Ci resta solo la speranza: un albero che si piega ma non si spezza

Leonardo Boff*

Nell’anno 2023 si sono verificati fatti in Brasile che ci perseguitano e ci costringono a pensare: c’è stato un fallito tentativo di colpo di stato, due spaventosi eventi estremi: grandi inondazioni nel Sud e devastanti siccità nel Nord, seguiti da immensi incendi. Tutto indica che questa situazione si ripeterà con frequenza.

A livello internazionale, il prolungarsi della guerra russo-ucraina, l’attacco terroristico della fazione militare di Hamas nella Striscia di Gaza, che ha provocato una reazione molto violenta da parte del governo di estrema destra israeliano e dei suoi alleati su tutta la popolazione palestinese, con una tendenza al genocidio. E il più grave, con il sostegno illimitato del presidente cattolico Joe Biden.

Forse un fatto che non può essere affatto ignorato è l’Earth Overshoot, annunciato dall’ONU [per il 2024] a fine agosto. In altre parole, tutti quei beni e servizi naturali che la Terra offre per la continuità della vita hanno raggiunto il loro limite. Abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza per soddisfare i consumi umani, ma soprattutto nei paesi ricchi e consumisti. Essendo viva, la Terra reagisce a modo suo, inviandoci sempre più malattie virali, eventi più estremi e surriscaldandosi sempre di più. Quest’ultimo fatto ha conseguenze imprevedibili, poiché abbiamo superato il punto critico. L’anno 2023 è stato il più caldo dopo migliaia di anni. La scienza e la tecnica ci aiutano solo a prevenire e mitigare gli effetti dannosi, ma non possono più evitarli. Questo cambiamento climatico è responsabilità dei paesi industrialisti e consumisti e pochissimo a causa della grande maggioranza povera del mondo. Pertanto è un grave problema etico.

C’è anche il rischio di un conflitto nucleare, poiché gli Usa non rinunciano a essere l’unico polo a controllare tutti gli spazi del pianeta, non accettando la multipolarità. Se si verificasse questa guerra nucleare su vasta scala, sarebbe la fine della specie umana e di gran parte della biosfera. Alcuni analisti pensano che sarà inevitabile; accadrà, non sappiamo né quando né come, ma le condizioni sono già date.

Inoltre, è importante riconoscere che siamo al culmine della crisi del modo di abitare il pianeta (devastandolo) e di organizzare le società, in cui regnano ingiustizie disumane. Papa Francesco ci ha messo in guardia innumerevoli volte: dobbiamo cambiare altrimenti, essendo tutti sulla stessa barca, nessuno si salverà.

Questi scenari oscuri hanno portato molte persone dell’umanità all’impotenza e alla consapevolezza del fallimento della specie umana, in particolare con il completo declino del senso etico e umanistico che ci permette di assistere, a cielo aperto e davanti agli occhi di tutti, allo sterminio di un popolo nella Striscia di Gaza, principalmente, migliaia di bambini assassinati sotto i bombardamenti ininterrotti delle forze di guerra israeliane. Non sono pochi a chiedersi: meritiamo ancora di stare sulla faccia della Terra quando l’abbiamo sistematicamente decimata e violentiamo senza scrupoli i suoi figli e le sue figlie umane e gli organismi naturali che ci sostengono? O non è questo il presagio della nostra fine come specie? Vale la pena ricordare che stiamo entrati negli ultimi momenti del lungo processo di evoluzione, dotati di grande aggressività. Sarà che stiamo entrati per distruggere tragicamente il nostro mondo?

In questo contesto, le grandi utopie tacciono. La ragione moderna si è rivelata irrazionale nel costruire il principio di autodistruzione. Le stesse religioni, fonti naturali di significato, partecipano alla crisi del nostro paradigma di civiltà e, in molte di esse, prevale il fondamentalismo violento.

A cosa aggrapparsi? Lo spirito umano rifiuta l’assurdo e cerca sempre un significato che renda la vita piacevole. Ci resta un solo sostegno: la speranza. Essa è come un albero: si piega ma non si spezza. Come ci è stato mostrato antropologicamente, la speranza è più di una semplice virtù accanto alle altre. Essa rappresenta, indipendentemente dallo spazio e dal tempo storico, quel motore interiore che ci fa costantemente proiettare sogni di giorni migliori, utopie realizzabili, percorsi non ancora intrapresi che potrebbero significare una via d’uscita verso un altro tipo di mondo.

