Scarsità di acqua nel mondo e in Brasile, la potenza mondiale del acqua

L’attuale situazione di grave scarsità di acqua potabile, che interessa buona parte del sud-est brasiliano, dove sorgono le grandi città come San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, ci obbliga, come mai prima, a ripensare la questione dell’acqua e a sviluppare una cultura di estrema attenzione, che si esprime inseparabilmente con le sue famose erre: ridurre, riusare, riciclare, rispettare e reforestare.

Non esistono al mondo problemi più importanti del problema dell’acqua. Dall’acqua dipende la sopravvivenza di tutta la catena della vita e, di conseguenza, addirittura il nostro stesso futuro. L’acqua può essere motivo di guerra come di solidarietà sociale e cooperazione tra i popoli. Specialisti e gruppi umanisti avevano suggerito un patto sociale mondiale intorno a quello che è vitale per tutti: l’acqua. Intorno all’acqua si creerebbe un consenso minimo tra tutti, popoli e governi, in vista di un bene comune e del nostro sistema di vita.

Indipendentemente dalle discussioni che circondano il tema dell’acqua, possiamo fare un’affermazione sicura e indiscutibile: nessun essere vivente, umano oppure no, può vivere senza acqua. L’Onu il giorno 21 luglio 2010, ha approvato questa risoluzione: “L’acqua potabile e sicura e la sua sanificazione basica costituiscono un diritto umano essenziale”.

Diamo uno sguardo rapido ai dati basici sull’acqua del pianeta Terra. Essa esiste da 500 milioni di anni; 97,5% delle acque dei mari e degli oceani sono salate. Solo il 2,5% sono dolci. Più di 2/3 di queste acque dolci si trovano nelle calotte polari, nei ghiacciai e sulla cima delle montagne (68,9% ); il resto, quasi tutto, acque sotterranee (29,9%).

Resta lo 0,9% nelle paludi e solo lo 0,3% nei fiumi e nei laghi. Di questo 0,3%, il 70% è destinato all’irrigazione in agricoltura, 20% all’industria e ne resta appena il 10% di questo 0,3% per uso umano e per dissetare gli animali.

Esistono nel pianeta circa 1 milliardo e 360 millioni di chilometri cubici di acqua. Prendiamo tutta l’acqua degli oceani, laghi, fiumi calotte polari e sorgenti e immaginiamo di equamente sulla superficie terrestre: il pianeta risulterebbe immerso nell’acqua a 3 km di profondità.

Il rinnovamento delle acque è nell’ordine di 43.000 km cubici per anno, mentre il consumo totale è stimato in circa 6000 km cubici per anno. Pertanto non esiste mancanza d’acqua.

Il problema è che l’acqua non è egualmente distribuita: 60% in soli nove paesi, mentre 80 affrontano il problema della scarsità. Poco meno di 1 miliardo di persone consuma l’86% dell’acqua esistente mentre per 1 miliardo e quattrocento milioni è insufficiente (nel 2020 saranno 3 miliardi) e per 2 miliardi non è trattata, il che genera l’85% delle mani delle malattie secondo l’OMS. Si presume che nel 2032 circa 5 miliardi di persone avranno problemi connessi alla scarsità di acqua.

Il Brasile è una potenza naturale in fatto di acque, con il 12% di tutta l’acqua dolce del pianeta, in totale 5,4 miliardi di metri cubi. Non è egualmente distribuita: 72% nella regione amazzonica, 16% nel centro ovest, 8% nel sud e nel sud-est del 4% nel nord-est. Nonostante l’abbondanza, non sappiamo usare l’acqua, visto che il 37% di quella trattata è sciupata in tale misura che potrebbe bastare a fornire la quantità necessaria a Francia e Belgio, Svizzera e Nord Italia. È urgente pertanto un nuovo paradigma culturale in relazione a questo bene così essenziale (cf. lo studio estremamente minuzioso organizzato dallo studioso di felice memoria Aldo Rabouças, Acque dolci in Brasile: Escrituras, San Paolo 2002).

