AVER CURA DI MADRE TERRA E AMARE TUTTI GLI ESSERI

L’amore è la forza più grande che esista nell’universo, negli esseri viventi e tra gli umani. Perché l’amore è una forza di attrazione, di unione e di trasformazione. Già l’antico mito greco lo formulava con eleganza: “Eros, il Dio dell’amore si alzò per creare la Terra. Prima, tutto era silenzio, vuoto e immobile. Adesso tutto è vita, allegria, movimento”. L’amore è l’espressione più alta della vita, che sempre irradia e chiede premure, perché senza le cure dovute, s’indebolisce, s’ammala e muore.

Humberto Maturana, cileno, uno dei maggiori esponenti della biologia contemporanea, ha mostrato con i suoi studi sull’autopoiesi – vale a dire sull’autorganizzazione della materia da cui risulta la vita – come l’amore sorge all’interno del processo evoluzionistico. Nella natura – afferma Maturana – si verificano due tipi di connessioni (che lui chiama accoppiamenti) degli esseri con l’ambiente e tra di loro: una necessaria, legata alla sussistenza stessa, l’altra spontanea, vincolata a relazioni gratuite, per affinità elettive e per puro piacere, nel fluire della vivenza stessa.

Quando quest’ultima avviene, anche in stadi primitivi dell’evoluzione di miliardi di anni fa, lì nasce la prima manifestazione dell’amore, fenomeno cosmico e biologico. Nella misura in cui l’universo si inflaziona e si complessifica, questa connessione spontanea e amorosa tende a incrementarsi. A livello umano, diviene sempre più forte e diventa il motore principale delle azioni umane.

L’amore si orienta sempre attraverso l’altro. Significa un’avventura abramica, quella di abbandonare la propria realtà e andare incontro al diverso e stabilire una relazione di alleanza, di amicizia e di amore con lui.

Il limite più disastroso del paradigma occidentale ha a che fare con l’altro, perché lo vede prima come ostacolo che come opportunità d’incontro. La strategia è stata ed è la seguente: o incorporarlo, o sottometterlo o eliminarlo, come ha fatto con le culture dell’Africa e dell’America Latina. Questo si applica pure alla natura. La relazione non è di appartenenza reciproca e di inclusione, ma di sfruttamento e sottomissione. Negando l’altro, si perde l’opportunità dell’alleanza, del dialogo e del mutuo apprendistato. Nella cultura occidentale ha trionfato il paradigma dell’identità. Con esclusione della differenza. E questo ha generato molta arroganza e violenza.

L’altro gode di un vantaggio: permette di sorgere all’ethos che ama. Fu vissuto dal Gesù storico e dal paleocristianesimo, prima di costituirsi in istituzione con dottrine e riti. L’etica cristiana è stata influenzata più dai maestri greci che dal sermone della montagna e dalla pratica di Gesù. Il paleocristianesimo, al contrario, dà assoluta centralità all’amore dell’altro, che per Gesù è identico all’amore verso Dio. L’amore è talmente centrale che chi lo possiede, ha tutto. Lui testimonia che questa sacra convinzione che Dio è amore (1Gv 4,8), che l’amore viene da Dio (1Gv 4,7) e che l’amore non morirà mai (1Co 13,8). Questo amore incondizionato e universale include anche il nemico (Lc 6,35). L’ethos che ama si esprime nell’ aurea legge, presente in tutte le tradizioni dell’umanità: “Ama il prossimo come te stesso”; “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Papa Francisco ha riscattato il Gesù storico: per lui sono più importanti amore e misericordia che dottrina e disciplina.

Secondo il cristianesimo Dio stesso si è fatto altro attraverso l’incarnazione. Senza passare attraverso l’altro che ha fame, è povero, pellegrino e nudo non si può né incontrare Dio, né raggiungere la pienezza di vita (Mt 25,31-46). Questo uscire da se stessi verso l’altro per amarlo in lui stesso, amarlo senza ritorno, in forma incondizionata fonda l’ethos il più inclusivo possibile, il più umanizzante che si possa concepire. Quest’amore ha un movimento solo, va all’altro, a tutte le cose e a Dio.

