Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

             O resgate das bruxas

 Os estudos dos últimos decênio,s resgaram muitos conceitos, tidos como pejorativos pelo senso comum. Assim a categoria em filosofia e exegese bíblica,  do mito, das divindades pagãs, não mais tidas como entidades subsistentes em si mesmas mas como energias poderosas presentes no ser humano e no universo, a categoria do xamã, cuja energia criadora e curadora, de alguma forma, está presente em todos mas concentrada em algumas pessoas especiais. Assim ocorreu com a categoria da bruxa. Era tida como uma entidade maléfica e feia,ao lado da fada mimosa e bela. Houve épocas sinistras entre 1450-1750 que se caracterizou como a caça às bruxas. Igreja e Estado agiram juntas, especialmente a Igreja Católica (mas também outras Igrejas históricas não católica)s, que instituiu a Inquisição em 1233 sob o Papa Gregório II. Mulheres conhecedoras de saberes curativos, manipuladoras de ervas e praticuladoras de bênçãos, eram tidas como portadores de um poder, vindo do diabo.Em quase toda a Europa, especialmente na Espanha e na Alemanha eram acusadas, julgadas, castigadas e a maioria condenadas à fogueira. Calcula-se que foram cerca de  50-60 mil delas.Mesmo no Brasil colonial e escravocrata entre 1749-1770 várias mulheres de poder, todas negras, foram julgadas e condenadas à morte. A última vítima ocorreu em 1782 na Suiça. Atualmente, as feministas, fortemente nos USA e na Europa em geral, mas também entre nós no Brasil, está se resgatando a categoria positiva da bruxa. Por que eram condenadas? Pelo fato de serem portadores de um saber especial, não dominado pelos padres e outros doutos da socieade. Uma forma de reafirmação o patriarcado era eliminar essa ameaça: daí sua condenação à fogueira durante cinco séculos. Hoje uma mulher ou escritora  ao anunciar-se bruxa ,se propõe contrapor-se ao machismo, rebelar-se contra o patriarcalismo e resistir a todas as formas de discriminação da mulher na sociedade ainda predominantemente machista. Não é raro encontrar nas orelhas de um livro de uma autora acadêmica, apresentar todos os seus títulos, seus livros e terminar como o epítelo de bruxa. Em nome desta resistência feminista publicamos o presente texto de uma feminista e eco-educadora de Curitiba, Iris Boff:    LBoff                                  

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Carregadas de sabedoria, as velhas bruxas, estão vivas dentro da mulher moderna,  desse novo milênio que avança mais e mais.

Enterradas no fundo das catedrais patriarcais, lugar de fontes de água em que se adoravam as deusas, elas ressurgem.

Do mesmo modo, como ressurgem, do fundo do  templo de nossos corpos, quando a mãe, a filha  a irmã, a avó, a amiga ou a amante se reúnem e lhes emprestam a voz  no  som dos cantos e encantos de nossas danças, falas,  gestos e rituais.

Elas caminham conosco, nos dão alento e inspiração,  na  busca insana e tateante por nossa ainda naacente  identidade feminina . Fomos  aquilo que o homem quis, como o mostrou Simone de Beauvoir.

Daqui para frente,  as velhas bruxas, como deusas eternas, em corpos jovens, velhos ou crianças, homens ou mulheres, vindas dos nossos sonhos mais ancestrais  nos inspiram a sermos aquilo que o nosso desejo mais genuíno e honesto quer: ser plenamente nós mesmas como mulheres.

A duras penas assumindo os equívocos e responsáveis pelos próprios  erros, não toleraremos  mais que alguém no vai  vigiar, dirigir, escolher ou ditar nossas vidas como  mulheres. Nós tomaremos nossa história em nossas mãos.

A magia negra, os feitiços do ma , os maus agouros , a figura feia tenebrosa dos contos de fada, escritos a partir do patriarcado, hão de desaparecer junto com ele. Em nome destas figuras milhares de mulheres, tidas por bruxas, foram mortas ou queimadas pela Inquisição.

A bruxa do nosso imaginário infantil, inventado por nossa cultura machista, constitui uma grande falácia. Foi um instrumento de dominação patriarcal sobre a mulher.

O homem não  tinha o acesso, o controle e o conhecimento do poder de criar e recriar a própria vida, o manejo das ervas, o dom de cura, de bênção, o  cuidado e a proteção, que a mulher de sabedoria, a essência do ser bruxa, era investida.Com a ascensão do  patriarcado, esse negou todo o poder da mulher.  impingiu-lhe uma imagem distorcida e bem à sua conveniência  Por medo e inveja  do seu  poder, a bruxa era vista como má, asquerosa, perigosa, que, tendo pacto com o demônio, precisava ser banida, castigada, negada, esquecida. Sua  rebeldia merecia ser execrada e queimada  viva em praça  pública,como ocorreu com Joana d’Arc,  em 1431 ,queimada viva com apenas 19 anos depois de ter comandado, vitoriosamente, parte do exército francês contra a ocupação inglesa. Curiosamente em 1920 foi proclamada santa e feita padroeira da França.

