Scarsità di acqua nel mondo e in Brasile, la potenza mondiale del acqua

L’attuale situazione di grave scarsità di acqua potabile, che interessa buona parte del sud-est brasiliano, dove sorgono le grandi città come San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, ci obbliga, come mai prima, a ripensare la questione dell’acqua e a sviluppare una cultura di estrema attenzione, che si esprime inseparabilmente con le sue famose erre: ridurre, riusare, riciclare, rispettare e reforestare.

Non esistono al mondo problemi più importanti del problema dell’acqua. Dall’acqua dipende la sopravvivenza di tutta la catena della vita e, di conseguenza, addirittura il nostro stesso futuro. L’acqua può essere motivo di guerra come di solidarietà sociale e cooperazione tra i popoli. Specialisti e gruppi umanisti avevano suggerito un patto sociale mondiale intorno a quello che è vitale per tutti: l’acqua. Intorno all’acqua si creerebbe un consenso minimo tra tutti, popoli e governi, in vista di un bene comune e del nostro sistema di vita.

Indipendentemente dalle discussioni che circondano il tema dell’acqua, possiamo fare un’affermazione sicura e indiscutibile: nessun essere vivente, umano oppure no, può vivere senza acqua. L’Onu il giorno 21 luglio 2010, ha approvato questa risoluzione: “L’acqua potabile e sicura e la sua sanificazione basica costituiscono un diritto umano essenziale”.

Diamo uno sguardo rapido ai dati basici sull’acqua del pianeta Terra. Essa esiste da 500 milioni di anni; 97,5% delle acque dei mari e degli oceani sono salate. Solo il 2,5% sono dolci. Più di 2/3 di queste acque dolci si trovano nelle calotte polari, nei ghiacciai e sulla cima delle montagne (68,9% ); il resto, quasi tutto, acque sotterranee (29,9%).

Resta lo 0,9% nelle paludi e solo lo 0,3% nei fiumi e nei laghi. Di questo 0,3%, il 70% è destinato all’irrigazione in agricoltura, 20% all’industria e ne resta appena il 10% di questo 0,3% per uso umano e per dissetare gli animali.

Esistono nel pianeta circa 1 milliardo e 360 millioni di chilometri cubici di acqua. Prendiamo tutta l’acqua degli oceani, laghi, fiumi calotte polari e sorgenti e immaginiamo di equamente sulla superficie terrestre: il pianeta risulterebbe immerso nell’acqua a 3 km di profondità.

Il rinnovamento delle acque è nell’ordine di 43.000 km cubici per anno, mentre il consumo totale è stimato in circa 6000 km cubici per anno. Pertanto non esiste mancanza d’acqua.

Il problema è che l’acqua non è egualmente distribuita: 60% in soli nove paesi, mentre 80 affrontano il problema della scarsità. Poco meno di 1 miliardo di persone consuma l’86% dell’acqua esistente mentre per 1 miliardo e quattrocento milioni è insufficiente (nel 2020 saranno 3 miliardi) e per 2 miliardi non è trattata, il che genera l’85% delle mani delle malattie secondo l’OMS. Si presume che nel 2032 circa 5 miliardi di persone avranno problemi connessi alla scarsità di acqua.

Il Brasile è una potenza naturale in fatto di acque, con il 12% di tutta l’acqua dolce del pianeta, in totale 5,4 miliardi di metri cubi. Non è egualmente distribuita: 72% nella regione amazzonica, 16% nel centro ovest, 8% nel sud e nel sud-est del 4% nel nord-est. Nonostante l’abbondanza, non sappiamo usare l’acqua, visto che il 37% di quella trattata è sciupata in tale misura che potrebbe bastare a fornire la quantità necessaria a Francia e Belgio, Svizzera e Nord Italia. È urgente pertanto un nuovo paradigma culturale in relazione a questo bene così essenziale (cf. lo studio estremamente minuzioso organizzato dallo studioso di felice memoria Aldo Rabouças, Acque dolci in Brasile: Escrituras, San Paolo 2002).