In occidente è san Francesco di Assisi che meglio esprime quest’etica amorosa e cordiale. Lui unisce le due ecologie, quella interioreche integra le sue emozioni e desideri, e quella esteriore, facendosi fratello di tutti gli esseri. Eloi Leclerc, uno dei migliori pensatori francescani del nostro tempo. sopravvissuto ai compi di sterminio di Buchenwald commenta: “Invece di irrigidirsi e chiudersi in un superbo isolamento, Francesco si lascia spogliare, si fa piccolo piccolo e si mette con grande umiltà in mezzo alle creature. Prossimo e fratello delle più umili tra di loro. Confraternizza con la terra stessa col suo humus originale, con le sue radici oscure. Ecco che la nostra sorella e Madre-Terra apre davanti ai suoi occhi meravigliati il sentiero di una fraternità senza limiti, senza frontiere. Una fraternità che abbraccia tutta la creazione. L’umile Francesco diventa fratello del sole, delle stelle, del vento, delle nuvole, del’acqua, del fuoco, di tutto quello che vive e perfino della morte”.

Questo è il risultato di un amore che abbraccia tutti gli esseri, vivi e inerti, con dolcezza, tenerezza e amore. L’ethos che ama fonda un nuovo senso del vivere. Amare l’altro, sia un essere umano, sia un qualsiasi altro rappresentante della comunità di vita significa dar loro ragione di esistere. Non c’è motivo d’esistere. Esistere è pura gratuità . Amare l’altro è volere che esista, perché l’amore fa diventare l’altro importante. “Amare un persona è dirgli: tu non potrai morire mai” (G. Marcel); “Tu devi esistere, tu non puoi andartene via”.

Quando qualcuno o qualcosa si fanno importante per l’altro, nasce un valore che mobilita tutte le energie vitali. Perciò, quando qualcuno ama, ringiovanisce e ha la sensazione di cominciare la vita di nuovo. L’amore è fonte di suprema gioia.

Solamente questo ethos che ama è all’altezza delle sfide di fronte alla Madre-Terra devastata e minacciata nel suo futuro. Questo amore ci potrà salvare tutti, perché abbraccia e trasforma i distanti in prossimi e i prossimi in fratelli e sorelle.

Leonardo Boff è autore de O cuidado necessario, Vozes 2013.

 

Traduzione di Romano Baraglia

 

1964: o uso dos militares pelos grupos civis reacionários

Os 50 anos do golpe militar, pela violência que implicou, agora devidamente tirada a limpo pela Comissão Nacional da Verdade, não pode deixar nenhum cidadão honesto indiferente. Importa assinalar claramente que o assalto ao poder foi um crime contra a constituição e uma usurpação da soberania popular, fonte do direito num Estado democrático. O primeiro Ato Institucional de 9/4/1964 alijou esste princípio da soberania popular ao declarar que “a revolução vitoriosa como Poder Constituinte se legitima por si mesma”. Nenhum poder se legitima por si mesmo; só o fazem ditadores que pisoteiam qualquer direito. O golpe militar configurou uma ocupação violenta de todos os aparelhos de Estado para, a partir deles, montar uma ordem regida por atos institucionais, pela repressão e pelo Estado de terror.

Bastava a suspeita de alguém ser subversivo para ser tratado como tal. Mesmo detidos e sequestrados por engano como inocentes camponeses, para logo serem seviciados e torturados. Muitos não resistiram e sua morte equivale a um assassinato. Não devemos deixar passar ao largo, os esquecidos dos esquecidos que foram os 246 camponeses mortos ou desaparecidos entre 1964-1979. E agora está sendo descoberta a eliminação de muitos indígenas, tidos como empecilho ao crescimento econômico. Sobre alguns deles foram lançadas até bombas de napalm.