Un grande specialista in fatto di acqua che lavora negli organismi dell’Onu sul tema, la canadese Maude Barlow, afferma nel suo libro Acqua: patto azzurro (2009): “La popolazione globale si è triplicata nel secolo 20º ma il consumo dell’acqua è aumentato sette volte. Nel 2050 quando saremo 3 miliardi di persone in più, avremo bisogno dell’80% in più di acqua soltanto per l’uso umano; e non sappiamo da dove questa verrà” (17). Questo scenario è drammatico, perché mette chiaramente in scacco la sopravvivenza della specie umana.

C’è una corsa mondiale alla privatizzazione dell’acqua. Sorgono grandi imprese multinazionali come le francesi Vivendi e Suez-Lyonnaise, la tedesca RWE, l’inglese Thames Water e l’americana Bechtel. Si è creato un mercato di acque che impegna 100 miliardi di dollari. Nel settore della commercializzazione di acqua minerale la Nestlé e la Coca-cola che stanno cercando di comprare fonti di acqua in tutte le parti del mondo, Brasile compreso.

Ma esistono anche reazioni forti delle popolazioni come successo nel 2000 a Cochabamba in Bolivia. L’impresa americana Bechtel che aveva comprato acque, alzò il prezzo del 35%. Le reazione organizzata delle popolazioni costrinse l’impresa a scappare dal paese.

Il grande dibattito oggi si trova in questi termini: l’acqua è fonte di vita fonte di lucro? L’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile oppure un bene economico che va trattato come una risorsa idrica quotata in Borsa?

Le due le dimensioni non si escludono ma devono essere rettamente relazionate. Fondamentalmente l’acqua appartiene al diritto alla vita, come insiste il grande specialista in fatto di acque Riccardo Petrella (O manifesto da agua, Vozes, 2002). In questo senso, l’acqua da bere e quella usata per l’alimentazione, per l’igiene personale e per gli animali deve essere gratuita.

Siccome però scarseggia, richiede una complessa struttura di captazione, conservazione, trattamento distribuzione, implica una innegabile dimensione economica. Questa pertanto, non deve prevalere solo sopra l’altra; al contrario deve diventare accessibile a tutti. Anche gli alti costi economici devono essere coperti dal potere pubblico. Non c’è spazio qui per discutere le cause dell’attuale secca. Raccomando il libro dello scienziato Antonio D. Nobre (i NPE), pubblicato a gennaio: Il futuro climatico dell’Amazzonia, dove si discutono le cause principali.

Il proposito “Fame zero” per tutto il mondo, obiettivo previsto tra le mete del millennio dall’Onu, deve includere “Sete zero”, perché non esistono alimenti che possano essere consumati senza acqua.

L’acqua è vita e generatrice di vita e uno dei simboli più potenti della natura dell’Ultima Realtà, senza di lei non potremmo sopravvivere.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

OSCAR ROMERO – MÁRTIR DA AMÉRICA LATINA: J.O.Beozzo

O Pe. JOSE OSCAR BEOZZO é conhecido como um dos mais sérios  historiadores e teólogos brasieiros. Aqui ele traça o perfil do arcebispo de San Salvador, Dom Oscar Arnulfo Romero, assassinado enquanto erguia o cálice consagrado. Inicialmente, era tido como um bispo conservador, mas foi mudando ao assistir às matanças indiscrimadas que as forças de repressão de seu pais faziam contra o povo, os camponeses e os próprios membros das comunidades eclesiais de base e mesmo contra religiosas e padres como o Pe. Rutilio Grande. Transformou-se no grande defensor dos direitos humanos e dos direitos dos pobres que, segundo a Bíblia, são direitos de Deus. Como estes não têm ninguem para os defender, Deus mesmo os toma sob sua guarda e se coloca do lado deles. Conheci pessoalmente a Dom Romero, durante os dias da grande assembléia dos bispos latino-americanos (CELAM) em Puebla na Colômbia em 1979. Lembro-me que, chamando-me de lado,  quase como numa súplica, me pediu:”Padre Boff, ajude-nos a fazer uma teologia da vida, pois no meu país a morte é absolutamente banal; cada dia se mata muita e muita gente inocente”. Ele sucumbiu à esta banalidade da morte. Morreu por causa da justiça, um dos bens maiores do Reino de Deus. Não morreu por razões da política local. Mas por causa de sua coragem de denunciar, no seu programa de rádio dominical, os torturadores e assassinos de tantos pobres e camponeses. O Papa Francisco que vem do caldo cultural desta Igreja que se compromete com os invisíveis e com as vítimas da violência repressiva, entendeu o significado de sua vida. Abriu as portas para a siua beatificação e posterior canonização. Dom Romero é um exemplo de profunda  santidade pessoal, santidade política (a que busca o bem de todos, especialmente dos deserdados), de um pastor que teve a coragem de dar a sua vida por seus irmãos e irmãs perseguidos:  Lboff

