alza la pietra e io sono sotto di essa; taglia il legno e io ci sono dentro, perché sono con te sempre, fino alla pienezza dei tempi”. Sollevare una pietra richiede forza, tagliare il legno richiede sforzo. Anche in loro c’è il Risorto, nelle cose più quotidiane.

Dobbiamo comprendere correttamente la resurrezione. Non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro che è tornato a essere quello di prima e ha finito per morire. La resurrezione è la piena realizzazione di tutte le potenzialità nascoste nella realtà umana. La morte non esercita più il dominio su di lui. È infatti la nascita terminale dell’essere umano, come se avesse raggiunto il culmine del processo evolutivo o lo avesse anticipato. Nell’espressione forte di Teilhard de Chardin, il Risorto esplose e implose in Dio.

Nelle sue epistole, soprattutto agli Efesini e ai Colossesi, San Paolo sviluppa una vera cristologia cosmica. Egli “è tutto in tutte le cose” (Col 3,12); “il capo di tutte le cose” (Ef 1,10). Nel linguaggio della cosmologia moderna, il paleontologo e pensatore Pierre Teilhard de Chardin dirà la stessa cosa nel XX secolo.

La Pasqua è l’inaugurazione dell’uomo nuovo, pienamente realizzato. Vale per tutti gli esseri umani. Pertanto, un tale evento benedetto non è un’esclusiva di Gesù. San Paolo ci assicura che partecipiamo a questa risurrezione: “Egli è il primo frutto (l’anticipazione) di coloro che muoiono” (1 Cor 5,20), “il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29).

Alla luce di questa celebrazione pasquale possiamo dire che l’alternativa cristiana è questa: la vita o la risurrezione. Affermiamo e riaffermiamo con gioia: non viviamo per morire, ma per risorgere.

Leonardo Boff è teólogo e ha pubblicato La rissurrezione di Cristo e na nostra nella morte, Cittadella 2008.

 

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

La pascua en un prolongado viernes santo

¿Cómo celebrar la pascua, la victoria de la vida sobre la muerte, y más aún, la irrupción del hombre nuevo, en el contexto de un viernes santo de pasión, dolor y muerte, que no sabemos cuándo termina, bajo el ataque del coronavirus sin distinción a toda la humanidad?

Apesadumbrados, incluso en esta pandemia es apropiado celebrar la pascua con una reservada alegría. No es sólo una fiesta cristiana, responde a una de las más antiguas utopías humanas: la irrupción del hombre nuevo.

En todas las culturas conocidas, desde la antigua epopeya mesopotámica de Gilgamés, pasando por el mito griego de Pandora, hasta la utopía de la Tierra sin Males de los Tupí-Guaraní, existe la percepción de que el ser humano tal como lo conocemos debe ser superado. No está listo. Aún no ha acabado de nacer. El verdadero hombre está latente en los dinamismos de la cosmogénesis y la antropogénesis. Aparece como un proyecto infinito, portador de innumerables potencialidades que forcejean por irrumpir. Intuye que sólo será plenamente hombre, el hombre nuevo, entonces, cuando tales potencialidades se realicen plenamente.

Todos sus esfuerzos, por grandes que sean, se topan con una barrera insuperable: la muerte. Incluso la persona más vieja llegará un día en que también morirá. Alcanzar una inmortalidad biológica, conservando las actuales condiciones espacio-temporales, como algunos proponen, sería un verdadero infierno: buscar realizar el infinito dentro de sí y encontrar sólo finitos que nunca lo sacian. Siempre está a la espera. Tal vez el espíritu mataría al cuerpo para realizar lo infinito de su deseo.

Pero he aquí que un hombre se levanta en Galilea, Jesús de Nazaret, y proclama: “El tiempo de espera ha terminado. Se acerca el nuevo orden que va a ser introducido por Dios. Revolucionad vuestra forma de pensar y de actuar. Creed esta buena noticia” (cf. Mc 1,15; Mt 4,17).

Conocemos la trágica saga del profético Predicador: “Vino a los suyos y los suyos no le recibieron” (Jn 1,11). Él que “pasó por el mundo haciendo el bien” (Hch 10,39) fue rechazado y terminó clavado en la cruz.

Pero he aquí que tres días después, las mujeres fueron muy de madrugada al sepulcro y oyeron una voz: “¿Por qué buscáis entre los muertos al que está vivo? Jesús no está aquí. Ha resucitado” (Lc 24,5; Mc 16,6).

