Un Brasile in divenire

“Che Brasile vogliamo” non esce mai dall’agenda delle nostre discussioni, soprattutto nelle basi che subiscono il peso di un tipo di Brasile segnato da immense disuguaglianze e dissanguato dal più perverso governante della nostra storia: Jair Bolsonaro.

Per dare consistenza al progetto-Brasile è importante lavorare su tre assi dialetticamente intrecciati: l’educazione liberatrice, la democrazia integrale e lo sviluppo socio-ecologico. In breve, è necessario sviluppare un’educazione liberatrice che ci apra a una democrazia integrale, capace di produrre un tipo di sviluppo socialmente giusto ed ecologicamente sostenibile.

Partiamo dal presupposto che la Terra non è più in grado di resistere alla spoliazione prodotta dalla voracità produttivistica e consumistica dell’ethos del capitale. Questo ordine nel disordine dura solo perché si utilizza la forza dura e morbida per mantenere le grandi maggioranze in uno stato di deprivazione cronica. Il 18% della popolazione mondiale consuma irresponsabilmente l’80% delle risorse non rinnovabili senza alcun senso di solidarietà generazionale e di rispetto per il patrimonio naturale di tutta la vita.

Celso Furtado giustamente evidenziava: “La sfida alle soglie del XXI secolo non è altro che cambiare il corso della civiltà, spostando il suo asse dalla logica dei mezzi al servizio dell’accumulazione, in un orizzonte temporale breve, a una logica dei fini in funzione del benessere sociale, dell’esercizio della libertà e della cooperazione tra i popoli” (Brasil, A construção Interrompida, Paz e Terra 1993, p.76).

Nuovo paradigma di sviluppo

Ciò che qui viene postulato è un cambiamento nel paradigma dello sviluppo, essenziale per salvaguardare la natura, salvare l’umanità e rendere possibile un progetto-Brasile alternativo. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto dei popoli allo sviluppo del 18 ottobre 1993 già assimilava questa necessità,  definendo che lo sviluppo è “un processo economico, sociale, culturale e politico globale, che mira al costante miglioramento del benessere di tutta la popolazione e di ciascun individuo sulla base della loro partecipazione attiva, libera e significativa e dell’equa distribuzione dei benefici che ne derivano” (Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, ECOSOC 18.10.1993). Aggiungiamo anche, in senso di completezza, la dimensione psicologica e spirituale.

Pertanto, si postula che l’economia, in quanto produzione di beni materiali, sia un mezzo per consentire lo sviluppo culturale, sociale e spirituale dell’essere umano. Erronea e dalle funeste conseguenze è la visione che intende l’essere umano appena come un essere bisognoso e desideroso di accumulazione illimitata e, quindi, dell’economia come crescita illimitata, come se fosse solo un animale affamato e non un essere creativo, con fame di bellezza, di comunione e di spiritualità. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Si, chiama questo presupposto una “menzogna” (n.106).

È necessario produrre e consumare ciò che è necessario e decente e non produrre e consumare ciò che è superfluo, eccessivo e abusivo. Abbiamo bisogno di passare da un’economia di produzione illimitata a un’economia multidimensionale di produzione sufficientemente generosa, per tutti gli esseri umani e anche per gli altri esseri della comunità di vita a cui apparteniamo.

Il soggetto centrale dello sviluppo, pertanto, non è la merce, il mercato, il capitale, il settore privato e lo Stato, ma l’essere umano e gli altri esseri viventi, come lo enfatizzano i principali documenti sull’ecologia.

Costruzione della democrazia integrale

È in questo contesto che si pone la questione della democrazia integrale. In primo luogo, come valore universale da essere vissuto in tutti gli ambiti in cui gli esseri umani incontrano altri esseri umani, nelle relazioni familiari, comunitarie, produttive e sociali. In seguito come forma di organizzazione politica. Sarebbe il sistema che garantisce a ciascuno e a tutti i cittadini la partecipazione attiva e creativa in tutte le sfere del potere e della conoscenza della società. Questa democrazia sarebbe per definizione popolare (più ampia della democrazia borghese e liberale), solidale (non escluderebbe nessuno, in ragione del genere, della razza e ideologia), rispettosa delle differenze (pluralista ed ecumenica), socio-ecologica perché includerebbe come cittadini e soggetti di diritti anche l’ambiente, i paesaggi, i fiumi, le piante e gli animali, in una parola una democrazia veramente integrale.

Per essere cittadino-soggetto sono necessari tre processi: il primo, l’empowerment, cioè la conquista del potere per essere soggetto personale e collettivo di tutti i processi relativi al proprio sviluppo personale e collettivo; il secondo è la cooperazione andando oltre alla competizione e alla concorrenza, motore della cultura del capitale, che rende i cittadini protagonisti del bene comune. Il terzo, l’autoeducazione continua per esercitare la propria cittadinanza e con-cittadinanza insieme ad altri soggetti. Come affermava Hannah Arendt: alcuni possono conoscere la vita intera senza auto-educarsi.

