Una democrazia che si rivolta contro il popolo

Un generale grido della corporazione dei “media”, di parlamentari dell’opposizione e di analisti sociali legati allo status quo di conservatorismo strisciante, si è alzato furiosamente contro il decreto presidenziale che istituisce la “Politica nazionale di partecipazione sociale”. Il decreto vuole solo coordinare i movimenti sociali esistenti, alcuni arrivati a noi dagli anni 30 del secolo passato, ma che negli ultimi anni si sono moltiplicati esponenzialmente, al punto che Noam Chomsky e Vandana Shiva considerano il Brasile primo paese al mondo per numero e varietà di movimenti organizzati. Il decreto riconosce questa realtà e la stimola perché arricchisca il tipo di democrazia rappresentativa vigente con un elemento nuovo che è la democrazia partecipativa. Questa non ha potere decisionale ma soltanto consultivo, di informazione, di scambio di suggerimenti per problemi locali e nazionali.

Pertanto quegli analisti che affermano, di fronte alla chiarezza del testo del decreto, che la presenza dei movimenti sociali toglie potere decisionale al governo, al Parlamento e al potere pubblico, o si affaticano nell’errore o accusano in malafede. E la cosa è spiegabile. Sono abituati a muoversi all’interno di un tipo di democrazia a bassissima intensità, dando di spalle alla società e liberi da qualsiasi controllo sociale.

Mi servirò delle parole di un sociologo e pedagogo dell’Università di Brasilia, Pietro Demo, che io considero una delle menti più brillanti e meno sfruttate del nostro paese. Nella sua Introduçao à Sociologia (2002) dice enfaticamente: “La nostra democrazia è una messinscena nazionale di ipocrisia raffinata, piena di leggi belle ma fatte sempre, in ultima istanza, per l’élite dominante e per sua esclusiva utilità dagli articoli preliminari fino all’ultimo comma. I politici, con rare eccezioni, sono individui con le seguenti caratteristiche: sono pagati profumatamente, lavorano poco, fanno affari, trovano lavoro a parenti e cortigiani, si arricchiscono alle spalle dell’erario e entrano nel mercato al top dei posti di comando… Se dovessimo mettere in rapporto la democrazia con la giustizia sociale, la nostra democrazia ne sarebbe la negazione stessa (p.330.333). Non fa una caricatura della nostra democrazia ma la descrizione oggettiva di quello che essa sempre è stata nella nostra storia. In gran parte possiede il carattere di una farsa. Oggi è arrivata, sotto alcuni aspetti, al livello del disprezzo.

Ma la democrazia può essere migliorata e arricchita con l’energia accumulata dalle centinaia di movimenti sociali e dalla società organizzata che stanno rivitalizzando le basi del paese e non accettano più questo tipo di Brasile. A dire il vero, bisogna riconoscere che, tra prove e errori, ha raggiunto una nuova configurazione a partire dal momento in cui un altro soggetto storico, venuto dalla grande tribolazione, è arrivato alla presidenza della Repubblica. Adesso questi attori sociali vogliono completare la loro opera di magnitudine storica con maggiore partecipazione. E loro hanno diritto a questo, perché la democrazia è un modo di vivere di organizzare la vita sociale sempre al chiaro – democrazia senza fine – secondo quanto afferma il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos.

Chi conosce la vasta opera di Norberto Bobbio uno dei maggiori teorici della democrazia del secolo 20º conosce le infinite discussioni intorno a questo tema, fin dal tempo dei greci che, per primi, lo formularono. Ma lasciando da parte questo esitante dibattito possiamo affermare che l’atto di votare non è il punto di partenza ma il punto finale della democrazia come la vogliono i liberali. È una piattaforma che permette altri livelli di realizzazione del vero senso di tutta la politica: realizzare il bene comune attraverso la volontà generale che si esprime attraverso rappresentanti eletti e attraverso la partecipazione della società organizzata. Detto in altro modo: creare le condizioni per lo sviluppo integrale delle capacità essenziali di tutti i membri della società.

