La pasqua in un prolungato venerdì santo

Come possiamo celebrare la Pasqua, la vittoria della vita sulla morte e, ancor più, l’irruzione dell’uomo nuovo, nel contesto di un venerdì santo di passione, dolore e morte, che non sappiamo quando finirà, sotto l’attacco del coronavirus a tutta l’umanità senza distinzione?

Scoraggiati, anche in questa pandemia è opportuno celebrare la Pasqua con una gioia riservata. Non è solo una festa cristiana, risponde a una delle più antiche utopie umane: l’irruzione dell’uomo nuovo.

In tutte le culture conosciute, dall’antica epopea mesopotamica di Gilgames, passando per il mito greco di Pandora, fino all’utopia della Terra senza Mali dei Tupi-Guaranì, c’è la percezione che l’essere umano come lo conosciamo debba essere superato. Non è pronto. Non è ancora nato del tutto. Il vero uomo è latente nei dinamismi della cosmogenesi e dell’antropogenesi. Appare come un progetto infinito, portatore di innumerevoli potenzialità che lottano per irrompere. Egli intuisce che solo allora sarà pienamente uomo, l’uomo nuovo, quando tali potenzialità saranno pienamente realizzate.

Tutti i loro sforzi, per grandi che siano, si scontrano con una barriera insormontabile: la morte. Anche la persona più anziana un giorno morirà. Raggiungere l’immortalità biologica, preservando le attuali condizioni spazio-temporali, come alcuni propongono, sarebbe un vero inferno: cercare di realizzare l’infinito dentro di sé e trovare solo finiti che non lo saziano mai. È sempre in attesa. Forse lo spirito ucciderebbe il corpo per realizzare l’infinito del suo desiderio.

Ma ecco, un uomo si alza in Galilea, Gesù di Nazareth, e proclama: “Il tempo dell’attesa è finito. Si avvicina il nuovo ordine che sta per essere introdotto da Dio. Rivoluzionate il vostro modo di pensare e di agire. Credete in questa buona notizia” (cfr Mc 1,15; Mt 4,17).

Conosciamo la tragica saga del profetico Predicatore: “Venne ai suoi e i suoi non lo riceverono” (Gv 1,11). Colui che “è passato per il mondo facendo del bene” (At 10,39) fu respinto e finì inchiodato in una croce.

Ma ecco che, tre giorni dopo, le donne si recarono presto di mattina alla tomba e sentirono una voce: “Perché cercate i vivi tra i morti? Gesù non è qui. Lui è risorto” (Lc 24,5; Mc 16,6).

Questo è il fatto nuovo e sempre atteso: la buona notizia si è avverata. Da un uomo morto è emerso un resuscitato, un nuovo essere. Questo è il significato della Pasqua, la festa centrale del cristianesimo. I suoi seguaci capirono presto che il Risorto era la realizzazione dell’antico sogno dell’umanità: l’attesa è finita. Ora è il momento di una vita piena senza morte. Liberato dallo spazio e dal tempo e dai condizionamenti umani, il Risorto appare, scompare, si fa presente con i viandanti di Emmaus, appare sulla spiaggia e mangia con gli apostoli e si riconosce nello spezzare il pane.

Gli Apostoli non sanno come definirlo. San Paolo, il più grande genio del pensiero cristiano, ha scelto la parola giusta: “Egli è il novissimo Adamo” (1Cor 15,45). L’Adamo non più soggetto alla morte, quello che ha lasciato dietro di sé il vecchio Adamo mortale.

Come per prenderla in giro, San Paolo provoca: “O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è il pungiglione con cui spaventavi gli uomini? La morte è stata inghiottita nella vittoria di Cristo (1Co 15:55). Lo definisce come “un corpo spirituale” (1Co 15,44), cioè concreto e riconoscibile come corpo umano, ma in modo diverso, con le qualità dello spirito. Lo spirito ha una dimensione cosmica. È nel corpo, ma è anche nelle stelle più lontane e nel cuore di Dio. Lo spirituale è anche inteso come il modo di essere proprio dello Spirito Santo. È in tutto, muove tutte le cose, e riempie l’universo.