O que os militares cometeram foi um crime lesa-pátria. Alegam que se tratava de um estado de guerra, um lado querendo impor o comunismo e o outro defendendo a ordem democrática. Esta alegação não se sustenta. O comunismo nunca representou entre nós uma ameaça real pois qualquer manifestação neste sentido foi brutalamente reprimida, não sem o apoio da CIA dos EUA. Na histeria do tempo da guerra-fria, todos os que queriam reformas na perspectiva dos historicamente condenados e ofendidos – as grandes maiorias operárias e camponesas – eram logo taxados de comunistas e de marxistas, mesmo que fossem bispos como o insuspeito Dom Helder Câmara.

Contra eles não cabia apenas a vigilância, mas para muitos a perseguição, a prisão, o interrogatório aviltante, o pau-de-arara feroz, os afogamentos desesperadores. Os alegados “suicídios” camuflavam apenas o puro e simples assassinato. Em nome do combate ao perigo comunista, se assumiu a prática comunista-estalinista da brutalização dos detidos. Em alguns casos se incorporou o método nazista de incinerar cadáveres como admitiu o ex-agente do Dops de São Paulo, Cláudio Guerra. Causa espanto e constitui até um problema filosófico a falta de remorsos que o coronel reformado Paulo Magalhães recentemente manifestou à Comissão Nacional da Verdade de ter atuado na Casa da Morte de Petrópolis, de ter torturado, assassinado, mutilado cadáveres e ter ocultado o corpo do deputado Rubens Paiva. Rudof Höss, comandante do campo de extermínio nazista em Auschwitz que segundo seus próprios cálculos em sua autobiografia mandou para as câmaras de gás cerca de um milhão de judeus, também não mostrava nenhum arrependimento. Divertia-se atirando ao leu sobre os prisioneiros e chorava com uma criança ao chegar em casa ao saber que seu passarinho preferido havia morrido. É o mistério da iniquidade.

O Estado ditatorial militar, por mais obras que tenha realizado ( “o milagre econômico” foi apropriado apenas por 10% da população, pelos mais ricos, no quadro de um espantoso arrocho salarial), fez regredir política e culturalmente o Brasil. Expulsou ou obrigou ao exílio nossas mais brilhantes inteligências e nossos artistas mais criativos. Afogou lideranças políticas e ensejou o surgimento de súcubos que, oportunistas e destituídos de ética e de brasilidade, se venderam ao poder ditatorial em troca benesses que vão de estações de rádio a canais de televisão. E muitos deles estão ai, politicamente ativos e ocupando altos cargos da administração do Estado democrático.

Os que deram o golpe de Estado devem ser responsabilizados moralmente por esse crime coletivo contra o povo brasileiro, como vários juristas o estão pedindo. Os militares se imaginam que foram eles os principais protagonistas desta façanha nada gloriosa. Na sua indigência analítica, mal suspeitam que foram, de fato, usados por forças muito maiores que as deles. Disse-o recentemente Tarso Genro, governador do Rio Grande do Sul, numa entrevita ao Boletim Carta Maior (30/3/2014):O poder não foi apropriado diretamente pelos militares para eles próprios. Foi um projeto político dos setores mais conservadores e reacionários (burguesia nacional e os latifundiários) que tiveram nas forças armadas um apoio e um protagonismo muito grande”.

René Armand Dreifuss escreveu em 1980 sua tese de doutorado na Universidade de Glasgow com o título: 1964: A conquista do Estado, ação política, poder e golpe de classe (Vozes 1981). Trata-se de um livro com 814 páginas das quais 326 são cópias de documentos originais. Por estes documentos fica demonstrado: o que houve no Brasil não foi um golpe militar, mas um golpe de classe com uso da força militar.

