Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

            Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche. Leonardo Boff ha scritto Habitare la Terra,Roma 2023; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023

This liberation theologian was once silenced by the Vatican. In the Laudato Si’ era, he’s getting a second look.

James T. KeaneJanuary 30, 2024- Review America

Leonardo Boff (Brasil TV/Wikimedia Commons)

Reflecting on more than 80 years of life in his 2022 book Thoughts and Dreams of an Old Theologian, Leonardo Boff summed up many of his theological and personal concerns in a clarion call for change. “Either we care for Mother Earth, our Common Home, and we join hands to work together in solidarity, or we join the procession of those headed for their own funeral. Here we see the importance and the urgency of nurturing good dreams that lead us to transformational activities and constantly nourish our hope,” he wrote, adding:

This is the dream I want to pass on, as my life nears toward its end, to the young people who will come after us. It is their task to take forward the dream of Jesus, of Pope Francis, of liberation theology at its broadest, and of so many others who also nurture dreams of a better humanity. These young people will have to be the leaders in shaping a better future for us, for nature, and for Mother Earth.

If those dreams and concerns sound somewhat familiar, even to a reader unfamiliar with Boff’s work, it is because many of them were also reflected in recent Vatican documents like “Laudato Si’” and “Querida Amazonia.” After the publication of the former, rumors circulated that Pope Francis had personally asked Boff for his input on the writing of the encyclical.

Leonardo Boff, the pope’s theologian?

After the publication of “Laudato Si’,” rumors circulated that Pope Francis had personally asked Leonardo Boff for his input on the writing of the encyclical.

It was not always thus. In a long and still-ongoing career, Boff was for many years one of the leading voices of liberation theology—and became a lightning rod for criticism of that theological school in the 1980s and 1990s.

Advertisement

Born in Concórdia, Brazil, in 1938, Boff entered the Franciscans in 1959 and was ordained in 1964. He earned a doctorate in philosophy and theology from the University of Munich in 1970. In the years that followed, Boff joined scholars such as Gustavo Gutiérrez, Jon Sobrino, S.J., and Juan Luis Segundo, S.J., in promoting the theology of liberation through books like Jesus Christ Liberator (1974). He was a strong proponent of comunidades de base, the small and local “base communities” which were championed by liberation theologians as centers of theological praxis in the face of economic injustice and structural sin. His 1987 book, Introducing Liberation Theology, co-written with his brother Clodovis, is still widely used in colleges and theological schools as a textbook.

In 1985, the Congregation for the Doctrine of the Faith (now the Dicastery for the Doctrine of the Faith) censured Boff for his book Church: Charism and Power and silenced him for a year. The C.D.F., then led by Cardinal Joseph Ratzinger, criticized Boff’s “ecclesiological relativism” in seeing both Protestant and Catholic church structures as incomplete, and also cited his praxis-based approach to theology (centered on the base communities) that, the C.D.F. argued, seemed to relativize the nature of truth.

In a 1988 book on the matter, The Silencing of Leonardo Boff: The Vatican and the Future of World Christianity, the theologian Harvey Cox suggested that the Vatican singled out Boff because it saw the “grass-roots religious energy” Boff represented as a threat to the church’s teaching authority.

Advertisement

Cox, wrote the theologian Lamin Sanneh in America in 1988, placed Boff’s silencing “in the global context of world Christianity, in particular the potential scale of the fallout from the growing challenge of third-world Christianity to the accustomed privileges of Western religious hegemony.”

Harvey Cox suggested that the Vatican singled out Boff because it saw the “grass-roots religious energy” Boff represented as a threat to the church’s teaching authority.

Tweet this

Cox saw Boff as “an evangelical radical, not a modernist” who did not want to bring the church up to date, necessarily, but to align it more closely with the Gospels, wrote America editor in chief George W. Hunt, S.J., in 1989. Cardinal Ratzinger, Hunt wrote, sought to recenter the church “intellectually and liturgically in its ancient homeland (Europe), and to achieve this his congregation must be ‘the protector not only of the integrity of the faith and the documents of Vatican II but also of their proper interpretation against cagey [non-European] theologians.’” Boff, on the other hand, found the solution to what ailed the church “not in ‘recentering’ but in ‘decentering,’ that is, a form of Catholicism ‘in which the Gospel can take root in a variety of disparate cultures and flourish especially among the poor.’”

