l principio di autodistruzione e la lotta contro il Covid-19

Dopo che le due prime bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki, l’umanità si creò un incubo dal quale non è riuscita ancora a liberarsi. Invece, è diventata una realtà che minaccia la vita su questo pianeta e la distruzione di gran parte del sistema vitale. Sono state create armi nucleari, chimiche e biologiche molto più distruttive che possono porre fine alla nostra civiltà e influenzare profondamente la Terra viva.

Ancora peggio, abbiamo creato l’intelligenza artificiale autonoma. Con i suoi algoritmi che combinano miliardi di informazioni raccolte da tutti i paesi del mondo, potrebbe prendere decisioni a nostra insaputa. Eventualmente, in una coincidenza pazzesca, potrebbe, come abbiamo detto prima, penetrare negli arsenali delle armi nucleari o in altri di uguale o maggiore potenza letale e lanciare una guerra totale di distruzione di tutto ciò che esiste, compresa se stessa. E’ il principio di autodistruzione. Cioè, è nelle mani degli esseri umani porre fine alla vita visibile così come la conosciamo (che è solo il 5%, il 95% sono vite microscopiche invisibili).

Dobbiamo governare sulla morte. Può succedere in qualsiasi momento.

Si è già creata un’espressione per dare un nome a questa nuova fase della storia umana, una vera era geologica: l’antropocene, cioè l’essere umano come la grande minaccia per il sistema-vita e per il sistema-Terra. L’essere umano è il grande Satana della Terra, che può decimare, come un anticristo, se stesso e gli altri, i suoi simili, e liquidare i fondamenti che sostengono la vita.

L’intensità del processo letale è così grande che stiamo già parlando dell’era del necrocene, cioè dell’era della produzione in massa della morte. Siamo già dentro la sesta estinzione di massa. Ora è stata accelerata irrevocabilmente, vista la volontà di dominare la natura e i suoi meccanismi di aggressione diretta contro la vita e contro Gaia, la Terra vivente, in funzione di una crescita illimitata, di un assurdo accumulo di beni materiali fino al punto di creare un sovraccarico sulla Terra.

In altre parole, siamo arrivati a un punto in cui la Terra non può sostituire i beni e i servizi naturali che le sono stati estratti e comincia a mostrare un avanzato processo di degenerazione attraverso tsunami, tifoni, scongelamento delle calotte polari e permafrost, siccità prolungate, spaventose tempeste di neve e la comparsa di batteri e virus difficili da controllare. Alcuni di questi, come l’attuale coronavirus, possono portare alla morte di milioni di persone.

Tali eventi sono reazioni e possono essere rappresaglie della Terra davanti alla guerra che combattiamo contro di essa su tutti i fronti. Questa morte in massa si verifica in natura,  dove migliaia di specie viventi scompaiono in modo permanente ogni anno, e nelle società umane, dove milioni di persone soffrono la fame, la sete e ogni sorte di malattie mortali.

C’è una crescente percezione generale che la situazione dell’umanità non sia sostenibile. Se questa logica perversa continua, si costruisce un percorso che porta alla nostra sepoltura. Facciamo un esempio: in Brasile viviamo sotto la dittatura dell’economia ultra neoliberale, con una politica di estrema destra, violenta e crudele per le grandi maggioranze povere. Perplessi, abbiamo visto i mali che sono stati fatti, annullando i diritti dei lavoratori e internazionalizzando la ricchezza nazionale che sostiene la nostra sovranità come popolo.

Coloro che nel 2016 hanno compiuto il colpo di Stato contro la presidenta Dilma Rousseff hanno accettato la ricolonizzazione del Paese, divenuto vassallo della potenza dominante, gli Stati Uniti, e condannato ad essere solo un esportatore di commodities e un alleato minore e subordinato al progetto imperiale.

Quello che si sta facendo in Europa contro i rifugiati, rifiutando la loro presenza in Italia e in Inghilterra e peggio ancora in Ungheria e nella cattolicissima Polonia, raggiunge livelli di disumanità di grande crudeltà. Le misure del presidente degli Stati Uniti, Trump, strappando i figli dai loro genitori migranti e mettendoli in gabbia, denotano la barbarie e l’assenza di ogni senso di umanità.