Un antico testo, degli anni 50, del Vangelo di Tommaso dice meravigliosamente: “Alza la pietra e io sono sotto di essa; taglia il legno e io ci sono dentro, perché sono con te sempre, fino alla pienezza dei tempi”. Sollevare una pietra richiede forza, tagliare il legno richiede sforzo. Anche in loro c’è il Risorto, nelle cose più quotidiane.

Dobbiamo comprendere correttamente la resurrezione. Non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro che è tornato a essere quello di prima e ha finito per morire. La resurrezione è la piena realizzazione di tutte le potenzialità nascoste nella realtà umana. La morte non esercita più il dominio su di lui. È infatti la nascita terminale dell’essere umano, come se avesse raggiunto il culmine del processo evolutivo o lo avesse anticipato. Nell’espressione forte di Teilhard de Chardin, il Risorto esplose e implose in Dio.

Nelle sue epistole, soprattutto agli Efesini e ai Colossesi, San Paolo sviluppa una vera cristologia cosmica. Egli “è tutto in tutte le cose” (Col 3,12); “il capo di tutte le cose” (Ef 1,10). Nel linguaggio della cosmologia moderna, il paleontologo e pensatore Pierre Teilhard de Chardin dirà la stessa cosa nel XX secolo.

La Pasqua è l’inaugurazione dell’uomo nuovo, pienamente realizzato. Vale per tutti gli esseri umani. Pertanto, un tale evento benedetto non è un’esclusiva di Gesù. San Paolo ci assicura che partecipiamo a questa risurrezione: “Egli è il primo frutto (l’anticipazione) di coloro che muoiono” (1 Cor 5,20), “il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29).

Alla luce di questa celebrazione pasquale possiamo dire che l’alternativa cristiana è questa: la vita o la risurrezione. Affermiamo e riaffermiamo con gioia: non viviamo per morire, ma per risorgere.

Leonardo Boff è teólogo e ha pubblicato La rissurrezione di Cristo e na nostra nella morte, Cittadella 2008.

 

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Venerdì Santo: Gesù è ancora crocifisso nei crocifissi della storia

In questo tempo del coronavirus che sta causando paura e portando morte a molte persone in tutto il mondo, la celebrazione del Venerdì Santo assume un speciale significato. C’è Qualcuno che ha anche sofferto e, in mezzo a dolori terribili, è stato crocifisso, Gesù di Nazareth. Sappiamo che tra tutti coloro che soffrono si stabilisce un misterioso legame di solidarietà. Il Crocifisso, sebbene attraverso la risurrezione è stato fatto l’uomo nuovo e il Cristo cosmico, continua, proprio per questa ragione, a soffrire e ad essere crocifisso in solidarietà con tutti i crocifissi della storia. Così sarà oggi e fino alla fine dei tempi.

Gesù non è morto perché tutti dobbiamo morire. Fu assassinato a seguito di un doppio processo giudiziario, uno da parte dell’autorità politica romana e l’altro dall’autorità religiosa ebraica. La sua condanna era dovuta al suo messaggio del Regno di Dio, che implicava una rivoluzione assoluta in tutte le relazioni, alla sua nuova immagine di Dio come “Padre” (Abba) pieno di misericordia, alla libertà che predicava e viveva di fronte alle dottrine e le tradizioni che pesavano sulle spalle delle persone, al suo amore incondizionato, in particolare verso i poveri per i quali aveva compassione ed i malati che curava e, infine, per presentarsi come il Figlio di Dio. Questi atteggiamenti hanno rotto con lo status quo politico-religioso dell’epoca. Hanno deciso di eliminarlo.

Né morì semplicemente perché Dio lo voleva, il che sarebbe in contraddizione con l’immagine amorevole di Dio che ha annunciato. Ciò che Dio voleva, questo sì, era la sua fedeltà al messaggio del Regno e a Lui, sebbene ciò implicasse la morte. La morte è stata il risultato di questa fedeltà di Gesù a suo Padre e alla sua causa, il Regno, fedeltà che è uno dei più grandi valori di una persona.

Quelli che lo hanno crocifisso non potevano definire il senso di questa condanna. Lo stesso Crocifisso ha definito il suo significato: un’espressione di amore estremo e di donazione senza riserve per raggiungere la riconciliazione e il perdono per tutti coloro che lo hanno crocifisso e la solidarietà con tutti coloro che sono stati crocifissi nella storia, in particolare quelli che sono crocifissi innocentemente. È la via della liberazione e della salvezza umana e divina.