Este es el hecho nuevo y siempre esperado: la buena noticia se ha hecho realidad. De un muerto surgió un resucitado, un ser nuevo. Este es el significado de la Pascua, la fiesta central del cristianismo. Sus seguidores pronto entendieron que el Resucitado era la realización del sueño ancestral de la humanidad: la espera ha terminado. Ahora es el tiempo de la vida plena sin muerte. Liberado del espacio y del tiempo y de los condicionamientos humanos, el Resucitado aparece, desaparece, se hace presente con los caminantes de Emaús, se presenta en la playa y come con los apóstoles y se le reconoce al partir el pan.

Los Apóstoles no saben cómo definirlo. San Pablo, el mayor genio del pensamiento cristiano, eligió la palabra correcta: “Él es el novísimo Adán” (1Cor 15,45). El Adán no sometido ya a la muerte, el que dejó atrás al viejo Adán mortal.

Como si se burlara, provoca San Pablo: “Oh, muerte, ¿dónde está tu victoria? ¿Dónde está el aguijón con el que asustabas a los hombres? La muerte ha sido tragada por la victoria de Cristo” (1Cor 15,55). Y lo define como “un cuerpo espiritual” (1Cor 15,44), es decir, es concreto y reconocible como cuerpo humano, pero de una manera diferente, con las cualidades del espíritu. El espíritu tiene una dimensión cósmica. Está en el cuerpo, pero también en las estrellas más distantes y en el corazón de Dios. Lo espiritual también se entiende como la forma de ser propia del Espíritu Santo. Está en todo, mueve todas las cosas y llena el universo.

Un antiguo texto, de los años 50, del Evangelio de Santo Tomás dice bellamente: “Levanta la piedra y estoy debajo de ella; parte la leña y estoy dentro de ella, porque estaré con vosotros todos los días hasta la plenitud de los tiempos”. Levantar una piedra requiere fuerza, cortar leña requiere esfuerzo. Incluso ahí está el Resucitado, en las cosas más cotidianas.

En sus epístolas, especialmente a los Efesios y a los Colosenses, San Pablo desarrolla una verdadera cristología cósmica. Él “es todo en todas las cosas” (Col 3,12); “la cabeza del cosmos” (Ef 1,10). En el lenguaje de la cosmología moderna, el paleontólogo y pensador Pierre Teilhard de Chardin dirá lo mismo en el siglo XX.

Tenemos que entender la resurrección correctamente. No es la reanimación de un cadáver, como el de Lázaro que volvió a ser lo que era antes y terminó muriendo. La resurrección es la plena realización de todas las potencialidades escondidas dentro de la realidad humana. La muerte ya no ejerce dominio sobre él. Es efectivamente el nacimiento terminal del ser humano, como si hubiera llegado a la culminación del proceso evolutivo o lo hubiera anticipado. En la fuerte expresión de Teilhard de Chardin, el Resucitado explosionó e implosionó en Dios.

La pascua es la inauguración del hombre nuevo, plenamente realizado. Es aplicable para todos los seres humanos. Por lo tanto, tal bendito evento no es exclusivo de Jesús. San Pablo nos asegura que participamos de esta resurrección: “Él es la primicia (la anticipación) de los que mueren” (1Cor 5,20), “el primero entre muchos hermanos y hermanas” (Rm 8,29).

A la luz de esta fiesta pascual podemos decir que la alternativa cristiana no es la vida o la muerte sino ésta: la vida o la resurrección. Afirmamos y reafirmamos con alegría: no vivimos para morir, sino para resucitar.

Leonardo Boff es teólogo y ha escrito: La resurrección de Cristo y nuestra resurrección en la muerte, Vozes, muchas ediciones, 2012, Trotta 2010.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Venerdì Santo: Gesù è ancora crocifisso nei crocifissi della storia

In questo tempo del coronavirus che sta causando paura e portando morte a molte persone in tutto il mondo, la celebrazione del Venerdì Santo assume un speciale significato. C’è Qualcuno che ha anche sofferto e, in mezzo a dolori terribili, è stato crocifisso, Gesù di Nazareth. Sappiamo che tra tutti coloro che soffrono si stabilisce un misterioso legame di solidarietà. Il Crocifisso, sebbene attraverso la risurrezione è stato fatto l’uomo nuovo e il Cristo cosmico, continua, proprio per questa ragione, a soffrire e ad essere crocifisso in solidarietà con tutti i crocifissi della storia. Così sarà oggi e fino alla fine dei tempi.