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Nessa terça-feira, 03 de março, o Papa Francisco declarou que Mons. Oscar Romero, arcebispo de El Salvador, sofreu martírio por “ódio contra a fé” e que não foi assassinado simplesmente por razões políticas.

A palavra do Papa, quase 35 anos depois que o arcebispo foi baleado e morto, a 24 de março de 1980, enquanto celebrava a missa na capela do Hospital da Divina Providência em São Salvador, abre o caminho para sua rápida beatificação e canonização.

O processo encontrava-se bloqueado em Roma por aqueles que classificavam sua morte como resultado de suas opções políticas e não por causa do seu profético e evangélico testemunho em favor dos pobres e pequenos. O papa já dera um primeiro passo nessa direção quando logo após sua eleição, a 21 de abril de 2013, ordenara a reabertura de seu processo na Congregação das Causas dos Santos.

Para centenas de milhares de comunidades cristãs do continente, Oscar Romero foi desde o dia do seu martírio considerado santo e invocado como São Romero da América Latina, num profundo e certeiro reconhecimento do “sensus fidelium”de sua santidade e do sentido de sua morte: seu empenho em favor da paz, sua luta contra a pobreza e a injustiça e sobretudo a declarada oposição à infame guerra de “baixa intensidade”. A guerra, no pequeno El Salvador, na época, com pouco mais de 5 milhões de habitantes deixou mais de 70.000 mortos e 1,5 milhão de refugiados, a maior parte exilados nos Estados Unidos.

Mercedes Sosa, na conhecida canção latino-americana, “Solo le pido a Dios”, canta com paixão:

Sólo le pido a Dios

Que la guerra no me sea indiferente
Es un monstruo grande y pisa fuerte
Toda la pobre inocencia de la gente

E prossegue nas outras estrofes:

Sólo le pido a Dios
Que el dolor no me sea indiferente

Sólo le pido a Dios
Que lo injusto no me sea indiferente

 Sólo le pido a Dios
Que el futuro no me sea indiferente

Romero não foi indiferente nem à dor da pobre gente, nem à guerra, nem à injustiça, nem à falta de futuro e esperança que se abatia sobre seu povo.

O bispo poeta de São Felix do Araguaia, Dom Pedro Casaldaliga, no dia seguinte ao assassinato de Oscar Romero, associou prontamente sua morte ao martírio e ao sangue derramado pelo próprio Cristo na cruz, para terminar invocando-o, sem nenhuma hesitação:

“San Romero de América, pastor y mártir nuestro”.

Reproduzo na sequência a significativa página do seu diário, “En Rebelde Fidelidad” do mês de março de 1980:

Día 25

Ayer murió, matado, Monseñor Oscar Romero, el buen pastor de El Salvador. Mientras celebraba la eucaristía. Su sangre se ha mezclado para siempre con la sangre gloriosa de Jesús y con la sangre, todavía profanada, de tantos salvadoreños, de tantos latinoamericanos.

Romero, flor de una paz que parece imposible en esa Centroamérica sufrida.

La impresión que se tiene, sin posible duda, es que lo ha matado el Imperio. Su muerte es una muerte a sueldo, a divisa, a dólar. Era demasiado poderosa y libre su voz y había que apagarla. El lo sabía y estaba preparado para este sacrificio.

Ha sido en la víspera de la Anunciación. El ángel del Señor se ha anticipado para anunciar, con esta muerte, la llegada de un tiempo de vida para El Salvador, para América Central, para todo el Continente.

San Romero de América, pastor y mártir nuestro.

Clara lección para todos los pastores…

No es posible que el Dios de los pobres no recoja esta oblación”.