Affinché quella morte fosse davvero la morte, come l’ultima solitudine umana, attraversò la tentazione più terribile che chiunque potesse attraversare: la tentazione della disperazione. Ciò è evidente nel suo grido sulla croce. Lo scontro ora non è con le autorità che lo hanno condannato. È con suo Padre.

Il Padre con il quale ha vissuto una profonda intimità filiale, il Padre che aveva annunciato come misericordioso e con la bontà di una Madre, il Padre, il cui progetto, il Regno, aveva proclamato e anticipato nella sua prassi liberatrice, questo Padre ora, nel momento supremo della croce, sembra averlo abbandonato. Gesù attraversa l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, poco prima del momento finale, Gesù grida a gran voce: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal più profondo vuoto del suo spirito, sorgono domande terrificanti che costituiscono la più terribile tentazione, peggio delle tre di Satana nel deserto.

La mia lealtà al Padre era assurda? La lotta per il Regno, la grande causa di Dio, non aveva senso? Sono stati vani i pericoli che correvo, le persecuzioni subite, il degradante processo capitale a cui sono stato sottoposto e la crocifissione che sto soffrendo?

Gesù è nudo, indifeso, totalmente vuoto davanti al Padre che tace. Questo silenzio rivela tutto il suo mistero. Gesù non ha nulla a cui aggrapparsi.

Per i criteri umani, ha completamente fallito. La sua certezza interiore svanì. Ma anche se il terreno scompare sotto i suoi piedi, continua a fidarsi del Padre. Poi grida a gran voce: “Mio Dio, mio Dio!” Nel pieno della disperazione, Gesù si concede al Mistero davvero senza nome. Sarà la sua unica speranza e sicurezza. Non ha più alcun sostegno in se stesso, solo in Dio. L’assoluta speranza di Gesù è comprensibile solo assumendo la sua assoluta disperazione.

La grandezza di Gesù fu sopportare e superare questa terribile tentazione. Ma questa tentazione gli procurò un totale spogliarsi di se stesso, un essere nudo e un vuoto assoluto. Solo in questo modo la morte è davvero completa, nelle parole del Credo, una “discesa all’inferno” dell’esistenza, senza nessuno che ci accompagni. D’ora in poi, nessuno sarà solo nella morte. Lui sarà con noi perché ha sperimentato la solitudine di questo “inferno” del Credo.

Le ultime parole di Gesù mostrano la sua consegna, non rassegnata ma libera: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19:30) “E con un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15:37).

Questo vuoto totale è il presupposto per la pienezza totale. Il vuoto richiede di essere riempito. Questo è avvenuto attraverso la sua resurrezione. È la risposta del Padre alla fedeltà del Figlio, a colui che ha passato per questo mondo “facendo del bene” (At 10,39), guarendo alcuni e resuscitando altri. Questa resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro, ma l’irruzione dell’uomo nuovo (novissimus Adam: 2Cor 15,45), le cui latenti virtualità implosero ed esplosero in piena realizzazione e fioritura.

Ora il Crocifisso è il Risorto, presente in tutte le cose, il Cristo cosmico delle epistole di San Paolo e di Teilhard de Chardin. Ma la sua resurrezione non è ancora completa. Mentre i suoi fratelli e le sue sorelle rimangono crocifissi, la pienezza della risurrezione è in corso e ha ancora un futuro. Come insegna San Paolo, “lui è il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29; 2 Cor 15,20). Perciò, con la sua presenza di Risorto, accompagna la Via Crucis dei dolori delle sue sorelle e fratelli umiliati e offesi.

Viene crocifisso nei milioni di persone che ogni giorno soffrono la fame nelle favelas, dove sono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro disumane. Crocifisso in quelli in terapia intensiva che stanno combattendo, senza aria, contro il coronavirus. Crocifisso in chi è emarginato nelle campagne e nelle città, in quelli discriminati per essere neri, indigeni, fuggiti dalle schiavitù, poveri e di un diverso orientamento e sessuale.