Educazione alla prassi

È a questo punto che lo sviluppo centrato sull’essere umano e nella democrazia integrale si articolano con l’educazione integrale. L’educazione integrale è un processo pedagogico permanente che coinvolge tutti i cittadini nelle loro diverse dimensioni e mira ad educarli all’esercizio sempre più pieno del potere, sia nell’ambito della loro soggettività sia in quello delle loro relazioni sociali. Senza questo esercizio di potere solidale e cooperativo, non ci sarà democrazia integrale né sviluppo centrato sulla persona e sulla natura e, per questo, l’unico veramente sostenibile.

La pratica, quindi, è la fonte originaria dell’apprendimento e della conoscenza umana, poiché l’essere umano è per sua natura, un essere pratico. La sua esistenza non è riducibile a un dato, ma costituisce un fatto, un compito che richiede una pratica di costruzione permanente. Non avendo un organo specializzato, lui deve continuamente costruire se stesso e il suo habitat attraverso pratiche culturali, sociali, tecniche e spirituali. L’economista ed educatore popolare Marcos Arruda, discepolo di Paulo Freire, lo ha sottolineato a fondo nel suo libro Tornar o real possível (Vozes 2003).

Vale la pena riconoscere che la conoscenza da sola non trasforma la realtà; trasforma la realtà solo la conversione della conoscenza in azione. Per prassi intendiamo proprio questo movimento dialettico tra la conversione della conoscenza in azione trasformatrice e la conversione dell’azione trasformatrice in conoscenza. Questa conversione non solo cambia la realtà, ma cambia anche il soggetto.

La prassi, pertanto, è il cammino di tutti nella costruzione della coscienza umana e universale. È accessibile a tutti gli esseri umani che hanno una pratica. Il lavoratore manuale per apprendere non ha, quindi, bisogno di memorizzare una quantità illimitata di contenuti. L’essenziale è che impari a pensare alla sua pratica individuale e sociale, articolando il locale con il globale e viceversa.

L’educazione alla prassi mira a raggiungere questi tre obiettivi principali:

  1. L’appropriazione di strumenti adeguati per pensare alla propria pratica individuale.
  2. L’appropriazione della conoscenza scientifica, politica, culturale e spirituale accumulata dall’umanità nel corso della storia per garantirgli la soddisfazione dei suoi bisogni e realizzare le sue aspirazioni.
  3. L’appropriazione di strumenti per la valutazione critica della conoscenza accumulata, riciclandola e aggiungendole nuovi saperi che comprendono l’affettività, l’intuizione, la memoria biologica e storica contenuta nel proprio corpo e nella psiche, i sensi spirituali come l’etica o l’unità del Tutto, la bellezza, la trascendenza e l’amore.

Educazione: la più grande rivoluzione

Investire nell’educazione, come ripeteva sempre Darcy Ribeiro, è inaugurare la più grande rivoluzione che possa mai realizzarsi nella storia, la rivoluzione della coscienza che si apre al mondo, alla sua complessità e alle sfide di ordine che esso presenta. Investire nell’educazione è fondare l’autonomia di un popolo e garantirgli le basi permanenti per la sua ripresa di fronte a crisi che possono scuoterlo o disgregarlo, come è avvenuto attualmente dopo la devastazione dell’ignobile governo Bolsonaro. Investire nell’educazione è investire nella qualità della vita sociale e spirituale delle persone. Investire nell’educazione significa investire in manodopera qualificata. Investire nell’educazione garantisce una maggiore produttività.

Lo stato brasiliano non ha mai promosso la rivoluzione educativa. È un ostaggio storico delle élite proprietarie che hanno bisogno di mantenere il popolo nell’ignoranza e nella mancanza di cultura per nascondere la perversità del loro progetto sociale, che è quello di riprodurre i propri privilegi e perpetuarsi nel potere.

Il progetto-Brasile, del Brasile in divenire, farà della rivoluzione educativa la sua più grande leva, creando lo spazio affinché le persone possano esprimere la loro alta capacità di creazione artistica e inventiva pratica, finalmente, per modellarsi come vorrebbero dare forma a se stessi.

Arruda, M., e Boff L., Globalização: desafios socioeconômicos, éticos e educativos, Vozes 2000; L. Boff, Brasil: concluir a refundação ou prologar a dependência, Vozes 2018.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

 A ética de um capitalismo selvagem: a corrupção das Americanas

                         

O rombo bilionário, acumulado durante anos da gigante varejista das Lojas Americanas de 20 bilhões de reais, acrecido com as dívidas de 43 bilhões de reais tem muitas facetas. A mais explícita e vergonhosa é qualificar a corrupção que se esconde atrás destes números é o eufemismo “inconsistências contábeis”. O mercado sempre sensível a qualquer pequeno movimento que favoreça os desposuídos pelo Estado de viés social, logo reage criticamente. Face a esses bilhões não mostrou nenhum movimento. Claro, trata-se da cumplicidade das mesmas máfias financeiras, especialmente, as especulativas que ganham sem produzir nada.

Os nomes dos principais “sócios referenciais”(os reais donos) são os conhecidos bilionários Jorge Paulo Lemann, Marcel Telles e Carlos Alberto Sucupira que com outros bens que prossuem como Burguer King, Kraft Heins e particularmente o controle do mercado cervejeiro com a InBev alcançam 185 bilhões de reais.

Na nota publicada pelo trio n dia 11 de janeiro de 2023 se eximem de qualquer conhecimento, fazendo dos leitores que conhecem como funciona o capitalismo brasileiro, de otários.