Outras Igrejas não esperaram este tardio reconhecimento romano para incluir Oscar Romero no seu próprio calendário litúrgico, como mártir, exemplo de vida e santidade e inspiração para seus fieis. Assim, a Igreja Anglicana da Inglaterra arrolou Romero como mártir, no calendário do seu “Common Worship”. O mesmo aconteceu com a Igreja Luterana da Alemanha.

Quando Bento XVI a 17 de setembro de 2010, adentrou, como primeiro papa a fazê-lo, o imponente portal oeste da Abadia de Westminster de Londres, teve que passar por sob a estátua de Oscar Romero perfilada ao lado do pastor batista Martin Luther King, de Ghandi e de outros mártires do século XX, ali representados.

Artistas renomados e artesões populares não tardaram a retratar Romero como santo. Adolfo Perez Esquivel, o prêmio Nobel da Paz (1980), ao pintar a Via Sacra latino-americana e o grande painel do “novo céu e a nova terra” para a Campanha quaresmal da Igreja da Alemanha, retratou o Cristo Ressuscitado caminhando à frente da multidão daqueles que lavaram suas vestes no sangue do cordeiro, capitaneados por Oscar Romero e por Enrique Angelleli, o bispo mártir de La Rioja na Argentina seguidos pelo cortejo de leigos e leigas, sacerdotes e religiosas, que derramaram seu sangue pela fé e pela justiça na América Latina, nos anos de chumbo das ditaduras militares.

O artista da libertação Cerezo Barredo ao pintar em 1986, o painel por detrás do altar da Igreja dos Mártires da Caminhada em Ribeirão Cascalheira, local do martírio do Pe. Penido Burnier, SJ, o coloca ao lado de Romero e do Ressuscitado e junto com os lavradores assassinados pelo latifúndio, de suas mulheres torturadas pela polícia e de tantos outros mártires anônimos da Igreja latino-americana. Noutro painel de Romero, Cerezo reproduz as palavras proféticas do arcebispo, pouco antes do seu assassinato: “Se me matam, ressuscitarei no povo salvadorenho”.

Cláudio Pastro, que vem ilustrando a Basílica de Nossa Senhora Aparecida, padroeira do Brasil e sede da V Conferência do Episcopado Latino-americano, em 2007, incluiu no painel de azulejo azul e branco que cobre o coro da entrada principal do templo, ao lado dos mártires dos tempos passados, os de hoje, entre os quais o índio Márçal Guarani, o arcebispo Romero e a Ir. Dorothy Stang, missionária norte-americana assassinada 12 de fevereiro de 2005 na Amazônia brasileira. Irmã Dorothy foi morta por pistoleiros, por defender pequenos lavradores de um projeto de agricultura sustentável, contra a devastação das grandes madeireiras. Estas, sob o olhar complacente quando não conivente das autoridades, abatem as árvores para alimentar o lucrativo comércio da exportação ilegal de madeira para a Europa.

Os artistas e o sentimento e piedade popular se antecipam no reconhecimento de novas formas de santidade que vão da luta em favor da vida dos pequenos e injustiçados, da denúncia da ganância do capital e dos impérios, até a defesa intransigente da água, da terra, das florestas, como bens comuns necessários à vida e não apenas “mercadorias” a mais, a serviço do lucro.

Quando o jovem bispo de Ivrea, Betazzi, então bispo auxiliar de Bologna, interveio no Vaticano II, sob nutrido aplauso da Aula conciliar, para pedir a canonização imediata de João XXIII pelos padres conciliares, estava querendo consagrar todo um programa, um projeto e um sonho de nova Igreja e nova humanidade. Nesse sentido, comentou o Cardeal Lercaro, que essa proposta da imediata canonização de João XXIII pelo Concílio representava a acolhida das decisões conciliares na vida da Igreja. A proclamação da santidade de João XXIII não era apenas a de “uma santidade exemplar (igual a de outros santos), e sim de uma santidade programática de uma nova época da Igreja, individualizada no santo pastor, doutor e profeta reconhecido como seu antecipador”.

A santidade de Romero é também uma santidade programática que remete à evangélica opção preferencial pelos pobres, a uma fé atuante no mundo e à profecia como inarredável tarefa dos pastores e de todos os batizados, num continente nominalmente cristão, que convive em aparente indiferença, com as seculares desigualdades e injustiças que marcam nossas sociedades dos tempos coloniais até hoje.