Continua a essere crocifisso in quelli perseguitati per la loro sete di giustizia, in coloro che rischiano la vita in difesa della dignità umana, in particolare quella degli invisibili. Crocifisso in tutti coloro che combattono, senza successo immediato, contro i sistemi che succhiano il sangue degli operai, dilapidano la natura e producono profonde ferite nel corpo di Madre Terra. Non ci sono abbastanza stazioni su questa via dolorosa per descrivere tutti i modi in cui il Crocifisso/Risorto continua a essere perseguitato, imprigionato, torturato e condannato.

Ma nessuno di loro è solo. Gesù cammina, soffre e resuscita in tutti questi suoi compagni di tribolazione e di speranza. Ogni vittoria della giustizia, della solidarietà e dell’amore sono beni del Regno che si sta già realizzando nella storia, un Regno di cui saranno i primi eredi.

*Leonardo Boff, teologo, ha scritto: Pasione de Cristo – pasione del mundo, Vozes 2007,Trotta 2002.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Maria Helena Machado:Os Profissionais de saúde em tempos de COVID19 – a realidade brasileira

Maria Helena Machado é socióloga e pesquisadora titular da ENSP-FIOCRUZ: machado@ensp.fiocruz.br

A pesquisadora da ENSP-FIOCRUZ faz neste artigo a apologia do SUS (Sistema Único de Saúde) até ha pouco tempo  vinha sendo combatido e ameaçado de privatização e agora se mostrando como o grande instrumento de assistência à saúde da maioria da população brasileira. Ele foi criado em 23 de setembro de 1988 no contexto da nova Constituição que garantia a saúde como um direito de todos e um dever do Estado. O artigo 196 é claro ao afirmar que o acesso ao SUS é universal, igualitário e gratuito. A autora mostra a realidade concreta seja da infra-estrutura hospitalar, do corpo médico, de enfermagem e dos centros de pesquisa.Os números são impressionantes, apesar de poderem ser ainda maiores para atender adequadamente toda a população.

Junco com esta parte objetiva e técnica é decisiva também a dimensão humanística dos que trabalham no SUS. A ética natural é o cuidado que se desdobra nas qualidades profundamente humanitárias da compaixão,da atenção afetiva, da assistência judiciosa quando o paciente perde sua autonomia, a preocupação por devolver-lhe a confiança na vida, ajudá-lo  a acolher sem amargura a condição humana sempre vulnerável e por fim acompanhá-lo no momento da grande travessia. Se for religioso poder sussurar-lhe ao ouvido as consoladores palavras das Escrituras judaico-cristãs:”se teu coração te censura, saiba que Deus é maior que teu coração e vá ao encontro dele”.

Nesses tempos de Corona-vírus é importante que tenhamos os cohecimentos fundamentais do que seja o SUS e o serviço que presta a milhões, enfatizando a competência, a generosidade e a total entrega de seus médicos/as e enfermeiros/as e demais servidores dos hospitais,das UPAS e de outros centros de saúde somando cerca de 3,5 milhões de operadores da saúde. Somos gratos a todos eles, particularmente nestes momentos em que eles, para servir os outros, correm riscos e os enfrentam com responsabilidade e de forma incansável.  Agradecemos à Dra.Maria Helena Machado por esta sua contribuição: Lboff

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O Brasil tem dois patrimônios no âmbito 😮 SUS  e os mais de 3 milhões e meio de Profissionais de Saúde que nele atuam.

Fruto de um processo histórico de três décadas o SUS assegura pela Constituição Federal saúde à toda a população brasileira. Á época de sua criação na década de 1980, o país contava com pouco mais de 18 mil estabelecimentos de saúde, 570 mil empregos de saúde e uma equipe bipolarizada entre médicos e atendentes de enfermagem (nível elementar de escolaridade). Trinta anos depois, o SUS é hoje o maior patrimônio público com mais de 200 mil estabelecimentos de saúde – hospitalares e ambulatoriais, 3 milhões e 500 mil trabalhadores empregados, sendo boa parte de nível superior. A equipe de saúde passa a ser multiprofissional constituída de médicos, enfermeiros, farmacêuticos, odontólogos, nutricionistas, fisioterapeutas, psicólogos, além de técnicos e auxiliares de saúde (enfermagem e demais áreas) (CNES, 2017).