È attribuita a Sant’Agostino, il maggiore genio intellettuale e cristiano dell’Occidente, africano del V secolo dell’era cristiana, la seguente affermazione che alla fine potrebbe incoraggiarci: “Ogni essere umano è abitato da tre virtù: la fede, l’amore e la speranza. Il saggio dice: se perdiamo la fede, non moriamo. Se falliamo nell’amore, possiamo sempre trovarne un altro. Ciò che non possiamo perdere è la speranza. Perché l’alternativa alla speranza è il suicidio per l’assoluta mancanza di senso del vivere”.

Nonostante ciò, la speranza ha due belle sorelle: l’indignazione e il coraggio. Attraverso l’indignazione rifiutiamo tutto ciò che ci sembra male e perverso. Con il coraggio, esercitiamo tutta la nostra forza per trasformare ciò che è male in bene e ciò che è perverso in benefico.

Non abbiamo altra alternativa che innamorarci di queste due belle sorelle della speranza: indignarci e respingere con fermezza questo tipo di mondo che impone tanta sofferenza alla Madre Terra, a tutta l’umanità e alla natura. Se non possiamo superarlo, almeno resistiamo e smascheriamo la sua disumanità. E avere il coraggio di aprire cammini, soffrire per la nascita di qualcosa di nuovo e alternativo. E credere che la vita ha un senso e ad essa spetta di scrivere l’ultima pagina del nostro pellegrinaggio su questa Terra.

*Leonardo Boff ha scritto Terra madura uma teologia da vida, São Paulo, Editora Planeta, 2023; Cuidar da Terra- proteger a vida: como evitar o fim do mundo, Rio de Janeiro, Record 2010. (traduzione dal portoghe

 Só nos resta a esperança: uma árvore que se dobra mas não se quebra

Leonardo Boff*

No ano de 2023 ocorreram fatos que nos assombram e nos obrigam a pensar: houve no Brasil um tentativa frustrada de golpe de Estado, dois eventos extremos assustadores: grandes enchentes no Sul e devastadoras secas no Norte, seguidas de imensos incêndios.Tudo indica que esta situação vai se repetir com frequência.

No nível internacional a prolongação da guerra Rússia-Ucrânia,o atentado terrorista da facção militar do Hamas da Faixa de Gaza que provocou um revés violentíssimo por parte do governo de extrema-direita israelense e seus aliados sobre a inteira população da Faixa de Gaza, com viés de genocídio.E o mais grave com irrestrito apoio do presidente católico Joe Biden.

Talvez um fato que não pode de jeito nenhum ser desconsiderado é a Sobrecarga da Terra (The Earth Overshoot), anunciado pelo ONU em fins de agosto. Quer dizer, todos aqueles bens e serviços naturais que a Terra oferece para a continuidade da vida  chegaram ao seu limite.Precisamos de mais de uma Terra e meia para atender o consumo humano, mas especialmente dos países ricos e consumistas. Como é viva, a Terra reage a seu modo, enviando-nos  mais enfermidades viróticas, mais eventos extremos e aquecendo-se cada vez mais. Este último fato é de consequências imprevisíveis, pois ultrapassamos o ponto crítico. O ano de 2023 foi o mais quente depois de milhares de anos. A ciência e a técnica apenas nos ajudam a prevenir e minorar os efeitos danosos, mas não podem mais evitá-los.Essa mutação climática e da responsabilidade dos países industrialistas e consumistas e pouquíssimo das grandes maiorias pobres do mundo. Portanto, é um grave problema ético. Há ainda o risco de um conflito nuclear, pois, os USA não renunciam ser o único polo a controlar todos os espaços do planeta, não aceitando multipolaridade. Se essa guerra nuclear generalizada ocorrer, será o fim da espécie humana e de grande parte da biosfera. Alguns analistas acham que ela será inevitável; vai ocorrer não sabemos quando nem como,mas as condições já estão dadas.

Ademais importa reconhecer que estamos do auge da crise do modo de habitar o planeta (devastando-o) e de organizar as sociedades, nas quais reinam desumanas injustiças.Bem nos tem advertido inúmeras vezes, o Papa Francisco: temos que mudar, caso contrário,estando todos no mesmo barco, ninguém se salvará.

