In principio era il femminile

Il presente testo vuol essere un piccolo contributo al dibattito sul femminile, profondamente distorto dalla cultura patriarcale dominante. E tanto per cominciare, affermiamo fin da adesso che il femminile è venuto prima. Vediamo come è nato nel processo di sesso-genesi. Varie sono state le tappe.

La vita esisteva sulla Terra già 3,8 miliardi di anni fa. L’antenato comune di tutti i viventi è stato probabilmente un batterio unicellulare senza nucleo che si moltiplicava per divisione interna, a una velocità spaventosa. Questo durò circa un miliardo di anni.

Due miliardi di anni fa, nasceva una cellula con membrana e due nuclei, dentro i quali si trovavano i cromosomi. In questa si identifica l’origine del sesso. Quando avveniva lo scambio di nuclei tra due cellule binucleate, si generava un unico nucleo, con cromosomi appaiati. Prima, erano le cellule che si suddividevano, adesso avviene lo scambio tra due cellule differenti e i loro nuclei. La cellula si riproduce sessualmente a partire dall’incontro con un’altra cellula. Avviene cosi la simbiosi – composizione di differenti elementi – che insieme con la selezione naturale rappresenta la forza più importante dell’evoluzione. Tale fatto ha delle conseguenze filosofiche: la vita è intessuta più di scambi, di cooperazione e simbiosi che di lotta competitiva per la
sopravvivenza.

Nei primi due miliardi di anni, negli oceani, da dove la vita aveva fatto irruzione in terra ferma, non esistevano organi sessuali specifici, ma solo un’esistenza femminile generalizzata che nel grande utero degli oceani, dei laghi e dei fiumi generava vita. In questo senso possiamo dire che il principio femminile è stato primo e originario.

Soltanto quando esseri vivi lasciarono il mare, lentamente nacque il pene, qualcosa di maschile, che toccando la cellula passava ad essa parte del suo DNA, dove stanno i geni.

Circa 370 milioni di anni fa con l’apparizione dei vertebrati (come i rettili) questi misero in essere l’uovo amniotico pieno di nutrienti e consolidarono la vita sulla terra ferma. Con l’apparizione dei mammiferi, circa 125 milioni di anni fa nasceva ormai una sessualità definita in termini di maschio e femmina. E’ qui che compaiono i comportamenti di cura, di amore e difesa della prole. Circa 70 milioni di anni fa apparve il nostro antenato mammifero che viveva tra il fogliame degli alberi, nutrendosi di gemme e fiori. Con la scomparsa dei dinosauri, 67 milioni di anni fa poterono scendere al suolo e svilupparsi fino ai nostri giorni.

C’è anche il sesso genetico-cellulare umano che presenta il quadro seguente: la donna si caratterizza per 22 paia di cromosomi somatici più due cromosomi X (XX). Quello dell’uomo consta pure di 22 paia di cromosomi ma appena un cromosoma X (XY). Da qui si capisce che il sesso base è femminile (XX) essendo che quello maschile (XY) rappresenta una derivazione sua per un unico cromosoma (Y). Pertanto non c’è un sesso assoluto, ma solo uno dominante. In ciascuno di noi uomini e donne “esiste un secondo sesso”.

Ancora. In riferimento al sesso gonadico è importante notare che nelle prime settimane, l’embrione si presenta come androgino, vale a dire che possiede tutte e due le possibilità sessuali, femminile o maschile. A partire dall’ottava settimana, se un cromosoma maschile Y penetra nell’uovo femminile durante la fecondazione, mediante l’ormone androgeno la definizione sessuale sarà maschile.

Se non succede niente, prevale la base comune femminile. In termini di sesso gonadico possiamo dire che il cammino femminile è primordiale. A partire dal femminile avviene la differenziazione, il che non autorizza il fantasioso “principio di Adamo”. La rotta del maschile è una modificazione della matrice femminile, a causa della secrezione dell’androgeno attraverso i testicoli.