É fato incontestável que o SUS, operado na rede pública (federal, estadual e municipal) e na rede privada/filantrópica conveniada, é sustentado e movido por um enorme contingente de trabalhadores. É fato também que estes trabalhadores são considerados essenciais ao sistema de saúde e imprescindíveis ao processo civilizatório de nosso país.

Ser profissional da saúde significa antes de tudo ser um profissional com vocação e missão especiais. A crise sanitária que impõe o Coronavirus nos ínsita a reafirmar essa premissa: Profissional de Saúde é um Bem Público: um Patrimônio de 3.500.000 de pessoas qualificadas e a serviço desse bem universal chamado Saúde.

É fato também que a sociedade moderna é alicerçada em uma sociedade de profissões, visto que a maioria das atividades humanas evoca profissionalismo para sua execução. O que seja saúde, doença, sanidade ou insanidade ou até mesmo o que é ordem ou desordem, são definidos no construto teórico das corporações profissionais. A saúde é um caso exemplar desse profissionalismo levado a sério.

Utilizando o construto teórico da sociologia das profissões pode-se afirmar que um profissional é um indivíduo que tem controle e domínio sobre um campo do saber que, em nome da primazia da racionalidade cognitiva e orientado para a aplicação desse conhecimento na solução de problemas da realidade dada. O saber tem valor privilegiado e define condutas técnicas e áreas de aplicabilidade da base cognitiva. Esse conhecimento especializado permite a ele exercer a autoridade sobre o paciente, sobre a população. Suas recomendações são levadas a sério não só pelo paciente, como pela população e especialmente pelas autoridades governamentais que prezam pela integridade e o bem estar dos indivíduos.

Em resumo, o saber profissional deve operar como uma espécie de caixa-preta que contém um conjunto de teorias e técnicas indecifráveis para leigos, mas ao mesmo tempo com suficiente visibilidade social para ser diferenciado dos vários saberes socialmente produzidos. O domínio e o monopólio deste saber constituem o fundamento da autonomia das profissões e do seu prestígio social. O conhecimento adquirido pelas profissões da saúde sobre a enfermidade e seu tratamento é no que se constitui a autoridade profissional, uma autoridade cultural que se manifesta pela construção de realidades.

Sendo então, por sua essencialidade e por serem doutos de sua habilidade cognitiva, detentores de saberes especializados e altamente treinados em escolas credenciadas, eles são inseridos no mercado de trabalho em postos de trabalho seja no setor público como no privado. Um mercado de trabalho complexo e altamente profissionalizado. Dados oficiais do IBGE, CNES, etc., atestam essa essencialidade quando registra, por exemplo, a presença de médicos e enfermeiros, mesmo com sinais de má distribuição regional ou até mesmo escassez nos 5.570 municípios, nas 27 unidades da Federação e nas 5 regiões geográficas do país, prestando assistência à população.

O enfrentamento da crise sanitária com o novo Coronavirus, em nosso país, tem sido possível por conta exatamente do SUS e de seus trabalhadores. Estamos falando de profissionais atuando na assistência direta à população nos hospitais e ambulatórios, na ciência e tecnologia produzindo e disponibilizando saberes, conhecimentos, tecnologia e insumos, na gestão pública, enfim, prestando serviços de alto valor social.

Contudo, sabemos das mazelas que o SUS vem enfrentando com crescimento da terceirização e da informalidade da inserção desses profissionais essenciais. As premissas preconizadas pela Organização Internacional do Trabalho no combate ao trabalho precário sendo aquele com contrato de trabalho desprotegido de amparo legal nunca foi tão atual e contemporâneo nesse mundo globalizado. A OIT elenca algumas dimensões inter-relacionadas de precariedade, contrapondo ao trabalho decente:

1) insegurança do mercado de trabalho pela ausência de oportunidades de trabalho;

2) insegurança do trabalho gerada pela proteção inadequada em caso de demissão;

3) insegurança de emprego gerada pela ausência de delimitações da atividade ou até mesma de qualificação de trabalho;

4) insegurança de integridade física e de saúde em razão das más condições das instalações e do ambiente de trabalho;

5) insegurança de renda, fruto da baixa remuneração e ausência de expectativa de melhorias salariais;

6) insegurança de representação quando o trabalhador não se sente protegido e representado por um sindicato.