Não me cabe aprofundar esta questão, feita por especialistas. Atenho-me ao que me cabe como professor de ética e teologia por muitos anos.

O que aqui ocorreu confirma o que o saudoso Darcy Ribeiro frequentemente afirmava: o capitalismo brasileiro nunca foi civilizado, é um dos mais selvagens do mundo e profundamente egoista e individualista. Isto nos faz remete ao que o amigo do  Brasil (sua esposa é brasileira),um dos maiores pensadores da atualidade,o filósofo e linguista Noam Chomsky disse com tristeza:”nunca vi em minha vida uma porção da elite brasileira ter tanto desprezo e ódio aos negros e as pobres da periferia”.Isso o confirma em sua vasta obra o sociólogo Jessé Souza, especialmente no clássico A eleite do atraso: esta elite marginalizou vergonhosamente grande parte da população pobre e negra,negou-lhes direitos,desconheceu que são humanos como eles e filhos e filhas de Deus. Quando se levantaram, foram logo reprimidos e até assassinados.

Numa outra passagem enfatiza Noam Chomsky o que nos faz entender nossos corruptos (especialmente o trio, sempre sorridente):” A ideia básica que atravessa a história moderna e o liberalismo moderno é a de que o público dever marginalizado. O público, em geral, é visto como nada além de excluídos ignorantes que interferem como o gado desorientado”. O que interessa ao capitalismo ter consumidores e não cidadãos.Não ama as pessoas apenas sua força de trabalho e a eventual capacidade de consumir.

Já Aristóteles, um dos pais da ética ocidental, dizia que o primeiro sinal da falta de ética é a “falta de vergonha”. Etimologicamente vergonha vem do latim vereor que significa respeito, temor reverencial. Quando falta esse valor de respeito e reverência face ao semelhante, está aberta a porta a qualquer tipo de vergonhice.

Os corruptos dos 20 bilhõe das Americanas não mostram a menor vergonha: mostram-se benfeitores da sociedade, apoiando algumas pessoas (as mais dotadas) para estudarem nas melhores universidades do mundo (ex.Harvard), para serem educados no espírito do capitalismo e levarem avante seus projetos.  Não se trata, com é o caso de muitas universidades norte-americanas que são apoiadas por grandes corporações que favorecem sua manutenção e a pesquisa. Os nosssos opulentos  praticam apenas ajudas pontuais a pessoas distinguidas e não ajudam os grandes projetos educacionais que beneficiam a nação inteira a façam avançar rumo ao conhecimento e à autonomia.

O mais doloroso, no entanto, é a absoluta falta de sensibilidde da elite do atraso (que  no dizer de nosso maior historiador mulato Capistrano de Abreu “capou e recapou,sangrou e ressagrou” a população que saía do regime colonial, mas mantinha a escravidão).

Essa ausência culposa de sensibilidade foi denunciada frequentemente por um dos mais beneméritos brasileiros dos projetos contra a fome, pela vida e pela democracia o sempre recordado Betinho:

”O nosso problema maior não é econômico, não é o político, não é o ideológico nem é o religioso. O nosso problema maior é  falta de sensibilidade pelo nosso semelhante que está ao nosso lado”. Não ouvimos seu grito de dor, não vemos a mão estendida esperando um pouco de comida, sequer vemos seus olhos suplicantes. Passamos ao largo do caído à beira da estrada, como biblicamente fizeram o levita e o sacerdote na parábola do bom samaritano. Foi preciso que um desprezado hereje samaritano interrompesse sua viagem,curasse suas feridas e o tivesse levado ao sanatório, deixando tudo pago e se mais precisasse pagaria na volta. Quem é aqui o próximo, indagava o Mestre: é aquele de quem eu me aproximo,não reparando sua condição moral, sua religião, sua cor. É um irmão ferido que precisa de outro irmão para socorrê-lo.

No Brasil, os cristãos são apenas cristãos culturais que não aprenderam nada do Jesus histórico que estava sempre do lado da vida, do pobre, do cego, do coxo e do desprezado.Por isso há tanta desigualdade social, das maiores do  mundo. Porque falta sensibilidade, solidariedade, sentido humano, o de tratar humanamente outro humano, seu irmão e irmã.

O trio bilionário e os 318 milionários (segundo a revista Forbes) não ouvem o clamor que vem das grandes periferias, dos indígenas sendo dizimados por alguns do agronegócio como em Dourados-MT e aos milhares de yanomami, violentados pelo garimpo ilegal e a quem oficialmente por parte do governo genocida se negou água,vacinas,assistência média e nutrição básica.

No caso do Brasil, mas vale para grande parte da humanidade, faltou ética e faltou moral. Faltou ética se entendemos por ética a promoção da uma vida boa e decente para todos. Faltou moral se entendermos por moral a observância das normas e leis que a sociedade estabeleceu para si mesma para garantir uma vida boa boa e decente.

Ora faltou ética e moral nos causadores do rombo milionário das Americanas. Não sabiam dos 33 milhões de famintos em nosso pais e dos mais de cem milhões com insuficiência nutricional. Se tivessem um mínimo de sensibilidade ética e moral secundariam com suas fortunas a diminuir esta tragédia humana.E assim continuamos com a selvageria de nossa cultura capitalista que através do mercado tenta controlar a economia do país,especialmente se esta for direcionado para os que mais precisam.