Un grande specialista in fatto di acqua che lavora negli organismi dell’Onu sul tema, la canadese Maude Barlow, afferma nel suo libro Acqua: patto azzurro (2009): “La popolazione globale si è triplicata nel secolo 20º ma il consumo dell’acqua è aumentato sette volte. Nel 2050 quando saremo 3 miliardi di persone in più, avremo bisogno dell’80% in più di acqua soltanto per l’uso umano; e non sappiamo da dove questa verrà” (17). Questo scenario è drammatico, perché mette chiaramente in scacco la sopravvivenza della specie umana.

C’è una corsa mondiale alla privatizzazione dell’acqua. Sorgono grandi imprese multinazionali come le francesi Vivendi e Suez-Lyonnaise, la tedesca RWE, l’inglese Thames Water e l’americana Bechtel. Si è creato un mercato di acque che impegna 100 miliardi di dollari. Nel settore della commercializzazione di acqua minerale la Nestlé e la Coca-cola che stanno cercando di comprare fonti di acqua in tutte le parti del mondo, Brasile compreso.

Ma esistono anche reazioni forti delle popolazioni come successo nel 2000 a Cochabamba in Bolivia. L’impresa americana Bechtel che aveva comprato acque, alzò il prezzo del 35%. Le reazione organizzata delle popolazioni costrinse l’impresa a scappare dal paese.

Il grande dibattito oggi si trova in questi termini: l’acqua è fonte di vita fonte di lucro? L’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile oppure un bene economico che va trattato come una risorsa idrica quotata in Borsa?

Le due le dimensioni non si escludono ma devono essere rettamente relazionate. Fondamentalmente l’acqua appartiene al diritto alla vita, come insiste il grande specialista in fatto di acque Riccardo Petrella (O manifesto da agua, Vozes, 2002). In questo senso, l’acqua da bere e quella usata per l’alimentazione, per l’igiene personale e per gli animali deve essere gratuita.

Siccome però scarseggia, richiede una complessa struttura di captazione, conservazione, trattamento distribuzione, implica una innegabile dimensione economica. Questa pertanto, non deve prevalere solo sopra l’altra; al contrario deve diventare accessibile a tutti. Anche gli alti costi economici devono essere coperti dal potere pubblico. Non c’è spazio qui per discutere le cause dell’attuale secca. Raccomando il libro dello scienziato Antonio D. Nobre (i NPE), pubblicato a gennaio: Il futuro climatico dell’Amazzonia, dove si discutono le cause principali.

Il proposito “Fame zero” per tutto il mondo, obiettivo previsto tra le mete del millennio dall’Onu, deve includere “Sete zero”, perché non esistono alimenti che possano essere consumati senza acqua.

L’acqua è vita e generatrice di vita e uno dei simboli più potenti della natura dell’Ultima Realtà, senza di lei non potremmo sopravvivere.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

O bem comum foi enviado ao limbo

As atuais discussões políticas no Brasil em meio a uma ameaçadora crise hídrica e energética se perdem nos interesses particulares de cada partido. Há uma tentativa articulada pelos grupos dominantes, por detrás dos quais se escondem grandes corporações nacionais e multinacionais, a midia corporativa e, seguramente, a atuação do serviços de segurança do Império norte-americano, de desestabilizar o novo governo de Dilma Rousseff. Não se trata apenas de uma feroz critica às políticas oficiais mas há algo mais profundo em ação: a vontade de desmontar e, se possível, liquidar o PT que representa os intersses das populações que historicamente sempre foram marginalizadas. Custa muito às elites conservadores aceitarem o novo sujeito histórico – o povo organizado e sua expressão partidária – pois se sentem ameaçadas em seus privilégios. Como são notoriamente egoistas e nunca pensaram no bem comum, se empenham em tirar da cena essa força social e política que poderá mudar irreversivelmente o destino do Brasil.