Questo, nel pensiero di Bobbio – semplificando una complessa discussione -viene reso possibile attraverso la democrazia formale e la democrazia sostanziale. La democrazia formale si costituisce per un insieme di regole, comportamenti procedimenti per arrivare a decisioni politiche da parte del governo e dei rappresentanti eletti. Come si comprende, si stabiliscono regole su come raggiungere le decisioni politiche ma non definisce quello che va deciso. È qui che entra la democrazia sostanziale. Essa fissa determinati insiemi di fini, principalmente il presupposto di ogni democrazia: l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, la ricerca comune del bene comune, la giustizia sociale, la lotta ai privilegi e ad ogni tipo di corruzione e, non ultima per importanza, la conservazione delle basi ecologiche che sostengono la vita sulla terra e il futuro della civiltà umana.

I movimenti sociali della società organizzata, a causa della gravità della situazione globale del sistema-vita e del sistema-Terra e alla ricerca di un cammino migliore per il Brasile e per il mondo vogliono offrire la loro scienza, le esperienze fatte, le scoperte, le loro forme particolari di produrre distribuire consumare, infine tutto quello che possa contribuire alla formulazione di un altro tipo di Brasile che tutti possa abbracciare, natura compresa.

Una democrazia che si nega a questa collaborazione è una democrazia che si rivolta contro il popolo e alla fine, contro la vita. Da ciò l’importanza di assecondare il Decreto Presidenziale sulla Politica Nazionale di Partecipazione Sociale, tanto chiaramente spiegata in una intervista alla TV e in O Globo (16 giugno 2014) dal ministro-capo della segreteria generale della Presidenza Gilberto Carvalho.

 

Traduzione di Romano Baraglia

Rose Marie Muraro: la saga de una mujer imposible

El día 21 de junio concluyó su peregrinación terrena en Río de Janeiro una de las mujeres brasileras más significativas del siglo XX: Rose Marie Muraro (1930-2014). Nació casi ciega, pero hizo de esta deficiencia el gran desafío de su vida. Intuyó pronto que solo lo imposible abre lo nuevo; sólo lo imposible crea. Es lo que dice en su libro Memorias de una mujer imposible (1999,35). Con escasísima visión estudió física y economía. Pero enseguida descubrió su vocación intelectual de pensadora de la condición humana, especialmente de la condición femenina. A finales de los años 60 del siglo pasado suscitó la polémica cuestión de género. No se limitó a las relaciones desiguales de poder entre hombres y mujeres sino que denunció relaciones de opresión en la cultura, en las ciencias, en las corrientes filosóficas, en las instituciones, en el Estado y en el sistema económico. En fin, se dio cuenta de que es en el patriarcado donde reside la raíz principal de este sistema que deshumaniza a mujeres y también a hombres.

Realizó en sí misma un impresionante proceso de liberación, narrado en el libro Los seis meses en que fui hombre (1990, 6ª edición). Pero quizá la obra más importante de Rose Marie Muraro haya sido Sexualidad de la Mujer Brasilera: cuerpo y clase social en Brasil (1996). Se trata de un investigación de campo en varios Estados de la federación, analizando como se vivencia la sexualidad, teniendo en cuenta la situación de clase de las mujeres, cosa ausente en los padres fundadores del discurso psicoanalítico. En este campo Rose innovó, creando una cuadrícula teórica que nos hace entender la vivencia de la sexualidad y del cuerpo según las clases sociales. ¿Qué tipo de proceso de individuación puede realizar una mujer famélica que para no dejar morir a su hijito le da sangre de su propio pecho?

Trabajé con Rose 17 años como editores de la Editorial Vozes: ella responsable de la parte científica y yo de la parte religiosa. Incluso bajo el estricto control de los órganos de represión militar, Rose tenía el valor de publicar a los entonces autores malditos como Darcy Ribeiro, Fernando Henrique Cardoso, Paulo Freire, los cuadernos del CEBRAP y otros. Después de años de larga discusión y estudio en conjunto reunimos nuestras convergencias en un libro que considero germinal Femenino & Masculino: una nueva conciencia para el encuentro de las diferencias (2010). Destaco apenas una frase suya: «educar a un hombre es educar a un individuo, pero educar a una mujer es educar a una sociedad».

Sin abandonar nunca la cuestión de lo femenino (en el hombre y en la mujer) pronto dirigió su atención hacia los retos de la ciencia y de la técnica moderna. Ya en 1969 lanzaba Autonomación y el futuro del hombre donde preveía la precarización del mundo del trabajo.