A partir dos anos 60 do século passado, se formou o complexo IPES/IBAD/GLC. Explico: o Instituto de Pesquisas e Estudos Sociais (IPES), o Instituto Brasileiro de Ação Democrática (IBAD) e o Grupo de Levantamento de Conjuntura (GLC). Compunham uma rede nacional que disseminava idéias golpistas, composta por grandes empresários multinacionais, nacionais, alguns generais, banqueiros, órgãos de imprensa, jornalistas, intelectuais, a maioria listados no livro de Dreifuss. O que os unificava, diz o autor “eram suas relações econômicas multinacionais e associadas, o seu posicionamento anticomunista e a sua ambição de readequar e reformular o Estado”(p.163) para que fosse funcional a seus interesses corporativos. O inspirador deste grupo foi o maquiavélico General Golbery de Couto e Silva que já em “em 1962 preparava um trabalho estratégico sobre o assalto ao poder”(p.186).

A conspiração pois estava em marcha, há bastante tempo. Aproveitando-se da confusão política criada ao redor da renúncia do Presidente Jânio Quadros e da obstinada oposição ao Presidente João Goulart, que propunha reformas de base e principalmente a reforma agrária, e por isso, tido como o portador do projeto comunista, este grupo viu a ocasião apropriada para realizar seu projeto. Chamou os militares para darem o golpe e tomarem de assalto o Estado. Foi, portanto, um golpe da classe dominante, nacional e multinacional, usando o poder militar.

Conclui Dreifuss: “O ocorrido em 31 de março de 1964 não foi um mero golpe militar; foi um movimento civil-militar; o complexo IPES/IBAD e oficiais da ESG (Escola Superior de Guerra) organizaram a tomada do poder do aparelho de Estado”(p. 397).

Especificamente afirma: ”A história do bloco de poder multinacional e associados começou a 1º de abril de 1964, quando os novos interesses realmente tornaram-se interesses do Estado, readequando o regime e o sistema político e reformulando a economia a serviço de seus objetivos”(p.489).  Todo o aparato de controle e repressão era acionado em nome da Segurança Nacional que, na verdade, significava a Segurança do Capital.

Os militares inteligentes e nacionalistas de hoje deveriam dar-se conta de como foram  perfidamente usados por aquelas elites oligárquicas e anti-populares que não buscavam realizar os interesses gerais do Brasil mas sim, alimentar sua voracidade particular de acumulação, sob a proteção do regime autoritário dos militares.

A Comissão Nacional da Verdade prestaria esclarecedor serviço ao país se trouxesse à luz toda esta trama. Ela simplesmente cumpriria sua missão de ser Comissão da Verdade completa. Não apenas da verdade de fatos individualizados de violência aos direitos humanos, mas da verdade do fato maior da dominação de uma classe poderosa, (anti)nacional, associada à multinacional, para, sob a égide do poder discricionário dos militares, tranquilamente, realizar seus objetivos corporativos e excludentes. Isso nos custou 21 anos de humilhação, de privação da liberdade, perpretou assassinatos e desaparecimentos e impôs um oneroso padecimento coletivo.

Por fim, cabe ouvir as palavras da advogada Rosa Cardoso, advogada e defensora da prisioneira política Dilma Rousseff e hoje integrante da Comisão Nacional da Verdade numa entrevista ao Boletim Carta Maior de 20/02/2014: ”Primeiro quero dizer que até hoje as Forças Armadas devem um pedido de perdão à sociedade brasileira, com o que estariam assumindo uma posição civilizada e democrática, que é, afinal de contas, o que se espera dos militares no século 21. Lamentavelmente, até agora, não recebemos nenhum sinal, nenhuma mensagem, que nos indique que haja algum desejo, por parte dos militares, de pedir desculpas e de fazer uma autocrítica política sobre seu comportamento”. Esta dívida eles a tem para com todo o povo brasileiro. E deverão um dia saldá-la.

O dia de hoje, primeiro de abril de 2014, 50 anos do golpe civil-militar, é um dia de pranto pelas vítimas da repressão mas também dia de ânimo porque a truculência não pode sufocar o sentimento de dignidade nem abater os ideais democráticos que triunfaram e estão se firmando mais e mais em nossa consciência nacional.