In fine esiste il sesso ormonale. Tutte le ghiandole sessuali nell’uomo e nella donna sono governate dall’ipofisi, sessualmente neutra e dall’ipotalamo che è sessuato. Queste ghiandole secernono nell’ uomo e nella donna i due ormoni: androgeno (maschile) e estrogeno (femminile). Sono responsabili per le caratteristiche secondarie della sessualità. La predominanza di uno o dell’altro ormone produrrà una configurazione e un comportamento con caratteristiche femminili o maschili. Se nell’uomo c’è un impregnazione maggiore di estrogeno, avrà alcuni tratti femminili; la stessa cosa succede in riferimento all’androgeno.

È opportuno notare che la sessualità possiede una dimensione ontologica. L’essere umano non possiede sesso. E’ sessuato in tutte le sue dimensioni corporali, mentali e spirituali. Fino all’emersione della sessualità, il mondo è degli stessi e degli identici. Con la sessualità emerge la differenziazione per lo scambio tra differenti.

Sono differenti per poter inter-relazionarsi e stabilire legami di convivenza. E’ quel che avviene con la sessualità umana: ognuno, oltre la forza istintiva che sente dentro di sé, sente pure la necessità di canalizzare tale forza. Vuole amare e essere amato, non per imposizioni ma per libertà. La sessualità sboccia nell’amore, la forza più importante “che muove il cielo e le stelle” (Dante) e anche i nostri cuori. E’ la suprema realizzazione che l’essere umano può desiderare. Ma, attenzione: il femminile è venuto prima, è la base.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

“A esperança que só se justifica naqueles que caminham”:P.Casaldaliga

 Pedro Casaldaliga bispo de São Felix do Araguaia fará 90 anos no dia 16 de fevereiro. Está sendo celebrado no mundo inteiro. É pastor, profeta, poeta e amigo dos pobres, especialmente dos indígenas e das vítimas do latifúndio. Ameaçado de morte e de ser expulso do Brasil, pois é espanhol de Barcelona, só não o foi quando o Papa Paulo VI disse:”Quem mexe em Pedro, mexerá em Paulo (o Papa). Agora com parkinson, quase não fala, mas mantem a mente lúcida e o vigor poético. Transcrevemos aqui a homenagem que a Universidade Carlos III de Madrid lhe dedicou. Nos associamos a esta celebração. Lboff
José María Concepción, Juan José Tamayo, Eduardo Lallana y Mari Pepa Raba RD

Dios tiene un sueño. Este sueño coincide con los mejores sueños de todas las personas y todos los pueblos: la vida, la paz, la justicia, la libertad en la diversidad, en un solo mundo, sin primero ni segundo ni tercero, en la ley suprema del amor

(Jesús Bastante).- “La esperanza sólo se justifica en quienes caminan”. Palabra de Casaldáliga. La voz del apóstol de la Amazonía se hizo presente esta tarde-noche en el campus de Madrid de la Universidad Carlos III, donde decenas de amigos se concentraron para homenajear a Pedro Casaldáliga. El hombre, el obispo, el intelectual, el poeta subversivo.

Cuatro primeros espada en el conocimiento de dom Pedro, Juan José Tamayo, Mari Pepa Raba, Eduardo Lallana y José María Concepción, se ocuparon de trazar un perfil personal e intelectual de Casaldáliga, que el próximo 16 de febrero cumplirá 90 años (¡Santidad, llame a Pedro Casaldáliga por su 90 cumpleaños!)

Junto a ellos, Fernando García Casas, secretario de Estado de Cooperación Internacional, quiso enviar un saludo a los presentes, en el que definió a Pedro como “un ciudadano universal”, con “un intenso mensaje cristiano” que hoy, a sus 90 años, sigue siendo un ejemplo “para quienes no nacieron en el lado soleado de la vida”.

José María Concepción: “Con Pedro, la utopía sigue”

Fue José María, el ‘archivero de Casaldáliga’, quien apuntó cómo “Pedro vive, y yo prefiero escuchar, y ser su portavoz”. Así, leyó un texto suyo, que dom Pedro pronunció en la Universidad de Campinhas en octubre de 2000, al ser declarado Doctor Honoris Causa. “Un viejo cura de aldea, catalán y poeta”, se definía a sí mismo, aunque pidió ser denominado “Pasionis Causa“, por su “pasión por la utopía” en plena “posmodernidad escarmentada, pero que es la pasión de la esperanza”.

