La fine di tutte le cose: un bilancio del Tutto

Leonardo Boff

Quando arriva la fine dell’anno è consuetudine fare un bilancio sull’anno, nelle sue luci e nelle sue ombre. Questa volta rinunciamo a questo compito e ci domandiamo qualcosa di veramente radicale: come sarà la fine di tutte le cose?

Sappiamo, più o meno, quando ebbe inizio l’universo, 13,7 miliardi di anni fa. Possiamo sapere quando finirà, se per caso finirà? La risposta dipende dall’opzione di fondo che assumiamo. Due tendenze sono oggi predominanti nelle scienze dell’universo e della Terra: la visione quantitativa e lineare e la visione qualitativa e complessa.

La prima attribuisce centralità alla materia visibile (5%) e oscura (95%), agli atomi, ai geni, ai tempi, agli spazi e al tasso di usura dell’energia (entropia). Comprende l’universo come la somma globale degli esseri realmente esistenti.

La seconda, la qualitativa, considera le relazioni tra gli elementi, la forma in cui si strutturano gli atomi, i geni e l’energie. Non basta dire: questo apparecchio di televisione è composto da questi e quest’altri elementi. Ciò che lo rende un televisore è la sua organizzazione, collegata a una fonte di energia e di cattura delle immagini. In questa visione, l’universo è formato dall’insieme di tutte le relazioni.

Ognuna di queste opzioni si basa su qualcosa di reale e non immaginario e proietta la propria comprensione sul futuro dell’universo.

La visione quantitativa dice: siamo in un universo come un sistema chiuso, seppure in continua espansione ed equilibrato dalle quattro forze fondamentali: la gravità, la elettromagnetica, la nucleare debole e forte. Non sappiamo se l’universo si espande sempre di più fino a diluirsi completamente, oppure se raggiunge un punto critico e, a quel momento, comincia a ritrarsi su se stesso fino al punto iniziale, estremamente denso di energia e di particelle concentrate. Al big bang iniziale (grande esplosione) si contrapporrebbe il big crush terminale (grande schiacciamento).

Nulla impedisce, tuttavia, che il nostro universo attuale sia l’espansione di un altro universo precedente che si era ritratto. Sarebbe come un pendolo, che oscilla indefinitamente tra espansione e contrazione.

Altri avanzano l’ipotesi che l’universo non conosca né espansione totale né contrazione completa. Batterebbe come un cuore incommensurabile. Attraverserebbe dei cicli: quando la materia raggiungesse un certo grado di densità, si espanderebbe, quando, al contrario, raggiungesse un certo grado di raffinatezza, si contrarrebbe in un movimento perpetuo di avanti e indietro senza fine.

In ogni caso, secondo questa comprensione, basata sulla quantità, l’universo ha una fine inevitabile a causa della legge universale dell’entropia. Secondo questa legge le cose si consumano in modo inarrestabile: le nostre case si deteriorano, i nostri vestiti si logorano, spendiamo il nostro capitale energetico fino a esaurirlo tutto e allora moriremmo. Le galassie si sfaldano in immense nebulose, il nostro Sole, in 5 miliardi anni avrà bruciato tutto l’idrogeno, poi, per altri 4 miliardi di anni, tutto l’elio. In questo sinistro evento, avrà bruciato tutti i pianeti attorno a sé, inclusa la Terra. E la sua fine sarà una “nana bianca”[1].

In altre parole, tutti, l’universo, la Terra e ciascuno di noi, camminiamo incessantemente verso la morte termica, uno scenario di oscurità, in uno spazio praticamente vuoto, permeato da alcuni fotoni e neutrini perduti. Un collasso totale di tutta la materia e di tutta l’energia. Una fine infausta per tutte le cose.

Ma sarà questa l’ultima parola, terrificante e senza alcuna speranza? Non esisterà un’altra possibile lettura dell’evoluzione dell’universo che venga incontro al nostro desiderio di vivere e che tutto permanga in essere?