Estamos esquecendo que a essência da política é a busca comum do bem comum. Um dos efeitos mais avassaladaores do capitalismo globalizado e de sua ideologia, o neo-liberalismo, é a demolição da noção de bem comum ou de bem-estar social. Sabemos que as sociedades civilizadas se constroem sobre três pilastras fundamentais: a participação (cidadania), a cooperação societária e respeito aos direitos humanos. Juntas criam o bem comum. Mas este foi enviado ao limbo da preocupação política. Em seu lugar, entraram as noções de rentabilidade, de flexibilização, de adaptação e de competividade. A liberdade do cidadão é substituida pela liberdade das forças do mercado, o bem comum, pelo bem particular e a cooperação, pela competição.

A participação, a cooperação e os direitos asseguravam a existência de cada pessoa com dignidade. Negados esses valores, a existência de cada um não está mais socialmente garantida nem seus direitos afiançados. Logo, cada um se sente constrangido o garantir o seu: o seu emprego, o seu salário, o seu carro, a sua família. Impera o individualismo, o maior inimigo da convivência social. Ninguém é levado, portanto, a construir algo em comum. A única coisa em comum que resta, é a guerra de todos contra todos em vista da sobrevivência individual.

Neste contexto, quem vai implementar o bem comum do planeta Terra? Em recente artigo da revista Science (15/01/2015) 18 cientistas elencaram os nove limites planetários (Planetary Bounderies), quatro dos quais já ultrapassados: o clima, ia ntegridade da biosfera, o uso da solo, os fluxos biogeoquímicos( fósforo e nitrogênio). Os outros encontram-se  em avançado grau de erosão. Só a ultrapassagem desses quatro, pode tornar a Terra menos hospitaleira para milhões de pessoas e para a biodiversidade. Que organismo mundial está enfrentando essa situação que detrói o bem comum planetário?

Quem cuidará do interesse geral de mais de sete bilhões de pessoas? O neoliberalismo é surdo, cego e mudo a esta questão fundamental como o tem repetido como um ritornello o Papa Francisco. Seria contraditório suscitar o tema do bem comum, pois o neoliberalismo defende concepções políticas e sociais diretamente opostas ao bem comum. Seu propósito básico é: o mercado tem que ganhar e a sociedade deve perder. Pois é o mercado que vai regular e resolver tudo. Se assim é por que vamos construir coisas em comum? Deslegitimou-se o bem-estar social.

Ocorre, entretanto, que o crescente empobrecimento mundial resulta das lógicas excludentes e predadoras da atual globalização competitiva, liberalizadora, desregulamentora e privatizadora. Quanto mais se privatiza mais se legitima o interesse particular em detrimento do interesse geral. Como mostrou em seu livro Thomas Piketty, O Capitalismo no século XXI quanto mais se privatiza, mais crescem as desigualdades. É o triunfo do killer capitalismo. Quanto de perversidade social e de barbárie aguenta o espírito? A Grécia veio mostrar que não aguenta mais. Recusa-se a aceitar do diktat dos mercados, no caso, hegemonizados pela Alemanha de Merkel e pela França de Hollande.

Resumindo: que é o bem comum? No plano infra-estrutural é o acesso justo de todos à alimentação,à saúde, à moradia, à energia, à segurança e à cultura. No plano social e cultural é o reconhecimento, o respeito e a convivência pacífica. Pelo fato de sob a globalização competitiva foi desmantelado, o bem comum deve agora ser reconstruído. Para isso, importa dar hegemonia à cooperação e não à competição. Sem essa mudança, dificilmente se manterá a comunidade humana unida e com um futuro bom.

Ora, essa reconstrução constitui o núcleo do projeto político do PT originário e de seus afins ideológicos. Entrou pela porta certa: Fome Zero depois transformada em várias políticas públicas de cunho popular. Tentou colocar um fundamento seguro: a repactuação social a partir dos valores da cooperação e a boa-vontade de todos. Mas o efeito foi fraco, dada a nossa tradição individualista a patrimonialista.