Una utopía frente al “pensamiento único, poder único”, hablaba Pedro, refiriéndose a la “eutopía”, ese “otro lugar” donde quepan todos “para la completa familia humana”, lejos de la “globalización neoliberal homicida y ecocida“. Unas palabras que hoy subrayaría el mismísimo Papa Francisco.

Y tres actitudes éticas: la mirada limpia, la empatía compasiva, y la sencillez de vida, para crear unos valores alternativos. Para Pedro, es preciso “tener en cuenta la realidad, trabajar por y con la realidad, y encargarse de ella para transformarla”. “Somos obreros en construcción de la utopía (…) Queremos dar razón de nuestra esperanza, por una esperanza creíble. No se trata de esperar sentados (…). La esperanza no se puede traducir en pasiva resignación religiosa. Contra toda esperanza, esperamos, tal vez… pero andando”.

“Con Pedro, la utopía sigue”, concluyó José María, anunciando la creación de una web donde se colgarán todos los poemas en castellano de Casaldáliga, y que se podrán consultar aquí.

Mari Pepa Raba: “Un hombre que buscó la verdad, sin hacer daño a nadie”

Por su parte, Mari Pepa Raba recordó sus primeros encuentros con Casaldáliga, allá por 1990. “Desde entonces esos han sido nuestros veranos”, evocó, emocionada. “Nuestra vida más cercana con Pedro han sido estos últimos 16 años. Es un comunicador nato, y te quiere escuchar”.

Ahora, que ella tampoco puede viajar, recuerda el momento en que se despidieron. “será la última vez que nos viéramos. Él me dijo que nos volveríamos a encontrar”.

Hablar de Pedro ahora es un poco duro. La enfermedad es muy cruel. Él le llama ‘su hermano’, un ‘hermano grileiro’, que le estaba cansando la vida”, apuntó Mari Pepa. O “su superior general”, como recordó Eduardo Lallana.

“Es difícil de explicar. Es un hombre con una armonía en sí mismo, en su conexión con el mundo, con la naturaleza, que va unido al encuentro interior con Jesús”, explicó Mari Pepa, y eso “le lleva al amor que ofrece a los demás, especialmente a los niños”. “Es un hombre delicado, con muy buen humor… Ha sido muy especial con las mujeres, con las madres, con las abuelas”.

Cuando conoces a Pedro te das cuenta que lo del Evangelio es verdad, que lo del Buen Pastor es así en Pedro” subrayó Raba, quien confesó cómo en su 80 cumpleaños, el obispo les contó cuando en la Guerra Civil su padre fue arrestado. “Su padre era tratante de ganado, y apareció un corderillo que iba detrás del camión con los detenidos. Pedro cogió al cordero y lo abrazó. Y en ese momento sintió que quería ser pastor, quería cuidar a los demás”.

“Un hombre muy radical, muy crítico con la política y con la Iglesia. Y en esa búsqueda de la verdad, ha tenido muy claro que había de hacerlo sin hacer daño a nadie. Para nosotros siempre estará, y seguirá allí. Ahora, su situación no es buena. Ya no puede hablar, y yo me despedí ya, en el año 2015″.

Eduardo Lallana: “Pedo hace poesía del cada día”

Mi casa y mi corazón están abiertos”, fue la respuesta de Pedro Casaldáliga a la petición de Eduardo Lallana de conocerle. Corría el año 1999. Desde entonces, una experiencia que “ha dado pleno sentido a mi vida desde que le conocí”.

Lallana, presidente de ‘Tierra Sin Males’, habló del río Araguaia, pues el entorno es importante para entender a Casaldáliga. “El río, la tierra, las gentes”. El paisaje de Pedro ha dado naturaleza a toda esa región. “Detrás de su casa está la selva en su virginidad”.

