O centro não é o ser humano mas a vida em sua diversidade

        Na compreensão dos grandes cosmólogos que estudam o processo da cosmogênese e da biogênese, a culminância desse processo não se realiza no ser humano. A grande emergência é a vida em sua imensa diversidade e àquilo que lhe pertence essencialmente que é o cuidado. Sem o cuidado necessário nenhuma forma de vida subsistirá (cf. Boff, L., O cuidado necessário, Vozes, Petrópolis 2012).

É imperioso enfatizar: a culminância do processo cosmogênico não se dá no antropocentrismo, como se o ser humano fosse o centro de tudo e os demais seres só ganhariam singificado quando ordenados a ele e ao seu uso e desfrute. O maior evento da evolução é a irrupção da vida em todas as suas formas, também na forma humana.

O conhecido cosmólogo da Califórnia Brian Swimme afirma em seu livro The Universe Story: Somos incapazes de nos libertar da convicção de que, como humanos, nós somos a glória e a coroa da comunidade terrestre e perceber que somos, isso sim, o componente mais destrutivo e perigoso dessa comunidade”. Esta constatação aponta para a atual crise ecológica generalizada afetando o inteiro planeta, a Terra.

Os biólogos descrevem as condições dentro das quais a vida surgiu, a partir de um alto grau de complexidade e quando esta complexidade se encontra fora de seu equilíbrio. Impera o caos. Mas o caos não é apenas caótico. É também generativo. Gera novas ordens e várias outras complexidades.

Os cientistas não sabem definir o que seja a vida. Ela é a emergência mais surpreendente e misteriosa de todo o processo cosmogênico. A vida humana é um sub-capítulo do capítulo da vida. Vale enfatizar: a centralidade cabe à vida. A ela se ordena a infra-estrutura físico-química e ecológica da evolução que permite a imensa biodiversidade, dentre ela, a vida humana, consciente, falante e cuidante.

A vida é entendida aqui como auto-organização da matéria em altíssimo grau de interação com o universo e com o tudo que se encontra à sua volta. Cosmólogos e biólogos sustentam: a vida comparece como a suprema expressão da “Fonte Originária de todo o ser” que para nós é outro nome, o mais adequado, para Deus. Ela não vem de fora mas emerge do bojo do processo cosmogênico ao atingir um altíssimo grau de complexidade.

O prêmo Nobel de biologia, Christian de Duve, chega a afirmar que em qualquer lugar do universo quando ocorre tal nível de complexidade, a vida emerge como imperativo cósmico (Poiera vital,Rio de Janeiro 1997). Nesse sentido o universo está repleto de vida.

A vida mostra uma unidade sagrada na diversidade de suas manifestações pois todos os seres vivos carregam o mesmo código genético de base que são os 20 aminoácidos e as quatro bases fosfatadas, o que nos torna a todos parentes e irmãos e irmãs uns dos outros.  Cuidar da vida, fazer expandir a vida, entrar em comunhão e sinergia com toda a cadeia de vida e celebrar a vida: eis o sentido do viver dos seres humanos sobre a Terra, também entendida como Gaia, super-organismo vivo e nós humanos como a porção de Gaia que sente, pensa, ama, fala e venera.

A centralidade da vida implica concretamente assegurar os meios de vida como: alimentação, saúde, trabalho, moradia, segurança, educação e lazer. Se estandartisássemos a toda a humanidade os avanços da tecnociência já alcançados, teríamos os meios para todos gozarem dos serviços com qualidade que hoje somente setores privilegiados e opulentos têm acesso.

Até hoje o saber foi entendido com poder a serviço da acumulação de indivíduos ou de grupos que criam desigualdades, portanto, a serviço do sistema imperante, injusto e desumano. Postulamos um poder a serviço da vida e das mudanças necessárias e exigidas pela vida. Por que não fazer uma moratória de investigação e de invenção em favor da democratização do saber e das invenções já acumuladas pela civilização para beneficiar os milhões e milhões destituídos da humanidade?

Enquanto isso não ocorrer, viveremos tempos de grande barbárie e de sacrificação do sistema-vida, seja na natureza seja na sociedade mundial.