È già stato detto: “nessun essere umano è un’isola… non chiedere mai per chi suonano la campane. Suonano per te, per me, per tutta l’umanità”. Se grandi sono le tenebre che abbassano i nostri spiriti, ancora maggiori sono i nostri desideri di luce. Non lasciamo che la suddetta pazzia abbia l’ultima parola.

La più grande e ultima parola che grida in noi e ci unisce a tutta l’umanità è di solidarietà e compassione per le vittime, è per la pace e il buon senso nei rapporti tra i popoli. Le tragedie ci danno la dimensione della disumanità di cui siamo capaci, ma permettono anche di far emergere l’umano che è in noi, al di là delle differenze di etnia, ideologia e religione. L’umano che è in noi ci fa preoccupare insieme, mostrare solidarietà insieme, piangere insieme, asciugare insieme le lacrime, pregare insieme, cercare insieme la giustizia sociale mondiale, costruire insieme la pace e rinunciare insieme alla vendetta e a ogni tipo di violenza e di guerra.

La sapienza dei popoli e la voce del nostro cuore lo confermano: non è uno Stato che è diventato terrorista, come gli Stati Uniti sotto il presidente Bush, che sconfiggerà il terrorismo. Né è l’odio per gli immigrati latini, diffuso da Trump, che porterà la pace. Un dialogo instancabile, un negoziazione aperta  e un trattamento equo elimineranno le basi di qualsiasi terrorismo e troveranno la pace. Le tragedie che ci hanno colpito nel profondo del cuore, in particolare la pandemia virale che ha colpito l’intero pianeta, ci invitano a ripensare i fondamenti della convivenza umana nella nuova fase planetaria, e come prendersi cura della Casa comune, la Terra, come chiede papa Francesco nella sua enciclica di ecologia integrale “sulla cura della Casa Comune” (2015).

Il momento è urgente. E questa volta non c’è un piano B che ci possa salvare. Dobbiamo essere salvati tutti, perché formiamo una comunità di destino Terra-Umanità. Per questo dobbiamo abolire la parola nemico. La paura crea il nemico. Esorcizziamo la paura quando trasformiamo il lontano in un vicino e il vicino in un fratello e in una sorella. Scacciamo la paura e il nemico quando iniziamo a dialogare, a conoscerci, ad accettarci, a rispettarci, ad amarci, in una parola, a prenderci cura l’uno dell’altro.

Prendersi cura del nostro modo di vivere insieme in pace, solidarietà e giustizia; prendersi cura del nostro ambiente affinché sia un ambiente completo, senza distruggere gli habitat dei virus che provengono da animali o dagli arborovirus che si trovano nelle foreste, un ambiente in cui sia possibile riconoscere il valore intrinseco di ogni essere; prendersi cura della nostra cara e generosa Madre Terra.

Se ci prendiamo cura di noi stessi come fratelli e sorelle, le cause della paura scompaiono. Nessuno ha bisogno di minacciare nessuno. Possiamo camminare per le nostre strade di notte senza paura di essere derubati e aggrediti. Questa cura sarà efficace solo se accompagnata dalla giustizia necessaria a soddisfare i bisogni dei più vulnerabili, se lo Stato sarà presente con misure sanitarie (quanto importante è stato il Sistema Sanitario Unificato in Brasile,  di fronte al Covid-19), con le scuole, con la sicurezza e con spazi di convivenza, di cultura e di tempo libero.

Solo in questo modo godremo di una pace che può essere raggiunta quando c’è un minimo di buona volontà generale e un senso di solidarietà e benevolenza nelle relazioni umane. Questo è il desiderio incrollabile della maggior parte degli umani. Questa è la lezione che l’intrusione del Covid-19 in noi ci sta dando e che dobbiamo assumere nelle nostre abitudini nei tempi post-coronavirus.

*Leonardo Boff è ecoteologo, filosofo e ha scritto La Madre Terra colpisce l’umanità: avvertenze del Covid-19, di prossima pubblicazione dalla editora Vozes.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Post-covid-19: what to include in cosmology and ethics (III)