“Pedro hace poesía del cada día”, sostuvo, citando algunas frases de este poeta que, lamentó, “no ha sido reconocido por ninguna Universidad española, tampoco de la Iglesia”. Sí por varias latinoamericanas. Junto al río y la tierra, “el pueblo”. “Pedro entrega su existencia por su gente, el pueblo”, destacó. “Dios tiene un sueño -nos dice Pedro-. Este sueño coincide con los mejores sueños de todas las personas y todos los pueblos: la vida, la paz, la justicia, la libertad en la diversidad, en un solo mundo, sin primero ni segundo ni tercero, en la ley suprema del amor”.

Lo que yo os pido es que no os olvidéis de los pobres. Y estos pobres se concretan en los pueblos indígenas, la mujer marginada, los sin tierra, los prisioneros, y los muchos hijos e hijas de Dios prohibidos de vivir en libertad. También os pido que no os olvidéis nunca de la sangre de los mártires”, les pidió a Lallana y Concepción. Eso es, también, la Misa de la Tierra sin Males, que “nos invita a la lucha y al compromiso, por una tierra que está naciendo ya”.

También, el pueblo negro, oprimido también en Brasil. “Pedro les dedicó la Misa de los Quilombos, pidiéndoles perdón”. En la presentación de la misma, critica cómo “en el nombre de un Dios supuestamente blanco (…), millones de negros vienen siendo sometidos, durante siglos a la esclavitud, a la desesperación y la muerte (…). Pero ahí están, de pie, rompiendo las numerosas cadenas (…). Fulgurantemente negros, al pie de la luz y la esperanza”.

“Me emociona hablar de Pedro”, culminó Lallana, quien recordó cómo, al igual que le sucedió a él, la casa de Casaldáliga siempre está abierta a todos, desde ministros a los más pobres. “A todos los recibe de la misma manera. Por eso Pedro puede decir aquelllo de ‘Al final de mi vida abriré mi corazón lleno de nombres'”.

Juanjo Tamayo: “Memoria subversiva de la liberación”

Finalmente, el teólogo Juan José Tamayo trazó un “retrato en doce imágenes” del obispo-profeta de la Amazonía. Para el director de la Cátedra de Teología y Ciencias de las Religiones ‘Ignacio Ellacuría’ de la Carlos III, la figura de Casaldáliga “trasciende lo religioso”.

“El 16 de febrero de 2018 Pedro Casaldàliga cumple 90 años. Una efemérides para celebrar, conmemorar, festejar, para hacer memoria subversiva de una vida comprometida con la liberación de los pueblos oprimidos y con las causas de los sectores más vulnerables que, como él mismo confiesa, son más importantes que su vida. Pero también para mirar al futuro con esperanza, en medio de los nubarrones que se ciernen por doquier”, señaló Tamayo, quien denunció los “nubarrones” que se ciernen sobre Brasil, “donde una alianza “golpista” entre la oligarquía, el neoliberalismo, una parte de la judicatura y la “bancada evangélica” ha derrocado a la presidenta Dilma Rousseff, elegida democráticamente, ha colocado al frente de la República a un presidente al servicio de la oligarquía y ahora quiere impedir que Lula se presente a las elecciones presidenciales de 2018″.

Para Tamayo, son doce las imágenes que definen a Casaldáliga:

1. El misionero, que no va a convertir infieles, sino a llevar a cabo una evangelización liberadora con el Evangelio como buena noticia

2. El profeta, despertador de conciencias adormecidas, que denuncia las injusticias del sistema y, por ello es amenazado de muerte y anuncia Otro Mundo Posible en la historia.

3. El místico descubre y encuentra a Dios en los rostros de los empobrecidos y habla con él en el silencio

4. El teólogo, que piensa la fe liberadoramente, la vive esperanzadamente, la practica a través de la solidaridad, que él mismo llama “la ternura de los pueblos”, y se pone del lado de las teólogas y los teólogos de la liberación represaliados.

5. El obispo en rebelde fidelidad e insurrección evangélica y, por ello, siempre bajo sospecha del Vaticano y de no pocos de sus colegas episcopales de Brasil, América Latina y España, donde antiguos compañeros claretianos y luego colegas en el episcopado le pusieron bajo sospecha por su ortopraxis.

6. El poeta, esteta de la palabra encarnada, que no se queda en palabrería vacía, sino que provoca revoluciones.

7. El internacionalista, que apoya las luchas populares y no considera ajena ninguna revolución: la cubana, la sandinista, la zapatista, la guatemalteca, la salvadoreña.

