Francesco d’Assisi. In lui l’essere umano è venuto bene.

Considerando gli scenari mondiali, la violenza bellica in varie nazioni con terribili stragi di vite umane, o la violenza di studenti impazziti che invadono una scuola e abbattono a fucilate decine di compagni, per non parlare di torture e abusi che si fanno su innocenti, ci viene spontanea una domanda: l’essere umano è ben riuscito? Non siamo un tumore abnorme nel processo di evoluzione?

Facciamo fatica a identificare figure esemplari che smentiscano questa impressione tetra. Ma, grazie a Dio, tali persone esistono: dom Helder Camara, suor Dulce Pontes, suor Teresa di Calcutta, Chico Mendes, José Mujica, ex presidente dell’Uruguay, Gandhi, il Dalai Lama, Papa Francesco, tra tanti.

Ma mi voglio trattenere sulla figura seminale in cui l’umanità è riuscita in modo convincente, San Francesco di Assisi. Una delle eredità più feconde del “Sole di Assisi”, come lo chiama Dante e come è reso attuale da Francesco di Roma, è la predicazione della pace, così urgente ai giorni attuali. Il primo saluto che dirigeva a coloro che incontrava per le strade era “pace e bene”, che corrisponde allo shalom biblico. La pace che desiderava ardentemente non si limitava alle relazioni interpersonali e sociali. Cercava una pace perenne con tutti gli elementi della natura, trattandoli col dolce nome di sorelle e fratelli.

Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, testimonia meravigliosamente il sentimento fraterno che lo invadeva:

«Si riempiva di ineffabile godimento tutte le volte che guardava il sole, che contemplava la luna e dirigeva lo sguardo alle stelle o al firmamento. Quando incontrava fiori nel cammino, faceva loro raccomandazioni come se fossero dotati di intelligenza e li invitava a lodare Dio. Lo faceva con tenerissimo e commovente candore; esortava alla gratitudine i campi di grano e i vigneti, le correnti dei fiumi, la bellezza degli orti, la terra, il fuoco, l’aria e il vento».

Questo atteggiamento di riverenza e di intenerimento lo portava a raccogliere i vermi lungo il cammino perché non fossero schiacciati. D’inverno dava miele alle api, perché non morissero di fame e di freddo. Che i fratelli che non tagliassero gli alberi alla radice, nella speranza che potessero ributtare. Anche le erbacce infestanti dovevano avere un posto loro riservato negli orti perché potessero sopravvivere. «Anche loro annunciano il bellissimo padre di tutti gli esseri».

Ha potuto vivere questa intimità con tutte le cose solo chi ha ascoltato la loro risonanza simbolica dentro all’anima, e ha unito l’ecologia ambientale con l’ecologia profonda; mai si è messo al di sopra delle cose ma ai piedi delle cose, proprio come uno che convive come fratello e sorella, scoprendo i lacci di parentela che li unisce tutti.

L’universo francescano e ecologico non è mai inerte. Tutte queste cose sono animate e personalizzate. Per intuizione si scoprì quello che noi sappiamo attualmente per via scientifica (Crick e Dawson, quelli che hanno decifrato il DNA) che tutti i viventi siamo parenti, figli, fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso codice genetico di base.

Da questo atteggiamento è nata una pace imperturbabile, senza timori e senza minacce. San Francesco ha realizzato pienamente la splendida definizione che la Carta da Terra ha dedicato alla pace:

“E’quella pienezza creata da relazioni corrette con se stessi, con le altre persone, altre culture, altre vite, con la Terra e con il Tutto più grande del quale siamo parte (n.16 f)”. Papa Francesco pare avere realizzato le condizioni per la pace, fondata sulla compassione per chi soffre, sulla denuncia coraggiosa del sistema che produce miseria e fame e sulla permanente ricerca della giustizia sociale che lascia indietro la filantropia per fare posto a cambiamenti strutturali.

La suprema espressione della pace, fatta di convivenza fraterna accoglienza calorosa di tutte le persone e cose è simbolizzata dal noto racconto della perfetta allegria. Attraverso un artificio dell’immaginazione, Francesco rappresenta ogni tipo di ingiuria e violenza fatte a due confratelli (uno di loro è proprio lui Francesco). Anche se sono stati riconosciuti come confratelli, sono moralmente ingiuriati e rigettati come gente di malaffare.