Mas no fundo vigora esta convicção humanística de base: não há futuro a longo prazo para uma sociedade fundada sobre a falta de justiça, de igualdade, de fraternidade, de respeito aos direitos básicos, de cuidado pelos bens naturais e de cooperação. Ela nega o anseio mais originário do ser humano desde que emergiu na evolução, milhões de anos atrás. Quer queiramos ou não, mesmo admitindo erros e corrupção, o melhor do PT articulou e articula esse anseio ancestral. É a partir daí que pode se resgatar, se renovar e alimentar sua força convocatória. Se não for o PT serão outros atores em outros tempos que o farão.

Cooperação se reforça com cooperação que devemos oferecer incondicionalmente.Sem isso viveremos numa sociedade que perdeu sua altura humana e regride ao regime dos chimpanzés.

Leonardo Boff é colunista do JBonline, teólogo, filóaofo e escritor.

People: in search of a concep

Few words are used in more different contexts than «people». Its meaning is so fluid that social scientists have little respect for the term, preferring to speak of society or social classes. But, as Ludwig Wittgenstein says, «the meaning of a word depends on its usage». Among us, those who use «people» more positively are those who are interested in the fate of the lower classes: the «people».

We will attempt to give analytical content to «people» so that its use may serve those who feel excluded from society and want to be «people».

The first philosophical-social meaning has its roots in the classical thinking of antiquity. Cicero and then Saint Augustine and Saint Thomas Aquinas affirmed that «people is not just any gathering of men, it is the union of a multitude around a consensus of the correct and common interests». It is the State that must harmonize the different interests.

A second meaning of «people» comes from cultural anthropology: it is the population that is part of a given culture, and inhabits a given territory. So many cultures, so many peoples. This meaning is legitimate because it distinguishes one people from another: a Bolivian quechua is different from a Brazilian. But this concept of «people» obscures differences and even internal contradictions: both an agro-business landlord and the poor peon who lives on his lands are part of the «people». But in a modern state power is legitimate only if it is rooted in the «people». This is why the Constitution says that «all power comes from the people and must be exercised in the name of the people».

A third meaning is key to politics. Politics is the common search for the common good (the usual meaning) or the activity that seeks the power of the State in order to administer society (specific meaning). On the lips of professional politicians «people» is very ambiguous. On the one hand, it means the undifferentiated gathering of the members of a given society (populus), and on the other, it means the marginalized and generally uneducated poor, (plebs = common people). When politicians say that «they go to the people, talk to the people and act for the benefit of the people, they are mostly thinking of the poor».

Here lies a dichotomy between the majorities and their leaders or between the masses and the elites. As Nelson Werneck Sodre said: «a secret intuition makes everyone think of himself as being more of the people to the degree that he is more humble. He has nothing, and therefore, he is proud of being of the «people» (Introdução à revolução brasileira, 1963, p. 188). For example, our Brazilian elites do not consider themselves to be of the «people». Before he died in 2013, Antonio Ermirio de Moraes said: «the elites never think of the people, they only think of themselves». That is the problem.

There is a fourth meaning of «people» that comes from sociology. Here some rigor of the concept is needed in order not to fall in populism. Initially, it has a political-ideological meaning, to the degree that it obscures the internal conflicts of the group of persons with different cultures, social status, and different projects.

That meaning has little analytical value because it is too all-encompassing, even though it is used most in the language of the mass media and of the powerful.

Sociologically, «people» is also a historical category, between the masses and the elites. In a class-based society that was colonized, the concept of the elite is clear: it is those who hold power, who are the owners, and have education. The elite has its ethos, habits and language. In contrast to the elite is the Native, those who neither have full citizenship nor can implement their own projects. They assumed, and unconsciously incorporated, that of the elites. The elites are expert manipulators of «the people»: that is populism. The «people» is co-opted as a supporting actor in a project formulated by the elites, for the benefit of the elites.