Sì, esiste questa lettura, basata non sulle quantità, ma sulle qualità dell’universo, messa in luce dai progressi delle varie scienze contemporanee. Essa ha propiziato tre mutazioni che hanno modificato la nostra visione della realtà e del suo futuro.

La prima è stata la teoria della relatività di Einstein, coniugata con la meccanica quantistica di Heisenberg e Bohr. Esse ci fanno capire che materia ed energia sono equivalenti. In fondo, tutto sarebbe energia sempre strutturata in campi, essendo la materia stessa una forma condensata di energia. L’universo è un gioco incessante di energie, in eruzione dall’Energia di Fondo (il vuoto quantico o l’Abisso che dà origine a tutto ciò che esiste), e in permanente interazione tra loro, dando origine a tutti gli esseri.

La seconda, derivata dalla prima, è stata la scoperta del carattere probabilistico di tutti i fenomeni. Ciascun essere rappresenta la concretizzazione di una probabilità. Ma anche se è così, lui continua a contenere dentro di sé innumerevoli altre probabilità che potrebbero venire a galla. E quando vengono a galla, lo fanno all’interno della seguente dinamica: ordine-disordine-nuovo ordine. Pertanto, la vita sarebbe emersa in un momento di elevata complessità della materia, lontana dall’equilibrio (in una situazione di caos) e che si è auto-ordinata, inaugurando un nuovo ordine che acquisiva sostenibilità e capacità di auto-riproduzione.

La terza, l’ecologia integrale, coglie e articola i livelli più distinti della realtà vedendoli come emergenze dell’unico e immenso processo cosmogenico, alla base di tutti gli esseri nell’universo. Esso ha carattere sistemico, pan-relazionale ed è aperto a forme sempre più complesse, ordinate, capaci di realizzare significati sempre più alti e consapevoli. Questa sarebbe la freccia del tempo e lo scopo dell’universo: non semplicemente dare la vittoria al più forte (adattabile di Darwin), ma anche realizzare virtualità per i più deboli (Swimme).

Queste tre correnti ci offrono un’altra visione del futuro della vita e dell’universo. Ilya Prigone ha mostrato l’esistenza di strutture dissipative, che dissipano l’entropia, in parole più semplici, che trasformano i rifiuti in una nuova fonte di energia e di un ordine diverso. In questa comprensione, l’universo è ancora nella genesi, poiché non ha finito di nascere. Esso è aperto, auto-organizzante, creativo, si espande creando lo spazio e il tempo. La freccia del tempo è irreversibile ed è caricata di proposito. Dove andremo? Noi non sappiamo. Si immagina che esista un Grande Attrattore che ci sta attraendo nella sua direzione.

Se nel sistema che privilegia la quantità e nel sistema chiuso prevaleva l’entropia, qui nel sistema aperto che enfatizza la qualità opera la sintropia, cioè la capacità di trasformare il disordine in un nuovo ordine, i rifiuti in una nuova fonte di energia e di vita. Cosi, ad esempio, quasi tutto ciò che esiste sulla Terra ci arriva dai rifiuti del sole (i raggi che emette).

Questa visione è più coerente con la propria dinamica interna dell’universo. Esso avanza creando il futuro. La vita cerca in tutti i modi di perpetuarsi. I nostri desideri più permanenti sono di vivere più a lungo e meglio. La morte stessa sarebbe un’invenzione intelligente della vita stessa per liberarsi dai limiti spazio-temporali e poter proseguire nel gioco delle relazioni del tutto con tutto, aprendosi a un Futuro assoluto.

Ecco perché la vita attraversa il tempo verso l’eternità per continuare la sua traiettoria di futuro ed espansione. In una visione teologica, alla Teilhard de Chardin, è allora che imploderemo ed esploderemo nella Realtà Suprema (Punto Omega) che ha creato ogni cosa. Tutti gli esseri conosceranno la propria fine, non come termine, ma come meta raggiunta. Qual è la fine di tutti gli esseri? Raggiungere il proprio fine, la propria piena realizzazione e cadere così tra le braccia di Dio-Padre-e-Madre e vivere una vita che non conosce più entropia, solo futuro sempre aperto e senza fine.