La crisis económico-financiera de 2008 la llevó a plantear la cuestión del capital/dinero con el libro Reinventando el capital/dinero (2012), donde enfatiza la relevancia de las monedas sociales y complementarias y las redes de intercambio solidarias que permiten a los más pobres garantizar su subsistencia a contracorriente de la economía capitalista dominante.

Otra obra importante, realmente rica en conocimientos, datos y reflexiones culturales se titula Los avances tecnológicos y el futuro de la humanidad: ¿queriendo ser Dios? (2009). En este texto se confronta con la ciencia puntera, con la nanotecnología, la robótica, la ingeniería genética y la biología sintética. Ve ventajas en esos frentes, pues no es oscurantista, pero por el hecho de vivir en una sociedad que hace mercancía de todo, inclusive de la vida, percibía el grave riesgo de que los científicos presumieran de poderes divinos y usaran los conocimientos para rediseñar la especie humana. De ahí el subtítulo: ¿Queriendo ser Dios? Esa es la ingenua ilusión de los científicos. Lo que nos salvará no es esa nueva Revolución Tecnológica sino que, como dice Rose, la «Revolución de la Sostenibilidad es la única que podrá salvar a la especie humana de la destrucción… pues de continuar como está, no estaremos en un juego de gana-pierde sino en un terrible juego de pierde-pierde que significará la destrucción de nuestra especie, en la cual todos perderemos» (Reinventando el capital/dinero, 238).

Rose poseía un sentimiento del mundo agudísimo: sufría con los dramas globales y celebraba los pocos avances. En los últimos tiempos veía nubes sombrías sobre todo el planeta, poniendo en peligro nuestro futuro. Murió preocupada por la búsqueda de alternativas salvadoras. Mujer de profunda fe y espiritualidad, soñaba con las capacidades humanas de transformar la tragedia anunciada en una crisis purificadora que señale el camino a una sociedad para que se reconcilie con la naturaleza y la Madre Tierra. Concluye su libro Los avances tecnológicos con esta sabia frase: «cuando desistamos de ser dioses podremos ser plenamente humanos, que aún no sabemos que es, pero que intuimos desde siempre» (p. 354).

Proclamada oficialmente Patrona del Feminismo Brasilero, por el presidente el 30 de diciembre de 2005, con la creación de la Fundación Cultural Rose Marie Muraro en 2009 dejará un legado de fecundo humanismo para las futuras generaciones. Rose Marie Muraro mostró en su saga personal que lo imposible no es un límite sino un desafío. Ella se inscribe en el linaje de las grandes mujeres arquetípicas que ayudan a la humanidad a mantener viva la lamparilla sagrada del cuidado de todo lo que existe y vive. En este afán ella se volvió inmortal.
Leonardo  Boff escribió con Rose Marie Muraro  Feminino-Masculino: nueno paradigm para una nueva relacion, Trotta 2009.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

 

O futebol como religião secular mundial

        A presente Copa Mundial de Futebol que ora se realiza no Brasil, bem como outros grandes eventos futebolísticos, semelhante ao mercado, assumem características, próprias das religiões. Para milhões de pessoas o futebol, o esporte que possivelmente mais mobiliza no mundo, ocupou o lugar que comumente detinha a religião. Estudiosos da religião, somente para citar dois importantes como Emile Durkheim e Lucien Goldmann, sustentam que “a religião não é um sistema de idéias; é antes um sistema de forças que mobilizam as pessoas até levá-las à mais alta exaltação”(Durckheim).

A fé vem sempre acoplada à religião. Esse mesmo clássico afirma em seu famoso “As formas elementares da vida religiosa: ”A fé é antes de tudo calor, vida, entusiasmo, exaltação de toda a atividade mental, transporte do indivíduo para além de si mesmo”(p.607). E conclui Lucien Goldamnn, sociólogo da religião e marxista pascalino:”crer é apostar que a vida e a história tem sentido; o absurdo existe mas ele não prevalece”.

Ora, se bem reparmos o futebol para muita gente preenche as características religiosas: fé, entusiasmo, calor, exaltação, um campo de força e uma permanente aposta de que seu time vai triunfar.

