Natale: Netanyhau (Erode) e la strage degli innocenti a Gaza

        Leonardo Boff

Ai giorni nostri assistiamo all’aggiornamento del racconto biblico: un re feroce, geloso del suo potere, ordina l’uccisione di tutti i bambini sotto un anno. L’Erode di oggi si chiama Benjamin Netanyhau. Nella sua furia vendicativa, le sue forze militari, aeree, marittime e terrestri hanno ucciso migliaia di bambini, molti dei quali giacciono sotto le macerie, oltre a migliaia di altri civili che non appartengono nemmeno al gruppo di Hamas. Non possiamo lasciare che questa tragedia offuschi la radiosa celebrazione del Natale. È troppo preziosa per non essere ricordata e celebrata.

Torniamo alla storia che ci riempie di incanto, anche a distanza di più di venti secoli. Giuseppe e Maria, sua moglie, incinta di nove mesi, sono in viaggio da Nazaret, dal nord della Palestina al sud, a Betlemme. Sono poveri come la maggior parte degli artigiani e dei contadini del Mediterraneo. Alle porte di Betlemme, devastata nei nostri giorni dalle truppe di Netanyahau, Maria entra nel travaglio del parto: si tiene la pancia perché la lunga camminata ha accelerato il processo di gestazione. Bussano alla porta di una locanda. Odono quello che i poveri della storia sentono sempre: «non c’è posto per voi nell’albergo» (Lc 2,7).

Abbassano la testa e si allontanano preoccupati. Come potrà dare luce alla sua creatura? Gli resta, nelle vicinanze, una stalla per animali. Lì c’è una mangiatoia con paglia, un bue e un asinello che, stranamente, restano tranquilli a guardare. Lei dà alla luce un bambino tra gli animali. Fa freddo. Lo avvolge nei panni e lo dispone sulla paglia. Piange rumorosamente come tutti i neonati.

Ci sono pastori che vegliano di notte a guardia del loro gregge. Secondo i criteri di purezza legale dell’epoca, i pastori sono considerati impuri e quindi disprezzati, poiché erano sempre in mezzo agli animali, al loro sangue ed ai loro escrementi. Diversa era la visione idilliaca dei greci e dei romani che idealizzavano la figura dei pastori. Ma sono questi poveri e impuri pastori ebrei i primi a vedere il Puer divinus, il bambino divino.

Sorprendentemente, una luce li avvolse e udirono una voce dall’Alto che annunciava loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore […] Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Mentre si mettevano in cammino, in fretta, udirono un canto meraviglioso, a più voci, provenire dall’Alto: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,8-18). Arrivano e si conferma tutto ciò che era stato loro comunicato: lì c’era un bambino, tremante, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia, in compagnia di animali.

Qualche tempo dopo, ecco che tre saggi provenienti dall’Oriente scendono lungo il sentiero. Sapevano interpretare le stelle. Arrivano. Sono estasiati dal mistero della situazione. Individuano nel bambino colui che potrà guarire l’esistenza umana ferita. Si inchinano, riverenti, e lasciano doni simbolici: oro, incenso e mirra. Con il cuore leggero e meravigliati, ripresero la via del ritorno, evitando la città di Gerusalemme, dove regnava un “Netanyhau” terribilmente bellicoso, pronto a ordinare la morte di chiunque avesse visitato il bambino divino.

Lezione: Dio è entrato nel mondo, nel cuore della notte, senza che nessuno lo sapesse. Non c’è sfarzo né gloria, che immagineremmo adatti ad un bambino che è Dio. Ma ha preferito arrivare fuori città, tra gli animali. Non risulta nelle cronache dell’epoca, né a Betlemme, né a Gerusalemme, tanto meno a Roma. Tuttavia, sta lí Colui che l’universo portava dentro di sé da miliardi di anni, quella «luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,10). Dio non è venuto per divinizzare l’essere umano, Lui è venuto per umanizzarsi insieme a noi.

Dobbiamo rispettare e amare il modo come Dio ha voluto entrare in questo mondo: anonimo come anonime sono le grandi maggioranze povere e disprezzate dell’umanità. Ha voluto cominciare là dal basso per non lasciare fuori nessuno. La loro situazione umiliata e offesa era quella che Dio stesso voleva far propria.

Ma ci sono anche saggi e uomini che studiano le stelle dell’universo, i cosmologi, che colgono dietro le apparenze il mistero di tutte le cose. Intravvedono in questo bambino dal corpo tremante, che bagna i panni, piagnucola e cerca, affamato, il seno della madre, il Significato Supremo del nostro viaggio e dell’universo stesso. Anche per loro è Natale.

È vero quello che si dice: “Ogni bambino vuole essere un uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere Dio. Solo Dio ha voluto essere un bambino”.

Questo è un lato, di buon auspicio: un raggio di luce in mezzo alla notte oscura. Un poco di luce ha più diritto di tutte le tenebre.