Infelizmente, a realidade brasileira nos aproxima mais do trabalho precário, nos distanciando, inexoravelmente, do trabalho decente, preconizado pela OIT. Pesquisas recentes com categorias essenciais da saúde (médicos e enfermeiros, por exemplo) nos mostra que esses profissionais têm aumentado sua carga de trabalho diária, trabalhando interruptamente, com salários baixos e se comparados a realidades internacionais isso levaria a constrangimentos do “incomparável”. A adoção do multiemprego e o prolongamento da jornada de trabalho semanal, abdicando do descanso entre um trabalho e outro passa a ser realidade dada em todo o país, seja no setor público como no privado. O desgaste profissional, o estresse, o adoecimento, os acidentes de trabalho acabam assumindo dimensões insustentáveis.

Se estamos falando de um Bem Público é preciso voltar nossas atenções e refletir juntos a essencialidade do trabalho deles, representados aqui pelos Médicos e pela Enfermagem e todos os demais profissionais da saúde que compõem esse contingente de mais de 3 milhões e meio de trabalhadores, expressando nossa gratidão, nosso reconhecimento, nossa confiança e esperança que vencermos essa batalha sanitária.

Salve nosso SUS!
Salve nossos Trabalhadores da Saúde! Salve nossos Patrimônios nacionais!!

 

 

 

Coronavirus: Gaias Reaktion und Rache?

Alles hängt mit allem zusammen: Das ist jetzt ein Datenpunkt im kollektiven Bewusstsein derjenigen, die eine integrale Ökologie entwickeln, wie z. B. Brian Swimme, viele andere Wissenschaftler sowie Papst Franziskus, in seiner Enzyklika “Über die Sorge des gemeinsamen Hauses”. Alle Wesen des Universums und der Erde, einschließlich uns, der Menschen, sind Teil des komplizierten Netzes von Beziehungen, die in alle Richtungen gesponnen werden, sodass außerhalb dieser Beziehungen nichts existiert. Das ist auch die Grundthese der Quantenphysik von Werner Heisenberg und Niels Bohr.

Es war den ursprünglichen Völkern bekannt, wie es 1856 durch die weisen Worte des Duwamish Großvaters Seattle zum Ausdruck kam: “Eines sind wir sicher: Die Erde gehört nicht dem Menschen. Der Mensch gehört zur Erde. Alles ist miteinander verbunden wie das Blut, das eine Familie vereint; alles ist mit allem verbunden. Was die Erde verwundet, verwundet auch die Söhne und Töchter der Erde. Es war nicht der Mensch, der das Netz des Lebens strickte: Der Mensch ist nur ein Knoten im Netz des Lebens. Alles, was der Mensch gegen dieses Netz tut, wird auch dem Menschen selbst angetan.” Das heißt, es gibt eine intime Verbindung zwischen der Erde und dem Menschen. Wenn wir der Erde wehtun, verletzen wir uns auch selbst und umgekehrt.

Das ist die gleiche Wahrnehmung, die die Astronauten von ihrer Raumsonde und dem Mond genossen: Die Erde und die Menschheit sind eine einzige und einzigartige Einheit. Isaac Asimov drückte es 1982 gut aus, als er auf Anfrage der New York Times die 25 Jahre des Weltraumzeitalters zusammenfasste: “Sein Vermächtnis ist die Bestätigung, dass die Erde und die Menschheit aus der Perspektive der Raumsonde eine einzige Einheit bilden (New York Times, 9. Oktober 1982)”. Wir sind die Erde. Der Mensch, „homo“, kommt vom Humus, der fruchtbaren Erde. Der biblische Adam bedeutet Sohn und Tochter der fruchtbaren Erde. Nach dieser Bestätigung ging uns nie wieder das Bewusstsein dafür verloren, dass das Schicksal der Erde und der Menschheit untrennbar vereint ist.