Recordo a clássica frase do filósofo Heráclito (500 aC) que bem disse: “o ethos é o anjo bom do ser humano”. Entre nós o ethos se mostrou demoníaco.

Leonardo Boff, filósofo e  teólogo e escreveu,Etica da vida, Record 2009; Ética e moral: a busca dos fundamentos. Vozes 2003.

Un Brasil en construcción

Leonardo Boff

“Qué Brasil queremos” nunca sale del orden del día de nuestras discusiones, especialmente en las bases que sufren el peso de un tipo de Brasil marcado por inmensas desigualdades y sangrado por el perverso gobernante de nuestra historia: Jair Bolsonaro.

Para dar consistencia al proyecto-Brasil es importante trabajar sobre tres ejes dialécticamente imbricados: la educación liberadora, la democracia integral y el desarrollo socio-ecológico.

Resumiendo, es preciso desarrollar una educación liberadora que nos abra a una democracia integral, capaz de producir un tipo de desarrollo socialmente justo y ecológicamente sostenible.

Partimos del supuesto de que la Tierra ya no tiene condiciones para soportar la depredación producida por la voracidad productivista y consumista del ethos del capital. Este orden en el desorden perdura solamente porque se utiliza la fuerza pura y dura para mantener a las grandes mayorías en estado de penuria crónica. El 18% de la población mundial consume irresponsablemente el 80% de los recursos no renovables sin sentido de solidaridad generacional ni de respeto por el patrimonio natural de toda la vida.

Con acierto señalaba Celso Furtado: «El desafío que se plantea en el umbral del siglo XXI es nada menos que cambiar el curso de la civilización, desplazar en un corto horizonte de tiempo su eje desde la lógica de los medios el servicio de la acumulación hacia una lógica de los fines en función del bienestar social, del ejercicio de la libertad y de la cooperación entre los pueblos» (Brasil, A construção interrompida, Paz e Terra 1993. p.76).

Nuevo paradigma de desarrollo

Lo que se postula aquí es un cambio del paradigma de desarrollo, indispensable para resguardar la naturaleza, salvar a la humanidad y hacer posible un proyecto-Brasil alternativo.

La Declaración de la ONU sobre el Derecho de los Pueblos al Desarrollo, del 18 de octubre de 1993, asimilaba ya esta necesidad al definir que el desarrollo es «un proceso económico, social, cultural y político abarcador, que busca la mejoría constante del bienestar de toda la población y de cada individuo en base a su participación activa, libre y significativa y en la justa distribución de los beneficios resultantes del mismo» (Declaration on the Right to Development, ECOSOC 18.10.1993). Nosotros añadiríamos, con sentido de integralidad, la dimensión psicológica y espiritual.

Por lo tanto, se postula que la economía, como producción de los bienes materiales, es un medio para posibilitar el desarrollo social, cultural y espiritual del ser humano. Es errónea y de funestas consecuencias la visión que entiende al ser humano solo como un ser de necesidades y de deseo de acumulación ilimitada, y por eso la economía como crecimiento ilimitado, como si fuese meramente un animal hambriento y no un ser creativo con hambre de belleza, de comunión y de espiritualidad. El Papa Francisco en la encíclica Laudato Si, llama a este supuesto “mentira” (n.106).

Es necesario producir y consumir lo que es necesario y decente y no producir ni consumir lo que es superfluo, excesivo y abusivo. 

Es necesario pasar de una economía de producción ilimitada a una economía multidimensional de producción de lo suficiente generoso para todos los humanos y también para todos los demás seres de la comunidad de vida a la cual pertenecemos. 

El sujeto central del desarrollo no es por lo tanto la mercancía, el mercado, el capital, el sector privado y el estado, sino el ser humano y los demás seres vivos como resaltan los principales documentos sobre ecología.

Construcción de la democracia integral

Dentro de este contexto se plantea la cuestión de la democracia integral. Primero como valor universal a ser vivido en todos los ámbitos donde el ser humano se encuentra con otro ser humano, en las relaciones familiares, comunitarias, productivas y sociales.

Después, como forma de organización política. Sería el sistema que garantiza a todos y cada uno de los ciudadanos y ciudadanas la participación activa y creativa en todas las esferas de poder y de saber de la sociedad. Esa democracia sería por definición popular (más amplia que la democracia burguesa y liberal), solidaria (no excluiría a nadie por razón de género, de raza ni de ideología), respetuosa de las diferencias (pluralista y ecuménica), socio-ecológica porque incluiría también como ciudadanos y sujeto de derechos al medio-ambiente, los paisajes, los ríos, las plantas y los animales, en una palabra, sería una democracia verdaderamente integral.

Para ser ciudadano-sujeto se exigen tres procesos: 

primero, el empoderamiento, es decir, la conquista de poder para ser sujeto personal y colectivo de todos los procesos relacionados con su desarrollo personal y colectivo; 

segundo, la cooperación que, más allá de la competición y la competitividad, el motor de la cultura del capital, hace a los ciudadanos protagonistas del bien común; 

tercero, la auto-educación continua para ejercer su ciudadanía y con-ciudadanía con otros sujetos. Como afirmaba Hannah Arendt: uno puede conocer toda la vida sin autoeducarse. 