Ma c’è un altro lato, oscuro e anch’esso tragico, citato in precedenza. Esiste un “Netanyhau” che non ha paura di uccidere persone innocenti. Giuseppe, attento, ben presto se ne rende conto: vuole far uccidere il bambino appena nato. Fugge in Egitto con Maria e il bambino nel grembo che dorme, cerca il seno e torna a dormire.

Migliaia di bambini furono assassinati nelle terre della Striscia di Gaza. Allora si udì uno dei lamenti più commoventi di tutte le Scritture: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2,18).

Gli Erodi si perpetuano nella storia, anche per quattro anni in Brasile sotto il ‘non-eleggibile’ e attualmente in Palestina. Nonostante, ci sarà sempre una stella, come quella di Betlemme, ad illuminare i nostri cammini. Per quanto malvagi siano gli Erode, non possono impedire al sole di sorgere ogni mattina portandoci speranza, soprattutto colui che fu chiamato “Il Sole della speranza”.

Questa gioia non ha precedenti: la nostra umanità, debole e mortale, da Natale in poi ha cominciato ad appartenere allo stesso Dio. Pertanto, qualcosa di nostro è già stato reso eterno dal Puer aeternus che ci garantisce che gli Erode della morte non trionferanno mai.

Buon Natale a tutti con grande compassione per le tante vittime a Gaza, con luce e gioia discreta.

Leonardo Boff è teologo e ha scritto O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Vozes 2009.

Para encomendar: contato@leonardoboff.eco.br

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Navidad: Netanyahu (Herodes) y la matanza de inocentes en Gaza

   Leonardo Boff*                   

En estos días estamos asistiendo a la actualización del relato bíblico: un rey feroz, celoso de su poder, manda matar a todos los niños menores de un año. El Herodes de hoy tiene un nombre, Benjamín Netanyahu. En su furor vengativo, su fuerza militar, aérea, marítima y terrestre ha asesinado a miles de niños, muchos de ellos todavía yacen bajo los escombros, además de a muchos otros miles de civiles que ni siquiera pertenecen a Hamas. No podemos dejar que esta tragedia oscurezca la fiesta radiante de Navidad. Ella es demasiado preciosa para no ser recordada y celebrada.

Volvamos al relato que nos llena de encanto aún ahora, más de dos mil años después. José y María, su esposa, embarazada de nueve meses, vienen de Nazaret, en el norte de Palestina, a Belén, en el sur. Son pobres como la mayoría de los artesanos y campesinos mediterráneos. A las puertas de Belén, en  estos días arrasada por las tropas de Netanyahu, María se pone de parto: se sostiene el vientre pues la larga caminada  ha acelerado el  proceso de gestación. Llaman a la puerta de una posada y oyen lo que los pobres de la historia oyen siempre: “no hay sitio para ustedes en la posada” (Lc 2,7).

Bajan la cabeza y se alejan preocupados. ¿Cómo va a dar a luz? Descubren en las cercanías un establo de animales. Allí hay un pesebre con pajas, un buey y una mula que, extrañamente, permanecen en silencio, observando. Ella da a luz un niño, entre los animales. Hace frío. Lo envuelve en pañales y lo acuesta sobre las pajas. El crío llora alto como todos los recién nacidos.

Hay pastores que velan en la noche, vigilando el rebaño. Según los criterios de pureza legal de la época, los pastores eran considerados impuros y por eso despreciados, por estar siempre rodeados de animales, su sangre y sus excrementos. La visión idílica de los griegos y de los romanos que idealizan la figura de los pastores, tocando alegremente su flauta, era diferente. Pero son estos pobres e impuros los primeros  en ver al Puer divinus, al niño divino.

De repente los envolvió una luz y escucharon desde lo Alto una voz anunciándoles: “no  temáis, os anuncio una gran alegría, que es para todo el pueblo; acaba de nacer el Salvador; esta es la señal: encontrareis un niño envuelto en pañales, acostado en un pesebre”. Al ponerse, presurosos, en camino oyeron un cántico maravilloso, de muchas  voces, que venía de lo Alto: “Gloria a Dios en las alturas y paz en la Tierra a los hombres amados por Dios” (Lc 2,8-18). Llegan y confirman todo lo que se les había comunicado: ahí está el niño, tiritando, envuelto en pañales y acostado en un pesebre, en compañía de animales.

Algún tiempo después, he aquí que vienen bajando por el camino tres sabios de Oriente. Sabían interpretar las estrellas. Llegan. Se extasían ante la misteriosidad de la situación. Identifican en el niño a aquel que iría a sanar la existencia humana herida. Se inclinan, reverentes, y dejan presentes simbólicos: oro, incienso y mirra. Con el corazón ligero y maravillados toman el camino de vuelta, evitando la ciudad de Jerusalén, pues ahí reinaba un “Netanyahu” terriblemente belicoso, dispuesto a mandar matar a quien viera al niño divino.