Gesù non è morto perché tutti dobbiamo morire. Fu assassinato a seguito di un doppio processo giudiziario, uno da parte dell’autorità politica romana e l’altro dall’autorità religiosa ebraica. La sua condanna era dovuta al suo messaggio del Regno di Dio, che implicava una rivoluzione assoluta in tutte le relazioni, alla sua nuova immagine di Dio come “Padre” (Abba) pieno di misericordia, alla libertà che predicava e viveva di fronte alle dottrine e le tradizioni che pesavano sulle spalle delle persone, al suo amore incondizionato, in particolare verso i poveri per i quali aveva compassione ed i malati che curava e, infine, per presentarsi come il Figlio di Dio. Questi atteggiamenti hanno rotto con lo status quo politico-religioso dell’epoca. Hanno deciso di eliminarlo.

Né morì semplicemente perché Dio lo voleva, il che sarebbe in contraddizione con l’immagine amorevole di Dio che ha annunciato. Ciò che Dio voleva, questo sì, era la sua fedeltà al messaggio del Regno e a Lui, sebbene ciò implicasse la morte. La morte è stata il risultato di questa fedeltà di Gesù a suo Padre e alla sua causa, il Regno, fedeltà che è uno dei più grandi valori di una persona.

Quelli che lo hanno crocifisso non potevano definire il senso di questa condanna. Lo stesso Crocifisso ha definito il suo significato: un’espressione di amore estremo e di donazione senza riserve per raggiungere la riconciliazione e il perdono per tutti coloro che lo hanno crocifisso e la solidarietà con tutti coloro che sono stati crocifissi nella storia, in particolare quelli che sono crocifissi innocentemente. È la via della liberazione e della salvezza umana e divina.

Affinché quella morte fosse davvero la morte, come l’ultima solitudine umana, attraversò la tentazione più terribile che chiunque potesse attraversare: la tentazione della disperazione. Ciò è evidente nel suo grido sulla croce. Lo scontro ora non è con le autorità che lo hanno condannato. È con suo Padre.

Il Padre con il quale ha vissuto una profonda intimità filiale, il Padre che aveva annunciato come misericordioso e con la bontà di una Madre, il Padre, il cui progetto, il Regno, aveva proclamato e anticipato nella sua prassi liberatrice, questo Padre ora, nel momento supremo della croce, sembra averlo abbandonato. Gesù attraversa l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, poco prima del momento finale, Gesù grida a gran voce: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal più profondo vuoto del suo spirito, sorgono domande terrificanti che costituiscono la più terribile tentazione, peggio delle tre di Satana nel deserto.

La mia lealtà al Padre era assurda? La lotta per il Regno, la grande causa di Dio, non aveva senso? Sono stati vani i pericoli che correvo, le persecuzioni subite, il degradante processo capitale a cui sono stato sottoposto e la crocifissione che sto soffrendo?

Gesù è nudo, indifeso, totalmente vuoto davanti al Padre che tace. Questo silenzio rivela tutto il suo mistero. Gesù non ha nulla a cui aggrapparsi.

Per i criteri umani, ha completamente fallito. La sua certezza interiore svanì. Ma anche se il terreno scompare sotto i suoi piedi, continua a fidarsi del Padre. Poi grida a gran voce: “Mio Dio, mio Dio!” Nel pieno della disperazione, Gesù si concede al Mistero davvero senza nome. Sarà la sua unica speranza e sicurezza. Non ha più alcun sostegno in se stesso, solo in Dio. L’assoluta speranza di Gesù è comprensibile solo assumendo la sua assoluta disperazione.

La grandezza di Gesù fu sopportare e superare questa terribile tentazione. Ma questa tentazione gli procurò un totale spogliarsi di se stesso, un essere nudo e un vuoto assoluto. Solo in questo modo la morte è davvero completa, nelle parole del Credo, una “discesa all’inferno” dell’esistenza, senza nessuno che ci accompagni. D’ora in poi, nessuno sarà solo nella morte. Lui sarà con noi perché ha sperimentato la solitudine di questo “inferno” del Credo.