O que era bênção, se tornou maldição.  Educadas mais por mulheres conscientes e liberadas, as crianças de hoje começam a resgatar uma outra consciência dessa figura outrora execrada.

Embalando o berço ou com os seios de fora, para amamentar essa nova geração, a mulher do século XX1, reinventa a vida, assume  a cátedra, pesquisa e escreve, se serve do telefone, do WhatsUpp, das mídias sociais e docomputador para  re-escrever  a sua história, não para destruí-la ou negá-la, mas para refaze-la e completá-la.

Aqui vai uma pequena observação crítica: reprodutora não só da espécie, lamentavelmente, não poucas mulheres se fizeram também as reprodutoras de falsos padrões de comportamento, ainda ditados por uma cultura machista ou por valores de uma religião misógina e pela  supremacia do Masculino sobre o Feminino.

Mas assumindo nossa condição ode bruxas benfazejas, vamos . montar na vassoura de nossa consciência, varrer e banir de uma vez por todas esse embuste para o nosso bem e de nossas crianças, finalmente também da família humana como um todo.

É bom re-escrever  os contos infantis, aprendendo lidar e integrar o mal em lugar de projetá-lo  num ser como bode expiatório que seria a bruxa.

         A  humanidade nasceu e cresceu ao redor da Fêmea e do poder matriarcal, a mais primordial fase de nossa história. Depois, por caminhos misteriosos,  reafirmou-se o Macho com seu poder patriarcal e obnubilou a herança ancestral do Feminino.

Agora estamos vivendo um momento privilegiado.Pela primeira vez na história da Humanidade ambos, o Feminino e o Masculino, o homem e a mulher como parceiros paritários, estão se reconciando e criando uma aliança bem-aventurada.

A mulher, Guardiã da Alma, a grande velocidade, está saindo da caverna. E o homem cansado e desencantado quer voltar para casa, mas ela não existe mais como antes. Ambos,homem e mulher, vão limpar e reorganizar a própria casa. Entenderão a nova tarefa, a de cuidra da Casa Comum, da Mãe Terra,  habitada pela nova família humana, nem matriarcal e nem patriarcal, mas Andrógina para a saúde e bem das relações humanizadoras e benéficas para a inteira humanidade.

Iris Boff, escritora, feminista e eco-pedagoga.                                                                       

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Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

La victoria electoral de Lula: festejar, alegrarse y enorgullecerse

Las elecciones presidenciales de este año de 2022 han sido turbulentas. Junto al lado luminoso, alegre y jovial del alma brasilera, irrumpió también su lado odiador, sombrío e inhumano, cosa que ya señalara Sérgio Buarque de Holanda, en una nota de pie de página, al hablar del brasilero como “hombre cordial” en su libro Raízes do Brasil (1936), puesto que del corazón (cor-dial) provienen tanto el amor como el odio. Ese odio, de forma espantosa, llegó a la escena política y envenenó las relaciones sociales hasta las más íntimas. Para mí se trataba incluso de un problema metafísico: en los momentos cruciales en los que se decide el destino de un pueblo, el mal y lo inhumano, fine finaliter no pueden prevalecer. Y no prevalecieron, por más artimañas que fueron praticadas.

Los que votaron por la democracia, por la causa de los millones de personas que pasan hambre y por observar el orden constitucional, pudieron respirar aliviados como quien escapa de un grave accidente. En este contexto, cobran particular sentido los versos de Camões en Os Lusíadas al principio del Canto Cuarto: “Después de procelosa tempestad/nocturna sombra y sibilante viento/trae la mañana serena claridad/esperanza de puerto y salvamento”. Sí, experimentamos haber sido salvados de una tragedia nacional de consecuencias irreparables, en el caso de que el adversario, cuyo proyecto se presentaba retrógrado y ultraconservador, hubiese triunfado.

El efecto de la victoria fue una alegría indescriptible. Muchos lloraban, otros daban un grito primario de liberación, como quien se sentía prisionero en una caverna oscura. Hubo fiesta por todo el país.

El tema de la fiesta es un fenómeno que ha desafiado a grandes nombres del pensamiento como R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann y al propio F.Nietzsche. Y es que la fiesta revela lo más precioso que hay en nosotros en medio de la cotidianidad gris. La fiesta hace olvidar la dureza de la lucha y suspende por un momento el tiempo de los relojes. Es como si, por un instante, desapareciera el espacio-tiempo, pues en la fiesta, esas dimensiones no cuentan o están totalmente olvidadas. Por eso las fiestas se prolongan todo lo que se puede.

Curiosamente, en la fiesta que es fiesta, todo el mundo se reúne y se junta, conocidos y desconocidos se abrazan como si fuesen viejos amigos y parece que todas las cosas se reconcilian. Platón sentenciaba con razón: “los dioses hicieron las fiestas para que los seres humanos pudieran respirar un poco”. Efectivamente, si la lucha en la campaña fue costosa y cargada de temores, robándonos casi la esperanza, la fiesta es más que un respirar. Es un rescatar la alegría de un país sin odios ni mentira como método de gobierno. El sentimiento de que todo el esfuerzo valió la pena.