Educación de la praxis

En este punto el desarrollo centrado en el ser humano y en la democracia integral se articula con la educación integral. La educación integral es un proceso pedagógico permanente que abarca a todos los ciudadanos en todas sus dimensiones y que tiene como objetivo educarlos en el ejercicio siempre más pleno del poder, tanto en la esfera de su subjetividad como en la de sus relaciones sociales. Sin ese ejercicio de poder solidario y cooperativo no surgirá una democracia integral ni un desarrollo centrado en la persona y en la naturaleza y por eso el único verdaderamente sostenible.

La práctica, por lo tanto, es la fuente originaria del aprendizaje y del conocimiento humano, pues el ser humano es, por naturaleza constitutiva, un ser práctico. Él no tiene la existencia como algo acabado, sino como algo a realizar, como una tarea que exige una práctica de construcción permanente. Sin tener ningún órgano especializado, él tiene que construirse continuamente a sí mismo y su hábitat mediante la práctica cultural, social, técnica y espiritual. Esto lo subrayó con profundidad el economista y educador popular Marcos Arruda, discípulo de Paulo Freire, en su libro Tornar o real possível (Vozes 2003).

Cabe reconocer que el conocimiento por sí solo no transforma la realidad; solo transforma la realidad la conversión del conocimiento en acción. Entendemos por praxis exactamente ese movimiento dialéctico entre la conversión del conocimiento en acción transformadora y la conversión de la acción transformadora en conocimiento.

Esa conversión no solo cambia la realidad, cambia también al sujeto. 

La praxis, por lo tanto, es el camino de todos en la construcción de la conciencia humana y universal. Es accesible a todos los humanos que tienen una práctica. El trabajador manual, por lo tanto, no necesita para aprender memorizar una cantidad de contenidos ilimitada. Lo esencial es que aprenda a pensar su práctica individual y social, articulando lo local con lo global y viceversa.

La educación de la praxis tiene como objetivo alcanzar esos tres objetivos principales:

La apropiación de los instrumentos adecuados para pensar su práctica individual.

La apropiación del conocimiento científico, político, cultural y espiritual acumulado por la humanidad a lo largo de la historia para garantizarle la satisfacción de sus necesidades y realizar sus aspiraciones.

La apropiación de los instrumentos de evaluación crítica del conocimiento acumulado, reciclarlo y aumentarlo con nuevos conocimientos que incluyan la afectividad, la intuición, la memoria biológica e histórica contenida en el propio cuerpo y en la psique, los sentidos espirituales como el de la ética, de la unidad del Todo, de la belleza, de la transcendencia y del amor.

Educación: la mayor revolución

Invertir en educación, como repetía siempre Darcy Ribeiro, es inaugurar la mayor revolución que podrá realizarse en la historia, la revolución de la conciencia que se abre al mundo, a su complejidad y a los desafíos de ordenación que presenta. Invertir en educación es fundar la autonomía de un pueblo y garantizarle las bases permanentes para rehacerse ante crisis que pueden destruirlo o desestructurarlo, como ha ocurrido actualmente tras la devastación del innoble gobierno Bolsonaro. Invertir en educación es invertir en calidad de vida social y espiritual de un pueblo. Invertir en educación es asegurar una productividad mayor. 

El estado brasilero nunca promovió la revolución educativa. Es rehén histórico de las élites propietarias que necesitan mantener al pueblo en la ignorancia y en la incultura para ocultar la perversidad de su proyecto social que es reproducir sus privilegios, perpetuarse en el poder.

El proyecto-Brasil, del Brasil que se está construyendo, hará de la revolución educativa su mayor instrumento, creando espacio para que el pueblo pueda expresar su alta capacidad de creación artística e inventiva práctica, en fin, para plasmarse a sí mismo como le gustaría.

*Arruda, M., y Boff, L., Globalização: desafios socioeconômicos, éticos e educativos, Vozes 2000; L.Boff, Brasil: concluir la refundación o prolongar la dependencia, Vozes 2018.

Una Chiesa samaritana e custode della vita

                   Leonardo Boff *

Prima di affrontare questo argomento, vorrei fare due osservazioni:

  • La prima: quale messaggio vuole comunicarci Madre Terra con l’intrusione del Coronavirus che ancora persiste con altre varianti?
  • La seconda: il confronto tra due paradigmi di civiltà: il dominus e il frater: qual è il loro significato per l’attuale crisi generale.

Andiamo alla prima osservazione: oltre ai vaccini e a tutte le precauzioni contro la diffusione del virus, dobbiamo chiederci: da dove viene il virus? Tutto sembra indicare che il virus sia un contrattacco della Madre Terra a seguito dell’aggressione secolare che il processo industrialista e le grandi corporate con i loro dirigenti le hanno fatto, devastando interi ecosistemi per l’accumulo di beni materiali.

Abbiamo toccato i limiti ecologici della Terra al punto da aver bisogno di più di un pianeta e mezzo per soddisfare i consumi e soprattutto il sontuoso consumismo di una piccola porzione di umanità.