But there are always bumps in the process of hegemony or class domination: from the masses charismatic leaders slowly appear, who organize social movements with their own vision for the country and their future. They stop being «people-mass» and start to be relatively autonomous, active citizens. New unions appear, movements of the landless, the homeless, women, the Afro-descendants, the Indigenous, among others. From the creation of those movements a concrete «people» is born among them. That «people» no longer depends on the elites. They develop a consciousness of their own, a different plan for the country. They teach means of resistance and for transforming the current social relationships. Thus the «people» is born, as a result of the development of the movements and active communities. This is the new reality in Brazil and in Latin America in recent decades, that is culminating now in new democracies of a popular and republican nature. A leader of the new political party, «We Can» in Spain, put it well: «it was not the people who produced the uprising, it was the uprising that produced the people». (Le Monde Diplomatique, January 2015 p. 16).

Now we can speak with some conceptual rigor: a «people» is emerging here, to the degree that it has consciousness and its own vision for the country. «People» also has an axiological dimension: all are called upon to be people: to be neither dominated nor dominators, but citizen-actors of a society where all can participate.

Free translation from the Spanish sent by
Melina Alfaro, alfaro_melina@yahoo.com.ar,
done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

OSCAR ROMERO – MÁRTIR DA AMÉRICA LATINA: J.O.Beozzo

O Pe. JOSE OSCAR BEOZZO é conhecido como um dos mais sérios  historiadores e teólogos brasieiros. Aqui ele traça o perfil do arcebispo de San Salvador, Dom Oscar Arnulfo Romero, assassinado enquanto erguia o cálice consagrado. Inicialmente, era tido como um bispo conservador, mas foi mudando ao assistir às matanças indiscrimadas que as forças de repressão de seu pais faziam contra o povo, os camponeses e os próprios membros das comunidades eclesiais de base e mesmo contra religiosas e padres como o Pe. Rutilio Grande. Transformou-se no grande defensor dos direitos humanos e dos direitos dos pobres que, segundo a Bíblia, são direitos de Deus. Como estes não têm ninguem para os defender, Deus mesmo os toma sob sua guarda e se coloca do lado deles. Conheci pessoalmente a Dom Romero, durante os dias da grande assembléia dos bispos latino-americanos (CELAM) em Puebla na Colômbia em 1979. Lembro-me que, chamando-me de lado,  quase como numa súplica, me pediu:”Padre Boff, ajude-nos a fazer uma teologia da vida, pois no meu país a morte é absolutamente banal; cada dia se mata muita e muita gente inocente”. Ele sucumbiu à esta banalidade da morte. Morreu por causa da justiça, um dos bens maiores do Reino de Deus. Não morreu por razões da política local. Mas por causa de sua coragem de denunciar, no seu programa de rádio dominical, os torturadores e assassinos de tantos pobres e camponeses. O Papa Francisco que vem do caldo cultural desta Igreja que se compromete com os invisíveis e com as vítimas da violência repressiva, entendeu o significado de sua vida. Abriu as portas para a siua beatificação e posterior canonização. Dom Romero é um exemplo de profunda  santidade pessoal, santidade política (a que busca o bem de todos, especialmente dos deserdados), de um pastor que teve a coragem de dar a sua vida por seus irmãos e irmãs perseguidos:  Lboff

*********************

Nessa terça-feira, 03 de março, o Papa Francisco declarou que Mons. Oscar Romero, arcebispo de El Salvador, sofreu martírio por “ódio contra a fé” e que não foi assassinado simplesmente por razões políticas.

A palavra do Papa, quase 35 anos depois que o arcebispo foi baleado e morto, a 24 de março de 1980, enquanto celebrava a missa na capela do Hospital da Divina Providência em São Salvador, abre o caminho para sua rápida beatificação e canonização.