Let’s complete the thought provoking commentary of the text of the Earthcharter affirming that we must seek a new start in order to forge a sustainable mode of living on planet Earth.
To that end, “a new sense of global interdependence is required.” The relationship of everything with everything, and consequently, global interdependence, represents a cosmological constant.  Everything in the universe is relationship. It is also a quantum physics axiom, according to which all beings are inter-retro-related. We ourselves, human beings, are a rhizome (bulb of roots) of relationships that extend in every direction. This implies understanding that all problems:  ecological, economic, political and spiritual, are interrelated. We will only save life if we align ourselves with this universal logic  the logic of the universe and nature.
The Earthcharter continues: “universal responsibility is required.” Responsibility means being aware of the consequences of our actions, whether they are beneficial or hurtful to other beings. Hans Jonas wrote a classic book about The Principle of Responsibility, that includes the principles of prevention and precaution. Through prevention we can calculate the effects when we intervene in nature. The principle of precaution tells us that if we cannot measure the consequences we must not risk taking certain actions and interventions, because they may produce highly harmful effects for life.
We can see the lack of such collective responsibility in the current pandemic. It demands strict social isolation in order to avoid community spread, but the great majority of people do not abide by that principle. It must be universal.
Moreover, the Earthcharter calls on us: “to creatively develop and apply the vision” (of a sustainable mode of life). Nothing great is accomplished on Earth without imagining and creating the new societies and forms of being that have been envisioned. This is the function of viable utopias.  All utopias broaden our horizons and call on our creativity.  In the cheerful expression of Eduardo Galeano, “utopia takes us from horizon to horizon always making us walk.”
To overcome the habitual means of inhabiting the Common Home, which is a utilitarian relationship, we must dream of our planet as the great Mother, “The Earth of the Good Hope”, (Ignace Sachs and Ladislau Dowbor). Humanity can realize this utopia when it wakes up to the urgency of the need for a different world.
A sustainable mode of life
The Earthcharter also affirms “a vision of a sustainable mode of life”. We are used to the expression, “sustainable development.”  It is in all the official documents and on the lips of the dominant ecology. All serious analyses have shown that our form of production, distribution and consumption is unsustainable, because it is impossible to maintain an equilibrium between what we take from nature and what we leave, such that nature may always reproduce and continuously evolve. Our voracity has made the planet unsustainable, because even if the rich countries wanted to extend their well being to all of humanity, it would require at least three Earths like the one we have, which is clearly impossible.
Current development, that measures economic growth by the Gross National Product, GNP, reveals astonishing inequalities, to the point that the NGO Oxfam, in its 2019 report, notes that 1% of humanity owns half of the wealth of the world, and that 20% controls 95% of that wealth, while the remaining 80% must get by with only 5% of the wealth. These data reveal the totally untenable world in which we live.
The Earthcharter is guided, not by profit, but by life. This is why the great challenge is to create a sustainable mode of living in all aspects of life: the personal, family, social, national and international.
The importance of bio-regionalism
Finally, this sustainable mode of living must be realized at local, national, regional and world levels. Of course, it is about a world project that must be realized through a process. Today, the more advanced portion of this search takes place at the local and regional levels, such that bio-regionalism is seen as the truly viable form of realizing sustainability. We take the region as a reference, not according the arbitrary divisions that still persist, but the one created by nature herself, with her rivers, mountains, jungles, woods, and everything that makes up a regional ecosystem. In this framework, an authentic sustainability can be achieved, including the natural goods, culture and local traditions, the personalities that have marked that history, favoring small enterprises and organic agriculture, with the broadest participation possible, in a democratic spirit. This way a “good living and good life” (the Andean ecological ideal) will happen, sufficient, decent and sustainable with the diminution of inequalities.
This vision, formulated by the Earthcharter, is both grandiose and feasible. What we need is more good will, the only virtue that for Kant has neither defects nor limitations, because if it did, it would not be good. This good will would motivate the communities and, in the end, all of humanity, to really accomplish “a new beginning” (To be continued).
*Leonardo Boff is an ecotheologian and philosopher who has written, To Protect the Earth-Care for Life: How to Avoid the End of the World, Record, Rio, 2010.

 

Marina Oliveira:O criminoso rompimento da barragem da Vale em Brumadinho e o o trauma das crianças.