Advertisement

Boff continued to write and teach (he was a professor of theology at the Jesuit Institute for Philosophy and Theology in Petropolis, Brazil, for 22 years) after his silencing ended, publishing such books as Ecclesiogenesis and Cry of the Earth, Cry of the Poor. In 1992, Boff faced a potential silencing once again from the C.D.F. Recognizing that his status as a priest under obedience in a religious order was an issue in the C.D.F.’s repeated efforts to discipline him, he resigned from the Franciscans that June. The next year, he took a position at Rio de Janeiro State University in Brazil, where he is now the Professor Emeritus of Ethics, Philosophy of Religion and Ecology.

In 2000, Cardinal Ratzinger reflected on the contretemps in a speech at the Vatican that suggested Boff’s silencing stood as a warning to other theologians. “At a distance of 15 years, it is clearer than it perhaps was then that it was not so much a matter of a single theological author, but of a vision of the church which circulates with different variations and which is still very current today,” Ratzinger said. Boff was one of many theologians censured by the C.D.F. during the pontificate of John Paul II, a process America’s editors criticized in a 2001 editorial, “Due Process in the Church.”

In recent years, in addition to Thoughts and Dreams of an Old Theologian, Boff has also published such books as Christianity in a Nutshell, Come Holy Spirit and The Following of Jesus. His theological work has increasingly focused on the ecological crisis facing the world.

“Boff’s skillful use of the sociology of knowledge enables him to explain why theologians of other ages interpreted the faith within the total social, cultural, political and economic realities of their day,” wrote Joseph P. Fitzpatrick, S.J., in America in 1990. “It also prompts him to declare why the perspective of liberation theology is the only authentic interpretation of the faith in the presence of the massive inhumanity, oppression and injustice of our day.”

Recommended for You

‘Laudato Si’’ to ‘Laudate Deum’: What has changed in Pope Francis’ climate teaching?

Peter Knox

Street artist of ‘Super Pope’ fame gets official Vatican stamp of approval

Nicole Winfield – Associated Press

Boff’s primary concern theologically and sociologically has always been the poor and marginalized, particularly in Latin America. But that might not be the audience needs to hear him the most. “The Christian slum-dweller in Lima or Sao Paulo does not need a Gustavo Gutiérrez or à Leonardo Boff in order to know that something is terribly wrong and has to change, or that the Gospel has plenty to say about the nature of that change,” wrote Kevin P. O’Higgins, S.J., in a 1990 essay for America.

“It is the comfortable Christian suburbanite—clerical, religious or lay—in North America or Western Europe who has [the] most difficulty in seeing what is wrong and what is demanded by an authentic faith.”

Boff’s 1987 book, Introducing Liberation Theology, co-written with his brother Clodovis, is still widely used in colleges and theological schools as a textbook.

James T. Keane

Facebookhttps://www.americamagazine.org/sites/default/files/styles/medium/public/profile_photo/keane_0_0.jpg?itok=hkqBrr19 Theology / Environment / Vatican / Laudato Si

James T. Keane

James T. Keane is a senior editor at America.

@jamestkeane

Levanto mi voz en defensa del Papa Francisco

Religión Digital 14.1.2024

10 años de furiosos ataques a la pastoral de la ternura, Leonardo Boff: “Levanto mi voz en defensa del Papa Francisco

En razón de esta expresión de odio y de violencia al Papa Francisco ergui mio voz em defensa de su persona, de su manera de ser Papa y de su visión de la Iglesia  y del mundo

Desde el principio de su pontificado hace ya más de 10 años, el Papa Francisco viene recibiendo furiosos ataques de cristianos tradicionalistas y supremacistas blancos casi todos del Norte del mundo, de Estados Unidos y de Europa

“Hubo un tiempo en que, en una articulación politica con ricos laicos norte-americanos, hasta hicieron un complot, involucrando millones de dólares, para deponerlo, como si la Iglesia fuese una empresa y el Papa su CEO”

“Todo en vano. Él sigue su camino en el espíritu de las bienaventuranzas evangélicas de los perseguidos”

“Las razones de esta persecución son varias: razones geopolíticas, disputa de poder, su modo de ser como Papa pastor, otra visión de Iglesia y el cuidado de la Casa Común”