Lección: Dios entró en el mundo en la oscuridad de la noche, sin que nadie lo supiese. No hay pompa ni gloria, que imaginaríamos adecuadas a un niño que es Dios. Pero prefirió llegar fuera de la ciudad, entre animales. No constó en la crónica de la época, ni en  Belén, ni en Jerusalén, mucho menos en Roma. Sin embargo, ahí está Aquel que el universo estaba gestando dentro de sí hacía miles de millones de años, la “luz verdadera que ilumina a cada persona que viene a este mundo” (Jn 1,10).

Debemos respetar y amar la forma como Dios quiso entrar en este mundo: anónimo como anónimas son las grandes mayorías pobres y menospreciadas de la humanidad. Quiso empezar desde abajo para no dejar fuera a nadie.

La situación humillada y ofendida de ellos fue la que el propio Dios quiso hacer suya.

Pero hay también sabios y hombres estudiosos de las estrellas del universo, los cosmólogos, los astrofísicos que captan por detrás de las apariencias el misterio de todas las cosas. Ven en este niño que tirita de frio, moja los pañales, lloriquea y busca, hambriento, el pecho de su madre, el Sentido Supremo de nuestro caminar y del propio universo. Para ellos también es Navidad. Dios vino no para divinizar al ser humano. El vino para se humanizar, para enseñarnos a vivir.

Es verdad lo que se dice: “Todo niño quiere ser hombre. Todo hombre quiere ser rey. Todo rey quiere ser Dios. Solo Dios quiso ser niño”.

Este es un lado, gozoso: un rayo de luz en medio de la noche oscura. Un poco de luz tiene más derecho que todas las tinieblas.

Pero hay otro lado, sombrío y también trágico, mencionado antes. Hay un “Netanyahu” que no teme matar inocentes. José, atento, pronto se da cuenta de que quiere mandar matar al niño recién nacido. Huye a Egipto con María y el niño en brazos, que duerme, busca el pecho y vuelve a dormir.

Miles de niños han sido asesinados en tierras de la Franja de Gaza parte de Palestina, la tierra de Jesús. Entonces se oyó uno de los lamentos más  conmovedores de todas las Escrituras: “En Ramá se oye una voz, gran llanto y gemidos, es Raquel que llora a sus hijos asesinados y no quiere ser consolada porque los perdió para siempre”(Mt 2,18).

Los Herodes se perpetúan en la historia, también durante cuatro años en Brasil, bajo e presidente Bolsonaro que,insensible dejó morir 300 mil ciudadanos  por negarles las vacunas salvadoras y actualmente en Palestina, bajo un cruel Primer Ministro Netanyhau. No obstante, habrá siempre una estrella, como la de Belén, que ilumine nuestros caminos. Por más perversos que sean los Herodes, ellos no pueden impedir que el sol nazca cada mañana trayéndonos esperanza, especialmente aquel que fue llamado “El Sol de la Esperanza”.

Es una alegría inaudita: nuestra humanidad, débil y mortal, a partir de Navidad empezó a pertenecer al mismo Dios. Por eso algo nuestro ha sido ya eternizado por el Divino Niño que nos garantiza que los Herodes de la muerte jamás triunfarán.

Feliz Navidad a todos con mucha compasión por tantas víctimas en Gaza, con luz y discreta alegría.

*Leonardo Boff es teólogo y ha escrito O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Navidad: la humanidad y la  jovialidad de nuestro Dios, Vozes 2009 y Sal Terra. Para hacer un pedido: contato@leonardoboff.eco.br

Traducción de María José Gavito Milano

Leonardo Boff – zum 85. Geburtstag „Löscht den Geist nicht aus!“

     Bischof Erwin Kräuter, Xingu/Amazonasgebiet

„Löscht den Geist nicht aus“ (1 Thess 5,19), schreibt Paulus im Winter 50/51 von Korinth aus an die Gemeinde von Thessaloniki, der heutigen Hauptstadt des griechischen Mazedonien. Nach Philippi ist sie die zweite von ihm gegründete christliche Gemeinde in Europa. Dieser Appell findet sich in einer Serie von fünfzehn Ratschlägen, die der Apostel als Grundlage für eine lebendige Gemeindepraxis empfiehlt.

Der Österreichische Katholikentag in Salzburg, vom 1. bis 3. Juni 1962, stand unter diesem Leitwort. Karl Rahner hielt damals eines seiner denkwürdigsten Referate. „Uns alle muss die Sorge quälen, dass wir es sein könnten, die den Geist auslöschen“[1] gab er zu bedenken.  