Nella relazione della perfetta allegria, che trova paralleli nella tradizione buddista, Francesco va, passo a passo, smontando i meccanismi che generano la cultura della violenza.

La vera allegria non consiste nell’autostima, e nemmeno nella necessità di essere riconosciuti, nel fare miracoli o parlare lingue. Al loro posto, mette i fondamenti della cultura della pace: l’amore, la capacità di sopportare le contraddizioni, il perdono e la riconciliazione al di là di qualsiasi richiesta o esigenza previa. Una volta che si vive questo atteggiamento, irrompe la pace, la pace del cuore, inalterabile, capace di convivere giornalmente con le più dure opposizioni, pace come frutto di una completa spoliazione. Non sono queste le primizie di un regno di giustizia, di pace e di amore che tanto desideriamo?

Questa visione della pace di San Francisco rappresenta un altro modo di stare-nel-mondo insieme con le cose, un’alternativa al modo di essere della modernità e della post-modernità, sistemate in cima alle cose o che sta-sopra-le cose, dominandole e usandole in forma irrispettosa per l’arricchimento e per lo sfruttamento senza nessun senso di sazietà.

La scoperta della fraternità cosmica ci infonderà uno spirito di rispetto e ci restituirà la chiarezza e l’innocenza infantile nell’età adulta, importanti per uscire bene dalla crisi.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

La cultura capitalista es anti-vida y anti-felicidad

La demolición teórica del capitalismo como modo de producción comenzó con Karl Marx y fue creciendo a lo largo de todo el siglo XX con el surgimiento del socialismo. Para realizar su propósito principal de acumular riqueza de forma ilimitada, el capitalismo agilizó todas las fuerzas productivas disponibles. Pero, desde el principio, tuvo como consecuencia un alto costo: una perversa desigualdad social. En términos ético-políticos, significa injusticia social y producción sistemática de pobreza.

En los últimos decenios, la sociedad se ha ido dando cuenta también de que no solamente existe una injusticia social, sino también una injusticia ecológica: devastación de ecosistemas enteros, agotamiento de los bienes naturales, y, en último término, una crisis general del sistema-vida y del sistema-Tierra. Las fuerzas productivas se han transformado en fuerzas destructivas. Lo que se busca directamente es dinero. Como advirtió el Papa Francisco en pasajes ya conocidos de la Exhortación Apostólica sobre la Ecología: «en el capitalismo quien manda ya no es el hombre, sino el dinero y el dinero vivo. La motivación es la ganancia… ganancia… Un sistema económico centrado en el dios-dinero necesita saquear la naturaleza para mantener el ritmo frenético de consumo que le es inherente».

Ahora el capitalismo ha mostrado su verdadera cara: estamos tratando con un sistema anti-vida humana y anti-vida natural. Y se nos plantea este dilema: o cambiamos o corremos el peligro de nuestra propia destrucción, como alerta la Carta de la Tierra.

Sin embargo, el capitalismo persiste como el sistema dominante en todo el globo bajo el nombre de macroeconomía neoliberal de mercado. ¿En qué reside su permanencia y persistencia? A mi modo de ver, reside en la cultura del capital. Eso es más que un modo de producción. Como cultura encarna un modo de vivir, de producir, de consumir, de relacionarse con la naturaleza y con los seres humanos, constituyendo un sistema que consigue reproducirse continuamente, poco importa en qué cultura venga a instalarse. Ha creado una mentalidad, una forma de ejercer el poder y un código ético. Como enfatizó Fábio Konder Comparato en un libro que merece ser estudiado A civilização capitalista (Saraiva, 2014): «el capitalismo es la primera civilización mundial de la historia» (p. 19). El capitalismo orgullosamente afirma: «no hay otra alternativa».