14.01.2024 Leonardo Boff

Desde el principio de su pontificado hace ya más de 10 años, el Papa Francisco viene recibiendo furiosos ataques de cristianos tradicionalistas y supremacistas blancos casi todos del Norte del mundo, de Estados Unidos y de Europa. Hubo un tiempo en que, en una articulación politica con ricos laicos norte-americanos, hasta hicieron un complot, involucrando millones de dólares, para deponerlo, como si la Iglesia fuese una empresa y el Papa su CEO. Todo en vano. Él sigue su camino en el espíritu de las bienaventuranzas evangélicas de los perseguidos.

Las razones de esta persecución son varias: razones geopolíticas, disputa de poder, su modo de ser como Papa pastor, otra visión de Iglesia y el cuidado de la Casa Común.

Levanto mi voz en defensa del Papa Francisco desde la periferia del mundo, del Gran Sur. Comparemos los números: en Europa vive solo el 21,5% de los católicos, el 82% viven fuera de ella, el  48% en América. Somos, por lo tanto, amplia mayoría. Hasta mediados del siglo pasado la Iglesia Católica era del primer mundo. Ahora la Iglesia del tercero y cuarto mundo, que un día, tuvo origen en el primer mundo es numéricamente la que garantiza la existencia de la Iglesia Católica en el mundo. 

“Levanto mi voz en defensa del Papa Francisco desde la periferia del mundo, del Gran Sur. Somos amplia mayoría … A lo largo de más de 500 años ha habido una eclesiogénesis, otro modo de ser iglesia, una iglesia-fuente: se encarnó en la cultura local indígena-negra-mestiza y de inmigrantes de pueblos venidos de 60 países diferentes”

Aquí surge una cuestión geopolítica. Los conservadores estadounidenses, los europeos, con excepción de notables organizaciones católicas de cooperación solidaria (Miserior, Adveniat, Brot für die Welt,entre otras), alimentan un soberano desdén por el Sur, especialmente por América Latina.

La Iglesia-gran-institución fue aliada de la colonización, cómplice del genocidio indígena (en menos de 60 años 61 millones de indígenas fueron muertos o morieron por las enfermedades de lo blancos) y participante en la esclavitud (solamnte en Brasil 5 millones de personas esclavizadas). Aquí fue implantada una Iglesia colonial, espejo de la Iglesia europea. 

Pero a lo largo de más de 500 años, no obstante la persistencia de la Iglesia espejo, ha habido una eclesiogénesis, la génesis de otro modo de ser iglesia, una iglesia-fuente: se encarnó en la cultura local indígena-negra-mestiza y de inmigrantes de pueblos venidos de 60 países diferentes. 

De esta amalgama, se gestó su estilo de adorar a Dios y de celebrar, de organizar su pastoral social al lado de los oprimidos que luchan por su liberación. Proyectó una teología adecuada a su práctica liberadora y popular. Tiene sus profetas, confesores, teólogos y teólogas, santos y santas, y muchos mártires, entre ellos el arzobispo de San Salvador, Oscar Arnulfo Romero. 

Este tipo de Iglesia tiene su expresión más clara en las comunidades eclesiales de base, donde se vive la dimensión de comunión de iguales, todos hermanos y hermanas, con sus coordinadores laicos, hombres y mujeres, con sacerdotes insertados en medio del pueblo y obispos, nunca de espaldas al pueblo como autoridades eclesiásticas, sino como pastores a su lado, con “olor a ovejas”, con la misión de ser los “defensores et advocati pauperum” como se decía en la Iglesia primitiva. 

“Papas y autoridades doctrinarias del Vaticano, particularmente bajo los Papas Juan Pablo II y Benedicto XVI intentaron cercenar y hasta condenar tal modo de ser-Iglesia … hasta que, por fin, irrumpió la figura del Papa Francisco”

Papas y autoridades doctrinarias del Vaticano, particularmente bajo los Papas Juan Pablo II y Benedicto XVI intentaron cercenar y hasta condenar tal modo de ser-Iglesia, no pocas veces con el argumento de que no son Iglesia por el hecho de no ver en ellas el carácter jerárquico y el estilo romano o solamente tener elementos eclesiais, como afirmaba el entonces Card.Joseph Ratzinger, en el documento Dominus Jesus (2000) que tanto afecto negativamente al ecumenismo. 