Este constitui o grande desafio para o século XXI. Ou podemos nos auto-destruir, levando junto grande parte da biosfera, pois construímos já os meios para isso ou podemos também começar, finalmente, a criar uma sociedade verdadeiramente justa e fraternal junto com toda a comunidade de vida.

 

Leonardo Boff é teólogo e filósofo e escreveu: Ecologia:grito da Terra-grito dos pobres, Vozes 2015.

 

 

Cittadinanza e progetto di rifondazione del Brasile

 

La cittadinanza ha varie dimensioni: è politico-partecipativa, è economico-produttiva, popolare-inclusiva, è con-cittadinanza, è ecologica e, infine, terrena.

Nel contesto attuale di un regime di eccezione, che non rispetta, anzi ferisce la cittadinanza di un intero popolo, occorre approfondire questo tema.

La cittadinanza è un processo non del tutto rifinito, mai concluso, sempre aperto a nuove acquisizioni di coscienza dei diritti, di partecipazione politica e di solidarietà, come fondamento di una società umanizzata. Soltanto cittadini attivi possono fondare una società democratica, come sistema aperto (Democrazia senza fine, al dire di Boaventura de Souza Santos), che si sente imperfetta, ma al tempo stesso perfettibile. Per questo, il dialogo, la partecipazione, la vivenza della correzione etica, la ricerca di trasparenza costituiscono i due maggiori punti-forza.

La cittadinanza si realizza all’interno di una società concreta, che elabora per sé stessa progetti a volte in conflitto tra di loro, di costruzione della sua sovranità e dei punti d’inserzione nel più vasto panorama della planetariizzazione. Tutti loro vogliono dare una risposta alla domanda: quale Brasile, dopo 500 anni, finalmente vogliamo? Succede che il golpe attuale ha interferito tanto nella Costituzione, ponendo dei paletti alla spesa sociale che finisce per rendere impossibile la creazione di uno Stato Sociale democratico nazionale. E’ un progetto contro la nazione libera, contro il popolo e il suo futuro.

Fondamentalmente e semplificando una realtà molto complessa possiamo dire: ci sono attualmente in lizza due progetti antagonisti che si disputano l’egemonia: il progetto degli arricchiti, in passato o di recente, che sono tra loro relazionati come le multinazionali, (ora sappiamo pure che sono appoggiati dal Pentagono) vogliono un Brasile minore di quel che è, un Brasile di appena 120 milioni di persone, perché in questo caso credono loro, sarebbe più facile governarli, procurare il loro benessere senza ulteriori preoccupazioni. I milioni di esclusi possono anche crepare visto che da sempre sono abituati a vivere nel bisogno e a sopravvivere pur che sia. Basteranno politiche leggere per tenere calma la povera gente.

L’altro progetto per costruire un Brasile per tutti, esuberante, attivo e sovrano alla faccia delle pressioni delle forze militariste, tecniche e economicamente potenti che pretendono di arrivare a costruire un impero grande come il pianeta e vivere rapinando le ricchezze degli altri paesi. Questi si associano con le élites nazionali, che accettano di essere soci di minoranza e aggregati al loro progetto-mondo, in cambio di vantaggi economici che si possono ottenere. Pretendono ricolonizzare l’America Latina e principalmente il Brasile, a essere soltanto esportatori di commodities e denazionalizzando la nostra infrastruttura industriale (En.Elettrica, petrolio terre nazionali, ecc ecc).

I due golpe che abbiamo conosciuto nella fase repubblicana, quello del 1964 e quello del 2016, furono costruiti e compiuti in funzione della voracità degli arricchiti, contro il popolo e rifiutando di tessere un progetto nazione sovrana che avrebbe molto da contribuire in questa fase planetaria dell’umanità. Loro non hanno un progetto per il Brasile, ma un progetto per loto stessi, per la loro accumulazione assurdamente alta.

La correlazione delle forze è profondamene diseguale e corre in funzione delle élites opulente, che secondo Jessé de Souza, comprano altre élites. Loro son riusciti a dare un colpo a Dilma Rousseff, e tanto han fatto che in un processo giudiziale completamente viziato sono riusciti a sbattere in prigione l’ex presidente Lula, che gode preferenze elettorali di gran lunga le più numerose preferenze de Popolo.

Queste élites del ritardo concertato non hanno niente da offrire a milioni di brasiliani, che stanno ai margini dello sviluppo umano, se non ancor più impoverimento e discriminazione.