Warum beginne ich einen Beitrag zum 85. Geburtstag meines langjährigen Freundes Leonardo Boff mit dieser Einleitung? Was hat das Pauluswort mit ihm zu tun? Es ist schlicht meine Überzeugung, dass dieser Appell des Apostels das Werk Leonardos besser charakterisiert als irgendeine andere Überschrift. Seit Beginn seiner Publikationen in den 60er Jahren bis heute war und ist es sein Anliegen, den „Geist der Wahrheit“ zu verkünden, „in dessen Kraft ‚auch ihr Zeugnis ablegen sollt‘ (Joh 15, 27), löscht ihn nicht aus!“. So schrieb Papst Johannes XXIII an die 1962 „in Salzburg versammelten Männer und Frauen sowie die uns teure Jugend“. Und wie Karl Rahner bei seinem Referat ganz unverhohlen über einen „Konservativismus“ klagte, „der nicht Gottes Ehre und Lehre und Stiftung in der Kirche verteidigt, sondern sich selbst, die alte Gewohnheit, das Übliche, das schon Gewohnte“[2], so nahm sich auch Leonardo nie ein Blatt vor den Mund. Seine mutige Haltung entfachte allerdings, insbesondere nach dem Erscheinen seines Buches „Kirche: Charisma und Macht“ (1981), das Missfallen kirchlicher Instanzen. Einer seiner ehemaligen Lehrer belegte ihn sogar mit dem Vorwurf der Häresie. Leonardo wurde nach Rom zitiert. Die damals von Kardinal Joseph Ratzinger geleitete Glaubenskongregation verordnete ihm, für ein Jahr, Rede- und Lehrverbot. Diese Verfügung wurde mit dem Doppelwort „Bußschweigen“ umschrieben. „Buße“ und „Schweigen“! War also Leonardo nun aufgefordert, im Büßergewand ein stummes Dasein hinter den Klostermauern zu verbringen? Nicht einmal die brasilianischen Kardinäle Paulo Evaristo Arns und Aloísio Lorscheider, beide Franziskaner wie Leonardo, konnten diese Maßnahme verhindern. Leonardo zog leider Konsequenzen, die ich bis heute bedauere. Dennoch kehrte er seiner Kirche nie den Rücken. Er schrieb weiterhin Bücher und Artikel, dozierte Ethik und Spiritualität an einer Hochschule in Rio de Janeiro und stand oft und oft für Vorträge und Seminare in Brasilien und im Ausland zur Verfügung. Bis heute erhalte ich, wie auch andere Bischöfe, mehrmals im Monat per E-Mail seine Meditationen oder Kommentare zu aktuellen kirchlichen Themen und Ereignissen in Brasilien und auf Weltebene.

Befreiungstheologie und „strukturelle Sünde“

 Wer den Namen Leonardo Boff hört oder liest, verbindet ihn sofort mit der „Befreiungstheologie“, die in Lateinamerika ihren Ursprung hat[3]. Leonardo ist tatsächlich einer ihrer wichtigsten und bekanntesten Vertreter.

Die Befreiungstheologie ist biblisch, ist in der Heiligen Schrift grundgelegt. Gott hat sich als ein befreiender Gott geoffenbart. Der Name Jesu bedeutet: Gott heilt, Gott befreit, „denn er wird sein Volk von seinen Sünden erlösen“ (Mt 1,21). „Erlösen“ und „befreien“ sind Synonyme. Die Befreiungstheologie will betonen, dass Gott nicht ein Gott in weiter Ferne ist: „Brüder – überm Sternenzelt muss ein lieber Vater wohnen“ meint Schiller in seiner „Ode an die Freude“, die Beethoven im vierten Satz der IX. Symphonie[4] vertont hat. Gott ist Immanu- El – Mit uns Gott! Mit uns unterwegs, an unserer Seite. „Nähme ich die Flügel des Morgenrots, ließe ich mich nieder am Ende des Meeres, auch dort würde deine Hand mich leiten und deine Rechte mich ergreifen“ (Ps 139,9-10). Gott offenbart sich in der Geschichte, „befreit“ sein Volk aus Sklaverei und Unterdrückung (vgl. Ex 3,7-8). „Mit dir erstürme ich Wälle, / mit meinem Gott überspringe ich Mauern“ (2 Sam 22,30) singt David in seinem Dankgebet „Herr, du mein Fels, meine Burg, mein Befreier“ (2 Sam 22,2). In der Synagoge von Nazareth zitiert Jesus den Propheten Jesaja: „Der Geist des Herrn ruht auf mir, denn der Herr hat mich gesalbt. Er hat mich gesandt, damit ich den Armen eine gute Nachricht bringe (…) damit ich die Zerschlagenen befreie und ein Gnadenjahr des Herrn ausrufe“ (Lk 4,18-19).

Bis hier alles in Ordnung, meinen die Gegner der Befreiungstheologie. Aber diese Theologie spricht von einer „strukturellen Sünde“ und vergisst dabei, dass jede Sünde eine „persönliche Sünde“ ist, so ihr Urteil. Dass Sünde ein wissentliches, entschlossenes Handeln oder Nichthandeln wider die Liebe und die Zuwendung Gottes und wider den Nächsten ist, hat die Befreiungstheologie nie bestritten. Sie will jedoch nicht einen strafenden, rächenden, mit Fluchworten bis in die dritte und vierte Generation (vgl. Ex 34,7) heimzahlenden Gott verkünden. Jesus hat uns vom „Fluch des Gesetzes“ befreit (vgl. Gal 3,13). Neben dieser „persönlichen Sünde“ existiert aber auch die Sünde, die Leonardo Boff als „strukturelle Sünde“ bezeichnet.