Le ultime parole di Gesù mostrano la sua consegna, non rassegnata ma libera: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19:30) “E con un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15:37).

Questo vuoto totale è il presupposto per la pienezza totale. Il vuoto richiede di essere riempito. Questo è avvenuto attraverso la sua resurrezione. È la risposta del Padre alla fedeltà del Figlio, a colui che ha passato per questo mondo “facendo del bene” (At 10,39), guarendo alcuni e resuscitando altri. Questa resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro, ma l’irruzione dell’uomo nuovo (novissimus Adam: 2Cor 15,45), le cui latenti virtualità implosero ed esplosero in piena realizzazione e fioritura.

Ora il Crocifisso è il Risorto, presente in tutte le cose, il Cristo cosmico delle epistole di San Paolo e di Teilhard de Chardin. Ma la sua resurrezione non è ancora completa. Mentre i suoi fratelli e le sue sorelle rimangono crocifissi, la pienezza della risurrezione è in corso e ha ancora un futuro. Come insegna San Paolo, “lui è il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29; 2 Cor 15,20). Perciò, con la sua presenza di Risorto, accompagna la Via Crucis dei dolori delle sue sorelle e fratelli umiliati e offesi.

Viene crocifisso nei milioni di persone che ogni giorno soffrono la fame nelle favelas, dove sono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro disumane. Crocifisso in quelli in terapia intensiva che stanno combattendo, senza aria, contro il coronavirus. Crocifisso in chi è emarginato nelle campagne e nelle città, in quelli discriminati per essere neri, indigeni, fuggiti dalle schiavitù, poveri e di un diverso orientamento e sessuale.

Continua a essere crocifisso in quelli perseguitati per la loro sete di giustizia, in coloro che rischiano la vita in difesa della dignità umana, in particolare quella degli invisibili. Crocifisso in tutti coloro che combattono, senza successo immediato, contro i sistemi che succhiano il sangue degli operai, dilapidano la natura e producono profonde ferite nel corpo di Madre Terra. Non ci sono abbastanza stazioni su questa via dolorosa per descrivere tutti i modi in cui il Crocifisso/Risorto continua a essere perseguitato, imprigionato, torturato e condannato.

Ma nessuno di loro è solo. Gesù cammina, soffre e resuscita in tutti questi suoi compagni di tribolazione e di speranza. Ogni vittoria della giustizia, della solidarietà e dell’amore sono beni del Regno che si sta già realizzando nella storia, un Regno di cui saranno i primi eredi.

*Leonardo Boff, teologo, ha scritto: Pasione de Cristo – pasione del mundo, Vozes 2007,Trotta 2002.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

A páscoa numa sexta-feira santa prolongada

Como celebrar a páscoa, a vitória da vida sobre a morte, mais ainda, a irrupção do homem novo, no contexto de uma sexta-feira santa de paixão, dor e morte, que não sabemos quando acaba, sob o ataque do coronavírus, indistintamente, à toda a humanidade?

Pesarosos, mesmo dentro desta pandemia, cabe celebrar a páscoa com reservada alegria. Ela não é apenas uma festa cristã mas responde a uma das mais ancestrais utopias humanas: a irrupção do homem novo.

Sempre houve em todas as culturas conhecidas, desde a antiga epopeia mesopotâmica de Gilgamés, passando pelo mito grego de Pandora e chegando à utopia da Terra sem Males dos tupi-guarani, a percepção de que o ser humano assim como o conhecemos deve ser ser superado. Ele não está pronto. Ainda não acabou de nascer. O verdadeiro homem está latente dentro dos dinamismos da cosmogênese e da antropogênese. Comparece como um projeto infinito, portador de potencialidades incontáveis que forcejam por irromper. Intui que só será plenamente homem, então, o homem novo, quando tais potencialidades se realizarem em plenitude.

Todos os seus esforços, por maiores que sejam, esbarraram numa barreira intransponível: a morte. Mesmo o mais velho, chega o dia em que também vai morrer. Alcançar uma imortalidade biológica, conservadas as atuais condições espacio-temporais, como alguns propõem, seria um verdadeiro inferno: buscar realizar o infinito dentro de si e encontrar apenas finitos que nunca o saciam. Sempre está na espera. Talvez o espírito mataria o corpo para poder realizar o infinito de seu desejo.