Queste élites, che non meritano nemmeno di essere chiamate così, perché sono soltanto ricchi e non sono mai arrivati a essere élites (Belluzo) non sono portatrici di speranza e per questo sono condannate a vivere sotto la permanente minaccia e con la paura che un giorno questa situazione possa rivoltarsi e far loro perdere la posizione-situazione di ricchezza e privilegio. Ecco la nostra speranza è che il futuro appartenga agli offesi e umiliati della nostra storia e che un giorno – arriverà, eccome – erediteranno le squisitezze che la madre Terra avrà preparato per loro e per tuti. Utopia, certo, ma rappresenta il sogno di tutte le culture che un giorno, in grande allegria staranno seduti tutti insieme a tavola, in grande convivialità, gustando i frutti della generosità della Madre Terra. Allora, guardando indietro vedranno se era valsa la resistenza, l’indignazione contro le malefatte e il coraggio di cambiare.

Solo allora comincerà una nuova storia, della quale i resistenti e i lottatori saranno stati i principali protagonisti di quello che nel nostro paese potrà essere la vera rifondazione del Brasile.

*Leonardo Boff, scrittore, filosofo e teologo ha scritto: Brasil: prolongar a dependencia ou concluir a refundaçao? Vozes, 2018.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

Ciudadanía y proyecto de refundación de Brasil

La ciudadanía tiene varias dimensiones: es político-participativa, es económico-productiva, es popular-incluyente, es con-ciudadana, es ecológica, y por último es terrenal.

En el contexto actual de un régimen de excepción que no respeta sino que hiere la ciudadanía de todo un pueblo, necesitamos profundizar en este tema.

La ciudadanía es un proceso inacabado y abierto siempre a nuevas adquisiciones de conciencia de los derechos, de participación política y de solidaridad, como fundamento de una sociedad humanizada. Sólo los ciudadanos activos pueden fundar una sociedad democrática, como sistema abierto (democracia sin fin, en el decir de Boaventura de Souza Santos), que se siente imperfecta pero al mismo tiempo siempre perfectible. Por eso, el diálogo, la participación, la vivencia de la corrección ética y la búsqueda de transparencia constituyen sus virtudes mayores.

La ciudadanía se realiza dentro de una sociedad concreta que elabora para sí proyectos, muchas veces conflictivos entre sí, de construcción de su soberanía y de los caminos de inserción en el proceso mayor de planetización. Todos ellos quiere dar respuesta a la pregunta: ¿qué Brasil, después de más 500 años, queremos finalmente? Ocurre que el golpe actual ha interfirido tanto en la Constitución, poniendo límites a los gastos sociales, que acaba por hacer imposible la creación de un Estado Social Democrático nacional. Es un proyecto contra la nación libre, contra el pueblo y su futuro.

Fundamentalmente y simplificando una realidad muy compleja, podemos decir que hay actualmente dos proyectos antagónicos disputándose la hegemonía: el proyecto de los muy ricos, antiguos y nuevos, articulados con las corporaciones transnacionales (y hoy sabemos, apoyados por el Pentágono) quieren un Brasil menor del que realmente es, un Brasil con un máximo de 120 millones, pues así, creen ellos, daría para administrarlo en su beneficio sin mayores preocupaciones. Los restantes millones que se fastidien, pues han tenido que acostumbrarse siempre a vivir en la necesidad y a sobrevivir como han podido. Bastan políticas pobres para calmar a los pobres.

El otro proyecto quiere construir un Brasil para todos, pujante, autónomo, activo, altivo y soberano frente a las presiones de las potencias militaristas, técnica y económicamente poderosas, que buscan establecer un imperio del tamaño del planeta y vivir de la rapiña de las riquezas de los otros países. Aquellas se asocian con las élites nacionales que aceptan ser socios menores y agregados al proyecto-mundo, a cambio de ventajas que pueden obtener en lo económico. Quieren recolonizar América Latina particularmente Brasil para que sean solo exportadores de commodities y desnacionalizar nuestra infraestructura industrial (energía eléctrica, petróleo, tierras nacionales etc).