Selbstverständlich hat die Kirche nicht die Aufgabe, zu detaillieren, wie sich die Welt in sozialer, politischer und wirtschaftlicher Hinsicht auszurichten hat. Die Kirche „ist von Christus gesandt, die Liebe Gottes allen Menschen und Völkern zu verkünden und mitzuteilen“ (Ad gentes, 10). Und diese Verkündigung und Mitteilung der Liebe Gottes hat die prophetische Komponente, alle Formen struktureller Sünde und Übel anzuprangern, die dieser Liebe Gottes widersprechen. „Löscht den Geist nicht aus“ bedeutet gerade hier, die prophetische Dimension der Kirche beherzt wahrzunehmen und nicht aus Furcht auszuklammern, die Kirche könnte als politische Akteurin verschrien werden. Schweigen, wenn es um die Verteidigung der Menschenrechte und -würde geht, kommt einer politischen Rechtfertigung der strukturellen Sünde gleich. Alle Märtyrer Lateinamerikas waren Opfer ihres heroischen Mutes, ihre Mitmenschen vor Unrecht und die Mit-welt vor ihrer Zerstörung zu schützen, angefangen vom heiligen Oscar Arnulfo Romero, Erzbischof von San Salvador (+ 1980) bis zu den Märtyrern unseres Bistums am Xingu Hubert Mattle (+ 1995), Ademir Alfeu Federicci (+2001), Dorothy Mae Stang (+2005).

Was ist also oder worum geht es bei dem von Leonardo Boff geprägten Begriff der „strukturellen Sünde“? Bei der II. Lateinamerikanischen Bischofskonferenz in Medellín (Kolumbien) vollzogen die Kirchen Lateinamerikas 1967 einen Standortwechsel und erklärten ihre Option für die Armen. „Diese Haltung wird sich konkretisieren, wenn wir im Kampf gegen eine unerträgliche Situation, in der sich die Armen so oft befinden, Ungerechtigkeit und Unterdrückung anprangern“ (DM 14,10). In Medellín hat die Kirche nach den Ursachen der tragischen Realität gefragt. „Das Elend, als kollektive Tatsache, ist eine Ungerechtigkeit, die zum Himmel schreit“ (DM 1,1), heißt es im Schlussdokument bereits im ersten Absatz und erklärt die „fehlende Solidarität als Ursache wahrhafter Sünden auf individueller und gesellschaftlicher Ebene, die sich in den  für Lateinamerika charakteristischen ungerechten Strukturen zeigen“ (DM 1,2).

Armut, Not und Tod sind vielfach die Folge wirtschaftlich und politisch ungerechter Strukturen, die von Regierungen und Wirtschaftsverantwortlichen dauerhaft aufrechterhalten werden. „Sünde“ ist zwar kein soziologischer oder juridischer Begriff, aus theologischer Sicht, aber, sind ungerechte soziale und wirtschaftliche Strukturen „sündhaft“.

Wenn die Schere zwischen reichen und armen Nationen immer mehr auseinanderklafft, wenn laut Statistik der Weltbank zur globalen Armut weltweit rund 70 Millionen Menschen von extremer Armut betroffen, also vom „Festmahl des Lebens“ ausgeschlossen sind, „zu dem alle Menschen von Gott eingeladen sind“[5] ist das eine „strukturelle Sünde“.

Es ist eine „strukturelle Sünde“, wenn Brasiliens Nationalkongress Gesetze erlässt, die es Großgrundbesitzern, Bergwerksgesellschaften, Holzhändlern und Goldsuchern ermöglichen, „legal“ in indigene Gebiete einzudringen, indigene Völker von Grund und Boden zu vertreiben und sie ihrer Heimat zu berauben. Nicht „An den Flüssen Babylons“ (Ps 137,1), sondern „in den Favelas oder entlang der Hauptstraßen Lateinamerikas sitzen wir in Schmutz und Elend und weinen, wenn wir an die Heimat denken, aus der wir vertrieben wurden“. Mit „Va, pensiero“ beginnt der vom Psalm 137 inspirierte Chor aus der Oper Nabucco von Giuseppe Verdi. Indigene Völker können bis heute, wie die hebräischen Sklaven im babylonischen Exil schluchzend die Worte singen: „O mia patria sì bella e perduta! O lembranza sì cara e fatal!“ [6].

Es ist eine „strukturelle Sünde“, wenn Milliarden und Abermilliarden in die Rüstungsindustrie fließen, während der Welthunger-Index die Hungerlage 2023 in 43 Ländern als ernst oder sehr ernst einstuft. Jesus identifiziert sich mit den Armen und die erste und grausamste Folge der Armut ist anhaltender Hunger (vgl. Mt 25,31-46).