Mas eis que um homem se levanta na Galileia, Jesus de Nazaré e proclama: “O tempo da espera se esgotou. Aproximou-se a nova ordem a se introduzida por Deus. Revolucionai-vos em vosso modo de pensar e de agir. Crede nessa alvissareira notícia”(cf. Mc 1,15: Mt 4,17).

Conhecemos a saga trágica do profético Pregador:”veio para o que era seu e os seus não o receberam”(Jo 1.11). Ele que “passou pelo mundo fazendo o bem”(At 10,39) foi rejeitado e acabou pregado na cruz.

Mas eis que três dias após, mulheres foram, bem de madrugada, ao sepulcro e ouviram uma voz:”Por que procurais entre os mortos, quem está vivo? Jesus não está aqui. Ressuscitou”(Lc 24,5;Mc 16,6).

Eis o fato novo e sempre esperado:a alvissareira notícia se realizou. De um morto emergiu um ressuscitado, um ser novo. É o sentido da páscoa, a festa central do Cristianismo. Seus seguidores logo entenderam que o Ressuscitado era a realização do sonho ancestral da humanidade: acabou a espera. Agora é o tempo da vida plena sem a morte. Liberto do espaço e do tempo e dos condicionamentos humanos o Ressuscitado aparece, desaparece, está presente com os andantes de Emaus,se apresenta na praia e come com os apóstolos e é reconhecido ao partir o pão.

Os Apóstolos não sabem como defini-lo. São Paulo, o maior gênio do pensamento cristão, escolheu a palavra certa: “Ele é o Adão novíssimo”(1 Cor 15,45). O Adão não mais submetido à morte mas aquele que deixou para trás o velho Adão mortal.

Como que zombando, provoca São Paulo:”Ó morte,onde está a tua vitória? Onde está o espantalho com o qual amedrontavas os homens? A morte foi tragada pela vitória de Cristo (1Cor 15,55). Define-o como sendo “um corpo espiritual” (1 Cor 15,44), vale dizer, é concreto e reconhecível como o corpo humano, mas de forma diferente, com as qualidades do espírito. O espírito possui uma dimensão cósmica. Está no corpo,mas também nas estrelas mais distantes e no coração de Deus. O espiritual é entendido também como a maneira de ser própria do Espírito Santo. Ele está em tudo,move todas as coisas e enche o universo.

Um texto antigo, dos anos 50, do evangelho de São Tomé, diz belamente:”levante a pedra e eu estou debaixo dela, rache a lenha e eu estou dentro dela, pois estarei convosco todos os dias até a plenitude dos tempos”. Levantar uma pedra exige força, cortar lenha demanda esforço. Mesmo ai, está o Ressuscitado, nas coisas mais comezinhas do cotidiano.

Em suas epístolas, especialmente aos Efésios e aos Colossenses, São Paulo desenvolve uma verdadeira cristologia cósmica. Ele “é tudo em todas as coisas”(Col 3,12); “a cabeça de todas as coisas” (Ef 1,10). O  mesmo dirá, no século XX, na linguagem da moderna cosmologia, o palentólogo e pensador Pierre Teilhard de Chardin.

Devemos compreender corretamente a ressurreição. Não se trata da reanimação de um cadáver, como aquele de Lázaro que voltou ao que era antes e acabou morrendo. Ressurreição é a realização plena de todas as potencialidades abscoditas dentro da realidade humana. A morte não possui nenhum domínio mais sobre ele. Efetivamente é o nascimento terminal do ser humano, como se ele tivesse chegado na culminância do processo evolutivo ou o tivesse antecipado. Na forte expressão de Teilhard de Chardin, o Ressuscitado explodiu e implodiu para dentro de Deus.

A páscoa é a inauguração do homem novo, plenamente realizado. Vale para todos os humanos. Portanto, tal evento bem-aventurado não é exclusivo de Jesus. São Paulo nos assegura que nós participamos desta ressurreição:”ele é as primícias (a antecipação) dos que morrem” (1Cor 5,20), “o primeiro entre muitos irmãos e irmãs”(Rom 8,29).

À luz desta festa pascal podemos dizer que a alternativa cristã é esta: ou a vida ou a ressurreição. Alegremente afirmamos e reafirmamos: não vivemos para morrer; morremos para ressuscitar

Leonardo Boff é teólogo e escreveu A ressurreição de Cristo e a nossa ressurreição na morte, Vozes,muitas edição 2012.