E allora sarà il puro Essere nel ridente splendore della sua gloria.

Leonardo Boff ha scritto De onde veio? O universo, a vida, o espírito e Deus, Animus/Anima, Petrópolis 2022; con il cosmologo Mark Hathaway, O Tao da Libertação, uma ecologia da transformação, Orbis Books, NY, Vozes. Petrópolis 2010 in italiano Campo dei Fiori.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


[1] In astronomia è il prodotto finale dell’evoluzione della vita di una stella.

Das Ende aller Dinge:eine Bilanz des Ganzen

Wenn sich das Jahr dem Ende zuneigt, ziehen wir gewöhnlich Bilanz über den Verlauf des Jahres mit seinen Licht- und Schattenseiten. Diesmal verzichten wir auf diese Aufgabe und fragen uns etwas wirklich Radikales: Wie wird das Ende aller Dinge aussehen?

Wir wissen, wann das Universum begann, vor etwa 13,7 Milliarden Jahren. Können wir wissen, wann es enden wird, wenn überhaupt? Die Antwort hängt von der Wahl des Hintergrunds ab, die wir treffen. In den Wissenschaften über das Universum und die Erde gibt es heute zwei vorherrschende Tendenzen: die quantitative und lineare Sichtweise sowie die qualitative und komplexe Sichtweise.

Die erste Sichtweise stellt die sichtbare Materie (5 %) und die dunkle Materie (95 %), die Atome, die Gene, die Zeit, den Raum und die Geschwindigkeit des Energieverbrauchs in den Mittelpunkt. Sie begreift das Universum als die Summe der real existierenden Wesen.

Die zweite, qualitative, betrachtet die Beziehungen zwischen den Elementen, die Art und Weise, wie Atome, Gene und Energien strukturiert sind. Es reicht nicht aus, zu sagen: Dieser Fernseher besteht aus solchen und solchen Elementen. Was ein Fernsehgerät ausmacht, ist die Organisation dieser Elemente, die mit einer Energiequelle und einer Bildaufnahme verbunden sind. In diesem Verständnis besteht das Universum aus allen Beziehungen.

Jede dieser Optionen geht von etwas Realem und nicht von etwas Imaginärem aus und entwirft ihre Vision von der Zukunft des Universums.

Die quantitative Sichtweise besagt, dass wir uns in einem Universum befinden, das ein geschlossenes System ist, das sich jedoch ständig ausdehnt und durch die vier fundamentalen Kräfte – Gravitationskraft, elektromagnetische Kraft, schwache Kernkraft und starke Kernkraft – ausgeglichen wird. Wir wissen nicht, ob sich das Universum immer weiter ausdehnt, bis es sich völlig auflöst, oder ob es einen kritischen Punkt erreicht und beginnt, sich wieder auf seinen Ausgangspunkt zusammenzuziehen, der sehr dicht an Energie und konzentrierten Teilchen ist. Dem anfänglichen Big Bang (der großen Explosion) würde der abschließende Big Crunch (der große Zusammenbruch) gegenüberstehen.

Es spricht jedoch nichts dagegen, dass unser heutiges Universum die Expansion eines früheren Universums ist, das sich zusammenzog. Es wäre wie ein Pendel, das auf unbestimmte Zeit zwischen Ausdehnung und Rückzug hin und her schwingt.

Andere stellen die Hypothese auf, dass das Universum weder eine vollständige Expansion noch einen vollständigen Rückzug kennt. Es würde wie ein unermessliches Herz schlagen. Es würde Zyklen durchlaufen: Wenn die Materie einen bestimmten Verdichtungsgrad erreicht, würde sie sich ausdehnen; wenn sie dagegen einen bestimmten Verfeinerungsgrad erreicht, würde sie sich in einer ewigen Bewegung von endlosem Hin und Her zusammenziehen.