8. El intelectual crítico del poder, de todos los poderes, religioso, eclesiástico, político, económico, del imperialismo, del colonialismo, de los poderes oscuros del Vaticano. Pero no iconoclasta, sino creativo, que hace propuestas alternativas.

9. El ecologista que defiende el derecho de los pueblos originarios a su territorio y el respeto a la Madre Tierra que esos pueblos consideran sagrada y con quien se identifican y forman una unidad eco-humana.

10. El defensor de la causa indígena y negra

11. El defensor de la causa de las mujeres campesinas, indias, prostitutas, afrodescendientes y el crítico del patriarcado.

12. El macro-ecumenista en diálogo intercultural interreligioso

Y una decimotercera imagen: “La pasión por la utopía”. Un hombre esperanzado que tiene pasión por la utopía como otro lugar, que está en construcción, con una esperanza creíble, no fundada en promesas electorales, ni en la esperanza religiosa pasiva”.

“A sus 90 años, con el párkinson a cuestas, goza de una envidiable lucidez intelectual que expresa con gestos fraterno-sororales y en el silencio meditativo”, concluyó Tamayo, quien destacó cómo Casaldáliga “mantiene un insobornable compromiso liberador, y propone el reino de Dios como alternativa al Imperio, a cualquier Imperio, pasado presente o futuro”.

As Escrituras patriarcais falam do feminino

Fundamentalmente importa reconhecer que a tradição espiritual judaico-cristã vem expressa predominantemente no código patriarcal. O Deus do Primeiro Testamento (AT) é vivido como o Deus dos Pais, Abraão, Isaac e Jacó, e não como o Deus de Sara, de Rebeca e de Miriam. No Segundo Testamento (NT), Deus é Pai de um Filho único que se encarnou na virgem Maria, sobre a qual o Espírito Santo estabeleceu uma morada definitiva, coisa que a teologia nunca deu especial atenção, porque significa a assunção de Maria pelo Espírito Santo e desta forma colocando-a do lado do Diivino. Por isso se professa que é Mãe de Deus.

A Igreja que se derivou da herança de Jesus é dirigida exclusivamente por homens que detém todos os meios de produção simbólica. A mulher foi considerada, por séculos, como não-persona jurídica e até hoje é excluída sistematicamente de todas as decisões do poder religioso. A mulher pode ser mãe de um sacerdote, de um bispo e até de um Papa, mas jamais poderá aceder a funções sacerdotais. O homem, na figura de Jesus de Nazaré, foi divinizado, enquanto, a mulher é mantida, segundo a teologia comum, como simples criatura, embora no caso de Maria, seja feita Mãe de Deus.

Apesar de toda esta concentração masculina e patriarcal, há um texto do Gênesis, verdadeiramente, revolucionário, pois afirma a igualdade dos sexos e sua origem divina. Trata-se do relato sacerdotal (Priesterkodex escrito por volta do século VI-V a.C.). Aí o autor afirma de forma contundente: “Deus criou a humanidade (adam em hebraico que significa os filhos e filhas da Terra, derivado de adamah: terra fértil) à sua imagem e semelhança e criou-os homem e mulher”(Gn 1,27).

Como se depreende, aqui se afirma a igualdade fundamental dos sexos. Ambos lançam sua origem em Deus mesmo. Este só pode ser conhecido pela via da mulher e pela via do homem. Qualquer redução deste equilíbrio, distorce nosso acesso a Deus e desnatura nosso conhecimento do ser humano, homem e mulher.

No Segundo Testamento (NT) encontramos em São Paulo a formulação da igual dignidade dos sexos: “não há homem nem mulher, pois todos são um em Cristo Jesus”(Gl 3,28). Num outro lugar, diz claramente: “em Cristo não há mulher sem homem nem homem sem mulher; como é verdade que a mulher procede do homem, é também verdade que o homem procede da mulher e tudo vem de Deus”(1Cor 11,12).