Esa amenaza perduró durante muchos años hasta que, por fin, irrumpió la figura del Papa Francisco. Él vino del caldo de esta nueva cultura eclesial, bien expresada por la opción preferencial, no excluyente, por los pobres y por las distintas vertientes de la teología de la liberación que la acompaña especialmente la de Argentina: “opción por el pueblo y por la cultura silenciada”. Él dio legitimidad a este modo de vivir la fe cristiana, especialmente en situaciones de gran opresión.

Pero lo que más está escandalizando a los cristianos tradicionalistas es su estilo de ejercer el ministerio de unidad de la Iglesia. Ya no se presenta como el pontífice clásico, vestido con los símbolos paganos, tomados de los emperadores romanos, especialmente la famosa “mozzeta”, aquella capita banca llena de símbolos del poder absoluto del emperador y del papa. Francisco se libró rápidamente de ella y vistió una “mozzeta” blanca sencilla, como la del gran profeta de Brasil, dom Helder Câmara, y su cruz de hierro sin ninguna joya. 

Se negó a vivir en un palacio pontificio, lo cual habría hecho a san Francisco levantarse de la tumba para llevarlo adonde él escogió: en una simple casa de huéspedes, Santa Marta. Allí entra en la fila para servirse y come junto con todos. Con humor podemos decir que así es más difícil  envenenarlo. No calza Prada, sino sus zapatones viejos y gastados. 

“Lo que más está escandalizando a los cristianos tradicionalistas es su estilo de ejercer el ministerio … Se negó a vivir en un palacio, no calza Prada, dijo claramente que no iba a presidir la Iglesia con el derecho canónico sino con el amor y la ternura”

En el anuario pontificio en el que se usa una página entera con los títulos honoríficos de los Papas, él simplemente renunció a todos y escribió solamente Franciscus, pontifex. En uno de sus primeros pronunciamientos dijo claramente que no iba a presidir la Iglesia con el derecho canónico sino con el amor y la ternura. Un sin número de veces ha repetido que quería una Iglesia pobre y de pobres.

Todo el gran problema de la Iglesia-gran-institución reside, desde los emperadores Constantino y Teodosio, y desde la entrada de ricos e intelectuales en la Iglesia, en la asunción del poder político, transformado en poder sagrado (sacra potestas). Ese proceso llegó a su culminación con el Papa Gregorio VII (1075) con su bula Dictatus Papae, que bien traducida es la “Dictadura del Papa”. 

Como dijo el gran eclesiólogo Jean-Yves Congar, con este Papa se consolidó el cambio más decisivo de la Iglesia que tantos problemas creó y del cual ya nunca se ha liberado: el ejercicio centralizado, autoritario y hasta despótico del poder. En las 27 proposiciones de la bula, el Papa es considerado el señor absoluto de la Iglesia, el señor único y supremo del mundo, volviéndose la autoridad suprema en el campo espiritual y temporal. Esto nunca ha sido desdicho. 

Basta leer el Canon 331 en el cual se dice que “el Pastor de la Iglesia universal tiene el poder ordinario, supremo, pleno, inmediato y universal”. Cosa inaudita: si tachamos el término Pastor de la Iglesia universal y ponemos Dios, funciona perfectamente.

¿Quién de los humanos sino Dios, puede atribuirse tal concentración de poder? No deja de ser significativo que en la historia de los Papas haya habido un crescendo  en el faraonismo del poder: de sucesor de Pedro, los Papas pasaron a considerarse representantes de Pedro a representantes de Cristo. Y como si no bastase, representantes de Dios, siendo incluso llamados deus minor in terra. 