Dedico este artigo ao meu colega de seminário Arno Preis, cheio de fome de justiça, morto em Paraiso do Norte- GO no dia 15/2/1972; Leonardo Boff é teólogo, filósofo, presidente honorário do Centro de Defesa dos Direitos Humanos de Petrópolis.

 

 

El pueblo brasilero: un pueblo místico y religioso

El pueblo brasilero es espiritual y místico, le guste o no a la intelectualidad secularizada, en general con poca o ninguna organicidad con los movimientos populares y sociales.

El pueblo no ha pasado por la escuela de los maestros modernos de la sospecha que, en vano, han intentado deslegitimar la religión. Para el pueblo, Dios no es un problema sino la solución de sus problemas y el sentido último de su vivir y de su morir. Siente a Dios acompañando sus pasos, lo celebra en las expresiones de lo cotidiano, como “mi Dios”, “gracias a Dios”, “Dios le pague”, “Dios lo acompañe”, “Dios lo quiera” y “Dios lo bendiga”. Habitualmente mucha gente se despide por teléfono diciendo “queda con Dios”. Si no tuviese a Dios en su vida, ciertamente no habría resistido con tanta fortaleza, humor y sentido de lucha a tantos siglos de ostracismo social.

El cristianismo ayudó a formar la identidad de los brasileros. En el tiempo de la Colonia y del Imperio entró por la vía de la misión (iglesia institucional) y de la devoción a los santos y santas (cristianismo popular). Modernamente está entrando por la vía de la liberación (círculos bíblicos, comunidades de base y pastorales sociales) y por el carismatismo (encuentros de oración y de curación, grandes celebraciones-espectáculo de curas mediáticos). Fundamentalmente el cristianismo colonial e imperial educó a las clases señoriales sin cuestionarles su proyecto de dominación y domesticó a las clases populares para que se ajustasen al lugar que les cabía en la marginalidad. Por eso la función del cristianismo fue extremadamente ambigua pero siempre funcional al statu quo desigual e injusto. Raramente fue profético. En el caso de la esclavitud fue claramente legitimador de un orden inicuo.

Solamente a partir de los años 50 del siglo pasado, sectores importantes de la institucionalidad (obispos, curas, religiosos y religiosas, laicos y laicas) comenzaron un proceso de desplazamiento de su lugar social desde el centro hacia la periferia donde vivía el pueblo. Surgió el discurso de la promoción humana integral y de la liberación socio-histórica cuya centralidad es ocupada por los oprimidos que ya no aceptan su condición de oprimidos. Por el hecho de ser simultáneamente pobres y religiosos, sacaron de su religión las inspiraciones para la resistencia y para la liberación rumbo a una sociedad con más participación popular y más justicia. Y surgió un cristianismo nuevo, profético, liberador y comprometido con los cambios necesarios.

Pero la mayor creación cultural hecha en Brasil está representada por el cristianismo popular. Puestos al margen del sistema político y religioso, los pobres, indígenas y negros dieron cuerpo a su experiencia espiritual en el código de la cultura popular, que se rige más por la lógica del inconsciente y de lo emocional que por lo racional y lo doctrinario. Elaboraron así una rica simbología, en las fiestas de sus santos y santa importantes, un arte lleno de colorido y una música cargada de sentimiento asociada a la noble tristesse. Este cristianismo popular no es decadencia del cristianismo oficial, sino una forma diferente, popular y sincrética de expresar lo esencial del mensaje cristiano.