Los dos golpes que conocimos en la fase republicana, el de 1964 y el de 2016, se tramaron y se ejecutaron en función de la voracidad de los muy ricos contra el pueblo, negándose a construir un proyecto de nación soberana que tendría mucho que contribuir a esta fase planetaria de la Humanidad. Ellos no tienen un proyecto de Brasil, solamente un proyecto para sí, para su acumulación absurdamente cuantiosa.

La correlación de fuerzas es profundamente desigual y corre en función de las élites opulentas que según Jessé Souza compran a las demás élites. Ellas consiguieron dar el golpe a Dilma Rousseff e hicieron tanto que, con un proceso judicial completamente viciado, pusieron en la cárcel al expresidente Lula que goza, de lejos, de las preferencias electorales del pueblo.

Esas élites del atraso no tienen nada que ofrecer a los millones de brasileros que están al margen del desarrollo humano sino más empobrecimiento y discriminación.

Pero estas élites, que ni este título merecen, pues son solo ricos sin llegar nunca a ser élites (Belluzo), no son portadoras de esperanza y, por eso, están condenadas a vivir bajo permanente amenaza y con miedo de que, un día, pueda revertirse esta situación y perder su posición de riqueza y de privilegios.

Esta es nuestra esperanza: que el futuro acabe perteneciendo a los humillados y ofendidos de nuestra historia que un día –y ese día llegará– heredarán las bondades que la Madre Tierra reservó para ellos y para todos.

Es utópico pero representa el sueño de todas las culturas: que, un día, todos, alegres, se sentarán juntos a la mesa, en la gran comensalidad de los libertos, gozando de los frutos de la generosidad de la Madre Tierra. Entonces, mirando hacia atrás comprenderán que valió la pena la resistencia, la indignación contra las injusticias y el coraje de cambiar.

Sólo entonces comenzará una nueva historia, de la cual los resistentes y luchadores serán los principales protagonistas de aquello que, en el caso de nuestro país, podrá ser la verdadera refundación de Brasil.

*Leonardo Boff es filosofo-teólogo y escribió: Brasil, ¿prolongar la dependencia o concluir la refundación? , Vozes 2018.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Comovedora carta da escritora Luciana Hidalgo a Lula

Luciana Hidalgo é uma premiada escritora brasileira, reconhecida com prêmios nacionais com o Jabuti e internacionais. Esta carta é comovedora e põe em relevo a revolução pacífica feita por Lula com os dezenas de micro projetos sociais que transformaram a vida de milhões de brasileiros pobres, fato reconhecido no mudo inteiro. Lamentavelmente não temos dado valor a este evento singularíssimo no mundo, especialmente não por aqueles que nunca deram atenção aos milhões de marginalizados, tidos como peso morto do desenvolvimento desigual e injusto. Este testemunho é esclarecedor e poderá ajudar a analisar a nossa realidade histórico-social com outros olhos, mais benignos do que aqueles marcados por preconceitos e distorções: Lboff

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Eis a carta de Luciana Hidalgo:

Querido presidente,

O que o senhor fez no Brasil foi uma revolução. Não uma Revolução Francesa, que guilhotinou cabeças da realeza para exigir na marra liberdade, igualdade, fraternidade. Não, o senhor não cortou cabeças, nem expulsou ricos de suas propriedades privadas como a Revolução Russa, tampouco roubou a poupança das classes abastadas (como aquele presidente eleito no Brasil em 1989 roubou). O senhor manteve as elites ricas e contentes, mas foi mexendo dia após dia nos mecanismos de poder que excluíam perversamente os pobres da nossa sociedade e negavam o que todo país decente deveria garantir: sua cidadania, isto é, sua dignidade.

Por isso, de início, querido presidente, seus microgestos, sutis, pouco saíam nos jornais, mas abalavam gradativamente as estruturas viciosas do poder. Sou leitora de Michel Foucault e atesto que o senhor fez genial e intuitivamente, na prática, num país periférico e violento, muito do que esse célebre filósofo francês teorizou sobre micropoder. O senhor modificou, programa após programa, a microfísica do poder no Brasil.