La Madre Terra vuole dirci: finitela con questo tipo di relazione violenta contro di me, che tutti i giorni vi do tutto ciò di cui avete bisogno per vivere. Altrimenti, arriveranno altri virus più dannosi ed eventualmente il Grande Virus (The Next Big One) contro il quale i vaccini saranno inefficaci e gran parte della biosfera potrebbe essere pericolosamente colpita. Oppure arriveranno altri eventi estremi, come grandi catastrofi ecologiche e sociali.

Tutto indica che questo messaggio non viene ascoltato dai capi di Stato, dai dirigenti delle grandi corporate multinazionali e dalla popolazione in generale. Se lo ascoltassero, dovrebbero cambiare il loro modo di produrre, di realizzare profitti assurdi e rinunciare ai loro privilegi.

Bisogna riconoscere che il Covid-19 è caduto come una meteora bassa sul capitalismo neoliberista, smantellandone i suoi mantra: profitto, accumulazione privata, concorrenza, individualismo, consumismo, stato minimo e privatizzazione delle imprese e dei beni pubblici.

Tuttavia, ha posto inequivocabilmente il dilemma: vale di più il profitto o la vita? Dobbiamo salvare l’economia o salvare vite umane? Se avessimo seguito tali mantra, saremmo tutti in pericolo.

Ciò che ci ha salvato è stato ciò che manca al capitalismo: la centralità della vita, la solidarietà, la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti, la generosità e la cura reciproca per la vita di ciascuno e per la natura.

Seconda osservazione: l’attuale caos sanitario, ecologico, sociale, politico e spirituale è il dispiegarsi del paradigma che ha dominato gli ultimi tre secoli della nostra storia, ormai globalizzata. I padri fondatori della modernità del secolo XVII intendevano l’essere umano come il dominus, maître et possesseur (Descarte) della natura e non come parte di essa. Per loro la Terra non ha finalità e la natura non ha valore in sé, ma solo subordinata agli esseri umani che possono disporne a piacimento. Questo paradigma ha cambiato la faccia della Terra, ha portato benefici innegabili, ma nella loro impazienza di dominare tutto hanno creato il principio dell’autodistruzione, di se stessi e della natura con armi chimiche, biologiche e nucleari. La fine del mondo non è più questione di Dio, ma dell’essere umano che si è appropriato della propria morte. Siamo arrivati ​​a un punto tale che il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterrez, ha detto di recente alla COP in Egitto sul cambio di regime climatico dovuto al riscaldamento globale che cresce inaspettatamente: “O facciamo un’alleanza climatica o un’alleanza di suicidio collettivo ” .

Di fronte al paradigma del dominus, papa Francesco nella citata enciclica Fratelli tutti propone un altro paradigma: quello del frater, quello del fratello e della sorella, quello della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6; 128). Sposta il centro: da una civiltà tecnico-industriale, antropocentrica e individualista a una civiltà della solidarietà, della conservazione e della cura di ogni vita.

Sappiamo dai dati scientifici che tutti gli esseri viventi condividono lo stesso codice genetico di base, i 20 aminoacidi e le stesse quattro basi azotate, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni, passando per i dinosauri, per i cavalli e lasciandocelo in eredità. È per questo che siamo di fatto, e non retoricamente o misticamente, fratelli e sorelle. Ciò è riaffermato dalla ‘Carta della Terra’, come dalle due encicliche ecologiche di Papa Francesco.

Questi due paradigmi sono oggi altamente contrapposti. Seguendo il paradigma del signore e padrone che usa il potere per dominare tutto, fino alle ultime dimensioni della materia e della vita, camminiamo certamente verso un armageddon ecologico, con il rischio di sterminare la vita sulla Terra. Sarebbe solo la giusta punizione per le offese e le ferite che abbiamo inflitto alla Madre Terra durante secoli e secoli. Lei continuerà il suo corso intorno al sole, ma senza di noi.

Con il cambiamento verso il paradigma del frater, del fratello e della sorella, si apre uno spiraglio di salvezza. Andiamo a superare la visione apocalittica della minaccia della fine della specie umana, per una visione di speranza con cui possiamo e dobbiamo cambiare rotta ed essere effettivamente fratelli e sorelle all’interno della stessa Casa Comune, compresa la natura. Sarebbe una gloria vivere e vivere con l’ideale andino, del bien viver in armonia tra gli umani e con tutta la natura.

Questo è il contesto in cui deve collocarsi l’azione della Chiesa, che intenda essere samaritana e custode di tutto ciò che esiste e vive.

Il Papa Francesco di Roma, ispirandosi all’altro Francesco, quello di Assisi, si è reso conto della gravità della drammatica situazione del sistema-Terra e del sistema-vita. Lui ha formulato una risposta. Nella Laudato Sì: come prendersi cura della Casa Comune, ha invitato tutti a una conversione ecologica globale”(n.5), anche “a una passione per la cura del mondo”…”una mistica che ci incoraggia, ci spinge, alimenta e dà senso all’agire personale e comunitario” (n.216). Nella Fratelli tutti è stato ancora più radicale: “siamo sulla stessa barca, o ci salviamo tutti o nessuno si salverà” (n. 32).

Credo che gli elementi delle due encicliche ecologiche di Papa Francesco possano servire da ispirazione.