A espetacularização da abertura dos jogos lembra uma grande celebração religiosa, carregada de reverência, respeito, silêncio, seguido de ruidoso aplauso e gritos de entusiasmo. Ritualizações sofisticadas, com músicas e encenações das várias culturas presentes no país, apresentação de símbolos do futebol (estandartes e bandeiras), especialmente a taça que funciona como um verdadeiro cálice sagrado, um santo Graal buscado por todos. E há, valha o respeito, a bola que funciona como uma espécie de hóstia que é comungada por todos.

No futebol como na religião, tomemos a católica como referência, existem os onze apóstolos (Judas não conta) que são os onze jogadores, enviados para representar o país; os santos referenciais como Pelé, Garrincha, Beckenbauer e outros; existe outrossim um Papa que é o presidente da Fifa, dotado de poderes quase infalíveis. Vem cercado de cardeais que constituem a comissão técnica responsável pelo evento. Seguem os arcebispos e bispos que são os coordenadores nacionais da Copa. Em seguida aparece a casta sacerdotal dos treinadores, estes portadores de especial poder sacramental de colocar, confirmar e tirar jogadores. Depois emergem os diáconos que formam o corpo dos juízes, mestres-teólogos da ortodoxia, vale dizer, das regras do jogo e que fazem o trabalho concreto da condução da partida. Por fim vem os coroinhas, os bandeirinhas que ajudam os diáconos.

O desenrolar de uma partida suscita fenômenos que ocorrem também na religião: gritam-se jaculatórias (bordões), chora-se de comoção, fazem-se rezas, promessas divinas (o Felipe Scolari, treinador brasileiro, cumpriu a promessa de andar a pé uns vinte km até o santuário de Nossa Senhora do Caravaggio em Farroupilha caso vencesse a Copa como de fato venceu), figas e outros símbolos da diversidade religiosa brasileira. Santos fortes, orixás e energias do axé são aí evocadas e invocadas.

Existe até uma Santa Inquisição, o corpo técnico, cuja missão é zelar pela ortodoxia, dirimir conflitos de interpretação e eventualmente processar e punir jodadores, como Luiz Suarez, o uruguaio que mordeu um jogador italiano e até times inteiros.

Como nas religiões e igrejas existem ordens e congregações religiosas, assim há as “torcidas organizadas”. Elas tem seus ritos, seus cânticos e sua ética.

Há famílias inteiras que escolhem morar perto do Clube do time que funciona como uma verdadeira igreja, onde os fiéis se encontram e comungam seus sonhos. Tatuam o corpo com os símbolos do time; a criança nem acaba de nascer que a porta da encubadora já vem ornada com os símbolos do time, quer dizer, recebe já ai o batismo que jamais deve ser traído.

Considero razoável entender a fé como a formulou o grande filósofo e matemático cristão Blaise Pascal, como uma aposta: se aposta que Deus existe tem tudo a ganhar; se de fato não existe, não tem nada a perder. Então é melhor apostar de que exista. O torcedor vive de apostas (cuja expressão maior é a loteria esportiva) de que a sorte beneficiará o time ou de que algo, no último minuto do jogo, tudo pode virar e, por fim, ganhar por mais forte que for o adversário. Como na religião há pessoas referenciais, da mesma forma vale para os craques.

Na religião existe a doença do fanatismo, da intolerância e da violência contra outra expressão religiosa; o mesmo ocorre no futebol: grupos de um time agridem outros do time concorrente. Ônibus são apedrejados. E pode ocorrer verdadeiros crimes, de todos conhecidos, que torcidas organizadas e de fanáticos que podem ferir e até matar adversários de outro time concorrente.

Para muitos, o futebol virou uma cosmovisão, uma forma de entender o mundo e de dar sentido à vida. Alguns são sofredores quando seu time perde e eufóricos quando ganha .

Eu pessoalmente aprecio o futebol por uma simples razão: portador de quatro próteses nos joelhos e nos fêmures, jamais teria condições de fazer aquelas corridas e de levar aqueles trancos e quedas. Fazem o que jamais poderia fazer, sem cair aos pedaços. Há jogadores que são geniais artistas de criatividade e habilidade. Não sem razão, o maior filósofo do século XX, Martin Heidegger, não perdia um jogo importante, pois via, no futebol a concretização de sua filosofia: a contenda entre o Ser e o ente, se enfrentando, se negando, se compondo e constituindo o imprevisível jogo da vida, que todos jogamos.