Explico como: logo de início o senhor abriu crédito para ajudar pobres a comprar eletrodomésticos básicos; subsidiou a compra de tintas e materiais para que construíssem suas casas; criou o Banco Popular, ligado ao Banco do Brasil, permitindo que pobres tivessem conta em banco; levou iluminação elétrica aos recantos rurais mais atrasados pela escuridão (Luz para Todos); criou o Bolsa Família, tirando 36 milhões de brasileiros da miséria e obrigando seus filhos a voltar à escola; levou água para milhões de brasileiros que sofriam com a seca no interior semiárido (programa Cisternas, premiado pela ONU); inventou Minha Casa Minha Vida, distribuindo moradias Brasil afora; criou Farmácias Populares que vendiam medicamentos com descontos para a população de baixa renda; implementou cotas raciais e sociais em universidades, contribuindo para que jovens negros e/ou vindos de escolas públicas pudessem estudar e no futuro talvez escapar de serem assassinados nas ruas do Brasil; implantou o Prouni (Universidade Para Todos), oferecendo bolsas para alunos de baixa renda estudarem em faculdades particulares; aumentou o salário-mínimo acima da inflação; etc.

Não me beneficiei pessoalmente de nenhum dos seus programas sociais, querido presidente. Sou brasileira privilegiada, nascida numa classe média da zona sul carioca. Fui jornalista nas maiores redações do Rio (Jornal do Brasil, O Globo, O Dia), depois virei escritora (premiada com dois Jabuti), fiz um doutorado e dois pós-doutorados em Literatura, na Uerj e na Sorbonne. E é justamente por isso, por tudo o que li, vi e aprendi, sobretudo na França onde morei durante anos, que posso dizer: países europeus só se desenvolveram porque aplicaram e aplicam projetos como os seus. Na França, por exemplo, o salário-mínimo é de uns R$ 4 mil (graças a décadas de greves e manifestações de trabalhadores “vândalos” por melhores salários); o seguro-desemprego dura de dois a três anos para que o desempregado não caia na miséria; há “locações sociais” que garantem moradia aos menos privilegiados; todos os remédios receitados nos hospitais públicos são dados ou subsidiados pelo governo etc.

O problema, querido presidente, é que quando uma parte da elite brasileira visita Paris, só vê a grande beleza. Finge não ver que aquela beleza só se sustenta graças à aplicação justa de impostos. Sim, as classes mais abastadas de lá têm consciência política, sabem que o equilíbrio social depende delas. No Brasil não. Tem brasileiro que gasta milhares de euros em turismo na França e na volta reclama dos R$ 300 dados mensalmente aos beneficiados do Bolsa Família.

Sim, querido presidente, é difícil entender a mentalidade desses que frequentaram os melhores colégios particulares do Brasil. Até entendo, já que eu mesma cursei um dos melhores colégios particulares do Rio e não aprendi grande coisa. Lá não havia disciplinas como Literatura ou Filosofia, por exemplo, que nos ajudariam a ter um pensamento mais crítico. Que pena.

Só aprendi o que era o mundo quando comecei a encarar a miséria do meu país de frente em vez de virar a cara ao passar por ela na rua. Ainda na adolescência participei de um grupo que dava comida para os sem-teto no Rio e pude ouvir suas comoventes histórias de vida. Depois virei jornalista e passei a ouvir mais pessoas, das mais variadas origens, das favelas, dos interiores, e suas justas reivindicações.

Portanto, saiba, querido presidente, que não só o povo beneficiado pelos seus programas sociais está ao seu lado. Somos muitos escritores, artistas, professores de escolas e universidades, pessoas premiadas, com títulos, das mais diversas profissões. Justamente por termos lido tanto (livros, não apenas jornais e revistas), viajado, justamente porque conhecemos o Brasil profundo, entendemos a grandeza do que o senhor fez. Nós também somos esse povo.

Aliás, há inúmeros políticos, historiadores, intelectuais estrangeiros nas maiores universidades da Europa que também o admiram. E se escandalizam, por exemplo, quando ouvem comentaristas brasileiros dizerem de forma tão elitista que o eleitor de Lula é “povão”, “nordestino”, “ignorante”, “petista”, “lulista”, “petralha”, “fanático”. Intelectuais estrangeiros se chocam com a criminalização de pobres, negros, índios e da própria esquerda no Brasil. E também se chocam quando o xingam de “populista”, como se o senhor usasse o povo. Ora, ora, mas o senhor é o povo.