Estes cenários tenebrosos têm levado a muita gente na humanidade ao desamparo e à consciência do fracasso da espécie humana, particularmente com o ocaso completo do senso ético e humanístico que permite assistir, a céu aberto e na visão de todos, o extermínio de um povo na Faixa de Gaza, principalmente, milhares de crianças assassinada sob os ininterruptos bombardeios das forças de guerra israelense. Não são poucos que se perguntam: merecemos ainda estar sobre a face da Terra que a dizimamos sistematicamente e violentamos sem escrúpulos seus filhos e filhas humanos e organismos da natureza que nos sustentam? Ou isso não é o prenúncio de nosso fim como espécie? Cabe lembrar que entramos nos ultimíssimos momentos no longo processo de evolução,dotados de grande agressividade. Será que entramos para destruir tragicamente nosso mundo?

Neste contexto emudecem as grandes utopias. A razão moderna se mostrou irracional ao construir o princípio de autodescrição. As próprias religiões, fontes naturais de sentido, participam da crise de nosso paradigma civilizacional e, em muitas delas, vige o fundamentalismo violento.

Em que se agarrar.? O espírito humano recusa o absurdo e sempre busca um sentido que torne a vida apetecida. Resta-nos um único sustentáculo: a esperança.Ela é como uma árvore: ela se verga mas não se quebra. Como nos foi mostrado antropologicamente, a esperança é mais que uma virtude ao lado das outras. Ela representa, independentemente do espaço e do tempo histórico, aquele motor interior que sem cessar nos faz projetar sonhos de dias melhores, utopias viáveis, caminhos ainda não andados que podem significar uma saída para um outro tipo de mundo.

É atribuída a Santo Agostinho, o maior gênio intelectual e cristão do Ocidente, africano do século V da era cristã, a seguinte afirmação que nos poderá, eventualmente, alentar:

Todo ser humano é habitado por três virtudes: a fé, o amor e a esperança. Diz o sábio: se perdemos a fé nem por isso morremos. Se fracassamos no amor, sempre podemos arranjar outro. O que não podemos é perder a esperança. Pois a alternativa à esperança é o suicídio por absoluta falta de sentido de viver.

Entretanto, a esperança possui duas formosas irmãs: a indignação e a coragem. Pela indignação rejeitamos tudo o que nos parece mau e perverso. Pela coragem, empenhamos todas as nossas forças para mudar  o que é ruim em bom e o que é perverso em benéfico.

Não temos outra alternativa senão nos enamorarmos destas duas formosas irmãs da esperança:  indignarmo-nos  e rejeitar firmemente esse tipo de mundo que impõe tantos sofrimentos à Mãe Terra a todos da humanidade e da natureza Se não podemos superá-lo pelo menos resistir a ele desmascarar sua desumanidade. E ter a coragem de abrir caminhos, sofrer pelo parto de algo novo e alternativo.E crer que a vida tem sentido e a ela cabe escrever a última página de nossa peregrinação por esta Terra.

*Leonardo Boff escreveu Terra madura uma teologia da vida, São Paulo, Editora Planeta, 2023;Cuidar da Terra- proteger a vida: como evitar o fim do mundo, Rio de Janeiro, Record 2010.

El fin de todas las cosas

Leonardo Boff*

Cuando termina el año, se suele hacer un balance de cómo fue el año, con sus luces y sus sombras. Esta vez renunciamos a esta tarea y nos preguntamos por algo realmente radical: ¿cómo será el fin de todas las cosas?

Sabemos cuando comenzó el universo, más o menos hace 13.700  millones de años. ¿Podemos saber cuando acabará, si acaso acaba? La respuesta depende de la opción de fondo que asumamos. En las ciencias del universo y de la Tierra las tendencias predominantes hoy son dos: la visión cuantitativa y lineal y la visión cualitativa y compleja.

La primera da centralidad a la materia visible (5%) y a la oscura (95%), a los átomos, a los genes, a los tiempos, a los espacios y al ritmo de desgaste de las energías. Entiende el universo como la suma global de los seres realmente existentes.

La segunda, la cualitativa, considera las relaciones entre los elementos, la forma como se estructuran los átomos, los genes y las energías. No basta decir: este aparato de televisión esta compuestos de tales y tales elementos. Lo que hace un televisor es la organización de los mismos, ligados a una fuente de energía y de captación de imágenes. En esta comprensión, el universo está formado por el conjunto de todas las relaciones.