Es ist die Folge einer „strukturellen Sünde“, wenn bei der 23. Klimakonferenz in Dubai der fehlende Wille der Großmächte, aber auch kleinerer Nationalstaaten, wieder einmal sichtbar wird, endlich Maßnahmen zu treffen, um der Klimaerwärmung entgegenzusteuern. Die Häufigkeit von Extremwetterereignissen sind inzwischen der untrügliche Beweis, dass es sich bei der Klimaerwärmung um ein „anthropogenes Phänomen“ (L. Boff) handelt, also um die Folge, der von Menschen bewirkten, schädigenden Eingriffe in die Natur.

Kirchliche Basisgemeinden

Medellín regte die lateinamerikanischen Kirchen an, zu „Kirchen der Armen und Unterdrückten“ zu werden. Das vom II. Vatikanischen Konzil (1962-1965) entflammte neue Pfingsten fängt Feuer. Die befreiende Dimension des Evangeliums kommt zum Tragen. Unzählige kirchliche Basisgemeinden entstehen auf dem ganzen Kontinent. Die Kirche der Armen wird zur Realität. Die Befreiungstheologie übernimmt die an der Basis gelebte Praxis und Erfahrung in ihre Reflexion und vertieft ihren Glaubensgehalt. Eine Kirche entfaltet sich, die auf Dialog zwischen Glauben und Leben, zwischen Evangelium und Gerechtigkeit, gründet. Glauben und Leben sind nicht zwei Paar Schuhe!

Als ich 1985 das erste Mal dem Papst meinen „Ad limina“-Besuch abstattete, fragte mich Johannes Paul II, wie viele Priester und Ordenssleute am Xingu arbeiten. Er zeigte sich verwundert über die geringe Zahl, die ich im verriet. Da sagte ich: „Es gibt aber auch die Laien!“ Er reagierte prompt mit: „Basisgemeinden“. Ich weiß nicht, woher ich den Mut genommen habe, ihn zu korrigieren: „Santo Padre, Kirchliche Basisgemeinden, denn sie sind der Ort, an dem die Kirche lebt“. Im Laufe des 20. Jahrhunderts bis in die 60er Jahre wurden alle möglichen Impulse religiöser Vereinigungen aus Europa und Nordamerika nach Lateinamerika importiert. Wenn auch irgendwie den örtlichen Umständen angepasst, waren sie keine auf heimischen Boden gewachsene Gemeinschaften. Sie trugen alle so etwas wie ein Etikett: „Made in Spain“, „Made in Italy“, „Made in Germany“ oder „Made in USA“. Die kirchlichen Basisgemeinden sind jedoch eine genuin lateinamerikanische Art, Kirche zu sein. In Amazonien schossen sie nach dem Konzil, nach Medellín und insbesondere nach der wegweisenden Bischofsversammlung 1972 im amazonischen Santarém, wie Pilze aus dem Boden. Sie erinnern an die Apostelgeschichte: „Sie hielten an der Lehre der Apostel fest und an der Gemeinschaft, am Brechen des Brotes und an den Gebeten“ (Apg 2,42). Nur vom „Brechen des Brotes“, der Eucharistiefeier, dieser zentralen Feier einer jeden christlichen Gemeinde, sind die kirchlichen Basisgemeinden monate- wenn nicht gar jahrelang ausgeschlossen. Wir wollten bei der Amazonas-Synode[7] hier eine Wendung herbeiführen. Trotz Zweidrittelmehrheit bei der Abstimmung wurden unsere Vorschläge nicht berücksichtigt, ja im postsynodalen Schreiben des Papstes nicht einmal erwähnt. Kirchliche Basisgemeinden kennzeichnen sich durch vier Dimensionen: die samaritanische Dimension – gegenseitige Hilfe und Unterstützung, wo immer Not und Elend herrscht; die prophetische Dimension – Hinterfragen, Identifizierung und Anprangerung der „strukturellen Sünden“, Einsatz für Recht und Gerechtigkeit und Erhaltung der Schöpfung; die familiäre Dimension – die Kirche wird als Familie und nicht als eine mehr oder minder anonyme Versammlung erlebt; die feiernde, betende, kontemplative Dimension – Liturgie des sonntäglichen Wortgottesdienstes, Bibelrunden, Meditation und persönliches Gebet.

„Löscht den Geist nicht aus“ ist gerade auch im Hinblick auf die kirchlichen Basisgemeinden ein sehr aktueller Appell an die Diözesen Lateinamerikas. Die Botschaft an den Engel der Gemeinde von Ephesus im zweiten Kapitel der Offenbarung macht gerade heute einen besonderen Sinn: „Du hast ausgeharrt und um meines Namens willen Schweres ertragen und bist nicht müde geworden. Ich werfe dir aber vor, dass du deine erste Liebe verlassen hast“ (Offb 2,3-4). Leider hat in den vergangenen Jahrzehnten die „Pentekostalisierung“ die kirchliche Landschaft in Lateinamerika sehr verändert. Die Priesterausbildung und die Orientierung vieler Bischöfe gehen in diese Richtung. Vor allem der junge Klerus ist anfällig für diesen Trend. Pompöse Zelebrationen mit teuren Paramenten verdrängen die einfachen Feiern der Kirche der Armen. Schade!