Las religiones afrobrasileñas, el sincretismo urdido de elementos cristianos, afrobrasileros e indígenas, representan otra creación relevante de la cultura popular. Con excepción de algún fundamentalismo evangélico, el pueblo en general no es dogmático ni obcecado en sus creencias. Es tolerante, pues cree que Dios está en todos los caminos y todos los caminos terminan en Él. Por eso es multiconfesional y no se avergüenza de tener varias pertenencias religiosas. La síntesis se have dentro de su corazón, en su espiritualidad profunda. A partir de ahí compone el rico tejido religioso. El antropólogo Roberto da Matta lo expresó acertadamente: «En el camino hacia Dios puedo juntar muchas cosas. Puedo ser católico y umbandista, devoto de Ogum y de San Jorge. El lenguaje religioso de nuestro país es, pues, un lenguaje de relación y de religación. Un idioma que busca el término medio, el camino medio, la posibilidad de salvar a todo el mundo y de encontrar en todos los lugares alguna cosa buena y digna» (O que faz o brasil Brasil, Rocco, Rio de Janeiro 1984, 117).

Especialmente importante es la contribución civilizatoria traída por las religiones afro (nagô, camdonblé, macumba, umbanda y otras) que a partir de sus propias matrices africanas elaboraron aquí un rico sincretismo. Cada ser humano puede ser un incorporador eventual de la divinidad en beneficio de los otros. Negada socialmente, despreciada políticamente, perseguida religiosamente, las religiones afrobrasileñas devolvieron autoestima a la población negra, al afirmar que los orixás africanos los enviaron a estas tierras para ayudar a los necesitados y para impregnar de axé (energía cósmica y sagrada) los aires de Brasil. A pesar de ser esclavos cumplían una misión transcendente y de gran significado histórico.

Fueron los negros y los indígenas quienes confirieron y confieren una marca mística al alma brasilera. Todos se saben acompañados por los santos y santas importantes, por los orixás por el Preto Velho (umbanda) y por la mano providente de Dios que no deja que todo se pierda y se frustre definitivamente. Para todo existe solución y una salida buena. Por eso hay levedad, humor, sentido de fiesta en todas las manifestaciones populares.

El futuro religioso de Brasil no será probablemente su pasado católico. Será, posiblemente, la creación sincrética original de una nueva espiritualidad ecuménica que convivirá con las diferencias (la tradición evangélica en ascenso, el pentecostalismo, el kardecismo, las religiones orientales) pero en la unidad de la misma percepción de lo Divino y de lo Sagrado que impregna el cosmos, la historia humana y la vida de cada persona.
Traducción de María Gavito Milano

Reintegrar-se no espaço e no tempo

A partir dos anos 70 do século passado ficou clara para grande parte da comunidade científica que a Terra não é apenas um planeta sobre o qual existe vida. A Terra se apresenta com tal dosagem de elementos, de temperatura, de composição química da atmosfera e do mar que somente um organismo vivo pode fazer o que ela faz. A Terra não contem simplesmente vida. Ela é viva, um super-organismo vivente, denominado pelos andinos de Pacha Mama e pelos modernos de Gaia, o nome grego para a Terra viva.

A espécie humana representa a capacidade de Gaia de ter um pensamento reflexo e uma consciência sintetizadora e amorosa. Nós humanos, homens e mulheres, possibilitamos à Terra a apreciar a sua luxuriante beleza, a contemplar a sua intrincada complexidade e a descobrir espiritualmente o Mistério que a penetra.

O que os seres humanos são em relação à Terra é a Terra em relação ao cosmos por nós conhecido. O cosmos não é um objeto sobre o qual descobrimos a vida. O cosmos é, segundo muitos cosmólogos contemporâneos, (Goswami, Swimme e outros) um sujeito vivente que se encontra num processo permanente de gênese. Caminhou 13,7 bilhões de anos, se enovelou sobre si mesmo e madurou de tal forma que num canto dele, na Via láctea, no sistema solar, no planeta Terra emergiu a consciência reflexa de si mesmo, de donde veio, para onde vai e qual é a Energia poderosa que tudo sustenta.