Cada una de estas opciones se funda en algo real y no imaginario y proyecta su visión del futuro del universo.

La visión cuantitativa dice: estamos en un universo como un sistema cerrado, aunque en expansión continua y equilibrado por las cuatro fuerzas fundamentales: la gravitatoria, la electromagnética, la nuclear débil y la fuerte. No sabemos si el universo se expandirá más y más hasta diluirse totalmente, o si llegará a un punto crítico y empezará a contraerse sobre sí mismo hasta su punto inicial, densísimo de energía y de partículas concentradas. Al big bang inicial (gran explosión) se opondría el big crunch terminal (el gran aplastamiento).

Nada obsta, sin embargo, para que nuestro universo actual sea la expansión de otro universo anterior que se contrajo. Sería como un péndulo, oscilando indefinidamente entre expansión y retracción.

Otros lanzan la hipótesis de que el universo no conoce ni expansión total ni retracción completa. Él latiría como un corazón inconmensurable. Pasaría por ciclos: cuando la materia alcanzase cierto grado de densificación, se expandiría; cuando, por el contrario, alcanzase cierto grado de refinamiento, se contraería en un movimiento perpetua de ida y vuelta sin fin.

De todas formas, dice esta comprensión fundada en la cantidad, el universo tiene un fin inevitable por la ley universal de la entropía. Según esta ley, las cosas se van desgastando irrefrenablemente: nuestras casas se deterioran, nuestras ropas se rompen, nosotros vamos gastando nuestro capital energético hasta haberlo gastado todo y entonces morimos. Las galaxias se deshacen en inmensas nebulosas, nuestro Sol en 5 mil millones de años habrá quemado todo el hidrógeno, después, en otros 4 mil millones de años, todo el helio. En ese ocaso siniestro habrá calcinado todos los planetas a su alrededor, la Tierra inclusive. Y su fin será una enana blanca.

En otras palabras, todos, el universo, la Tierra y cada uno de nosotros, caminamos, imparables, hacia la muerte térmica, un escenario de oscuridad en un espacio prácticamente vacío, atravesado por unos fotones y neutrinos perdidos. Un colapso total de toda la materia y de toda la energía. Un fin infausto de todas las cosas.

¿Pero será esta la última palabra, aterradora y sin ninguna esperanza? ¿No habrá otra lectura posible de la evolución del universo que satisfaga nuestro deseo de vivir y de que todo permanezca en el ser?

Sí, existe esta lectura, fundada no en las cantidades, sino en las cualidades del universo, que han salido a la luz por los avances de las distintas ciencias contemporáneas. Ella propició tres mutaciones que modificaron nuestra visión de la realidad y de su futuro.

La primera fue la teoría de la relatividad de Einstein, conjugada con la mecánica cuántica de Heisenberg y Bohr. Ellas nos hacen entender que materia y energía son equivalentes. En el fondo, todo sería energía estructurada siempre en campos, siendo la propia materia una forma condensada de energía. El universo sería un juego incesante de energías, irrumpiendo de la Energía de Fondo (vacío cuántico o Abismo originador de todo lo que existe), y en permanente interacción entre ellas, dando origen a todos los seres.

La segunda, derivada de la primera, fue el descubrimiento del carácter probabilístico de todos los fenómenos. Cada ser representa la concretización de una probabilidad. Pero aunque así sea, sigue conteniendo dentro de sí otras probabilidades que pueden salir a la luz. Y cuando vienen a la luz, lo hacen dentro de la dinámica siguiente: orden-desorden-nuevo orden. Así, la vida habría surgido en un momento de alta complejidad de la materia, lejos del equilibrio (en situación de caos) y que se autoordenó, inaugurando un nuevo orden que adquirió sostenibilidad y capacidad de autorreproducirse.

La tercera, la ecología integral, aprehende y articula los más distintos niveles de la realidad viéndolos como emergencias del único e inmenso proceso cosmogénico, subyacente a todos los seres del universo. Posee un carácter sistémico, panrelacional y abierto hacia formas cada vez más complejas, ordenadas y aptas para producir sentidos cada vez más altos y conscientes. Esta seria la flecha del tiempo y el propósito del universo: no simplemente dar victoria al más fuerte (adaptable de Darwin) sino realizar virtualidades también de los más débiles (Swimme).