Pe. José Oscar Beozzo

jbeozzo@terra.com.br

 

 

[1] En rebelde fidelidad: Diario de PEDRO CASALDALIGA – 1977/1983. Barcelona: Desclée de Brouwer, p. 18.

[2] http://servicioskoinonia.org/cerezo/imagenes/MinoRomero2006port.jpg

 

[3] Citado por G. ALBERIGO, Breve História do Concílio Vaticano II. Aparecida: Editora Santuário, 2006, p. 150.

O Carnaval da Libertação na perspectiva de um monge

MARCELO BARROS é um monge beneditino que une mística e política (busca do bem comum), oração com a caminhada dos movimentos populares e dos indígenas no Brasil, na América Latina e no mundo. É um dos conferencistas mais solicitados aqui e fora do Brasil pois em tudo o que fala imprime uma aura de espiritualidade e ao mesmo tempo de engajamento para a transformação do mundo no sentido da justiça e da paz. Esse artigo sobre o Carnaval da Libertação mostra bem seu espírito. Reconhece a celebração da vida e ao mesmo tempo associa esta celebração com a alegria espiritual que nos vem do encontro com Deus ou com a Divindade, conhecida por muitos nomes. Vale a a pena ler este texto no contexto do Carnaval que se aproxima. Lboff

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Em várias cidades brasileiras, já estamos em tempo de Carnaval. No Rio de Janeiro, Olinda, Salvador e outras cidades tradicionais, os blocos estão nas ruas e as pessoas superam as dores e angústias do cotidiano através da dança, das brincadeiras e da alegria do Carnaval. Ainda há pessoas e grupos que veem nisso mera alienação. Alguns grupos religiosos condenam o mundanismo e julgam o Carnaval como produto do diabo. Não há dúvidas de que o Capitalismo faz de tudo mercadoria. No Carnaval, explora um erotismo simplesmente comercial. Fomenta o uso exagerado de bebidas e mesmo de drogas. Tudo isso cria um circulo vicioso com a violência urbana que explode em alguns fenômenos de massa não bem canalizados. No entanto, apesar desses problemas, toda festa, mesmo a mais aparentemente mundana, reúne pessoas em uma expressão de alegria e tem, por isso, uma dimensão nobre e, podemos mesmo dizer: espiritual.

De um modo ou de outro, todas as culturas valorizam a festa como sinal e antecipação do pleno e definitivo encontro com a divindade. Jesus afirmou que o reinado divino vem ao mundo, qual uma música deliciosa que convida todos a dançarem. Ele se queixa de sua geração que parece com pessoas que, mesmo ao som da música, não reagem e ficam indiferentes (Lc 7, 31- 32). Ninguém deveria ficar apático diante dos sinais do amor e da comunhão humana que tornam a vida, mesmo sofrida, uma festa de alegria, inspirada pelo Espírito. Conforme o quarto evangelho, Jesus começou a anunciar o reinado divino no mundo, transformando água em vinho simplesmente para que não faltasse alegria em uma festa de casamento (Jo 2).

As pessoas e comunidades marcam a vida pela cadência das festas. Cada ano, o aniversário natalício recorda o dom da vida. Conquistas importantes, como conclusão de um curso, obtenção de um novo trabalho e casamentos são celebrados com festas. Todo país tem festas cívicas e cada religião, festividades litúrgicas. O que caracteriza a festa é a liberdade de brincar, o direito de subverter a rotina e de expressar alegria e comunhão, através de uma comida gostosa, a música contagiante e a dança que unifica corpo e espírito.

Na Bíblia, se conta que, quando a arca da aliança foi transferida das montanhas para Jerusalém, “o rei Davi dançava alegremente”. Davi dançou para agradecer a bênção divina sobre o povo. Vários salmos aludem à dança como forma de oração. Apesar disso, a dança não é muito valorizada nas liturgias. Nas sinagogas, o uso variou muito, de acordo com o tempo. Em épocas mais recentes, principalmente em festas como a da Simchá Torá, a festa da “alegria da Lei”, no nono dia depois da festa das Tendas (Sucot), a dança é o rito central. Em um artigo na internet, o rabino Nilton Bonder explica: “Nós dançamos com a Torá e não nos damos conta como dançamos com a vida e de que a dança revela muito”. A dança é mais do que um método. É caminho de meditação interior e comunitária. Indica abertura do ser humano a uma dimensão de transcendência. No Brasil, as danças são ancestralmente praticadas pelas religiões indígenas e afro-descendentes. Muitas vezes, além de ser uma forma de orar com o corpo, servem também como instrumentos de cura e equilíbrio para a vida.