La fiesta, después de una victoria en los últimos minutos del juego, parecía un regalo que ya no dependía de nosotros, sino de energías incontrolables, diría, milagrosas. La alegría simplemente estalló y nos poseyó por entero.

En la fiesta hay gritos, saltos, música y danza. ¿De donde brota la alegría de la fiesta? Tal vez Nietzsche encontró su mejor formulación: “para alegrarse de alguna cosa, hay que decir a todas las cosas: sean bienvenidas”. Por lo tanto, para poder festejar de verdad era necesario afirmar: “bienvenida sea esta victoria”. No basta sólo la victoria duramente conquistada. Necesitamos ir más allá y confirmar el proyecto y el sueño político. “Si podemos decir sí a un único momento”, afirma Nietzsche “entonces habremos dicho sí no solo a nosotros mismos sino a la totalidad de nuestra historia vencedora” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Ese sí subyace a nuestro compromiso político, a nuestra implicación, a nuestros principios, a nuestro trabajo de calle, a nuestro esfuerzo de convencimiento de nuestra propuesta. La fiesta es el tiempo fuerte en el cual el sentido secreto de nuestra lucha revela todo su valor y toda su fuerza. De la fiesta salimos más fuertes para realizar las promesas hechas en beneficio del país y de las clases humilladas y ofendidas.

Hagamos referencia a la religión, pues ella, como todas, confiere gran centralidad a las fiestas, a los ritos y a las celebraciones. En gran parte, la grandeza, por ejemplo, de la religión cristiana o de otras, reside en su capacidad de celebrar y de festejar a sus santos y santas, sus maestros espirituales, realizar sus procesiones, edificar templos sagrados, algunos de extraordinaria belleza. En la fiesta cesan las interrogaciones de la razón y los temores del corazón. El practicante celebra la jovialidad de su fe en compañía de hermanos y hermanas con quienes comparte las mismas convicciones, oyen las mismas Palabras sagradas y se sienten cercanos a Dios.

Si esto fuera verdad, y de hecho lo es, nos damos cuenta de cuan equivocado es el discurso que sensacionalistamente anuncia la muerte de Dios. Se trata de un trágico síntoma de una sociedad que ha perdido la capacidad de festejar porque está saturada de placeres materiales. Asistimos, lentamente, no a la muerte de Dios, sino a la muerte del ser humano, que ha perdido la sensibilidad por quien sufre a su lado, y que es incapaz de llorar por el destino trágico de los refugiados que vienen de África rumbo a Europa, o de los emigrantes latinoamericanos que buscan entrar en Estados Unidos.

Nuevamente volvemos a Nietzsche que intuyó que el Dios vivo y verdadero se encuentra sepultado bajo muchos elementos envejecidos de nuestra cultura religiosa y bajo la rigidez de la ortodoxia de las iglesias. De ahí la muerte de Dios que implicaba para él la pérdida de la jovialidad, es decir, de la presencia divina que se da en las cosas cotidianas (jovialidad viene de Júpiter, Jovis). La consecuencia funesta es sentirse sólo y perdido en este mundo (cf. Fröhliche Wissenschaft III, aforismo 343 y 125).

Por haber perdido la jovialidad, gran parte de nuestra cultura no sabe festejar. Sí conoce las fiestas montadas como comercio, la frivolidad, los excesos del comer y beber, las expresiones groseras. En ellas puede haber de todo, menos alegría del corazón y jovialidad de espíritu.

La alegría fue indescriptible cuando el presidente electo apareció. el día 16 de noviembre, en la COP27 de Egipto, que trata la cuestión del nuevo régimen climático de la Tierra.Mostró la gravedad de la nueva situación del planeta y sus consecuencias para los más vulnerables en términos de daños y de hambre. Desafió a los poderosos a que cumpliesen lo que habían prometido: ayudar con mil millones de dólares anuales a los países más débiles y alcanzados por la alterada situación de la Tierra. ¿Qué jefe de estado del mundo tendría el valor de decir las verdades que el presidente electo profirió en aquel espacio de audiencia mundial? Nos sentimos orgullosos porque él asumió compromisos con responsabilidad y puso nuevamente al país en el escenario mundial. 

El futuro de la vida en este planeta depende en gran parte de la forma como tratemos el bioma amazónico que abarca nueve países. Articulados, podremos ayudar a la humanidad a encontrar una salida para su crisis sistémica y garantizar un destino bueno para la vida y para todos los habitantes de este pequeño planeta.

*Leonardo Boff ha escrito La busca de la justa medida:el pescador ambicioso y el pez encantado, Vozes 2022. Próximamente va a salir La justa medida, factor de equilibrio de la Tierra, Vozes 2023.

Traducción de Mª José Gavito Milano