O processo encontrava-se bloqueado em Roma por aqueles que classificavam sua morte como resultado de suas opções políticas e não por causa do seu profético e evangélico testemunho em favor dos pobres e pequenos. O papa já dera um primeiro passo nessa direção quando logo após sua eleição, a 21 de abril de 2013, ordenara a reabertura de seu processo na Congregação das Causas dos Santos.

Para centenas de milhares de comunidades cristãs do continente, Oscar Romero foi desde o dia do seu martírio considerado santo e invocado como São Romero da América Latina, num profundo e certeiro reconhecimento do “sensus fidelium”de sua santidade e do sentido de sua morte: seu empenho em favor da paz, sua luta contra a pobreza e a injustiça e sobretudo a declarada oposição à infame guerra de “baixa intensidade”. A guerra, no pequeno El Salvador, na época, com pouco mais de 5 milhões de habitantes deixou mais de 70.000 mortos e 1,5 milhão de refugiados, a maior parte exilados nos Estados Unidos.

Mercedes Sosa, na conhecida canção latino-americana, “Solo le pido a Dios”, canta com paixão:

Sólo le pido a Dios

Que la guerra no me sea indiferente
Es un monstruo grande y pisa fuerte
Toda la pobre inocencia de la gente

E prossegue nas outras estrofes:

Sólo le pido a Dios
Que el dolor no me sea indiferente

Sólo le pido a Dios
Que lo injusto no me sea indiferente

 Sólo le pido a Dios
Que el futuro no me sea indiferente

Romero não foi indiferente nem à dor da pobre gente, nem à guerra, nem à injustiça, nem à falta de futuro e esperança que se abatia sobre seu povo.

O bispo poeta de São Felix do Araguaia, Dom Pedro Casaldaliga, no dia seguinte ao assassinato de Oscar Romero, associou prontamente sua morte ao martírio e ao sangue derramado pelo próprio Cristo na cruz, para terminar invocando-o, sem nenhuma hesitação:

“San Romero de América, pastor y mártir nuestro”.

Reproduzo na sequência a significativa página do seu diário, “En Rebelde Fidelidad” do mês de março de 1980:

Día 25

Ayer murió, matado, Monseñor Oscar Romero, el buen pastor de El Salvador. Mientras celebraba la eucaristía. Su sangre se ha mezclado para siempre con la sangre gloriosa de Jesús y con la sangre, todavía profanada, de tantos salvadoreños, de tantos latinoamericanos.

Romero, flor de una paz que parece imposible en esa Centroamérica sufrida.

La impresión que se tiene, sin posible duda, es que lo ha matado el Imperio. Su muerte es una muerte a sueldo, a divisa, a dólar. Era demasiado poderosa y libre su voz y había que apagarla. El lo sabía y estaba preparado para este sacrificio.

Ha sido en la víspera de la Anunciación. El ángel del Señor se ha anticipado para anunciar, con esta muerte, la llegada de un tiempo de vida para El Salvador, para América Central, para todo el Continente.

San Romero de América, pastor y mártir nuestro.

Clara lección para todos los pastores…

No es posible que el Dios de los pobres no recoja esta oblación”.

Outras Igrejas não esperaram este tardio reconhecimento romano para incluir Oscar Romero no seu próprio calendário litúrgico, como mártir, exemplo de vida e santidade e inspiração para seus fieis. Assim, a Igreja Anglicana da Inglaterra arrolou Romero como mártir, no calendário do seu “Common Worship”. O mesmo aconteceu com a Igreja Luterana da Alemanha.

Quando Bento XVI a 17 de setembro de 2010, adentrou, como primeiro papa a fazê-lo, o imponente portal oeste da Abadia de Westminster de Londres, teve que passar por sob a estátua de Oscar Romero perfilada ao lado do pastor batista Martin Luther King, de Ghandi e de outros mártires do século XX, ali representados.