In jedem Fall hat das Universum nach diesem quantitativen Verständnis aufgrund des universellen Gesetzes der Entropie ein unvermeidliches Ende. Diesem Gesetz zufolge nutzen sich die Dinge unwiederbringlich ab: Unsere Häuser verfallen, unsere Kleidung zerreißt, wir verbrauchen unser Energiekapital, bis wir es ganz aufgebraucht haben, und dann sterben wir. Die Galaxien zerfallen in riesige Nebel, unsere Sonne wird in 5 Milliarden Jahren den gesamten Wasserstoff verbrannt haben, in weiteren 4 Milliarden Jahren dann das gesamte Helium. In diesem unheilvollen Zwielicht wird sie alle Planeten um sich herum, einschließlich der Erde, verbrannt haben. Und ihr Ende wird in einem Weißer Zwerg bestehen.

Mit anderen Worten, wir alle, das Universum, die Erde und jeder einzelne von uns, gehen unaufhaltsam auf den thermischen Tod zu, ein Szenario der Dunkelheit in einem praktisch leeren Raum, durchzogen von verlorenen Photonen und Neutrinos. Ein totaler Zusammenbruch aller Materie und aller Energie. Ein unglückliches Ende aller Dinge.

Aber ist dies das letzte Wort, erschreckend und hoffnungslos? Gibt es nicht eine andere mögliche Lesart der Entwicklung des Universums, die unseren Wunsch zu leben und alles im Sein zu belassen befriedigt?

Ja, es gibt eine solche Lesart, die sich nicht auf die Quantitäten, sondern auf die Qualitäten des Universums stützt, die durch den Fortschritt der verschiedenen zeitgenössischen Wissenschaften ans Licht gebracht wurden. Sie hat drei Mutationen hervorgebracht, die unsere Sicht der Realität und ihrer Zukunft verändert haben.

Die erste war die Relativitätstheorie von Einstein in Verbindung mit der Quantenmechanik von Heisenberg und Bohr. Sie machen uns klar, dass Materie und Energie gleichwertig sind. Im Grunde wäre alles Energie, die immer in Feldern strukturiert ist, wobei die Materie selbst eine kondensierte Form von Energie ist. Das Universum wäre ein unaufhörliches Spiel von Energien, die aus der Hintergrund-Energie (Quanten-Vakuum oder Abgrund, aus dem alles Existierende stammt) ausbrechen und in ständiger Wechselwirkung zueinanderstehen, so dass alle Wesen entstehen.

Die zweite, aus der ersten abgeleiteten Erkenntnis, war die Entdeckung des probabilistischen Charakters aller Phänomene. Jedes Wesen stellt die Konkretisierung einer Wahrscheinlichkeit dar. Aber selbst wenn dies der Fall ist, enthält es in sich selbst noch andere Wahrscheinlichkeiten, die ans Licht kommen können. Und wenn sie zum Vorschein kommen, dann im Rahmen der folgenden Dynamik: Ordnung – Unordnung – neue Ordnung. So wäre das Leben in einer Zeit hoher Komplexität der Materie entstanden, weit entfernt vom Gleichgewicht (in einer Situation des Chaos), die sich selbst geordnet hat und eine neue Ordnung einleitete, die Nachhaltigkeit und die Fähigkeit zur Selbstreproduktion erlangte.

Die dritte, die integrale Ökologie, begreift und artikuliert die unterschiedlichsten Ebenen der Wirklichkeit, indem sie sie als Hervorbringungen des einzigartigen und immensen kosmogenen Prozesses betrachtet, der allen Wesen im Universum zugrunde liegt. Sie hat einen systemischen, pan-relationalen und offenen Charakter in Richtung immer komplexerer Formen, die geordnet sind und immer höhere und bewusstere Sinne hervorbringen können. Dies wäre der Pfeil der Zeit und der Zweck des Universums: nicht einfach den Sieg des Stärkeren (Darwins Anpassungsfähigkeit), sondern die Verwirklichung der Virtualität auch des Schwächeren (Swimme).