Veamos rápidamente algunas de sus características: la finalidad de la vida es acumular bienes materiales mediante un crecimiento ilimitado producido por la explotación sin límites de todos los bienes naturales, por la mercantilización de todas las cosas y por la especulación financiera, realizado todo con la menor inversión posible, buscando obtener mediante la eficacia el mayor lucro posible dentro del más corto tiempo posible; el motor es la competencia impulsada por la propaganda comercial; el beneficiario final es el individuo; la promesa es la felicidad en un contexto de materialismo raso.

Para este propósito se apropia de todo el tiempo de vida del ser humano, no dejando espacio a la gratuidad, a la convivencia fraternal entre las personas y con la naturaleza, al amor, a la solidaridad y al simple vivir como alegría de vivir. Como tales realidades no importan en la cultura del capital, pero son ellas las que producen la felicidad posible, el capitalismo destruye las condiciones de aquello que se proponía: la felicidad. Y así no es sólo anti-vida sino también anti-felicidad.

Como se deduce, estos ideales no son propiamente los más dignos para el efímero y único paso de nuestra vida por este pequeño planeta. El ser humano no posee solamente hambre de pan y afán de riqueza; es portador de otras hambres como hambre de comunicación, de encantamiento, de pasión amorosa, de belleza y arte, y de trascendencia, entre muchas otras.

¿Pero por qué la cultura del capital se muestra así tan persistente? Sin mayores mediaciones diría: porque ella realiza una de las dimensiones esenciales de la existencia humana, aunque la elabora de forma distorsionada: la necesidad de autoafirmarse, de reforzar su yo, de lo contrario no subsiste y es absorbido por los otros o desaparece.

Biólogos e incluso cosmólogos (citemos apenas a uno de los mayores: Brian Swimme) nos enseñan que en todos los seres del universo, especialmente en el ser humano, prevalecen dos fuerzas que coexisten y se tensionan: la voluntad del individuo de ser, de persistir y de continuar dentro del proceso de la vida; para eso tiene que autoafirmarse y fortalecer su identidad, su “yo”. La otra fuerza es la de integración en un todo mayor, en la especie, de la cual el individuo es un representante, constituyendo redes y sistemas de relaciones fuera de las cuales nadie subsiste.

La primera fuerza gira alrededor del yo y del individuo y origina el individualismo. La segunda se articula alrededor de la especie, del nosotros y da origen a lo comunitario y a lo societario. Lo primero está en la base del capitalismo, lo segundo, en la del socialismo.

¿Dónde reside el genio del capitalismo? En la exacerbación del yo hasta el máximo posible, del individuo y de la autoafirmación, desdeñando el todo mayor, la integración y el nosotros. De esta forma ha desequilibrado toda la existencia humana, por el exceso de una de las fuerzas, ignorando la otra.

En este dato natural reside la fuerza de perpetuación de la cultura del capital, pues se funda en algo verdadero pero concretizado de forma desmesuradamente unilateral y patológica.

¿Cómo superar esta situación que viene desde hace siglos? Fundamentalmente recuperando el equilibrio de estas dos fuerzas naturales que componen nuestra realidad. Tal vez la democracia sin fin sea la institución que hace justicia simultáneamente al individuo (al yo) pero insertado dentro de un todo mayor (nosotros, la sociedad) del cual es parte. Volveremos sobre el tema.

The capitalist culture is contrary to life and happiness

The demise of the theory underlying capitalism as a form of production started with Karl Marx and grew throughout the XX Century, with the emergence of socialism. To realize its main purpose of accumulating wealth in unlimited form, capitalism speeded up all available productive forces. But as a result, from the beginning capitalism paid a high price: a perverse social inequality. In ethical-political terms, it causes social injustice and the systematic growth of poverty.

In recent decades, society has also come to realize that not only social injustice exists, but also ecological injustice: the devastation of whole ecosystems, the depletion of natural resources, and, lastly, a general crisis of life and of Earth-systems. Productive forces have been transformed into destructive ones. Money is sought for its own sake. As Pope Francis warned in well known sections of the Apostolic Exhortation on the Ecology: «in capitalism it is no longer man who rules, but money and hard money. The motivation is profit… An economic system centered in god-money requires the depletion of nature in order to maintain its inherently frenetic rhythm of consumption».