Artistas renomados e artesões populares não tardaram a retratar Romero como santo. Adolfo Perez Esquivel, o prêmio Nobel da Paz (1980), ao pintar a Via Sacra latino-americana e o grande painel do “novo céu e a nova terra” para a Campanha quaresmal da Igreja da Alemanha, retratou o Cristo Ressuscitado caminhando à frente da multidão daqueles que lavaram suas vestes no sangue do cordeiro, capitaneados por Oscar Romero e por Enrique Angelleli, o bispo mártir de La Rioja na Argentina seguidos pelo cortejo de leigos e leigas, sacerdotes e religiosas, que derramaram seu sangue pela fé e pela justiça na América Latina, nos anos de chumbo das ditaduras militares.

O artista da libertação Cerezo Barredo ao pintar em 1986, o painel por detrás do altar da Igreja dos Mártires da Caminhada em Ribeirão Cascalheira, local do martírio do Pe. Penido Burnier, SJ, o coloca ao lado de Romero e do Ressuscitado e junto com os lavradores assassinados pelo latifúndio, de suas mulheres torturadas pela polícia e de tantos outros mártires anônimos da Igreja latino-americana. Noutro painel de Romero, Cerezo reproduz as palavras proféticas do arcebispo, pouco antes do seu assassinato: “Se me matam, ressuscitarei no povo salvadorenho”.

Cláudio Pastro, que vem ilustrando a Basílica de Nossa Senhora Aparecida, padroeira do Brasil e sede da V Conferência do Episcopado Latino-americano, em 2007, incluiu no painel de azulejo azul e branco que cobre o coro da entrada principal do templo, ao lado dos mártires dos tempos passados, os de hoje, entre os quais o índio Márçal Guarani, o arcebispo Romero e a Ir. Dorothy Stang, missionária norte-americana assassinada 12 de fevereiro de 2005 na Amazônia brasileira. Irmã Dorothy foi morta por pistoleiros, por defender pequenos lavradores de um projeto de agricultura sustentável, contra a devastação das grandes madeireiras. Estas, sob o olhar complacente quando não conivente das autoridades, abatem as árvores para alimentar o lucrativo comércio da exportação ilegal de madeira para a Europa.

Os artistas e o sentimento e piedade popular se antecipam no reconhecimento de novas formas de santidade que vão da luta em favor da vida dos pequenos e injustiçados, da denúncia da ganância do capital e dos impérios, até a defesa intransigente da água, da terra, das florestas, como bens comuns necessários à vida e não apenas “mercadorias” a mais, a serviço do lucro.

Quando o jovem bispo de Ivrea, Betazzi, então bispo auxiliar de Bologna, interveio no Vaticano II, sob nutrido aplauso da Aula conciliar, para pedir a canonização imediata de João XXIII pelos padres conciliares, estava querendo consagrar todo um programa, um projeto e um sonho de nova Igreja e nova humanidade. Nesse sentido, comentou o Cardeal Lercaro, que essa proposta da imediata canonização de João XXIII pelo Concílio representava a acolhida das decisões conciliares na vida da Igreja. A proclamação da santidade de João XXIII não era apenas a de “uma santidade exemplar (igual a de outros santos), e sim de uma santidade programática de uma nova época da Igreja, individualizada no santo pastor, doutor e profeta reconhecido como seu antecipador”.

A santidade de Romero é também uma santidade programática que remete à evangélica opção preferencial pelos pobres, a uma fé atuante no mundo e à profecia como inarredável tarefa dos pastores e de todos os batizados, num continente nominalmente cristão, que convive em aparente indiferença, com as seculares desigualdades e injustiças que marcam nossas sociedades dos tempos coloniais até hoje.

Pe. José Oscar Beozzo

jbeozzo@terra.com.br

 

 

[1] En rebelde fidelidad: Diario de PEDRO CASALDALIGA – 1977/1983. Barcelona: Desclée de Brouwer, p. 18.

[2] http://servicioskoinonia.org/cerezo/imagenes/MinoRomero2006port.jpg

 

[3] Citado por G. ALBERIGO, Breve História do Concílio Vaticano II. Aparecida: Editora Santuário, 2006, p. 150.