Estas tres vertientes nos ofrecen otra visión del futuro de la vida y del universo. Ilya Prigone mostró la existencia de estructuras disipativas, que desvanecen la entropía, en palabras más sencillas, que transforman la basura en nueva fuente de energía de un orden diferente. En esta comprensión, el universo está aún en génesis, pues no ha acabado de nacer. Él es abierto, auto-organizativo, creativo, se expande creando el espacio y el tiempo. La flecha del tiempo es irreversible y viene cargada de propósito. ¿Hacia dónde iremos? No lo sabemos. Se sugiere la existencia de un Gran Atractor que nos está atrayendo en dirección a Sí.

Si en el sistema que privilegia la cantidad y el sistema cerrado predominaba la entropía, aquí, en el sistema abierto que enfatiza la cualidad, funciona la sintropía, es decir, la capacidad de transformar el desorden en un nuevo orden, la basura en una nueva fuente de energía y de vida. Así, por ejemplo, de la basura del Sol (de los rayos que emite) nos viene casi todo lo que existe en la Tierra.

Esta visión es más coherente con la propia dinámica interna del universo. Él avanza creando futuro. La vida busca perpetuarse de todas las formas posibles. Nuestros anhelos más permanentes son de vivir más y mejor. La propia muerte sería una invención inteligente de la propia vida para liberarse de los límites espaciotemporales y poder continuar el juego de las relaciones de todo con todo, abriéndose a un Futuro absoluto.

Por eso la vida hace esa travesía del tiempo a la eternidad, para continuar allí su trayectoria de futuro y de expansión. En una visión teológica, a lo Teilhard de Chardin, es cuando,como dijo el,  “implosionaremos y explotaremos” en la Realidad Suprema que ha creado todo. Todos los seres conocerán su fin, no como término sino como meta alcanzada. ¿Cuál es el fin de todos los seres? Alcanzar su fin, su plena realización y así caer en los brazos de Dios-Padre-y-Madre y vivir una vida que no conoce más entropía, solo el futuro siempre en abierto y sin fin.

Y entonces será el puro Ser en el riente esplendor de su gloria.

*Leonardo Boff ha escrito ¿De dónde vengo? El universo, la vida, el espíritu y Dios, Animus/Anima, Petrópolis 2022; con el cosmólogo Mark Hathaway, El Tao de la Liberación, una ecología de la transformación, Orbis Books, NY, Vozes, Petrópolis. Trotta, en español.

Traducción de MªJosé Gavito Milano

Natale: Netanyhau (Erode) e la strage degli innocenti a Gaza

        Leonardo Boff

Ai giorni nostri assistiamo all’aggiornamento del racconto biblico: un re feroce, geloso del suo potere, ordina l’uccisione di tutti i bambini sotto un anno. L’Erode di oggi si chiama Benjamin Netanyhau. Nella sua furia vendicativa, le sue forze militari, aeree, marittime e terrestri hanno ucciso migliaia di bambini, molti dei quali giacciono sotto le macerie, oltre a migliaia di altri civili che non appartengono nemmeno al gruppo di Hamas. Non possiamo lasciare che questa tragedia offuschi la radiosa celebrazione del Natale. È troppo preziosa per non essere ricordata e celebrata.

Torniamo alla storia che ci riempie di incanto, anche a distanza di più di venti secoli. Giuseppe e Maria, sua moglie, incinta di nove mesi, sono in viaggio da Nazaret, dal nord della Palestina al sud, a Betlemme. Sono poveri come la maggior parte degli artigiani e dei contadini del Mediterraneo. Alle porte di Betlemme, devastata nei nostri giorni dalle truppe di Netanyahau, Maria entra nel travaglio del parto: si tiene la pancia perché la lunga camminata ha accelerato il processo di gestazione. Bussano alla porta di una locanda. Odono quello che i poveri della storia sentono sempre: «non c’è posto per voi nell’albergo» (Lc 2,7).

Abbassano la testa e si allontanano preoccupati. Come potrà dare luce alla sua creatura? Gli resta, nelle vicinanze, una stalla per animali. Lì c’è una mangiatoia con paglia, un bue e un asinello che, stranamente, restano tranquilli a guardare. Lei dà alla luce un bambino tra gli animali. Fa freddo. Lo avvolge nei panni e lo dispone sulla paglia. Piange rumorosamente come tutti i neonati.