Diese drei Stränge bieten uns eine andere Vision von der Zukunft des Lebens und des Universums. Ilya Prigogine hat die Existenz dissipativer Strukturen aufgezeigt, die Entropie abbauen, einfacher gesagt, die Müll in eine neue Energiequelle anderer Ordnung verwandeln. In diesem Verständnis befindet sich das Universum noch in der Entstehung, denn es ist noch nicht geboren. Es ist offen, selbstorganisierend, kreativ, expandierend, schafft Raum und Zeit. Der Pfeil der Zeit ist unumkehrbar und mit einem Ziel aufgeladen. Wohin werden wir gehen? Wir wissen es nicht. Er deutet auf die Existenz eines großen Anziehungspunktes hin (der grosse Atraktor) der uns in die Richtung seiner selbst zieht.

Wenn in dem System, das die Quantität und das geschlossene System bevorzugt, die Entropie vorherrschte, funktioniert hier, in dem offenen System, das die Qualität betont, die Syntropie, d. h. die Fähigkeit, Unordnung in eine neue Ordnung, Müll in eine neue Energie- und Lebensquelle zu verwandeln. So entsteht zum Beispiel aus dem Abfall der Sonne (aus den von ihr ausgesandten Strahlen) fast alles, was auf der Erde existiert.

Diese Vision steht mehr im Einklang mit der inneren Dynamik des Universums. Es bewegt sich vorwärts und schafft die Zukunft. Das Leben strebt danach, sich auf jede erdenkliche Weise fortzusetzen. Unsere dauerhafteste Sehnsucht ist es, länger und besser zu leben. Der Tod selbst wäre eine intelligente Erfindung des Lebens selbst, um sich von den raum-zeitlichen Grenzen zu befreien und das Spiel der Beziehungen von allem mit allem fortsetzen zu können und sich einer absoluten Zukunft zu öffnen.

Deshalb macht das Leben diese Reise von der Zeit in die Ewigkeit, um dort seinen Weg der Zukunft und der Expansion fortzusetzen. In einer theologischen Vision à la Teilhard de Chardin ist dies der Zeitpunkt, an dem wir, wie er sagte, “implodieren und explodieren” in der Höchsten Wirklichkeit (Omega-Punkt) die alles geschaffen hat. Alle Wesen werden ihr Ende kennen, nicht als Ende, sondern als ein erreichtes Ziel. Was ist das Ziel aller Wesen? Ihr Ziel, ihre volle Verwirklichung zu erreichen und so in die Arme von Gott-Vater-und-Mutter zu fallen und ein Leben zu leben, das keine Entropie mehr kennt, sondern nur noch die immer offene und endlose Zukunft.

Und dann wird es das reine Selbst in der strahlenden Pracht seiner Herrlichkeit sein.

Leonardo Boff schriebt zusamen mit dem Kosmologen Mark Hathaway, The Tao of Liberation: exploring a Ecology of Transformation.Vorwort von Fritjof Capra, Orbis Books, NY, 2010; deutsch Litverlag,Münster 2013.

Übersetzt von Bettina Goldhartnack

Natale: Netanyhau (Erode) e la strage degli innocenti a Gaza

        Leonardo Boff

Ai giorni nostri assistiamo all’aggiornamento del racconto biblico: un re feroce, geloso del suo potere, ordina l’uccisione di tutti i bambini sotto un anno. L’Erode di oggi si chiama Benjamin Netanyhau. Nella sua furia vendicativa, le sue forze militari, aeree, marittime e terrestri hanno ucciso migliaia di bambini, molti dei quali giacciono sotto le macerie, oltre a migliaia di altri civili che non appartengono nemmeno al gruppo di Hamas. Non possiamo lasciare che questa tragedia offuschi la radiosa celebrazione del Natale. È troppo preziosa per non essere ricordata e celebrata.

Torniamo alla storia che ci riempie di incanto, anche a distanza di più di venti secoli. Giuseppe e Maria, sua moglie, incinta di nove mesi, sono in viaggio da Nazaret, dal nord della Palestina al sud, a Betlemme. Sono poveri come la maggior parte degli artigiani e dei contadini del Mediterraneo. Alle porte di Betlemme, devastata nei nostri giorni dalle truppe di Netanyahau, Maria entra nel travaglio del parto: si tiene la pancia perché la lunga camminata ha accelerato il processo di gestazione. Bussano alla porta di una locanda. Odono quello che i poveri della storia sentono sempre: «non c’è posto per voi nell’albergo» (Lc 2,7).

Abbassano la testa e si allontanano preoccupati. Come potrà dare luce alla sua creatura? Gli resta, nelle vicinanze, una stalla per animali. Lì c’è una mangiatoia con paglia, un bue e un asinello che, stranamente, restano tranquilli a guardare. Lei dà alla luce un bambino tra gli animali. Fa freddo. Lo avvolge nei panni e lo dispone sulla paglia. Piange rumorosamente come tutti i neonati.

Ci sono pastori che vegliano di notte a guardia del loro gregge. Secondo i criteri di purezza legale dell’epoca, i pastori sono considerati impuri e quindi disprezzati, poiché erano sempre in mezzo agli animali, al loro sangue ed ai loro escrementi. Diversa era la visione idilliaca dei greci e dei romani che idealizzavano la figura dei pastori. Ma sono questi poveri e impuri pastori ebrei i primi a vedere il Puer divinus, il bambino divino.

Sorprendentemente, una luce li avvolse e udirono una voce dall’Alto che annunciava loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore […] Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Mentre si mettevano in cammino, in fretta, udirono un canto meraviglioso, a più voci, provenire dall’Alto: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,8-18). Arrivano e si conferma tutto ciò che era stato loro comunicato: lì c’era un bambino, tremante, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia, in compagnia di animali.

Qualche tempo dopo, ecco che tre saggi provenienti dall’Oriente scendono lungo il sentiero. Sapevano interpretare le stelle. Arrivano. Sono estasiati dal mistero della situazione. Individuano nel bambino colui che potrà guarire l’esistenza umana ferita. Si inchinano, riverenti, e lasciano doni simbolici: oro, incenso e mirra. Con il cuore leggero e meravigliati, ripresero la via del ritorno, evitando la città di Gerusalemme, dove regnava un “Netanyhau” terribilmente bellicoso, pronto a ordinare la morte di chiunque avesse visitato il bambino divino.

Lezione: Dio è entrato nel mondo, nel cuore della notte, senza che nessuno lo sapesse. Non c’è sfarzo né gloria, che immagineremmo adatti ad un bambino che è Dio. Ma ha preferito arrivare fuori città, tra gli animali. Non risulta nelle cronache dell’epoca, né a Betlemme, né a Gerusalemme, tanto meno a Roma. Tuttavia, sta lí Colui che l’universo portava dentro di sé da miliardi di anni, quella «luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,10). Dio non è venuto per divinizzare l’essere umano, Lui è venuto per umanizzarsi insieme a noi.

Dobbiamo rispettare e amare il modo come Dio ha voluto entrare in questo mondo: anonimo come anonime sono le grandi maggioranze povere e disprezzate dell’umanità. Ha voluto cominciare là dal basso per non lasciare fuori nessuno. La loro situazione umiliata e offesa era quella che Dio stesso voleva far propria.

Ma ci sono anche saggi e uomini che studiano le stelle dell’universo, i cosmologi, che colgono dietro le apparenze il mistero di tutte le cose. Intravvedono in questo bambino dal corpo tremante, che bagna i panni, piagnucola e cerca, affamato, il seno della madre, il Significato Supremo del nostro viaggio e dell’universo stesso. Anche per loro è Natale.

È vero quello che si dice: “Ogni bambino vuole essere un uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere Dio. Solo Dio ha voluto essere un bambino”.

Questo è un lato, di buon auspicio: un raggio di luce in mezzo alla notte oscura. Un poco di luce ha più diritto di tutte le tenebre.

Ma c’è un altro lato, oscuro e anch’esso tragico, citato in precedenza. Esiste un “Netanyhau” che non ha paura di uccidere persone innocenti. Giuseppe, attento, ben presto se ne rende conto: vuole far uccidere il bambino appena nato. Fugge in Egitto con Maria e il bambino nel grembo che dorme, cerca il seno e torna a dormire.

Migliaia di bambini furono assassinati nelle terre della Striscia di Gaza. Allora si udì uno dei lamenti più commoventi di tutte le Scritture: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2,18).

Gli Erodi si perpetuano nella storia, anche per quattro anni in Brasile sotto il ‘non-eleggibile’ e attualmente in Palestina. Nonostante, ci sarà sempre una stella, come quella di Betlemme, ad illuminare i nostri cammini. Per quanto malvagi siano gli Erode, non possono impedire al sole di sorgere ogni mattina portandoci speranza, soprattutto colui che fu chiamato “Il Sole della speranza”.

Questa gioia non ha precedenti: la nostra umanità, debole e mortale, da Natale in poi ha cominciato ad appartenere allo stesso Dio. Pertanto, qualcosa di nostro è già stato reso eterno dal Puer aeternus che ci garantisce che gli Erode della morte non trionferanno mai.

Buon Natale a tutti con grande compassione per le tante vittime a Gaza, con luce e gioia discreta.

Leonardo Boff è teologo e ha scritto O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Vozes 2009.

Para encomendar: contato@leonardoboff.eco.br

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Navidad: Netanyahu (Herodes) y la matanza de inocentes en Gaza

   Leonardo Boff*                   

En estos días estamos asistiendo a la actualización del relato bíblico: un rey feroz, celoso de su poder, manda matar a todos los niños menores de un año. El Herodes de hoy tiene un nombre, Benjamín Netanyahu. En su furor vengativo, su fuerza militar, aérea, marítima y terrestre ha asesinado a miles de niños, muchos de ellos todavía yacen bajo los escombros, además de a muchos otros miles de civiles que ni siquiera pertenecen a Hamas. No podemos dejar que esta tragedia oscurezca la fiesta radiante de Navidad. Ella es demasiado preciosa para no ser recordada y celebrada.

Volvamos al relato que nos llena de encanto aún ahora, más de dos mil años después. José y María, su esposa, embarazada de nueve meses, vienen de Nazaret, en el norte de Palestina, a Belén, en el sur. Son pobres como la mayoría de los artesanos y campesinos mediterráneos. A las puertas de Belén, en  estos días arrasada por las tropas de Netanyahu, María se pone de parto: se sostiene el vientre pues la larga caminada  ha acelerado el  proceso de gestación. Llaman a la puerta de una posada y oyen lo que los pobres de la historia oyen siempre: “no hay sitio para ustedes en la posada” (Lc 2,7).

Bajan la cabeza y se alejan preocupados. ¿Cómo va a dar a luz? Descubren en las cercanías un establo de animales. Allí hay un pesebre con pajas, un buey y una mula que, extrañamente, permanecen en silencio, observando. Ella da a luz un niño, entre los animales. Hace frío. Lo envuelve en pañales y lo acuesta sobre las pajas. El crío llora alto como todos los recién nacidos.

Hay pastores que velan en la noche, vigilando el rebaño. Según los criterios de pureza legal de la época, los pastores eran considerados impuros y por eso despreciados, por estar siempre rodeados de animales, su sangre y sus excrementos. La visión idílica de los griegos y de los romanos que idealizan la figura de los pastores, tocando alegremente su flauta, era diferente. Pero son estos pobres e impuros los primeros  en ver al Puer divinus, al niño divino.

De repente los envolvió una luz y escucharon desde lo Alto una voz anunciándoles: “no  temáis, os anuncio una gran alegría, que es para todo el pueblo; acaba de nacer el Salvador; esta es la señal: encontrareis un niño envuelto en pañales, acostado en un pesebre”. Al ponerse, presurosos, en camino oyeron un cántico maravilloso, de muchas  voces, que venía de lo Alto: “Gloria a Dios en las alturas y paz en la Tierra a los hombres amados por Dios” (Lc 2,8-18). Llegan y confirman todo lo que se les había comunicado: ahí está el niño, tiritando, envuelto en pañales y acostado en un pesebre, en compañía de animales.