Leider sehen wir das, was Papst Franziskus in seiner ökologischen Enzyklika beklagt, bestätigt: “Wir haben unser gemeinsames Haus noch nie so sehr misshandelt und verwundet wie in den letzten zwei Jahrhunderten” (Nr. 53). Die Gier der Anhäufung von Reichtum ist so verheerend, dass einige Wissenschaftler sagen, wir hätten eine neue geologische Ära eingeleitet: das Anthropozän. Es ist nämlich der Mensch selbst, der das Leben bedroht und das sechste massive Aussterben beschleunigt, das wir bereits erleben. Die Aggression ist so heftig, dass jedes Jahr mehr als tausend Spezies von Lebewesen verschwinden und damit etwas Schlimmerem weichen als das Anthropozän, dem Nekrozän: der Ära der Massenproduktion des Todes. Da die Erde und die Menschheit miteinander verbunden sind, entsteht das Massensterben nicht nur in der Natur, sondern auch in der Menschheit selbst. Millionen von Menschen sterben an Hunger, Durst, Kriegsopfern oder sozialer Gewalt überall auf der Welt. Und wir sind unbekümmert und unternehmen nichts dagegen.

James Lovelock, der die Theorie der Erde als selbstregulierenden superlebenden Organismus, Gaia, präsentierte, schrieb ein Buch mit dem Titel „Gaias Rache“ (La venganza de Gaia, Planeta 2006). Er schlussfolgerte, dass die aktuellen Krankheiten wie Dengue, Chikungunya, das Zica-Virus, SARS, Ebola, Masern, das aktuelle Coronavirus und das allgemeine Verkümmern der menschlichen Beziehungen, die durch eine tiefe soziale Ungleichheit/Ungerechtigkeit und das Fehlen einer minimalen Solidarität gekennzeichnet sind, die Reaktion von Gaia auf die Vergehen sind, die wir ihr ständig zufügen. Ich würde nicht sagen, wie Lovelock es tut, dass es alles “die Rache von Gaia” ist, denn sie als die große Mutter, die sie ist, rächt sich nicht, sondern gibt uns starke Signale, dass sie krank ist (Taifune, Schmelzen des Polareises, Dürren und Überschwemmungen usw.); und am Ende, weil wir die Lektion nicht lernen, ergreift sie Repressalien, wie die oben genannten Krankheiten.

Ich erwähne das Buch/Testament von Theodore Monod, dem vielleicht einzigen großen zeitgenössischen Naturforscher: „Und wenn das menschliche Abenteuer scheitern sollte“ (Y si la aventura humana fallase, Paris, Grasset 2000): “Wir sind fähig zu sinnlosem und dementem Verhalten. Von nun an könnte alles passieren, wirklich alles, einschließlich der Vernichtung der menschlichen Rasse; das könnte der gerechte Preis für unseren Wahnsinn und unsere Grausamkeit sein» (S.246).

Das bedeutet nicht, dass alle Regierungen der Welt resignieren und aufhören werden, gegen das Coronavirus zu kämpfen und die Menschen zu schützen, oder dringend nach einem Impfstoff zu suchen, um es zu bekämpfen, trotz seiner ständigen Mutationen. Neben einer wirtschaftlichen und finanziellen Katastrophe könnte dies eine menschliche Tragödie mit einer unkalkulierbaren Zahl von Opfern bedeuten.

Aber die Erde wird mit diesen kleinen Entschädigungen nicht zufrieden sein. Sie plädiert für eine andere Haltung ihr gegenüber: eine, die ihre Rhythmen und Grenzen respektiert, die sich um ihre Nachhaltigkeit kümmert, und von uns ist gefordert, dass wir uns mehr wie die Söhne und Töchter von Mutter Erde fühlen, der Erde selbst, die fühlt, denkt, liebt, verehrt und sich kümmert. So wie wir uns um uns selbst kümmern, müssen wir uns um sie kümmern. Die Erde braucht uns nicht. Wir brauchen die Erde. Vielleicht will sie uns nicht mehr sehen und möchte lieber weiter um die Sonne kreisen, aber ohne uns, weil wir öko- und geofeindlich waren.

Da wir intelligente Wesen und Liebhaber des Lebens sind, können wir den Lauf unseres Schicksals ändern. Möge uns der Schöpfergeist in diesem Sinne stärken.

Leonardo Boff  Ökologe -Theologe -Philosoph von der Erdcharta Kommission