No mais, querido presidente, não entrarei no mérito do seu julgamento. Primeiro porque não acredito em condenação sem provas. Segundo porque desde o golpe de 2016, que tirou do poder uma presidenta eleita pelo povo, desde o dia em que ficou provado (e gravado!) o conluio entre os Poderes “com o Supremo, com tudo”, não acredito mais nas nossas instituições.

Claro que a Lava Jato é importantíssima para o país, mas o partidarismo seletivo e o gosto pelo espetáculo a diminuem. Talvez por isso grandes juristas estrangeiros têm apontado falhas absurdas no processo que o condenou, querido presidente. Como disse o advogado inglês Geoffrey Robertson em entrevista recente à BBC de Londres, “o Brasil tem um sistema de acusação totalmente ultrapassado, em que o juiz que investiga, supervisiona a investigação, é o mesmo que julga o caso – e sem um júri!”. Outro jurista disse o mesmo num artigo no jornal The New York Times. Enfim, como acreditar numa justiça personalista, que num piscar de olhos pode beirar o justiçamento?

Nessas horas me lembro do que dizia Foucault: “Prender alguém, mantê-lo na prisão, privá-lo de alimentação, de aquecimento, impedi-lo de sair, de fazer amor, etc., é a manifestação de poder mais delirante que se possa imaginar. (…) A prisão é o único lugar onde o poder pode se manifestar em estado puro, em suas dimensões mais excessivas, e se justificar como poder moral.”

Sabe, querido presidente, quando a perseguição ao senhor começou na mídia, me lembrei do Betinho. Quase ninguém mais se lembra dele, o sociólogo Herbert de Souza, que criou associações de combate à fome e de pesquisa sobre a Aids nos anos 1990, quando os programas sociais do Estado eram insignificantes. Pois bem, esse cara, que devia ser coroado por seu esforço descomunal pelos pobres, um dia acordou sendo linchado da forma mais violenta pela imprensa por ter recebido doações de bicheiros. Os “puros” do país o atacaram de todos os lados, logo ele, “o irmão do Henfil” ex-exilado, hemofílico e soropositivo, tão magrinho, fiapo de gente, um dos poucos a combater a fome no Brasil. Mas não, para os “puros”, nada do que ele fazia pelos pobres compensava esse grande “erro”. Como se no Brasil houvesse dinheiro realmente “limpo”.

É, querido presidente, são assim os “puros”, os que não entendem a complexidade das lutas, os que fecham os olhos para as falcatruas dos ricos mas lincham o menino de rua da esquina, os que defendem uma ética que eles próprios não têm no dia a dia, enrolados em seus conchavos, compadrios, sonegações de impostos, corrupções de todo tipo. Das minhas andanças pelos bastidores do poder, posso dizer: os “puros”, mal acordam, já loteiam a alma.

É claro, querido presidente, que o senhor, além dos acertos, também cometeu erros. Quem não erra? Confesso que no início do seu governo estranhei, por exemplo, a sua aliança com a escória da política brasileira (PMDB etc.). Mas logo entendi que sem isso nenhum, nenhum, nenhum dos seus programas que revolucionaram o Brasil seria aprovado. Não sem esse toma-lá-dá-cá, não sem o cafezinho com o inimigo. Sonho sim com uma política pura, mas como, quando, se nunca, nunca, nunca foi assim nesse país?

Não vou, portanto, enumerar seus erros porque seus acertos os superam imensamente. Só a partir do seu governo entendi que a política pode muito mais do que o assistencialismo. Enquanto meus amigos e eu dávamos 50 quentinhas numa noite aos sem-teto do Rio, o senhor, com nossos votos, tirava milhões da miséria. Milhões de brasileiros.

O senhor acreditou antes de tudo na política, não em revoluções sangrentas radicais, para mudar o Brasil. E mudou. Não sou “lulista” nem “petista” (nunca me associei a partido algum), muito menos “petralha”. Mas, graças ao senhor, agora eu e milhões de brasileiros passamos a acreditar na política. E só por isso vale lutar.

Fico por aqui, no aguardo das eleições de outubro de 2018, quando um presidente de esquerda retomará o rumo desse Brasil desgovernado pelo conluio entre Poderes e onde, devido à corrupção, à leviandade e ao partidarismo das instituições, ideias fascistas se proliferam como bactérias.

Um grande abraço da
Luciana Hidalgo