Publico este texto comovente de uma universitária Marina Paula Oliveira, atingida pelo criminoso rompimento da barragem da mineradora VALE S.A.Largou seus estudos para junto com o bispo Dom Vicente Ferreira e outras colaboradoras acompanhar o drama dos atingidos da barragem, suscitando esperança, organização e coragem para cobrar os direitos diminuídos ou até alguns negados aos atingidos pela tragédia. O mundo inteiro acompanhou a extensão do drama ocorrido em Brumadinho, não longe de Belo Horizonte, no qual 172 pessoas ficaram soterradas sob montanhas de lava. Poucos ouviram o choro e o clamor das crianças que perderam seus pais, suas mães, seus parentes. Toda região foi danificada com materiais pesados e tóxicos, a natureza foi devastada e os rios contaminados. Aqui temos o relato direto da universitária Marina, inteligente, cheia de ideais em sua vida e na sua carreira universitária. Ouviu o clamor dos desamparados e desesparados que subia ao céu. Largou tudo e se associou ao trabalho do bispo Dom Vicente, grande pastor,poeta e cantador, além de destemido crítico dos abusos ocorridos e da displicência da VALE em atender aos reclamos dos atingidos por seus direitos, por suas casas, por suas terras,por sua dignidade. É uma jovem e brilhante mas totalmente entregue a esse trabalho humanitário,não sem uma carga de espiritualidade, diria de mística que enxuga lágrimas,consola as pessoas e lhes mantém viva a esperança de que a justiça  se fará e o direito triunfará. Eu lá estive e dou meu testemunho com a inesquecível imagem dos 172 balões em memória dos 172 desaparecidos,  balões nos quais estava escrito:”Dói demais o jeito que vocês foram embora”.  LBoff

 

O criminoso rompimento da barragem da Vale em Brumadinho e o o trauma das crianças.

Marina Paula Oliveira

Já transcorreu um ano e seis meses do rompimento criminoso da barragem da mineradora VALE S.A. em Brumadinho-MG.

Como não  falar dos traumas das crianças atingidas? Contam-se mais de 100 órfãos de pai ou de mãe ou de ambos. São filhos e sobrinhos de agricultores que costumavam brincar no aspersor que irrigava as plantações que hoje estão debaixo da lama.

São crianças que antes jogavam bola, descalças, na rua e que hoje não o podem  mais fazê-lo devido ao fluxo de caminhões, envolvidos nas obras de contenção de danos, carregando rejeitos tóxicos em suas rodas e levando a lama para ambientes, antes considerados seguros.

São crianças traumatizadas que tiveram que correr com toda a pressa da lama. Crianças com medo de ficar em suas casas, mas que também têm medo de sair delas.

“Tia, aqui tem barragem?” “Na Bahia tem barragem? A minha vó mora lá”, “Tia, quando a lama chegar aqui, vai destruir tudo, não vai?”.

Essas são algumas das perguntas que se escutam por aqui. As palavras morrem na garganta porque não tenho como responder.

Ainda sem mencionar crianças, filhas e filhos de lideranças que tiveram suas vidas completamente impactadas, através de infindáveis reuniões que seus pais tiveram que participar e, por fim, dar sua adesão para trilhar a longa e infindável caminhada pela luta por justiça, dignidade, memória das vítimas e reparação integral das perdas e dos danos. Não sobra muito tempo pra as crianças brincarem quando o pai e a mãe estão sempre ocupados, tentando resgatar direitos que lhes foram  violentamente sequestrados.

Nunca consigo esquecer e sempre me vêm lágrimas aos olhos quando lembro da celebração, em janeiro, por ocasião da memória de um ano do desastre criminoso, com a presença de parentes de desaparecidos e de seus filhos e filhas pequenos, lançando ao ar 172 balões em memória dos 172 desaparecidos, com a inscrição: “dói demais o jeito que vocês foram embora”. Alguém precisa ser muito insensível e desumano para não conter as lágrimas e também mostra indignação.

São já 14 crianças que tentaram suicídio. Crianças de 10 anos tomam medicamentos anti-depressivos. E são apenas crianças. Quantas crianças não podem mais brincar na rua de suas casas porque suas pequenas comunidades foram ocupadas por centenas de pessoas estranhas, trabalhadores, voluntários, entre outros. O ambiente que antes era familiar, hoje se caracteriza por um sentimento de insegurança e de estranhamento, sem nada entender.

Há crianças indígenas que antes brincavam livremente no rio Paraopeba e que hoje não têm permissão de entrar nas suas águas, sequer tocá-las em razão do alto grau de contaminação de metais pesados ainda desconhecidos pelas comunidades.

“Tia, o rio já curou?”, “Hoje  se pode nadar?”.

Muitas mães reclamam do crescimento das doenças e problemas respiratórios de seus filhos, em consequência do aumento da poeira tóxica em suas comunidades.