 

Leonardo Boff escreveu “Ecologia,mundialização e espiritualidade”, Record 2009.

 

Elogio del piede

Quando si tratta della Coppa Mondiale di Calcio, è il piede che conta sul serio. Col piede si vincono o si perdono le partite di calcio, eventualmente anche la Coppa. Se capitasse qui da noi sulla terra un extraterrestre e stesse a osservare come gli umani trattano i loro piedi, ho il sospetto che rimarrebbe scandalizzato. Li considerano la parte meno nobile del corpo, e la nascondono. Peggio ancora, tentano di soffocare i piedi con degli stracci che loro chiamano calze. Poi li strangolano con qualcosa di più duro, di cuoio: le scarpe. Non contenti, li strozzano con cordicelle sottili i laccetti, per essere sicuri che non possono liberarsi. Infine mettono tutto il peso del corpo in cima ai piedi obbligandoli a odorare la polvere dei sentieri, a soffrire la durezza delle pietre a sentire il lezzo di tanta monnezza buttata per terra qua e là.

Ma questa interpretazione di extraterrestri è piena di malintesi. Quello che facciamo ai piedi invece è averne cura, dato che costituiscono il nostro naturale mezzo di trasporto. Ma c’è di più. I piedi sono il segno più convincente della nostra ominimizzazione. Abbiamo lasciato alle spalle il regno animale quando i nostri antenati antropoidi si issarono sui loro piedi e cominciarono a camminare eretti, a scrutare lontano, permettendo lo sviluppo del cervello. Anatomicamente sono un miracolo, con un dorso adatto per smussare gli attriti e la pianta, consistente, per difenderli dalle asprezze del suolo. Una rete di piccoli tendini garantisce le articolazioni che conferiscono equilibrio ai movimenti. Che cosa non fanno mai i ballerini con i piedi!?

Il piede è così importante che è stato scelto da molti popoli antichi e moderni, come per esempio gli anglosassoni, come unità di misura. Un piede equivale a 12 pollici che corrispondono a 30,48 cm. La poesia che è la forma più nobile di letteratura deve essere misurata in piedi per essere armoniosa.

E senza piedi non avremmo il calcio. Lì i piedi sono tutto. È lo sport più creativo, vario e scattante che esista. È una metafora di quello che possiamo offrire; combinazione felice delle prestazioni dell’individuo con la cooperazione del gruppo. Può essere una vera scuola di virtù: autodominio, tranquillità, gentilezza e capacità di perdono, invito a non restituire pedata per pedata. Siccome siamo umani, a volte certe cose possono succedere. Ma non sono permesse. Il giocatore è avvertito e punito con cartellino giallo o rosso, può essere espulso o sospeso per un certo numero di partite.

Se consultiamo il dizionario Aurelio troviamo una una dozzina di significati legati al piede, in maggioranza positivi. Con il piede in alcuni di questi significati, cantiamo l’elogio del piede, che regge la passione della Coppa del Mondo. In un mondo politicamente senza piede né testa, con capi di Stato che usano i piedi al posto delle mani nei conflitti in Siria, in Afghanistan e in Palestina e sempre sul piede di guerra contro il terrorismo, incontriamo e troviamo nel calcio un piede d’appoggio per pensare una società mondiale che che incoraggi finalmente forme di convivenza amichevole e perfino fraterna che trovano un piede d’appoggio nell’entusiasmo delle tifoserie di tutti paesi del mondo.

Da una parte dobbiamo andarci piano con gli utopismi, e dall’altra dobbiamo arretrare in cerca di forme di civiltà e di convivenza globale. Logicamente questo mondo non arriva neanche ai piedi del sogno di Gesù ma è lui che tiene un piede nella speranza umana. Possiamo cominciare con il piede destro già fin d’ora, rimanendo vicino alle vittime, anche se dovessimo retrocedere per pressioni di quelli che comandano. Ma insistiamo nella nostra sacra causa, sapendo che essa non si raggiunge facilmente, con i piedi sulle spalle, appunto. Mai scappare.

Voglia Dio che i nostri giocatori, alcuni dal piede d’oro, non ci lascino a piedi (per non dover soffrire troppo).

Leonardo Boff ha scritto con R.Soja il libro “Tra eresia e verità”,Chiarelettere, Milano 2014.

Traduzione di Romano Baraglia