Ci sono pastori che vegliano di notte a guardia del loro gregge. Secondo i criteri di purezza legale dell’epoca, i pastori sono considerati impuri e quindi disprezzati, poiché erano sempre in mezzo agli animali, al loro sangue ed ai loro escrementi. Diversa era la visione idilliaca dei greci e dei romani che idealizzavano la figura dei pastori. Ma sono questi poveri e impuri pastori ebrei i primi a vedere il Puer divinus, il bambino divino.

Sorprendentemente, una luce li avvolse e udirono una voce dall’Alto che annunciava loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore […] Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Mentre si mettevano in cammino, in fretta, udirono un canto meraviglioso, a più voci, provenire dall’Alto: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,8-18). Arrivano e si conferma tutto ciò che era stato loro comunicato: lì c’era un bambino, tremante, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia, in compagnia di animali.

Qualche tempo dopo, ecco che tre saggi provenienti dall’Oriente scendono lungo il sentiero. Sapevano interpretare le stelle. Arrivano. Sono estasiati dal mistero della situazione. Individuano nel bambino colui che potrà guarire l’esistenza umana ferita. Si inchinano, riverenti, e lasciano doni simbolici: oro, incenso e mirra. Con il cuore leggero e meravigliati, ripresero la via del ritorno, evitando la città di Gerusalemme, dove regnava un “Netanyhau” terribilmente bellicoso, pronto a ordinare la morte di chiunque avesse visitato il bambino divino.

Lezione: Dio è entrato nel mondo, nel cuore della notte, senza che nessuno lo sapesse. Non c’è sfarzo né gloria, che immagineremmo adatti ad un bambino che è Dio. Ma ha preferito arrivare fuori città, tra gli animali. Non risulta nelle cronache dell’epoca, né a Betlemme, né a Gerusalemme, tanto meno a Roma. Tuttavia, sta lí Colui che l’universo portava dentro di sé da miliardi di anni, quella «luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,10). Dio non è venuto per divinizzare l’essere umano, Lui è venuto per umanizzarsi insieme a noi.

Dobbiamo rispettare e amare il modo come Dio ha voluto entrare in questo mondo: anonimo come anonime sono le grandi maggioranze povere e disprezzate dell’umanità. Ha voluto cominciare là dal basso per non lasciare fuori nessuno. La loro situazione umiliata e offesa era quella che Dio stesso voleva far propria.

Ma ci sono anche saggi e uomini che studiano le stelle dell’universo, i cosmologi, che colgono dietro le apparenze il mistero di tutte le cose. Intravvedono in questo bambino dal corpo tremante, che bagna i panni, piagnucola e cerca, affamato, il seno della madre, il Significato Supremo del nostro viaggio e dell’universo stesso. Anche per loro è Natale.

È vero quello che si dice: “Ogni bambino vuole essere un uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere Dio. Solo Dio ha voluto essere un bambino”.

Questo è un lato, di buon auspicio: un raggio di luce in mezzo alla notte oscura. Un poco di luce ha più diritto di tutte le tenebre.

Ma c’è un altro lato, oscuro e anch’esso tragico, citato in precedenza. Esiste un “Netanyhau” che non ha paura di uccidere persone innocenti. Giuseppe, attento, ben presto se ne rende conto: vuole far uccidere il bambino appena nato. Fugge in Egitto con Maria e il bambino nel grembo che dorme, cerca il seno e torna a dormire.

Migliaia di bambini furono assassinati nelle terre della Striscia di Gaza. Allora si udì uno dei lamenti più commoventi di tutte le Scritture: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2,18).

Gli Erodi si perpetuano nella storia, anche per quattro anni in Brasile sotto il ‘non-eleggibile’ e attualmente in Palestina. Nonostante, ci sarà sempre una stella, come quella di Betlemme, ad illuminare i nostri cammini. Per quanto malvagi siano gli Erode, non possono impedire al sole di sorgere ogni mattina portandoci speranza, soprattutto colui che fu chiamato “Il Sole della speranza”.

Questa gioia non ha precedenti: la nostra umanità, debole e mortale, da Natale in poi ha cominciato ad appartenere allo stesso Dio. Pertanto, qualcosa di nostro è già stato reso eterno dal Puer aeternus che ci garantisce che gli Erode della morte non trionferanno mai.

Buon Natale a tutti con grande compassione per le tante vittime a Gaza, con luce e gioia discreta.

Leonardo Boff è teologo e ha scritto O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Vozes 2009.

Para encomendar: contato@leonardoboff.eco.br

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)