Lieber Leonardo,

Ich bin nur ein halbes Jahr jünger als du. Also haben wir die Geschichte unserer Kirche in den vergangenen Jahrzehnten gleichzeitig, jeder auf seine Weise, erlebt. Wir haben uns unendlich gefreut über das im II. Vatikanischen Konzil bewirkte Frühlingserwachen. Wir waren begeistert von den Aufbrüchen in unserer Kirche. Seit einigen Jahrzehnten leiden wir jedoch darunter, dass sich immer wieder Widerstand und Stagnation breitmachen und zum Rückzug geblasen wird, als ob das Konzil ein Desaster in der Kirchengeschichte gewesen wäre. Wir geben nicht auf. Es kann sein, dass wir mit unserer bereits „angehäuften Jugend“ die tatsächliche Applikation des Konzils nicht mehr erleben. Unsere Hoffnung stirbt dennoch nicht, dass die Kirche der Zukunft das wirkliche schon von Johannes XXIII erträumte  „Aggiornamento“ bewirkt, die Öffnung unserer Kirche für den Dienst an den Menschen aller Kontinente und Kulturen im Hier und Jetzt ihrer Geschichte.

Gleichzeitig möchte ich dir für deine Bücher und anderen Schriften danken, die mir stets eine Hilfe in meinem pastoralen Einsatz für die Menschen am Xingu und darüber hinaus waren.

Alles Gute und Gottes Segen zu deinem 85. Geburtstag.

Herzlichst,

Erwin Kräutler

Bischof em. vom Xingu

Altamira, 12. Dezember 2023

Fest U. L. Frau von Guadalupe


[1] Zitiert auf der Homepage von Paul M. Zulehner: Erfüllte Zeit, Pfingsten 2008, Pfingstsonntag.

[2] A. a. O.

[3] Als „Vater der Befreiungstheologie“ wird der peruanische Priester Gustavo Gutierrez O.P. bezeichnet. Er feierte am 8. Juni 2023 seinen 95 Geburtstag. In seinem Buch „Teologia de la liberación, Perspectivas“ entwickelte er die Befreiungstheoiogie. Der Begriff Theologie der Befreiung oder Befreiungstheologie wurde von ihm in einer Vorlesung von 1968 verwendet und geprägt:”Hacia una teología de la liberación”.

[4] Friedrich Schiller „Ode an die Freude“ aus dem Jahr 1785 wurde von Ludwig van Beethoven im Finale des 4. Satzes der am 7. Mai 1824 in Wien uraufgeführrten iX. Synphonie vertont.

[5] Johannes Paul II, Enzyklika „Sollicitudo Rei Socialis“, 39

[6] „O meine Heimat, du schöne, verlorene! O Erinnerung, du teure, verhängnisschwere!“ Der Text stammt von Temistocle Solera. Der Dichter inspirierte sich am Psalm 137 „An den Flüssen Babylons saßen wir und weinten, als wir dein gedachten, Zion“. Die Oper Nabucco von Giuseppe Verdi wurde am 9. März 1842 in der Mailänder Scala uraufgeführt. 

[7] Sondersynode im Vatikan vom  6. bis 27. Oktober 2019 mit dem Thema „Amazonien – neue Wege für die Kirche und eine ganzheitliche Ökologie”.

Natal: Netanyhau (Herodes) e a matança de inocentes em Gaza

Nos dias atuais estamos assistindo a atualização do relato bíblico:um feroz rei, cioso de seu poder, manda matar todas as crianças abaixo de um ano. O Herodes de hoje tem um nome Benjamin Netanyhau. Em seu furor vingativo, sua força militar, aérea,marítima e terrestre assassinou milhares de crianças, sendo que muitas delas jazem sob os escombros, além de outros milhares de civis que sequer pertencen ao grupo  Hamas. Não podemos deixar que esta tragédia obscureça a festa radiosa do Natal. Ela é demais preciosa para não ser recordada  e celebrada.Voltemos ao relato que nos enche de encanto,mesmo depois de mais de dois séculos. José e Maria, sua esposa, grávida de nove meses, estão a caminho vindo de Nazaré, do norte da Palestina para o sul, em Belém. São pobres como a maioria dos artesãos e camponeses mediterrâneos. Às portas de Belém, nos dias de hoje arrasada pelas tropas de Netanyhau, Maria entra em trabalho de parto:  segura a barriga pois a longa caminhada acelerou o processo de gestação. Batem à porta de uma hospedaria. Ouvem o que os pobres na história sempre ouvem:”não tem lugar para vocês na hospedaria”(Lc 2,7).