Além disso, a mulher não deixou de aparecer ativamente nos textos fundadores. Nem poderia ser diferente, pois sendo o feminino estrutural, ele sempre emerge de uma forma ou de outra. Assim na história de Israel surgiram mulheres politicamente ativas como Miriam, Ester, Judite, Débora ou as anti-heroínas como Dalila e Jezabel. Ana, Sara e Rute serão sempre lembradas honrosamente pelo povo. Inigualável é o idílio, numa linguagem altamente erótica, que cerca o amor entre o homem e a mulher no livro do Cântico dos Cânticos.

A partir do século terceiro a. C. a teologia judaica elaborou uma reflexão sobre a graciosidade da criação e da eleição do povo na figura feminina da divina Sofia (Sabedoria; cf. todo o livro da Sabedoria e os primeiros dez capítulos do livro dos Provérbios). Bem o expressou a conhecida teóloga feminista E. S. Fiorenza, “a divina Sofia é o Deus de Israel na figura da deusa”(As origens cristãs a partir da mulher, São Paulo 1992 p. 167).

Mas o que penetrou no imaginário coletivo da humanidade, de forma devastadora, é o relato anti-feminista da criação de Eva (Gn 1,l8-25) e da queda original (Gn 3,1-19: literariamente o texto é tardio, (por volta do ano 1000 ou 900 a.C). Segundo este relato, a mulher é formada da costela de Adão que, ao vê-la, exclama: “eis os ossos de meus ossos, a carne de minha carne; chamar-se-á varoa (ishá) porque foi tirada do varão (ish); por isso o varão deixará pai e mãe para se unir à sua varoa: e os dois serão uma só carne”(Gn 2,23-25).

O sentido originário visava mostrar a unidade homem/mulher (ish-ishá) e fundamentar a monogamia. Entretanto, esta compreensão que em si deveria evitar a discriminação da mulher, acabou por reforçá-la. A anterioridade de Adão e a formação a partir de sua costela foi interpretada como superioridade masculina.

O relato da queda é mais contundentemente anti-feminista: “Viu, pois, a mulher que o fruto daquela árvore era bom para comer..tomou do fruto e o comeu; deu-o também a seu marido e comeu; imediatamente se lhes abriram os olhos e se deram conta de que estavam nus”(Gn 3,6-7). O relato quer etiologicamente mostrar que o mal está do lado da humanidade e não do lado de Deus. Mas articula essa ideia de tal forma que trai o anti-feminismo da cultura vigente naquele tempo.

No fundo interpretará a mulher como sexo fraco, por isso ela caiu e seduziu o homem. Daí a razão de sua submissão histórica, agora teologicamente (ideologicamente) justificada: “estarás sob o poder de teu marido e ele te dominará”(Gn 3,16). Eva será para a cultura patriarcal a grande sedutora e a fonte do mal. No próximo artigo veremos como essa narrativa masculinista distorceu uma anterior, feminista, para reforçar a supremacia do homem..

Jesus inaugura outro tipo de relação para com a mulher, o que veremos também proximamente.

Leonardo Boff é teólogo e filósofo e escreveu O rosto materno de Deus, Vozes 2005.

Bolsa Juiz x Bolsa Família: uma comparação que desnuda os dois Brasis

Uma família atendida pelo Bolsa Família e o casal Bretas, símbolo do Bolsa Juiz

Neste artigo, um quadro que apresenta a comparação definitiva entre os programas do Bolsa Juiz (auxílio moradia + auxílio alimentação) e do Bolsa Família. Um retrato do comportamento das elites e do comportamento do povo; um exemplo concreto do tratamento que os ricos dispensam aos pobres no Brasil

Por Mauro Lopes

A diarista Selma Patrícia da Silva, de 42 anos, já foi beneficiária de programas de transferência de renda do governo, mas voluntariamente abriu mão depois que melhorou de vida. Selma diz ter recebido dinheiro do Auxílio Gás, do Bolsa Escola e do Bolsa Família na época em que ela e o marido faziam bicos como doméstica e pedreiro para sustentar os cinco filhos. Após construir a casa onde vive, em Formosa (GO), a diarista decidiu devolver o cartão, em 2013. “Pensei assim: da mesma forma que serviu para os meus filhos, vai ajudar outras pessoas. Acho muita covardia a pessoa não necessitar e ficar recebendo”, relembra Selma.