Quando um eco-agrônomo estuda a composição química de um solo é a própria Terra que estuda a si mesma. Quando um astrônomo dirige o telescópio para as estrelas, é o próprio universo que olha para si mesmo.
A mudança que esta leitura deve produzir nas mentalidades e nas instituições só é comparável com aquela que se realizou no século XVI ao se comprovar que a Terra era redonda e girava ao redor do sol. Especialmente a transformação de que as coisas ainda não estão prontas, estão continuamente nascendo, abertas a novas formas de auto-realização. Consequentemente a verdade se dá numa referência aberta e não num código fechado e estabelecido. Só está na verdade quem caminha com o processo de manifestação da verdade.

Importa, antes de mais nada, realizar a reintegração do tempo. Nós não temos a idade que se conta a partir do dia do nosso nascimento. Nós temos a idade do cosmos. Começamos a nascer há 13,7 bilhões de anos quando principiaram a se organizar todas aquelas energias e materiais que entram na constituição de nosso corpo e de nossa psiqué. Quando isso madurou então nascemos de verdade e sempre abertos a outros aperfeiçoamentos futuros.

Se sintetizarmos o relógio cósmico de 13,7 bilhões de anos no espaço de um ano solar, como o fez ingeniosamente Carl Sagan no seu livro Os Dragões do Eden (N.York 1977, 14-16) e querendo apenas realçar algumas datas que nos interessam, teríamos o seguinte quadro:

A primeiro de janeiro ocorreu o big bang. A primeiro de maio o surgimento da Via-Láctea. A nove de setembro, a origem do sistema solar. A 14 de setembro, a formação da Terra. A 25 de setembro, a origem da vida. A 30 de dezembro, o aparecimento dos primeiros hominídeos, avós ancestrais dos humanos. A 31 de dezembro, irromperam os primeiros homens e mulheres. Os últimos 10 segundos de 31 de dezembro inauguraram a história do homo sapiens/demens do qual descendemos diretamente. O nascimento de Cristo ter-se-ia dado precisamente às 23 horas 59 minutos e 56 segundos. O mundo moderno teria surgido no 58º segundo do último minuto do ano. E nós individualmente? Na última fracção de segundo antes de completar meia-noite.

Em outras palavras, somente há 24 horas que o universo e a Terra têm consciência reflexa de si mesmos. Se Deus dissesse a um anjo: “procure no espaço e identifique no tempo a Denise ou o Edson ou a Silvia”, certamente não o conseguiria porque eles são menos que um pó de areia vagando no vácuo interstelar e começaram a existir a menos de um segundo atrás. Mas Deus sim, porque Ele escuta o pulsar do coração de cada filho e filha seus, porque neles o universo converge em autoconsciência, em amorização e em celebração.

Uma pedagogia adequada à nova cosmologia nos deveria introduzir nestas dimensões que nos evocam o sagrado do universo e o milagre de nossa própria existência. Isso em todo o processo educativo, da escola primária à universidade.

Em seguida faz-se mister reintegrar o espaço dentro do qual nos encontramos. Vendo a Terra de fora da Terra, nos descobrimos um elo de uma imensa cadeia de seres celestes. Estamos numa das 100 bilhões de galáxias, a Via Láctea. Numa distância de 28 mil anos luz de seu centro; pertencemos ao sistema solar que é um entre bilhões e bilhões de outras estrelas, num planeta pequeno mas extremamente aquinhoado de fatores favoráveis à evolução de formas cada vez complexas e conscientizadas de vida: a Terra.

Na Terra nos encontramos num Continente que se independizou há cerca de 210 milhões de anos atrás quando a Pangea (o continente único da Terra) se fraturou e que ganhou a configuração atual. Estamos nesta cidade, nesta rua nesta casa, neste quarto, e nesta mesa diante do computador partir donde me relaciono e me sinto ligado à totalidade de todos os espaços do universo.

Reintegrados no espaço e no tempo nos sentimos como Pascal diria: um nada diante do Todo e um Todo diante do nada. E nossa grandeza resie em pensar e celebrar tudo isso.