Crianças que se sentem culpadas por brincar pois comentam entre si: “a cidade toda está triste, né tia?”.

É inimaginável o sofrimento das mães quando suas filhas perguntam: “em que dia o papai vai voltar”? Quem pode lhes responder? A avós receiam ter que explicar para seus netos que seu pai ou sua mãe estão entre os “desaparecidos”.

Muitas crianças até hoje desenham helicópteros sobrevoando seus bairros que carregavam corpos ou parte deles. Um dia desses, uma criança comentou: “meu pai, pobrezinho, morreu na lama”. O que isso significa para a cabeça dessa criança? Há alguma explicação para isso?

Será que as crianças esquecem? Por aqui, o caminho mais óbvio parece ser o de criar bolhas para essas crianças, bolhas como se sua infância não tivesse sido arrancada por vis interesses econômicos. Talvez elas nunca irão compreender essa maldade.

O sofrimento infantil, por sua vez, parece estar escancarado: “Bombeiro, obrigada por encontrar o corpo de meu pai; ele nunca mais voltara”.

Uma geração inteira está por toda vida marcada pelas consequências da mineração predatória, que continua colocando o lucro acima da vida.

Quem se propõe a  falar com estas crianças atingidas  cujas almas foram destroçadas por essa mineração cruel que sacrifica vidas no altar da ganância por lucro?

Ai me lembrei de uma frase de Dostoiewsky que ouvi certa vez:”todos os avanços da ciência não valem o choro de uma criança.”

Sinto-me impotente mas profundamente solidária com elas. Por isso as abraço e as beijo para que se sintam acolhidas. E se deem conta de que o dom mais precioso que existe, foi poupado, a vida delas, que deve continuar e ser feliz.

Marina Paula Oliveira é universitária, atingida pela barragem e coordenadora de Projetos da Arquidiocese de Belo Horizonte

 

 

O criminoso rompimento da barragem da Vale em Brumadinho e o o trauma das crianças

Publico este texto comovente de uma universitária Marina Paula Oliveira, atingida pelo criminoso rompimento da barragem da mineradora VALE S.A.Largou seus estudos para junto com o bispo Dom Vicente Ferreira e outras colaboradoras acompanhar o drama dos atingidos da barragem, suscitando esperança, organização e coragem para cobrar os direitos diminuídos ou até alguns negados aos atingidos pela tragédia. O mundo inteiro acompanhou a extensão do drama ocorrido em Brumadinho, não longe de Belo Horizonte, no qual 172 pessoas ficaram soterradas sob montanhas de lava. Poucos ouviram o choro e o clamor das crianças que perderam seus pais, suas mães, seus parentes. Toda região foi danificada com materiais pesados e tóxicos, a natureza foi devastada e os rios contaminados. Aqui temos o relato direto da universitária Marina, inteligente, cheia de ideais em sua vida e na sua carreira universitária. Ouviu o clamor dos desamparados e desesparados que subia ao céu. Largou tudo e se associou ao trabalho do bispo Dom Vicente, grande pastor,poeta e cantador, além de destemido crítico dos abusos ocorridos e da displicência da VALE em atender aos reclamos dos atingidos por seus direitos, por suas casas, por suas terras,por sua dignidade. É uma jovem e brilhante mas totalmente entregue a esse trabalho humanitário,não sem uma carga de espiritualidade, diria de mística que enxuga lágrimas,consola as pessoas e lhes mantém viva a esperança de que a justiça  se fará e o direito triunfará. Eu lá estive e dou meu testemunho com a inesquecível imagem dos 172 balões em memória dos 172 desaparecidos,  balões nos quais estava escrito:”Dói demais o jeito que vocês foram embora”.  LBoff

 

O criminoso rompimento da barragem da Vale em Brumadinho e o o trauma das crianças.

Marina Paula Oliveira

Já transcorreu um ano e seis meses do rompimento criminoso da barragem da mineradora VALE S.A. em Brumadinho-MG.

Como não  falar dos traumas das crianças atingidas? Contam-se mais de 100 órfãos de pai ou de mãe ou de ambos. São filhos e sobrinhos de agricultores que costumavam brincar no aspersor que irrigava as plantações que hoje estão debaixo da lama.