O juiz Marcelo Bretas tomou um caminho oposto ao de Selma. Ele tornou-se uma “celebridade” há cerca de um ano por suas sentenças duríssimas na Lava Jato, pelas citações bíblicas nas mesmas sentenças, pelo gosto pelas redes sociais e por se apresentar como paladino da moralidade. No entanto, apesar de ele a e mulher, Simone Bretas, também juíza, receberem mais de R$ 60 mil reais mensais, foram à Justiça para “exigir o direito” de ambos receberem o auxílio moradia no valor de R$ 8.754,00 mensais, apesar de morarem terem apartamento próprio no Rio de Janeiro, onde moram.  Bretas defendeu seu “direito” e o da mulher à mamata num tuíte  apesar de resolução do Conselho Nacional de Justiça haver regulamentado o assunto em 2014 e vetado o auxílio moradia para juízes que têm residência na cidade onde trabalham. Não só brigaram para receber como ainda entraram numa queda de braço com Bradesco para reajustar o aluguel de um de seus imóveis próprios no Rio de R$ 10.685,80 para R$ 20 mil. Isso e ainda contar os R$ 907,00 que o casal juiz/juíza recebem como auxílio alimentação – o que cada um se apossa só em auxílio alimentação já é bem superior ao teto do benefício do Bolsa Família. Somados, os dois benefícios compõem o Bolsa Juiz do casal: R$ 9.661,00 mensais.

Selma e o casal Bretas: duas maneiras de ver a vida, o Estado e o Brasil

São duas maneiras de enxergar o Brasil, a relação com as pessoas e o Estado. Selma entendeu que os recursos do Estado são finitos e que o benefício que ela abriu mão de receber pode ajudar outra pessoas em condição pior que a dela –não por ter ficado rica, apenas por ter ficado menos pobre. Bretas e sua mulher são insaciáveis. Esfolam o Estado como os demais ricos do país. Para eles, os recursos públicos são um espólio de guerra –da guerra contra pobres- sobre o qual avançam com um apetite sem fim. O casal Bretas arranca mensalmente pelo menos R$ 80 mil do Estado direta ou indiretamente. Mas não basta –nunca basta.

O caso de Selma e do casal Bretas é um exemplo do abismo que separa ricos e os pobres no Brasil –e o dinheiro sequer é a maior distância entre eles. A elite brasileira não faz a menor ideia do que significam solidariedade ou compaixão, substantivos muito concretos no cotidiano duro dos mais pobres, que tecem frágeis redes de apoio entre si.

Bretas, Moro, os três desembargadores do TRF4 que condenaram Lula em 24 de janeiro com frases tonitruantes em seus votos, todos eles têm imóveis de alto valor nas cidades em que moram e trabalham –e todos recebem o Bolsa Juiz. Os exemplos não param: um desembargador de São Paulo, José Antonio de Paula Santos Neto, do Tribunal de Justiça, tem 60 imóveis registrados em seu nome na Prefeitura da cidade –mesmo assim açambarca mensalmente o Bolsa Juiz (auxílio moradia + auxílio alimentação).

O abismo entre a elite do país e os milhões e milhões de pobres tem o tamanho da distância que separa o Bolsa Juiz do Bolsa Família. Tudo o que neste artigo está exemplificado nos casos de Selma, do casal Bretas, de Moro, dos desembargadores do TRF4 e do desembargador dos 60 imóveis é a personificação dos programas Bolsa Juiz e Bolsa Família.

Constate as diferenças brutais entre um e outro. Por trás do Bolsa Juiz está a defesa dos empréstimos subsidiados que os empresários colhem nos bancos públicos, o dinheiro sem conta que deixam de recolher porque impõem uma estrutura tributária que massacra os pobres enquanto isenta-os de todos os lados, os trilhões de dinheiro do povo dos quais apoderam-se há anos, recebendo os juros da dívida pública. Olhando o Bolsa Família é possível sentir o sofrimento, a vida dura, a pobreza do povo brasileiro –mas, igualmente, sua dignidade.