Abaixam a cabeça e se afastam preocupados. Como ela vai dar à luz? Sobrou-lhes, na vizinhança, uma estrebaria  de animais. Ai há uma manjedoura com palhas,  um boi e um jumento que, estranhamente, permanecem quietos, observando. Ela dá a luz a um menino entre os animais. Faz frio. Ela o envolve com panos e ajeita-o nas palhinhas. Choraminga alto como todos os recém nascidos.

Há pastores que velam à noite, vigiando o rebanho. Segundo os critérios de pureza legal da época, os pastores, são considerados impuros e por isso desprezados, por estarem sempre às voltas com os animais, seu sangue e seus excrementos.Diferente era a visão idílica dos gregos e dos romanos que idealizam a figura dos pastores. Mas são estes pobres e impuros pastores hebreus os primeiros a verem o Puer divinus, a divina criança.

 Surpreendentemente, uma luz os envolveu e escutaram do Alto uma voz lhes anunciando:”não temais anuncio-vos uma grande alegria que é para todo o povo; acaba de nascer o  Salvador; este é o sinal: encontrareis um menino envolto em panos,deitado numa manjedoura”. Ao porem-se, pressurosos, a caminho ouviram um cântico mavioso, de muitas vozes, vindo do Alto:”Glória a Deus nas alturas e paz na Terra aos homens  por Deus amados”(Lc 2,8-18). Chegam e se confirmou tudo o que lhes fora comunicado: aí está um menino, tiritando, enfaixado em panos e deitado na manjedoura,na companhia de animais.

Algum  tempo depois,eis que vem descendo o caminho, três sábios do Oriente. Sabiam interpretar as estrelas. Chegam. Extasiam-se pela misteriosidade da situação. Identificam no menino aquele que iria sanar a existência humana ferida. Inclinam-se, reverentes, e deixam presentes simbólicos: ouro,incenso e mirra. Com o coração leve e maravilhados, tomam o caminho de volta, evitando a cidade de Jerusalém, pois aí reinava um “Netanyhau” terrivelmente belicoso, pronto a mandar  matar quem visitara a criança divina.

Lição: Deus entrou no mundo, na calada da noite,sem que ninguém o soubesse. Não há pompa nem glória, que imaginaríamos adequadas a um menino que é Deus. Mas preferiu chegar fora da cidade, entre animais. Não constou na crônica da época, nem em Belém, nem  em Jerusalém, muito menos em Roma. No entanto, aí está Aquele que o universo estava gestando dentro de si há bilhões de anos, aquela “luz verdadeira que ilumina cada pessoa que vem a este mundo”(Jo 1,10). Deus não veio para divinizar o ser humano, Ele veio para se humanizar junto conosco.

Devemos respeitar e amar a forma como Deus quis entrar neste mundo: anônimo como anônimas são as grandes maiorias pobres e menosprezadas da humanidade.Quis começar lá em baixo para não deixar ninguém de fora. A situação humilhada e ofendida deles foi aquela que o próprio Deus  quis fazer sua.

Mas há também sábios e homens estudiosos das estrelas do universo, os cosmólogos e que captam atrás das aparências o mistério de todas as coisas. Entreveem neste menino de corpinho tiritante, que molha os paninhos, choraminga e busca, faminto, o seio da mãe, o Sentido Supremo de nossa caminhada e do próprio universo. Para eles é também Natal.

É verdade o que se diz  por aí: “Todo menino quer ser homem. Todo homem quer ser rei. Todo rei quer ser Deus. Só Deus quis ser menino”.

Esse é um lado, alvissareiro: um raio de luz no meio da noite escura. Um pouco de luz tem mais direito que todas as trevas.

Mas há o outro lado, sombrio e também trágico, referido anteriormente. Há um “Netanyhau” que não teme assassinar inocentes. José, atento, logo se dá conta: ele quer mandar matar o menino recém nascido.. Foge para o Egito com Maria e o menino ao colo que dorme, busca o seio e volta a dormir.

Milhares de crianças foram assassinadas em terras da Faixa de Gaza. Então se ouviu um dos lamentos mais comoventes de todas as Escrituras:”Em Ramá se ouviu uma voz, muito choro e gemido: é Raquel que chora os filhos assassinados e não quer ser consolada porque os perdeu para sempre”(Mt 2,18).

Os Herodes se perpetuam na história também durannte quatro anos no Brasil sob o Inelegível e atualmente na Palestina. Não obstante, haverá sempre uma estrela,como a de Belém, a iluminar nossos caminhos.Por mais perverso que sejam os Herodes,eles  não podem impedir que o sol nasça cada manhã nos trazendo esperança,especialmente aquele que foi chamado “O Sol da Esperança”.

Essa alegria é inaudita: a nossa humanidade,fraca e mortal, a partir do Natal começou a pertencer ao próprio Deus.Por isso algo nosso já foi eternizado pelo Puer aeternus que nos garante que os Herodes da morte jamais triunfarão.

Feliz Natal a todos com muita compaixão por tantas vítimas em Gaza, com  luz e discreta alegria.

Leonardo Boff é teólogo e escreveu O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Vozes 2009. Para encomendar:contato@leonardoboff.eco.br