São crianças que antes jogavam bola, descalças, na rua e que hoje não o podem  mais fazê-lo devido ao fluxo de caminhões, envolvidos nas obras de contenção de danos, carregando rejeitos tóxicos em suas rodas e levando a lama para ambientes, antes considerados seguros.

São crianças traumatizadas que tiveram que correr com toda a pressa da lama. Crianças com medo de ficar em suas casas, mas que também têm medo de sair delas.

“Tia, aqui tem barragem?” “Na Bahia tem barragem? A minha vó mora lá”, “Tia, quando a lama chegar aqui, vai destruir tudo, não vai?”.

Essas são algumas das perguntas que se escutam por aqui. As palavras morrem na garganta porque não tenho como responder.

Ainda sem mencionar crianças, filhas e filhos de lideranças que tiveram suas vidas completamente impactadas, através de infindáveis reuniões que seus pais tiveram que participar e, por fim, dar sua adesão para trilhar a longa e infindável caminhada pela luta por justiça, dignidade, memória das vítimas e reparação integral das perdas e dos danos. Não sobra muito tempo pra as crianças brincarem quando o pai e a mãe estão sempre ocupados, tentando resgatar direitos que lhes foram  violentamente sequestrados.

Nunca consigo esquecer e sempre me vêm lágrimas aos olhos quando lembro da celebração, em janeiro, por ocasião da memória de um ano do desastre criminoso, com a presença de parentes de desaparecidos e de seus filhos e filhas pequenos, lançando ao ar 172 balões em memória dos 172 desaparecidos, com a inscrição: “dói demais o jeito que vocês foram embora”. Alguém precisa ser muito insensível e desumano para não conter as lágrimas e também mostrar

 

 

indignação.

São já 14 crianças que tentaram suicídio. Crianças de 10 anos tomam medicamentos anti-depressivos. E são apenas crianças. Quantas crianças não podem mais brincar na rua de suas casas porque suas pequenas comunidades foram ocupadas por centenas de pessoas estranhas, trabalhadores, voluntários, entre outros. O ambiente que antes era familiar, hoje se caracteriza por um sentimento de insegurança e de estranhamento, sem nada entender.

Há crianças indígenas que antes brincavam livremente no rio Paraopeba e que hoje não têm permissão de entrar nas suas águas, sequer tocá-las em razão do alto grau de contaminação de metais pesados ainda desconhecidos pelas comunidades.

“Tia, o rio já curou?”, “Hoje  se pode nadar?”.

Muitas mães reclamam do crescimento das doenças e problemas respiratórios de seus filhos, em consequência do aumento da poeira tóxica em suas comunidades.

Crianças que se sentem culpadas por brincar pois comentam entre si: “a cidade toda está triste, né tia?”.

É inimaginável o sofrimento das mães quando suas filhas perguntam: “em que dia o papai vai voltar”? Quem pode lhes responder? A avós receiam ter que explicar para seus netos que seu pai ou sua mãe estão entre os “desaparecidos”.

Muitas crianças até hoje desenham helicópteros sobrevoando seus bairros que carregavam corpos ou parte deles. Um dia desses, uma criança comentou: “meu pai, pobrezinho, morreu na lama”. O que isso significa para a cabeça dessa criança? Há alguma explicação para isso?

Será que as crianças esquecem? Por aqui, o caminho mais óbvio parece ser o de criar bolhas para essas crianças, bolhas como se sua infância não tivesse sido arrancada por vis interesses econômicos. Talvez elas nunca irão compreender essa maldade.

O sofrimento infantil, por sua vez, parece estar escancarado: “Bombeiro, obrigada por encontrar o corpo de meu pai; ele nunca mais voltara”.

Uma geração inteira está por toda vida marcada pelas consequências da mineração predatória, que continua colocando o lucro acima da vida.

Quem se propõe a  falar com estas crianças atingidas  cujas almas foram destroçadas por essa mineração cruel que sacrifica vidas no altar da ganância por lucro?

Ai me lembrei de uma frase de Dostoiewsky que ouvi certa vez:”todos os avanços da ciência não valem o choro de uma criança.”

Sinto-me impotente mas profundamente solidária com elas. Por isso as abraço e as beijo para que se sintam acolhidas. E se deem conta de que o dom mais precioso que existe, foi poupado, a vida delas, que deve continuar e ser feliz.

Marina Paula Oliveira é universitária, atingida pela barragem e coordenadora de Projetos da Arquidiocese de Belo Horizonte