La prima cosa è per la missione [della Chiesa] di essere samaritana e custode di tutta la vita. Ma da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, ripetuto spesso negli incontri con i movimenti sociali, sia a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia sia anche a Roma:

  «Non aspettatevi niente dall’alto perché c’è sempre qualcosa di uguale o anche di peggio; cominciate da voi stessi», «dal basso, da ognuno di voi, per lottare per ciò che c’è di più concreto e locale, fino all’ultimo lembo del paese e del mondo» (Fratelli Tutti n.78). Il Papa suggerisce ciò che oggi è in prima linea nel discorso ecologico globale: lavorare il territorio, il bio-regionalismo che consente una vera sostenibilità, con l’agro-ecologia, una democrazia popolare e partecipativa che umanizzi le comunità e articoli il locale con l’universale (Fratelli Tutti n. 147).

Di pari passo con la parabola del buon samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che compaiono sulla scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: «con chi ti identifichi (con l’uomo ferito sulla strada, con il sacerdote, con il levita o con lo straniero, il samaritano, disprezzato dai giudei? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. Con chi di loro ti assomigli? (Fratelli Tutti n.64) Il Buon Samaritano diventa modello di amore sociale e politico (n. 66).

Come mai prima nella storia, la Chiesa, sia locale o universale, deve mostrarsi samaritana perché milioni e milioni sono caduti sulle strade, come i 33 milioni di affamati in Brasile o che muoiono di malattie causate dalla fame. È crudele constatare che l’1% dell’umanità possiede più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. Loro sono crudeli e spietati…

Le Chiese si sono dimostrate samaritane, soprattutto con i più vulnerabili. Un’immensa ondata di solidarietà si è manifestata nei movimenti cristiani che hanno offerto centinaia di tonnellate di prodotti agro-ecologici e milioni di piatti di cibo agli emarginati delle periferie urbane.

Curiosamente, il Papa Francesco, nell’arco del nuovo paradigma della fraternità universale e dell’amore sociale, dà un significato politico a dimensioni che sono sempre state trattate nel campo della soggettività, come la tenerezza, la cura e la gentilezza. Afferma che «in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: verso i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono ammorbidirci e avere il ‘diritto’ di riempire la nostra anima e il nostro cuore; sì, sono nostri fratelli e sorelle e come tali dobbiamo amarli e trattarli cosi» (Fratelli Tutti n.194)

Lui si chiede cosa sia la tenerezza e risponde: «è l’amore che si fa vicino e concreto; è un movimento che viene dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani» (Fratelli Tutti n.196).

Allo stesso modo, definisce la gentilezza nel suo aspetto politico, che significa «uno stato d’animo che non è duro, aspro, maleducato, ma affabile, gentile, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere la loro esistenza più sopportabile” (Fratelli Tutti n.223). Questa è una sfida per i politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare una rivoluzione della tenerezza. Allo stesso modo, lui vede la solidarietà come un modo per “prendersi cura della fragilità umana” (Fratelli Tutti n.115).

L’essenza della Chiesa, le cui radici si trovano nella comunione delle tre Persone divine, risiede nella communio e non nella sacra potestas. Il Papa Francesco, soprattutto nella Laudato Sì, lo traduce in termini di ecologia moderna e fisica quantistica: un filo conduttore percorre tutto il testo, sostenendo «che tutto è in relazione e nulla esiste al di fuori della relazione» (LS n.117;120).

La missione della Chiesa è costruire ponti, ponti affettivi tra tutti e con la natura. È ricostruire le relazioni interrotte dall’individualismo della cultura del capitale. Infatti, la bio-antropologia e la psicologia evolutiva hanno chiarito che l’essenza specifica dell’essere umano è cooperare e relazionarsi con tutti. Non esiste un gene egoista, formulato da Dawkins alla fine degli anni ’60 del secolo scorso senza alcuna base empirica. Tutti i geni sono correlati tra loro e all’interno delle cellule. In questo senso, l’individualismo, valore supremo della cultura del capitale, è innaturale e non ha alcun supporto biologico.

Un altro punto fondamentale della missione samaritana della Chiesa è la cura di tutto il creato. La cura essenziale appartiene a tutti gli esseri viventi e, secondo l’antica favola della cura, dello schiavo Igino, approfondita da Martin Heideger nel suo ‘Essere e Tempo’, la cura è l’essenza dell’umano senza la quale nessuno sopravvivrebbe.

La cura è anche una costante cosmologica: le quattro forze che sostengono l’universo (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e nucleare forte) agiscono sinergicamente con estrema cura, senza la quale non saremmo qui a riflettere su queste cose.

La cura presuppone una relazione amichevole della vita, protettiva di tutti gli esseri perché li vede come un valore in sé, indipendente dall’uso umano. È stata l’incuria nei confronti della natura, devastandola, che ha fatto sì che i virus perdessero il loro habitat, conservatosi per migliaia di anni, e si trasmettessero agli esseri umani. L’eco-femminismo ha dato un contributo significativo alla conservazione della vita e della natura con l’etica della cura, perché la cura acquista una densità speciale nelle donne.