As formas mais conhecidas de danças sagradas espalhadas pelo mundo vêm do Oriente e são a Hatha Yoga, T´ai Chi e as danças do Dervixe na tradição mística Sufi (muçulmana). Um dervixe disse ao escritor grego Nikos Kazantzakis: “Bendizemos ao Senhor, dançando. A dança mata o ego e uma vez que o ego é morto não há mais obstáculos que o impeçam de se unir a Deus”.

Lamentavelmente ao se falar de dança sagrada, corre-se o risco de separar o sagrado e o profano, como se houvesse uma dança santa e a outra mundana e pervertida. É claro que, como toda atividade humana, a dança também pode se tornar instrumentalizada em espetáculos de mau gosto. Entretanto, se, em seu erotismo, ela é humana e humanizadora, repõe as energias do amor em um equilíbrio unificador da pessoa e da comunidade. Desse modo, toda dança é sinal da bênção divina e instrumento de cura do corpo e do espírito. Tanto no Carnaval, como no dia a dia, é importante valorizar os ritmos, músicas e danças de cada cultura.

Nos anos 70, Chico Buarque compôs a melodia para o filme “Quando o Carnaval chegar”, uma comédia musical de Cacá Diegues que tomava o Carnaval como parábola da festa da libertação. Apesar de que superamos a ditadura militar e, hoje, vivemos uma democracia formal, ainda há muito para alcançarmos uma igualdade social e uma realidade de justiça que signifique uma verdadeira libertação para todo o nosso povo. Por isso, continua válida a esperança proposta nas imagens daquela música de Chico, cantada no filme, junto com Maria Bethânia e Nara Leão: “Quem vê assim, tão parado e distante, parece que eu nem sei sambar. Tou me guardando pra quando o Carnaval chegar”. É bom que nos Carnavais que passam, não deixemos de esperar e nos preparar para o Carnaval definitivo, mais profundo e transformador da vida.

 

 

 

 

Fundamentalismo do Ocidente e do Extremo Ocidente

Predominante é o fundamentalismo islâmico. Mas há também uma onda de fundamentalismo especialmente na França e na Alemanha onde comparecem fortemente a xonofobia, a islamofobia, o antiseminitismo. Os vários atentados da al-Qaeda e de outros grupos jihadistas alimentam esse sentimento que desumaniza a todos: as vítimas e os causadores das vítimas. Podemos comprender os contextos globais que subjazem à violência terrorista (o terror das guerra do Ocidente levadas ao Oriente Médio), mas jamais, por nenhum motivo, aprová-la por seu caráter criminoso.

Radical é o fundamentalismo em vários grupos do Islam, criando um novo tipo de guerra: o terrorismo. Atualmente é ofensivo acusar alguém de fundamentalista. Geralmente só os outros são fundamentalistas, esquecendo, não raro, que quem acusa também vive numa cultura de raiz fundamentalista. É sobre isso que quero me deter rapidamente, mesmo irritando não poucos leitores e leitoras. Refiro-me ao fundamentalismo presente em amplos setores do Ocidente e do Extremo Ocidente (as Américas).

Historicamente o fundamentalismo que já pre-existia, ganhou corpo no protestantismo norte-americano entre 1890 e 1915 quando um grupo de pastores publicou uma coleção de 12 fascículos teológicos com o título Fundamentals: a testimony of the Thruth (Fundamentos: um testemunho da verdade). Ai se afirmava o caráter absoluto das verdades de fé, contra a secularização, fora da quais só poderia haver erro. Esse fundamentalismo perdura ainda hoje em muitas denominações critãs e em setores do catolismo conservador à la Lefbvre.

Diria com certo exagero, mas nem tanto que o fundamentalismo é uma das doenças crônicas do Ocidente e também do Extremo Ocidente (USA) e das mais deletérias. É tão arraigado que virou inconscinte mas bem expresso pelo político mais hilário e grosseiro da Europa, Silvio Berlusconi que declarou ser a civilização ocidental a melhor do mundo e, por isso, a ser imposta a todos. Cito dois tipos de fundamentalismo: um religioso e outro politico.

O cristianismo de versão romano-católica foi por séculos a ideologia hegemônica da sociedade ocidental, do “orbis catholicus”. Nesta lógica vejam o absolutismo de dois Papas, uma expressão clara de fundamentalismo religioso.

O Papa Alexandre VI (1492-1503) pela bula Inter Caetera destinada aos reis de Espanha determinava:”Pela autoridade do Deus todo-poderoso a nós concedida em São Pedro, assim como do vicariato de Jesus Cristo, vos doamos, concedemos e entrregamos com todos os seus domínios, cidades fortalezas, lugares e vilas, as ilhas e as terras firmes achadas e por achar”. Isso foi tomado a sério e legitimou a colonização espanhola com a destruição de etnias, culturas e religiões ancestrais.

O Papa Nicolau V (1447-1455) pela bula Romanus Pontifex dirigida aos reis de Portugal é ainda mais arrogante:”Concedo a faculdade plena e livre para invadir, conquistar, combater, vencer e submeter a quaisquer sarracenos e pagãos em qualquer parte que estiverem e reduzir à servidão perpétua as pessoas dos mesmos”. Também essa faculdade foi exercida no sentido de “dilatar a fé e o império” mesmo à custa da dizimação de nosos indígenas (eram 6 milhões) e a devastação de nossas florestas.

Esse versão religiosa ganhou uma tradução secular nos colonizadores que praticavam tal terror sobre os povos. Mas ela subsiste ainda hoje; basta ver como  a Alemanha de Merkel e a França de Hollande tratam a humilhada Grécia junto com a Troika. Julgam-se senhores do destino do povo grego, obrigando-o a pagar uma dívida impagável até o juizo final (170% acima do PIB). Temos a ver com um tipo de  fundamentalismo, o do neoliberalismo econômico com a expressão: TINA:There is No Alternative: não há outra alternativa. Quem decide que não há? Os bancos? Os governos? O povo?

Lamentavelmente essa versão absolutista foi ressuscitada por um controvertido documento do então Card. Joseph Ratzinger, Dominus Jesus (2001) onde reafirma a idéia medieval de que fora da Igreja não há salvação. Os demais estão em situação de risco face à salvação eterna.

A versão religiosa acima ganhou expressão política pelo Destino Manifesto dos USA. Esta expressão foi cunhada em 1845 pelo jornalista John O’Sullivan para justificar o expansionismo norte-americano como a anexação de parte do México. Em 1900 o senador por Indiana, Albert Beveridge explicava:”Deus designou o povo norte-americano como nação eleita para dar início à regeneração do mundo”. Outros Presidentes especialmente George W. Bush se remetiram a essa pretensiosa exclusividade. Ela justificou guerras de conquista especialmente no Oriente Médio. Parece que em Barak Obama ela não está totamente ausente.

Em resumo concentrado: os dois Ocidentes imaginam-se os melhores do mundo: a melhor religião, a melhor forma de governo, a melhor tecno-ciência, a melhor cosmovisão. Isso constitui uma forma de fundamentalismo que sugnifica: fazer de sua verdade a única e impo-la aos demais. Essa arrogância está presente no consciente e no subconsciente dos ocidentais. Graças a Deus, criou-se também um antídoto: a auto-crítica sobre os males que esse fundamentalismo tem trazido para a humanidade e para a relação com a natureza. Mas não é compartilhado pela coletividade.

Vale a frase do grande poeta espanhol Antonio Machado: ”Não a tua verdade. A verdade. Vem comigo buscá-la. A tua, guarde-a”. Se a buscarmos juntos, no dialogo e na cordialidade, então mais e mais desaparece a minha verdade para dar lugar a Verdade comungada por todos. E assim se pode, quem sabe, limitar o fundamentalismo no mundo nos dois Ocidentes.

Leonardo Boff é colunista do JBonlie e escreveu: Fundamentalismo, terrorismo, religião e paz, Vozes 2009.