Capitalism now has shown its true face: we are dealing with a system that it anti-human life and anti-natural life. And we face a dilemma: either we change or we risk our own destruction, as the Earthcharter warns.

Nevertheless, capitalism persists as the dominant system around the world, under the name of neo-liberal market macro-economy. On what do its permanence and persistence rest? In my opinion, they rest in the culture of capital. The culture of capital is more than a mode of production. As a culture, it embodies a way of living, of production, of consumption, of relating to nature and human beings, a way of creating a system that manages to constantly reproduce itself, regardless of the culture where it is installed. It has created a mentality, a form of exercising power and an ethical code. As Fabio Konder Comparato emphasized in his book, A civilização capitalista, (Saraiva, 2014), that deserves to be studied: «Capitalism is history’s first world civilization» (page 19). Capitalism proudly affirms: «there is no alternative».

Let us quickly review some of its characteristics: the end goal of life is to accumulate material goods through unlimited growth produced by limitless exploitation of all natural resources, by marketing everything and by financial speculation, all realized with the least possible investment, seeking to obtain the greatest possible profit, through efficiency, and within the shortest possible time. The motor is competence, stimulated by commercial publicity; the final beneficiary is the individual; the promise is happiness in a purely crass materialistic context.

To this end, capitalism takes over the whole lifetime of the human being, leaving no space for gratuitous activities, for fraternal coexistence among persons and with nature, for love, for expressing solidarity and experiencing the joy of life through simply living. Since those realities are not important to the culture of capital, but are the realities that make happiness possible, capitalism destroys the conditions ncessary for that which it proposes: happiness. And thus, capitalism is not only against life, but also against happiness.

As can be deduced, these ideals are not properly what are most needed for the ephemeral and only time we have for our life on this small planet. The human being is hungry not only for bread and wealth; the human being also carries other hungers, such as for communication, enchantment, loving passion, beauty, and art, and the hunger for transcendence, among many others.

But why does the culture of capital appear so persistently? I would say without hesitation that even though it does so in a distorted form, it persists because the culture of capital realizes one of the essential dimensions of human existence: the need for self affirmation, for strengthening the ego. Otherwise, it would not subsist and would be absorbed by other dimensions, or would disappear.

Biologists and even cosmologists (let’s just mention Brian Swimme, one of the finest) teach us that in all beings of the universe, especially in the human being, two forces prevail that coexist in tension with each other. One is the individual’s will to be, to persist and continue within the process of life; for which the individual must self affirm and fortify his identity, his “ego”. The other force is of integration in a greater whole, within the species, of which the individual is a representative, forming networks and systems of relationships, outside of which no one can subsist.

The first force revolves around the ego and the individual and creates individualism. The second is based in the species, the “us”, and fosters community and society. The first is the basis of capitalism, the second, of socialism.

Where is the genius of capitalism found? In the exacerbation of the ego to the maximum possible extent, of the individual and of self-affirmation, neglecting the greater whole, integration and the “we”. In this way it has thrown off balance all of human existence, due to the excess of one force, ignoring the other.

In this natural fact resides the force perpetuating the culture of capitalism, because it is founded on something that is correct, but accomplished in a disproportionately unilateral and pathological form.

How can we overcome this situation, that comes to us from centuries long past? Fundamentally, by recovering the equilibrium of the two natural forces that form our reality. Perhaps an endless democracy would be the institution that does justice simultaneously to the individual (the “ego”), but within a greater whole, (“we”, society), of which the “ego” is a part. We will return to this theme in the future.
Free translation from the Spanish sent by
Melina Alfaro, alfaro_melina@yahoo.com.ar,
done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

Che diranno di noi i nostri figli e nipoti?

Tutti i paesi, soprattutto quelli che stanno attraversando crisi finanziarie, com’è il caso del Brasile anno 2015, sono presi in continuazione da un’idea fissa: dobbiamo crescere; dobbiamo garantire la cresccita del PIB, che risulta dalla somma di tutte le ricchezze prodotte dal paese. Crescita è fondamentalmente quella economica derivante dalla produzione di beni materiali. Questo comporta un alto tasso di iniquità sociale (disoccupazione e compressione dei salari) e una perversa devastazione ambientale (esaurimento degli ecosistemi).