Un altro punto fondamentale nella missione della Chiesa è la solidarietà. È al centro della nostra umanità ed è di per sé un valore ecclesiologico, come si può vedere nelle comunità della Chiesa primitiva.

I bio-antropologi ci hanno rivelato che, quando i nostri antenati antropoidi cercavano il loro cibo, non lo mangiavano isolatamente. Loro lo portavano nel gruppo e servivano tutti a cominciare dai più piccoli, poi i più vecchi e poi tutti gli altri. Da qui nacque la commensalità e un senso di cooperazione e solidarietà. È stata la solidarietà che ci ha permesso di fare il salto dall’animalità all’umanità. Ciò che valeva ieri vale anche oggi.

Questa solidarietà non esiste solo tra gli umani. È un’altra costante cosmologica: tutti gli esseri convivono, sono coinvolti in reti di relazioni di reciprocità e solidarietà affinché tutti possano aiutarsi a vivere e co-evolvere. Anche i più deboli, con la collaborazione degli altri, sopravvivono, hanno il loro posto nel gruppo degli esseri e co-evolvono.

Il sistema del capitale non conosce la solidarietà, solo la concorrenza che produce tensioni, rivalità e una vera e propria distruzione degli altri concorrenti, basandosi su una maggiore accumulazione.

Oggi il più grande problema dell’umanità non è economico, né politico, né culturale, né religioso, ma la mancanza di solidarietà con gli altri esseri umani che sono al nostro fianco. Il capitalismo non ama le persone, solo la loro capacità di produzione e consumo.

Come cristiani, seguendo Gesù, dobbiamo fare del fatto della solidarietà essenziale una scelta cosciente: solidarietà con gli ultimi e invisibili, con coloro che non contano per il sistema vigente e sono considerati come zeri economici, sacrificabili. Qui sta la base spirituale e teologica della Teologia della Liberazione, il cui asse centrale è l’opzione per i poveri, contro la loro povertà e in favore della loro liberazione.

Qual è il progetto sociale sognato da Papa Francesco, basato sulla fraternità universale e sull’amore sociale? Ciò che risulta dai suoi testi e dalle sue dichiarazioni è una società bio-centrica. La vita con tutta la sua diversità non è più centrale. L’economia e la politica sono al vostro servizio perché questa vita si mantenga sulla Terra, la Terra sia intesa come Madre viva e generosa.

Tutto questo non può essere solo un progetto formulato intellettualmente con tutte le risorse tecniche e scientifiche a nostra disposizione. Dobbiamo incorporare qualcosa di fondamentale: la ragione cordiale o sensibile. È questo tipo di intelligenza che risiede nel mondo dell’eccellenza, che ci muove e incoraggia l’etica, la spiritualità e la cura in modo tale da costruire un legame affettivo con Madre Terra, Pachamama o Gaia.

La ragione intellettuale, importante per spiegare la complessità delle nostre società, ha solo circa 7-8 milioni di anni. La ragione cordiale o sensibile ha circa 2020 milioni di anni ed è emersa quando i mammiferi sono apparsi nel processo di evoluzione. La madre, nel partorire la sua creazione, la ama, la custodisce e la difende. Noi umani siamo mammiferi razionali, pieni di affetto, cura e affetto per i nostri figli e figlie.

Oggi questa dimensione affettiva è praticamente assente nei processi tecnico-scientifici, tipici del nostro paradigma moderno. È importante arricchire la ragione intellettuale con una ragione sensibile e cordiale per condurci all’amore e alla cura della Terra e della natura. Nella sua enciclica Laudato Si, il Papa Francesco mostra poeticamente più volte questo motivo cordiale e sensibile. Egli vede in San Francesco “l’esempio per eccellenza della cura… aveva un cuore universale” (LS n.10). Altrove dice con profonda cordialità: “Tutto è in relazione e tutti noi, esseri umani, camminiamo insieme come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio… che ci unisce con tenerezza anche a fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume e alla Madre Terra” (LS n.92;86).

Senza riscattare i diritti del cuore, non ci impegneremo per la salvezza della “gente comune”, né stabiliremo un legame affettivo con la sorella foresta, con la sorella acqua, infine, con tutti gli esseri della natura di cui siamo parte.

Uniti nel cuore e nella mente, possiamo dare sostenibilità al progetto di una civiltà bio-centrica. Il prossimo passo per l’umanità è iniziare a plasmare questo tipo di civiltà, che sarà in grado di garantire un futuro benedetto per la nostra Casa Comune, natura compresa.

Concludo con una frase del libro della Sapienza, citata dal Papa nell’enciclica Laudato Sì: “Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita» (Sb 11,24.26). Un Dio appassionato amante della vita non permetterà che i suoi figli e le sue figlie periscano così miseramente. Speriamo che ci siano cambiamenti sostanziali nella coscienza dell’umanità, di fronte alle minacce che potrebbero sterminarla, che sia, insomma, “una conversione ecologica globale” (LS n.5) e così continueremo a vivere e risplendere su questo piccolo e radioso pianeta Terra, nostra Grande Madre e nostra Casa Comune Dixit et salvavi animam meam.

*Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore. Ha scritto: Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres, Vozes 2000; con il cosmologo Mark Hathaway, The Tao of Liberation: Exploring Transformational Ecology, New York 2010.