“La indignación de los conservadores y reaccionarios, está claramente expresada en el libro de 45 autores de octubre de 2021: De la paz de Benedicto a la guerra de Francisco (From Benedict’s Peace to Francis’s War) organizado por Peter A. Kwasniewski. Nosotros le daríamos la vuelta así: De la paz de los pedófilos de Benedicto (encubiertos por él) a la guerra a los pedófilos de Francisco (condenados por él)”

Aquí se realiza la hybris griega y aquello que Thomas Hobbes constata en su Leviatán: «Señalo, como tendencia general de todos los hombres, un perpetuo e inquieto deseo de poder y más poder, que sólo cesa con la muerte. La razón de esto radica en el hecho de que no se puede garantizar el poder si no es buscando todavía más poder». La Iglesi-gran-institución realizó plenamente lo que Hobbes ha descrito. Esta ha sido, pues, la trayectoria de la Iglesia Católica en relación con el poder, que persiste hasta el día de hoy, fuente de polémicas con las demás Iglesias cristianas y de extrema dificultad para asumir los valores humanísticos de la modernidad. Dista años luz de la visión de Jesús que quería un poder-servicio (hierodulia) y no un poder-jerárquico (hierarquia).

De todo eso se aleja el Papa Francisco, lo que causa indignación a los conservadores y reaccionarios, claramente expresado en el libro de 45 autores de octubre de 2021: De la paz de Benedicto a la guerra de Francisco (From Benedict’s Peace to Francis’s War) organizado por Peter A. Kwasniewski. Nosotros le daríamos la vuelta así: De la paz de los pedófilos de Benedicto (encubiertos por él) a la guerra a los pedófilos de Francisco (condenados por él). Es sabido que un tribunal de Múnich, eclesial y estatal, encontró indicios para incriminar al Papa Benedicto XVI, mientras era Cardenal, por su lenidad con curas pedófilos. Murió antes que los jueces civiles de Munich lo iban a interrogar en Castelgandolfo.

Existe un problema de geopolítica eclesiástica: los tradicionalistas rechazan a un Papa que viene “del fin del mundo”, que trae al centro de poder del Vaticano otro estilo, más próximo a la gruta de Belén que a los palacios de los emperadores. Si Jesús se apareciese al Papa en su paseo por los jardines del Vaticano, seguramente le diría: “Pedro (al sucesor, el Papa) sobre estas piedras palaciegas jamás construiría mi Iglesia”. Esta contradicción es vivida por el Papa Francisco, pues renunció al estilo palaciego e imperial.

Hay, en efecto, un choque de geopolítica religiosa, entre el Centro, que perdió la hegemonía en número y en irradiación pero que conserva los hábitos de ejercicio autoritario del poder, y la Periferia, numéricamente mayoritaria de católicos, con iglesias nuevas, con nuevos estilos de vivencia de la fe y en permanente diálogo con el mundo, especialmente con los condenados de la Tierra, que tiene siempre una palabra que decir sobre las llagas que sangran en el cuerpo del Crucificado, presente en los empobrecidos y oprimidos y que debe ser bajado de la cruz.

“Tal vez lo que más molesta a los cristianos anclados en el pasado es la visión de Iglesia vivida por el Papa. No una Iglesia-castillo, cerrada en sí misma, en sus valores y doctrinas, sino una Iglesia ‘hospital de campaña’ siempre ‘en salida rumbo a las periferias existenciales'”

Tal vez lo que más molesta a los cristianos anclados en el pasado es la visión de Iglesia vivida por el Papa. No una Iglesia-castillo, cerrada en sí misma, en sus valores y doctrinas, sino una Iglesia “hospital de campaña” siempre “en salida rumbo a las periferias existenciales”. Ella acoge a todos sin preguntar su credo o su situación moral. Basta que sean seres humanos en busca de  vida y sufridores de las adversidades de este mundo globalizado, injusto, cruel y sin piedad. 

Condena de forma directa el sistema que da centralidad al dinero a costa de vidas humanas y a costa de la naturaleza. Ha realizado varios encuentros mundiales con movimientos populares. En el último, el cuarto, dijo explícitamente: «Este sistema (capitalista), con su lógica implacable, escapa al dominio humano; es preciso trabajar por más justicia y cancelar este sistema de muerte». En la Fratelli tutti (2025) lo condena de forma contundente.

Se orienta por aquello que es una de las grandes aportaciones de la teología latinoamericana: la centralidad del Jesús histórico, pobre, lleno de ternura con los que sufren, siempre al lado de los despreciados y marginalizados. El Papa respeta los dogmas y las doctrinas, pero no es por ellas por donde llega al corazón de la gente, sino por la cercanía, por la ternura y por el amor.