In verità dovremmo piuttosto parlare di sviluppo che comprende elementi materiali imprescindibili, ma principalmente dimensioni soggettive e umanistiche, come espansione della libertà, della creatività e delle forme di modellare la nostra vita. Purtroppo siamo tutti ostaggi di questo succubo che è la crescita. Già da molto tempo l’equilibrio tra crescita e preservazione della natura è stata spezzata a favore della crescita. Il consumo supera ormai del 40% la capacità di riposizione dei beni e servizi del pianeta, che sta perdendo la sua sostenibilità.

Oggi sappiamo che la Terra è un sistema vivo autoregolatore, nel quale tutti i fattori s’intrecciano (teoria di Gaia) per manenere la loro integrità. Ma ormai perde colpi nella sua autoregolazione. Da questo i cambiamenti di clima, (eventi estremi, tempeste di vento, tornados, climi sregolati), che ci posono sorprendere con gravi catastrofi.

La Terra sta tentando di cercare nuovi equilibri aumentando la sua temperatura tra 1,4 e 5,8 C. Comincerebbe dunque l’era delle grandi devastazioni (l’antropocene) con l’aumento di livello degli oceani. Questo fenomeno interesserebbe metà delle popolazioni che vivono sulle coste. Migliaia di organismi vivi non avrebbero tempo sufficiente per adattarsi o mitigare gli effetti dannosi e sparirebbero. Gran parte dell’umanità (fino all’80%, secondo alcuni) non potrebbe più continuare ad esistere in un pianeta profondamente alterato nella sua base chimico-fisica.

Coglie nel segno l’ambientalista Washington Novaes quando afferma: “Oggi non è più il caso di prendersi cura dell’ambiente, ma di non superare i limiti che potrebbero mettere a rischio la vita”. Alcunici scienziati sostengono che siamo già nelle vicinanze del punto di non ritorno. E’ possibile diminuire la velocità della crisi, ma non bloccarla.

E’ una questione preoccupante. Nei loro discorsi ufficiali, i Capi di Stato, gl’imprenditoi e, quel che è peggio, i principali economisti quasi mai abbordano i problemi dei limiti del pianeta e il disastro che questo può comportare per la nostra civiltà. Non vogliamo che i notri figli e nipoti, guardando indietro ci maledicano, noi e tutte la nostra generazione, perché pur conoscendo le minacce poco o nulla abbiamo fatto per sfuggire alla tragedia.

L’errore di tutti è stato quello di seguire alla lettera un consiglio strano di Lord Keynes per uscire dalla grande depressione degli anni ’30:

“Per almeno 100 anni dobbiamo far finta nell’intimo di noi e davanti a qualsiasi persona che il bello è sporco e che lo sporco è bello, perché il sudicio è utile e il bello non lo è. L’avarizia, l’usura e il sospetto devono essere i nostri “dei”, perché sono loro che potranno guidarci fuori dal tunnel della necessità económica verso la luce del giorno… Dopo verrà il ritorno ad alcuni principi più sicuri e certi della religione e del comportamento virtuoso tradizionale: che l’avarizia è un vizio, che prestare denaro a usura è un crimine e che l’amore al denaro è detestabile” (Economic possibilities of our Grand-Children). Così pensano i principali responsabili della crisi del 2008, mai puniti.

E’ urgente ridefinire nuovi fini e mezzi adeguati a coloro che non possono più semplicemente produrre devastando la natura e consumando senza limiti.

Nessuno possiede la formula per uscire da questa crisi di civiltà. Ma immaginiamo che dovrà orientarsi sulle orme della natura stessa: rispettare i suoi ritmi, la sua capacità di supporto, dare centralità non alla crescita, ma al sostegno di qualsiasi tipo di vita. Se i nostri mezzi di produzione rispettassero i cicli naturali, sicuramente avremmo il sufficiente per tutti e potremmo preservare la natura, di cui facciamo parte.

Copriamo le piaghe della terra con cerotti. Le toppe non sono medicine. Praticamente ci limitiamo a rammendare, illudendoci che stiamo dando una risposta a urgenze che significano vita o morte.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia