Quali sono i bisogni fondamentali?

L’essere umano è per sua natura un essere carente sotto molti aspetti. Ha bisogno di un grande impegno per sodisfarle e poter vivere, non una vita miserabile ma una vita di qualità.

Dietro ogni bisogno, si nasconde un desiderio e un timore: desiderio di poter soddisfarlo nella forma più conveniente possibile e il timore di non riuscirci e quindi dover soffrire. Chi possiede, teme di perdere: chi non ha, desidera avere. Questa è la dialettica dell’esistenza.

Maestri delle più grandi tradizioni dell’umanità e delle scienze dell’umano. convengono più o meno sui seguenti bisogni fondamentali: abbiamo bisogni biologici: in una parola dobbiamo mangiare, bere, abitare, vestirci e avere sicurezza. Gran parte del tempo è impegnato nel soddisfare tali bisogni. Le grandi maggioranze dell’umanità li soddisfano in forma precaria o per mancanza di lavoro o perché la solidarietà e la compassione sono beni scarsi.

La prima petizione del Padre Nostro, è per il pane quotidiano perché la fame non può aspettare. Ma noi non chiediamo a Dio che ogni giorno faccia miracoli e così ci lasci liberi di produrre il pane. Chiediamo che il clima e la fertilità dei suoli siano favorevoli.

Oltre a questo abbiamo bisogno di sicurezza. Possiamo ammalarci e soccombere a rischi che ci privano della vita. Possono provenire dalla natura, dalle tempeste, dai fulmini, da secche prolungate, dasmottamenti di terreno, da qualsiasi tipo di incidente. Possono provenire soprattutto dall’essere umano, che ha dentro di sé non solo l’istinto della vita, ma anche quello della morte. Può perdere l’autocontentamento e eliminare l’altro. Tutto questo genera in noi paura. E nutriamo la speranza di neutralizzarlo. Il fatto che siamo vissuti in caverne e poi in case dimostra la nostra ricerca di sicurezza.

Il fatto è che mai controlliamo tutti i fattori. Sempre possiamo essere vittime innocenti o colpevoli. E’ a questo punto che gridiamo invocando Dio, non perché ci allontani dall’abisso, ma perché dia il coraggio di evitarlo e così continuare a vivere.

In terzo luogo abbiamo bisogno di appartenenza: siamo esseri societari, apparteniamo a uma famiglia, a una etnia, a un determinato luogo, a un paese, al Pianeta Terra. Quello che rende penosa la sofferenza è la solitudine, il non poter contare con una spalla amica e una mano accogliente, dato che siamo il frutto delle attenzioni delle nostre mamme, che ci hanno tenuti in braccio, vogliamo moriré stringendo la mano di qualche vicino o di chi ci ama.

In fondo all’abisso esistenziale invochiamo gridando la mamma o Dio e sappiamo che lui ti dà retta, perché lui è sensibile alla voce dei suoi figli e delle sue figlie, e sente il batticuore del nostro cuore spaventato.

Per questo bisogna garantire il sentimento di appartenenza, caso contrario noi ci sentiamo come cani sperduti e abbandonati.

In quarto luogo abbiamo bisogno di autostima. Esistere non basta. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: “Sii benvenuto in mezzo a noi, tu sei importante per noi. Il rifiuto ci fa provare ancora da vivi l’esperienza della morte. Abbiamo quindi bisogno di essere riconosciuti come persone con le nostre differenze e individualità. Caso contrario siamo come una pianta senza nutrienti che va peggiorando fino a morire. E come è importante quando qualcuno ci chiama per nome e ci abbraccia. La nostra umanità negata ci viene resa e possiamo continuare il cammino con speranza e senza paura.

Infine abbiamo necessità di autorealizzazione. Questo è il grande miraggio, la grande e sfida dell’essere umano: di poter realizzarsi e diventare umano. Siamo un mistero per noi stessi. Non è che non sappiamo niente dell’essere umano. Al contrario, quanto più sappiamo, tanto più si allargano le dimensioni di quello che non sappiamo. Abbiamo nostalgia delle stelle da cui siamo venuti.

Ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro, al Tutto. Per quanto andiamo alla ricerca dell’oggetto che sazi il nostro desiderio, non lo troviamo tra gli esseri che ci stanno intorno, ma sappiamo quanto basta per poterci definire esseri di apertura all’altro. Siamo esseri dal desiderio illimitato. Desideriamo l’essere essenziale e troviamo solo esseri accidentali. Come riusciremo dunque la nostra autorealizzazione, se ci percipiamo come progetto infinito?

E’ in questo cammino affannoso há um senso parlare di Dio come essere essenziale e oscuro oggetto del nostro desiderio infinito. Autorealizzarsi pertanto implica un coinvolgersi con Dio. Coinvolgersi con Dio è risvegliare in noi la spiritualità, quella capacità di sentire un’energia poderosa e amorosa, che sorpassa tutta la realtà. È poter vedere il mare in un’onda e in una goccia d’acqua l’immensità dell’Amazzonia.

Spiritualità è avere sete e fame di un estremo abbraccio riposante, dove finalmente tutte le nostre necessità saranno soddisfatte, dove spariscono tutti i timori e ci riposeremo. Fino a quando non elaboriamo questo centro, ci sentiamo nella preistoria di noi stessi, esseri interi ma non rifiniti e letteralmente frustrati. Entrando in comunione con l’essere essenziale, per abbandonarci a lui, silenziosamente e senza condizioni, con l’orazione e la meditazione, apriamo una fonte di energie incomparabile e irresistibile. Effetto: gioia pura, leggerezza di vita, beatitudine come consentita a viandanti.

Traduzione; Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

The Ethical and Humanitarian Communism of Oscar Niemeyer

I did not have many encounters with Oscar Niemeyer, but those I had were long and intense. What would an architect and a theologian talk about, if not of God, religion, injustice against the poor, and the meaning of life?

In our conversations, I sensed someone with a profound saudade of God. He envied me because, even though he considered me an intelligent person, I still believed in God, something he could not do. But I would calm him down by saying: what is important is not to believe or not to believe in God, but to live ethically, with love, solidarity and compassion for those who suffer most. Because at the dusk of life, that is what counts. And in this respect he was very solid. His gaze would be lost in the distance, with a soft glow.

He was once very impressed when I told him this phrase from a medieval theologian: «If God exists as things exists, then God does not exist». And he asked: «what does that mean?» I replied: «God is not an object that can be found anywhere; if it were so, God would be part of the world and not God». But then he would ask: «and what is that God?» And almost in a whisper, I told him: «God is like a species of powerful and loving Energy that creates the conditions so that things may exist; God is more or less like the eye: that sees all but cannot see Itself; or like the thought: the strength through which the thought thinks, can not be thought». He remained thoughtful, but continued: «Christian theology says that?» And I replied: «Christian theology says that, but it is ashamed of saying it, because then it should be silent instead of talking; and it is always talking, especially the popes». But I comforted him with a line attributed to the great Argentinean, Jorge Luis Borges: «Theology is a curious science: in her all is true because all is invented». Niemeyer was amused by that. And he found very graceful the beautiful trouvaille of a sweeper of Rio de Janeiro, the famous Gari Sorriso: «God is the wind and the moon; the dynamic of growing, applause for the one who climbs up and help for the one who is descending». I suspect Oscar would have no difficulty accepting that God, who is so humane and so near us.

He smiled softly and I took the opportunity to say: «Is it not the same with your architecture? In architecture all is simple and beautiful, not because it is rational, but because all is invented and the fruit of the imagination». He agreed with that, adding that he found more inspiration for architecture by reading poetry, novels, and fiction, than by giving himself to intellectual elucidation. I said to him: «in religion it is more or less like that: the greatness of religion is fantasy, the utopic capacity of projecting kingdoms of justice and heavens of happiness. And great modern religious thinkers such as Bloch, Goldman, Durkheim, Rubem Alves and others do not say anything different: our error was to place religion within reason, when its natural niche is found in the imagination and the principle of hope. There religion reveals its truths and can inspire in us the meaning of life».

To me, the greatness of Oscar Niemeyer is not only his genius, which is recognized and praised around the world, but his conception of life and in the depth of his communism. To him, «life is a gust of wind», light and fleeting, but one to be lived with total integrity. Above all, life to him was not pure enjoyment, but creativity and work. He worked up to the end, like Picasso, producing more than 600 works. And, since he was a complete being, he cultivated the arts, literature and sciences. He had began to study cosmology and quantum physics late in life. He was filled with admiration and amazement at the immensity of the universe.

But above all, he cultivated friendship, solidarity and the esteem of everyone. «Architecture is not what is important» he repeated many times, «what is important is life». But not just any life; a life lived in search of the necessary transformation to overcome injustice against the poor, one that improves this perverse world, a life that translates into solidarity and friendship. In the Jornal do Brasil, 21/04/2007, he confessed: «The fundamental is to recognize that life is unjust, and that only by lending each other a hand, as brothers and sisters, can we live life better».

His communism is very close to the communism of the early Christians, as written about in The Acts of the Apostles, chapters 2 and 4. There is said that, “Christians put everything in common and there were no poor among them”. Consequently, it was not an ideologic communism, but ethical and humanitarian one: to share, to live with sobriety, as he always lived, to divest oneself of money, and help those who need it. Everything should be in common. To a journalist who asked him if he would take a pill to have eternal youth, he coherently replied: «I would accept it if it were for all the world; I do not want immortality only for myself».

A moment that stayed with me, occurred at the beginning of the 1980s. Oscar was in Petropolis, and invited me to have lunch with him. I had returned that day from Cuba, where, at the request of Fidel Castro, with Frei Betto, we had dialogued for several years with different echelons of government, (always watched over by the SNI) to see if we could extract them from their dogmatic and rigid conceptions of Soviet Marxism. Those were tranquil times in Cuba. With the support of the Soviet Union, it could carry out its splendid projects of health, education and culture. I shared with him the fact that, no matter where I had gone in Cuba, I never found favela-like shanty towns, but a dignified and industrious poverty. I told him a thousand things about Cuba that, according to Frei Betto, was at that time, «a Bahia that had flourished». His eyes would shine. He almost did not eat. He was filled with enthusiasm, at seeing that, somewhere in the world, his dream of communism could, at least in part, become embodied and be good for the majorities.

It was great my surprise when, two days later, an article by him appeared in the Folha de São Paulo, with a beautiful drawing of three mountains with a cross above. Above it, it said: «Coming down the highland of Petropolis to Rio, I, who am an atheist, prayed to the God of Brother Boff that the situation of the Cuban people may one day be a reality in Brazil». That was the warm, soft and radically human generosity of Oscar Niemeyer.

I have an everlasting remembrance from him. From Darcy Ribeiro, who was a friend-brother of Oscar, I acquired a small apartment in the Alto de Boa-Vista neighborhood, in the Enchanted Valley. From there, the entire Barra de Tijuca can be seen, up to the end of the Recreio de los Bandeirantes. Oscar remade that apartment for his friend, in such a way that, Darcy (who was small in stature) could always see the sea. He made a platform about 50 centimeters high, and, since it could not be otherwise, with a beautiful curve for a corner, as a sea wave on the body of a beloved woman. There I retire when I want to write or meditate a little, because a theologian also must take care to save his soul.

On two occasions, he offered to design a model of a small church for the place where I live, Araras in Petropolis. I declined because I considered it unjust to revalue my property with the work of such a genius as Niemeyer. After all, God is neither in heaven nor on Earth, but there where the doors are open.

Life is not destined to disappear with death, but to be transfigured alchemically through death. Oscar Niemeyer has only passed to the other side of life, to the invisible side. But the invisible forms part of the visible. Because of that, he is not absent, but present, if invisible. But always with the same sweetness, softness, friendship, solidarity and love that always characterized him. And wherever he is, he will be fantasizing, projecting and creating worlds that are beautiful, curved and filled with lightness.

Translation:
Melina Alfaro, volar@fibertel.com.ar,
done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

Para sobrevivir: la convivialidad necesaria

La convivialidad como concepto fue introducida por Ivan Illich (1926-2002), uno de los grandes pensadores proféticos del siglo XX que vivió un tiempo en Petrópolis. Nacido en Viena, trabajó con los latinos en Estados Unidos y más tarde en México. Se hizo famoso por cuestionar el paradigma de la medicina y de la escuela convencional. A través de la convivialidad intentó responder a dos crisis: la del proceso industrialista y la de la ecología.

Con el proceso industrialista el dominio del ser humano sobre el instrumento se ha convertido en el dominio del instrumento sobre el ser humano. Creado para sustituir al esclavo, el instrumento tecnológico ha acabado esclavizando al ser humano al enfocarse a la producción y al consumo masivo. Ha hecho surgir una sociedad llena de aparatos, pero sin alma. La producción industrial actual no se combina con la fantasía y la creatividad de los trabajadores. No los ama. Solo quiere utilizar su fuerza de trabajo, muscular o intelectual. Cuando incentiva la creatividad es con vistas a la calidad total del producto para beneficiar todavía más a la empresa y menos a los trabajadores.

Sin embargo, muchos empresarios han tomado conciencia de esta distorsión y se han dado cuenta del grado de deshumanización de la sociedad industrial. Empiezan a poner en la agenda de la empresa su responsabilidad socioambiental, la importancia de la subjetividad y de la espiritualidad, las relaciones de cooperación entre todos, empresarios y trabajadores, en vez de pura competencia y acumulación.

¿Qué se entiende por convivialidad? Por convivialidad (no consta en el diccionario Aurélio) se entiende la capacidad de hacer convivir las dimensiones de producción y de cuidado, de efectividad y de compasión, de modelado de los productos y de creatividad, de libertad y de fantasía; de equilibrio multidimensional y de complejidad social: todo para reforzar el sentido de pertenencia universal contra el egoísmo.

El valor técnico de la producción material debe caminar junto con el valor ético de la produción social y espiritual. Después de haber construído la economía de los bienes materiales es importante desarrollar urgentemente la economía de los bienes humanos. El gran capital, infinito y inagotable, ¿no es por ventura el ser humano, el capital espiritual?

Los valores humanos del amor, la sensibilidad, el cuidado, la comensalidad y la veneración pueden imponer límites a la voracidad del poder-dominación y a la explotación-producción-acumulación.

La convivialidad pretende también ser una respuesta adecuada a la crisis ecológica, producida por el proceso industrial de los últimos cuatro siglos. El proceso de depredación de los bienes y servicios naturales puede provocar una dramática devastación del sistema-Tierra y de todas las organizaciones que lo administran, un real crush planetario.

Este escenario no es improbable. Ya ocurrió antes, con el derrumbe de la bolsa de Wall Street en 1929. En aquella ocasión era solo una crisis parcial del sistema capitalista y no tocaba los límites físicos del planeta. Ahora la crisis es del sistema global.

Seguramente en un contexto de ruptura generalizada la primera reacción del sistema imperante será aumentar el control planetario y usar la violencia masiva para asegurar el mantenimiento del orden vigente, económico, financiero y militar. Tal medida, en vez de aliviar la crisis, la radicalizará por causa del crecimiento del desempleo tecnológico y de la ineficacia de los ajustes fiscales Es lo que estamos presenciando en la crisis de los países que son el centro del sistema.

Algunos han lanzado la hipótesis de una catástrofe de dimensiones apocalípticas. Pero esto no sería fatal. Es importante dejar abierta la posibilidad de un uso convivencial de los intrumentos tecnológicos al servicio de la preservación de la vida, del buen vivir de la humanidad y de la protección de nuestra civilización.

Ese estadio nuevo posiblemente conocerá un viernes santo terrible que precipitará en el abismo la dictadura del modo-de-ser-trabajo-producción-material para dar paso a un domingo de resurrección: la reconstrucción de la sociedad mundial sobre la base del cuidado y de una sostenibilidad real.

El primer párrafo del nuevo pacto social entre los pueblos será el sagrado principio de la autolimitación y de la justa medida; y después, el cuidado esencial de todo lo que existe y vive, la gentileza con los humanos y la veneración hacia la Madre Tierra.

Entonces el ser humano habrá aprendido a usar los instrumentos tecnológicos como medios y no como fines; habrá aprendido a convivir con todas las cosas sabiendo tratarlas con reverencia y respeto. ¿No sería esta la verdadera inauguración del nuevo milenio?

Traducción de María José Gavito Milano

il comunismo ético e umanístico di Oscar Niemeyer

Non ho avuto molti incontri con Oscar Niemeyer, ma quelli che ho avuto sono stati lunghi e densi. Di che cosa volete che parli un architetto com un teologo, se non di Dio, di Religione, delle ingiustizia verso i poveri o sul senso della vita? Nelle nostre conversazioni, io sentivo uno con una profonda saudade di Dio. Mi invidiava, perché nonostante ch’io fossi intelligente (questa era la sua opinione), io credevo in Dio. Invece lui non ci riusciva. Ma io lo tranquillizzavo dicendo: l’impotante non è credere o non credere in Dio, ma vivere con etica, amore, solidarietà e compassione per chi soffre di più. Dopo tutto, la sera della vita, quello che conta davvero sono quelle cose. E in questo punto lui stava in buona posizione. Il suo sguardo si perdeva lontano, con un brillio leggero. Una volta è rimasto impressionato sul serio, quando io gli riferi la frase di un teologo medievale: “Se Dio esiste come esistono le cose, allora Dio non esiste proprio”. E lui rispose: “Ma che significa questo?”.

Io risposi: “Dio non è un oggetto che si può trovare giù di lì; se così fosse, sarebbe una parte del mondo e non Dio”. Ma allora, domandò lui: “Ma che razza di Dio è questo”. E io, quasi sussurrando, gli dissi: “E’ una specie di energia forte e amorosa, che crea le condizioni perché le cose possano esistere; più o meno è come come l’occhio. L’occhio vede, ma non può vedere se stesso. O come il pensiero: la forza con cui il pensiero pensa, non può essere pensata. Rimase pensieroso. Insinuò: “La teologia cristiana dice questo?” Io risposi: lo dice ma há vergogna a dirlo, perché allora dovebbe piuttosto stare zitta che parlare. E vive parlando, specie i papi. Ma mi consolai con una frase atribuita a Jorge Luis Borges, il grande argentino: “La teología es una scienza curiosa; in essa tutto è vero, perché tutto è inventato”. La frase li piacque molto. E ancora di più li piacque una trovata di un famoso spazzino di Rio, Gari Sorriso: “Dio é il vento e la luna ; è la dinamica del crescere. E applaudire chi sale e aiutare chi scende”.

Immagino che Oscar non avesse difficoltà ad ammetere questo Dio così umano e così vicino a noi. Ma sorrise dolcemente. Io appprofittai per dirgli: “Non è la stessa cosa con la sua architettura? In essa tutto è bello e semplice, non perché è razionale, ma perché tutto è inventato dalla fantasia. In questo fu d’accordo, aggiungendo che in architettura ci si ispira più leggendo poesie, romanzi e fiction più abbandonandosi a elucubrazioni intellettuali.

Stetti lì a pensare: “Nella religione è più o meno la stessa cosa. La grandezza della religione è la fantasia, la capacità utopica di progettare regni di giustizia e cieli di felicità”. Grandi pensatori moderni della religione come Bloch, Goldman, Durkheim,Michael Lövy, Rubem Alves e altri non dicono diversamente: il nostro equivoco è stato quello di mettere la religione nella ragione, quando la sua nicchia naturale si trovava nell’immaginario e nel principio speranza. Lì sì che essa mostra la sua verità. E ci può ispirare il senso di vita. Per me la grandezza di Oscar Niemeyer non risiede solo nella sua genialità, riconosciuta e lodata nel mondo intero. Ma nella concezione della vita e nella profondità del suo comunismo.

Per lui la vita è un alito leggero e breve, un soffio vissuto nella sua pienezza. Prima di tutto per lui la vita non era un puro consumarsi, ma creatività e lavoro. Ha lavorato fino alla fine come Picasso, producendo più di 600 opere. Ma siccome era autentico, coltivava le arti, la letteratura e le scienze. Ultimamente si era messo a studiare cosmologia e fisica quantica. Si riempiva di meraviglia e di spavento davanti alla grandezza dell’universo ma più di tutto ha coltivato l’amicizia, la solidarietà e il voler bene a tutti. “L’importante non è l’architettura – ripeteva spesso – l’importante è la vita. Ma non una vita qualsiasi; la vita vissuta nella ricerca della trasformazione necessaria che superi le ingiustizie contro i poveri, che migliori questo mondo perverso, vita che si traduca in solidarietà e amicizia”. Nel Jornal do Brasil del 21 apprile 2007 confessava: “Fondamentale è riconoscere che la vita è ingiusta e solo dandoci la mano possiamo viverla meglio”.

Il suo comunismo è molto vicino a quello dei primi cristiani, riferito negli Atti degli apostoli ai capitoli 2 e 4. Lì si dice che i cristiani avevano tutto in comune e che tra di loro non c’erano poveri. Pertanto non era un comunismo ideologico, ma etico e umanitario: condividere, vivere con sobrietà. Come sempre lui è vissuto, spogliarsi dei soldi e aiutare chi aveva bisogno. Tutto dovrebbe essere in comune. Alla domanda di un giornalista se accetterebbe la pillola del’eterna gioventù, rispondeva: “accetterei se la pillola fosse per tutti: Non voglio l’immortalità solo per me”.

Un fatto che non posso dimenticare. Siamo agl’inizi degli anni ’80 del secolo passato. M’invitò a pranzare con lui. Io proprio quel giorno ero arrivato da Cuba, dove insieme a Frei Betto si dialogava com i vari esponenti del governo secondo il loro grado, (sempre vigilati dal SNI), su richiesta di Fidel Castro, per vedere se si riusciva a tirarli fuori dalla concezione rigida e dogmatica propria del marxismo sovietico. Erano tempi tranquilli in Cuba che con l’appoggio dell’Uione sovietica poteva portare avanti splendidi programmi su salute, educazione e cultura. Gli contai che in nessuno dei luoghi da me visitati, mai avevo visto una favela, ma una povertà dignitosa e operosa. Gli raccontai mille cose di Cuba che secondo Frei Betto, in quell’epoca era una Bahia ben riuscita. I suoi occhi brillavano.

Il suo sogno di comunismo poteva avverarsi e essere buono per le maggioranze. Quale non fu il mio spavento, quando due giorni dopo apparve nella Folha de São Paulo un suo articolo con un bel disegno di tre montagne con una croce in cima. A un certo punto diceva: “Scendendo dai monti di Petropolis a Rio pregavo il Dio di frei Boff affinché quella situazione del popolo cubano potesse un giorno realizzarsi qui in Brasile”. Questa era la generosità calda, soave e radicalmente umana di Oscar Niemeyer.

Conservo un ricordo di lui destinato a durare sempre. Ho comprato da Darcy Ribeiro di cui Oscar era amico-fratello un piccolo appartamento nell’Alto da Boa Vista, nella Valle Incantata. Di là si vede tuta la Barra da Tijuca, fino alla fine del Recreio dos Bandeirantes. Oscar ristrutturò quell’appartamento per il suo amico, in modo che in qualunque posizione si mettese, Darcy (che era piccolo di statura) potesse sempre vedere il mare. Fece un rialzo di 50 cm e, come non poteva non essere, con una bella curva d’angolo, come onda del mare sul corpo della donna amata. Lì io mi rifugio quando devo scrivere e meditare un po’, visto che un teologo deve pensare anche lui a salvarsi l’anima. Per due volte si è offerto a fare il modello della chiesina del terreno dove abito ad Araras, Petropolis. Rifiutai, perché mi sembrava ingiusto valorizzare la mia proprietà con la firma di un genio come Oscar. In fondo, Dio non sta né in cielo né in terra. Sta là dove le porte di casa stanno aperte.

La vita non è destinata a sparire nella morte, ma a trasfigurarsi alchemicamente attraverso la morte. Oscar Niemeyer si è soltanto trasferito dall’altra parte della vita, la parte invisibile. Ma l’invisibile fa parte del visibile. Per questo lui non è assente, ma è presente, è soltanto invisibile. Ma sempre con la stessa dolcezza, soavità, amicizia, solidarietà, amorevolezza che sempre lo hanno caratterizzato. E di là, dovunque sia, starà lavorando di fantasia, progettando e creando mondi belli, curvi e pieni di levità.

Traduzione: Romano Baraglia (romanobaraglia@gmail.com)