Para él, Jesús vino a enseñar a vivir: la confianza total en Dios-Abbá, a vivir el amor incondicional, la solidaridad, la compasión con los caídos en los caminos, el cuidado con lo Creado, bienes que constituyen el contenido del mensaje central de Jesús: el Reino de Dios. 

Predica incansablemente la misericordia ilimitada por la cual Dios salva a sus hijos e hijas, pues Él no puede perder a ninguno de ellos, frutos de su amor, “pues es el apasionado amante de la vida” (Sab 11,26). Por eso afirma que “por más que alguien esté herido por el mal, nunca está condenado sobre esta tierra a quedar para siempre separado de Dios”. En la Misericordiae Vultus, explicitamente dijo el Papa: “La misericordia será siempre más grande que cualquier pecado y nadie puede poner limites al amor de Dios que perdona”(n.2). En otras palabras: la condenación es solo para este tiempo.

“La misericordia será siempre más grande que cualquier pecado y nadie puede poner limites al amor de Dios que perdona”

Convoca a todos los pastores a ejercer la pastoral de la ternura y del amor incondicional, formulada resumidamente por un líder popular de una comunidad de base: ”el alma no tiene frontera, ninguna vida es extranjera”. Como pocos en el mundo, se ha comprometido con los emigrantes venidos de África y de Oriente Medio y ahora de Ucrania. En estos tiempos tenebrosos de un verdadero genocidio en la Faja de Gaza, clama por la paz, para lo moderación y por el cese de la guerra. Lamenta que los modernos hayamos perdido la capacidad de llorar, de sentir el dolor del otro y, como buen samaritano, de socorrerlo en su abandono.

Su obra más importante muestra la preocupación por el futuro de la vida de la Madre Tierra. La Laudato Sì expresa su verdadero sentido en el subtítulo: “sobre el cuidado de la Casa Común” dirigida a toda la humanidad. Elabora no una ecología verde, sino una ecología integral que abarca el ambiente, la sociedad, la política, la cultura, lo cotidiano y el mundo del espíritu. 

Asume las contribuciones más seguras de las ciencias de la Tierra y de la vida, especialmente de la física cuántica y de la nueva cosmología el hecho de que “todo está relacionado con todo y nos une con afecto al hermano Sol, a la hermana Luna, al hermano río y a la Madre Tierra” como dice poéticamente en la Laudato Sì (n.92;86). La categoría cuidado y corresponsabilidad colectiva adquieren completa centralidad hasta el punto de decir en la Fratelli tutti que «estamos en el mismo barco: o todos nos salvamos o nadie se salva» (n.34).

Nosotros latinoamericanos le estamos profundamente agradecidos por haber convocado el Sínodo Querida Amazonia para defender ese inmenso bioma de interés para toda la Tierra y cómo la Iglesia se encarna en aquella vasta región que cubre nueve países y que tiene el derecho a un rostro indígena.

Grandes nombres de la ecología mundial afirmaron: con esta contribución el Papa Francisco se pone a la cabeza de la discusión ecológica contemporánea.

“Casi desesperado, pero aun así lleno de esperanza, propone un camino de salvación: la fraternidad universal y el amor social como los ejes estructuradores de una biosociedad en función de la cual están la política, la economía y todos los esfuerzos humanos”

Casi desesperado, pero aun así lleno de esperanza, propone un camino de salvación: la fraternidad universal y el amor social como los ejes estructuradores de una biosociedad en función de la cual están la política, la economía y todos los esfuerzos humanos. 

Se trata de pasar del paradigmadel dominus (el ser humano fuera y por en cima de la naturaleza como su señor y dueño) al paradigma del frater,  todos hermanos y hermanas, con los seres todos de la naturaleza e entre nosotros, los humanos.

No tenemos mucho tiempo ni sabiduría suficientemente acumulada para esta travesía del dominus al frater  y para este sueño del Papa: la alternativa real para evitar un camino sin retorno.

El Papa caminando solo por la plaza de San Pedro bajo una lluvia fina, en tiempos de la pandemia, quedará como una imagen indeleble y un símbolo de su misión de Pastor que se preocupa y reza por el destino de la humanidad.

“Caminemos cantando. Que nuestras luchas y nuestra preocupación por este planeta no nos quiten la alegría de la esperanza” (n.244)

Tal vez una de las frases finales de la Laudato Sì revela todo su optimismo y esperanza contra toda esperanza: «Caminemos cantando. Que nuestras luchas y nuestra preocupación por este planeta no nos quiten la alegría de la esperanza» (n.244).

Tienen que ser enemigos de su propia humanidad quienes condenan inmisericordemente las actitudes tan humanitarias del Papa Francisco, en nombre de un cristianismo estéril, convertido en un fósil del pasado, en un recipiente de aguas muertas. Los ataques feroces que le hacen pueden ser todo menos cristianos y evangélicos. 

El Papa Francisco lo soporta imbuido de la humildad de San Francisco de Asís y de los valores del Jesús histórico. Por eso él bien merece el título de la mejor tradición judaica, de “justo entre las naciones”, el verdadero pastor del universal pueblo de Dios que camina, animados por él, a través de estos tiempos dramáticos y amenazadores.

“Tienen que ser enemigos de su propia humanidad quienes condenan inmisericordemente las actitudes tan humanitarias del Papa Francisco, en nombre de un cristianismo estéril, convertido en un fósil del pasado, en un recipiente de aguas muertas”

*Leonardo Boff es un teólogo brasilero y ha escrito Francisco de Asís y Francisco de Roma, Rio de Janeiro 2015. Trotta 2016;

¿Por qué hemos llegado adonde estamos?: los peligros planetarios

Leonardo Boff*

A nadie se le pasa por la cabeza que la situación mundial sea buena. Lo que presenciamos por los medios  digitales/sociales son escenas de guerra, niños inocentes asesinados por la furia de los ataques contra Hamas, sacrificando ilegítimamente a todo el pueblo palestino de la Franja  de Gaza, la guerra entre Rusia y Ucrania que dura ya dos años y otros 18 lugares de violencia y crímenes de guerra en África y otras partes.

Según la famosa ONG Oxfam, en 2024, la fortuna personal de los 36 individuos más ricos del mundo,  equivale  a los ingresos de más de la mitad de la humanidad, concretamente, a 4.700 millones de personas. En Brasil los 3.390 más ricos (el 0.0016%) poseen el 16% de toda la riqueza del país, más que 182 millones de brasileros (el 85% de la población).

 La misma fuente nos afirma que cada cinco segundos un niño de menos de diez años muere de hambre o de sus consecuencias más inmediatas. ¿Quién no se conmueve, en su humanidad mínima, con tales escenas dramáticas, verdaderas tragedias humanas? Parecería que hemos tocado  los límites del fin de los tiempos. Son escenas que podrían estar en el libro del Apocalipsis.

Para entender la crisis actual, debemos retroceder al siglo XVII/XVIII con la aparición del  paradigma de la modernidad. Los padres fundadores, Francis Bacon y especialmente René Descartes y otros rompieron con una larga tradición de la humanidad. Esta entendía la naturaleza, la Tierra y el propio cosmos como algo vivo  y cargado de propósito.

Pero he aquí que surge Descartes e introduce un dualismo fundamental de graves consecuencias históricas. Él distinguió la res cogitans, el ser pensante y portador de espíritu, de la res extensa, cosa extensa y material, los demás seres. El único portador del espíritu, res cogitans, es el ser humano. Los demás seres, la res extensa, obran mecánicamente y sin un sentido manifiesto. Con esto introdujo por un lado un severo antropocentrismo y por otro, un craso materialismo. La Tierra y la naturaleza solo tienen algún sentido en la medida en que se ordenan al ser humano que las trata como le apetece. Esta concepción materialista del mundo no humano abrió espacio para todo tipo de uso y abusos, inclusive en la propia  investigación científica, sin  preocupación ética de las consecuencias que de ella se podrían derivar.

De ahí nacieron todas las ciencias modernas y su aplicación práctica en una operación técnica. La tecnociencia fue el gran instrumento al servicio de los únicos portadores del espíritu, los seres humanos, separados de la  naturaleza y “dueños y señores” de ella (Descartes), transformados después en colonizadores, esclavócratas y devastadores sistemáticos de la naturaleza. La ciencia no fue puesta al servicio de la vida sino de la dominación de los otros y de la naturaleza.

De ese dualismo inicial surgieron otros dualismos: espíritu y materia, cultura y naturaleza, civilizado y salvaje, idealismo y materialismo, que desgarran la experiencia humana. Se perdió la visión de la totalidad.

Con estos presupuestos se proyectó la arquitectónica del saber atomizado, sin relacionar un saber con los otros saberes, hasta el punto de saber cada vez más sobre cada vez menos.

Indudablemente, este paradigma de la modernidad trajo grandes beneficios en todos los ámbitos de la vida humana, haciéndola menos penosa, refinando los medios de curación, creando los instrumentos de locomoción, las grandes avenidas de comunicación digital y nos llevó hasta el espacio exterior, a la Luna y a Marte y al universo más distante, fuera ya del sistema solar.

Ese paradigma se concentra en el reino de los medios, sin definir salvo raramente (o nunca colectivamente) los fines para los cuales los medios deben servir. El capitalismo entendió bien la cuestión y le definió un fin: un crecimiento ilimitado a través de la acumulación  individual de riqueza, en la lógica de la mayor competición posible, explotando lo más que pueda los recursos de la naturaleza, suponiendo falsamente que la Tierra también posee recursos ilimitados.

A partir de 1972 con el documento Los límites del  crecimiento, la conciencia colectiva despertó al hecho de los límites de la Tierra y de su incapacidad de sostener un proyecto ilimitado. El gran sistema de producción nunca dio mucha importancia a tal hecho. Lo decisivo es garantizar las ganancias y la riqueza.

Los empresarios y los grandes consorcios económicos y financieros están  poniendo  su confianza en la omnipotencia de la tecnociencia que sería capaz de dar una solución a todos los problemas. Esa fue y sigue siendo su gran ilusión. Su sistema económico-financiero, mundialmente integrado, está de tal forma engrasado que le faltan las condiciones y las ganas de parar. Parar sería abandonar su fin, la acumulación ilimitada, cambiar de la relación de  explotación a una relación amigable con la naturaleza, es decir, implicaría negarse a sí mismo. Ahora está quedando claro que el sistema mundial está agónico, dados los cambios de la faz de la Tierra.

Frente a la  voracidad del sistema mundial de explotación/devastación de la naturaleza, la Tierra viva viene reaccionando de distintas formas: con eventos extremos, con la liberación de virus, algunos misteriosos, el virus X, diez veces más letal que el coronavirus, cubriendo todo el planeta. Ha vuelto   obsoletas las fronteras entre las naciones y afectado peligrosamente a toda la humanidad.

Últimamente el cambio climático  parece haber alcanzado un punto irreversible. La Tierra ha cambiado debido a las prácticas irresponsables (antropoceno) de los que toman las decisiones políticas, controlan el curso mundial de los capitales y de las finanzas y persisten en la devastación de la naturaleza. Sería injusto atribuir simplemente ese cambio climático a la actividad de las grandes mayorías empobrecidas que, comparadas con las citadas, poco contribuyen. Estamos presenciando a nivel mundial los efectos deletéreos de esos cambios: los eventos extremos. La ciencia y la técnica ya no podrán revertir esta mutación, solo advertir la llegada de los eventos amenazadores (inundaciones, vendavales, tsunamis, sequías  prolongadas y nevadas aterradoras) y aminorar sus efectos dañinos.

Ahora podemos responder: ¿por qué hemos llegado adonde estamos? Porque desde hace ya tres siglos, los países dominantes  situados en el Norte Global decidieron habitar de esta forma peligrosa y devastadora la única Casa Común que tenemos. Impusieron a todo el mundo su modo de vivir, de producir, de competir y de consumir. No se nos ve como ciudadanos sino como clientes y consumidores.

Actualmente, debido al acúmulo de crisis planetarias y a nuestra capacidad de autodestruirnos con armas atómicas, hemos llegado a un punto en el que el retorno se vuelve prácticamente imposible. De seguir por el camino inaugurado hace siglos, vamos camino de nuestra  propia sepultura.

Estoy de acuerdo con el viejo Martin Heidegger: “Sólo un Dios nos podrá salvar”.

*Leonardo Boff ha escrito La búsqueda de la justa medida: como equilibrar el planeta Tierra, Vozes 2013; Cuidar la Tierra-proteger la vida: cómo escapar del fin del mundo, Nueva Utopía 2010.