Algún tiempo después, he aquí que vienen bajando por el camino tres sabios de Oriente. Sabían interpretar las estrellas. Llegan. Se extasían ante la misteriosidad de la situación. Identifican en el niño a aquel que iría a sanar la existencia humana herida. Se inclinan, reverentes, y dejan presentes simbólicos: oro, incienso y mirra. Con el corazón ligero y maravillados toman el camino de vuelta, evitando la ciudad de Jerusalén, pues ahí reinaba un “Netanyahu” terriblemente belicoso, dispuesto a mandar matar a quien viera al niño divino.

Lección: Dios entró en el mundo en la oscuridad de la noche, sin que nadie lo supiese. No hay pompa ni gloria, que imaginaríamos adecuadas a un niño que es Dios. Pero prefirió llegar fuera de la ciudad, entre animales. No constó en la crónica de la época, ni en  Belén, ni en Jerusalén, mucho menos en Roma. Sin embargo, ahí está Aquel que el universo estaba gestando dentro de sí hacía miles de millones de años, la “luz verdadera que ilumina a cada persona que viene a este mundo” (Jn 1,10).

Debemos respetar y amar la forma como Dios quiso entrar en este mundo: anónimo como anónimas son las grandes mayorías pobres y menospreciadas de la humanidad. Quiso empezar desde abajo para no dejar fuera a nadie.

La situación humillada y ofendida de ellos fue la que el propio Dios quiso hacer suya.

Pero hay también sabios y hombres estudiosos de las estrellas del universo, los cosmólogos, los astrofísicos que captan por detrás de las apariencias el misterio de todas las cosas. Ven en este niño que tirita de frio, moja los pañales, lloriquea y busca, hambriento, el pecho de su madre, el Sentido Supremo de nuestro caminar y del propio universo. Para ellos también es Navidad. Dios vino no para divinizar al ser humano. El vino para se humanizar, para enseñarnos a vivir.

Es verdad lo que se dice: “Todo niño quiere ser hombre. Todo hombre quiere ser rey. Todo rey quiere ser Dios. Solo Dios quiso ser niño”.

Este es un lado, gozoso: un rayo de luz en medio de la noche oscura. Un poco de luz tiene más derecho que todas las tinieblas.

Pero hay otro lado, sombrío y también trágico, mencionado antes. Hay un “Netanyahu” que no teme matar inocentes. José, atento, pronto se da cuenta de que quiere mandar matar al niño recién nacido. Huye a Egipto con María y el niño en brazos, que duerme, busca el pecho y vuelve a dormir.

Miles de niños han sido asesinados en tierras de la Franja de Gaza parte de Palestina, la tierra de Jesús. Entonces se oyó uno de los lamentos más  conmovedores de todas las Escrituras: “En Ramá se oye una voz, gran llanto y gemidos, es Raquel que llora a sus hijos asesinados y no quiere ser consolada porque los perdió para siempre”(Mt 2,18).

Los Herodes se perpetúan en la historia, también durante cuatro años en Brasil, bajo e presidente Bolsonaro que,insensible dejó morir 300 mil ciudadanos  por negarles las vacunas salvadoras y actualmente en Palestina, bajo un cruel Primer Ministro Netanyhau. No obstante, habrá siempre una estrella, como la de Belén, que ilumine nuestros caminos. Por más perversos que sean los Herodes, ellos no pueden impedir que el sol nazca cada mañana trayéndonos esperanza, especialmente aquel que fue llamado “El Sol de la Esperanza”.

Es una alegría inaudita: nuestra humanidad, débil y mortal, a partir de Navidad empezó a pertenecer al mismo Dios. Por eso algo nuestro ha sido ya eternizado por el Divino Niño que nos garantiza que los Herodes de la muerte jamás triunfarán.

Feliz Navidad a todos con mucha compasión por tantas víctimas en Gaza, con luz y discreta alegría.

*Leonardo Boff es teólogo y ha escrito O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Navidad: la humanidad y la  jovialidad de nuestro Dios, Vozes 2009 y Sal Terra. Para hacer un pedido: contato@leonardoboff.eco.br

Traducción de María José Gavito Milano