L’effetto di vedere la Terra dal di fuori della Terra

Gli ultimi secoli si sono distinti per un’infinità di scoperte: continenti, popoli indigeni, specie di esseri viventi, galassie, stelle, il mondo subatomico, le energie originarie e adesso il campo Higgs, una specie di fluido sottile che pervade l’universo; le particelle virtuali, toccandolo ricevono la massa e si stabilizzano. Ma non avevamo ancora scoperto la Terra come pianeta, come la nostra casa comune. Ci è voluto che uscissimo dalla Terra per vederla dal di fuori e a questo punto scoprirla e costatare l’unità Terra-Umanità.

È il grande lascito degli astrronauti, che hanno avuto per primi l’opportunità di contemplare la terra a partire dallo spazio celeste. Hanno prodotto in noi quello che fu chiamato EFFETTO OVERVIEW, cioè effetto della Visione da Sopra. Bellissime testimonianze di astronauti sono state raccolte d aFrank White nel suo libro Overview effect (Houghton Mifflin Company, Boston 1987). Esse producono in noi un forte impatto e un grande sentimento di riverenza, una vera esperienza spirituale. Leggiamo qualche testimonianza.

L’astronauta James Irwin diceva: “la Terra ci ricorda um albero di Natale, appeso al fondo buio dell’universo; quanto più ce ne allontaniamo, tanto più va diminuendo la sua grandezza finché non si riduce a una piccola palla, la più bella che si possa immaginare. Quell’obiettivo vivo così bello e caldo appare fragile e delicato; contemplarlo muta la persona, perché comincia ad apprezzare la creazionedi Dio e a scoprire l’amore di Dio.

Um altro, Eugene Cernan, confessava:” Eu fui o último homem a pisar na lua em dezembro de 1972; da superfície lunar olhava com temor reverencial para a Terra num transfundo muito escuro; o que eu via era demasiadamente belo para ser apreendido, demasiadamente ordenado e cheio de propósito para ser fruto de um mero acidente cósmico; a gente se sentia, interiormente, obrigado a louvar a Deus; Deus deve existir por ter criado aquilo que eu tinha o privilégio de contemplar; espontaneamente surge a veneração e a ação de graças; é para isso que existe o universo”.

Um altro, Eugene Cernan, confessava: Io sono stato l’ultimouomo a metter piede sulla luna nel 1972; dalla superficie lunare guardavo com timore reverenziale la Terra su um fondo molto scuro. Quello che io vedevo era troppo bello per essee appreso, troppo ordinato e pieno di propositi, per essere frutto di un incidente cosmico; io misentivo interiormente obbligato a lodare dio; Dio deve esistere per fare quelle cose, che io avevo il privilegio di contemplare. Spontaneamente sorge la venerazione e il ringraziamento. Per questo è che esiste l’universo”.

Com fine intuizione, un altro astronauta, Joseph P. Allen, osservò: “Si è molto discusso sui pro e i contro dei viaggi sulla luna; non ho mai sentito qualcuno ragionare e dire che si dovrebbe andare sulla luna per vedere la Terra di lassù, da fuori della terra; dopo tutto, questa è stata sicuramente la vera ragione che ci ha portati sulla luna.

A fare questa esperienza singolare, l’essere umano si risveglia alla comprensione che lui e la Terra formano una unità e che questa unità appartiene a un’altra più grande, a quella solare e questa a un’altra ancora maggiore, quella galattica e questa rimanda all’intero universo e l’intero Universo al mistero e il Mistero al Creatore.

“Da lassù”, osservava l’ astronauta, Eugene Cernan, non sono percepibili le barriere del colore della pelle, della religione e della política che là sotto dividono il mondo. Tutto è unificato dal pianeta Terra. Commentava l’astronauta Salman al-Saud:” il primo e il seconddo giorno, noi indicavamo il nostro paese, al terzo e quarto, il nostro continente; al quinto giorno avevamo coscienza solo della Terra come un tutto”.

Queste tetimonianze ci convincono che la Terra e l’Umanità formano di fatto un tutto indivisibile. Esattamente questo è quanto scrisse Isaac Asimov in un articolo sul The New York Times il 9 ottobre del 1982 per commemorare i 25 anni dal lanccio dello Sputnik, che fu il primo a fare il giro della Terra. Il titolo era: “L’eredità dello Sputnik: il globalismo. Qui diceva Asimov si impone alle nostre menti riluttanti la visione che Terra e Umanità formano una unica entità”. Il russo Anatoly Bberezovoy, che rimase 211 giorni nello spazio disse la stessa cosa. Effettivamente non possiamo porre da un lato la terra e dall’altro l’Umaanità. Formiamo un tutto organico e vivo. Noi umani siamo quella porzione di Terra che sente, pensa, ama ha cura e rispetta.

Contemplando il globo terrestre, che si trova quase dappertutto, irrompe spontaneamente in noi la percezione che nonostante tutte le minacce di distruzione che abbiamo montato contro Gaia, un futuro buono e benefico, in quache modo è garantito. Tanta bellezza e splendore non possono andare distrutti. I cristiani diranno: la terra è penetrata dallo Spirito e dal Cristo cosmico. Parte della nostra umanità in Gesù è stata eternizzata e sta nel cuore della Trinità. Non sarà sulle rovine dellla terra che Dio completerà la sua opera. Il Risorto e il suo Spirio stanno spingendo l’evoluzione verso il suo culmine.

Uma moderna leggenda dà corpo a questa credenza:”C’era volta um militante cristiano di Greenpeace che fu visitato da Gesù Cristo risorto. Questi lo invitò a fare due passi in girardino Il militante accettò molto volentieri. Dopo parecchio che stavano camminando, ammirando la biodiversità presente in quel posto, il militante domandò: “Signore, quando andavi per i sentieri della Palestina, tu una volta hai detto, che un giorno saresti tornato in pompa magna e gloria. La tua venuta si fa desiderare troppo. Sul serio, quando tornerai, Signore?”Dopo momenti di silenzio che parevano un’eternità, il Signore rispose. “Fratellino mio, quando la mia presenza nell’universo e nella natura sarà così evidente, quanto la luce che illumina questo giardino; quando la mia presenza soto la tua pelle e nel tuo cuore sarà così reale , quanto la mia presenza qui e adesso; quando questa mia presenza vivente sarà corpo e sangue in te, al punto che non ti occorrerà peensare ad essa; quando non domanderai più insistentemente come fai adesso, allora fratellino mio caro sara segno che sarò tornato in pompa magna e GLORIA.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

O marxismo como pensamento em movimento: M.Löwy

MICHAEL LÖWY,amigo de muitos anos, é um dos intelectuais brasileiros mais respeitados. Nascido em São Paulo (1938) de pais judeus austríacos. Fez sua carreira acadêmica na França como sociólogo marxista e filósofo. É diretor emérito de pesquisas do Centre National de la Recherche Scientifique – CNRS, tendo sido homenageado em 1994 com a medalha de prata do CNRS em Ciências Sociais.Seu marxismo não possui nada de doutrinário mas representa um pensamento em movimento, acopanhando os avatares da história.Em razão disso é tido como um dos principais pensadores marxistas da atualidade. Publicou vasta obra. Uma nos interessa diretamente por sua pertinência e profundidade sobre a Teologia da Libertação:”A guerra dos deuses: religião e política na América Latina” (Vozes 2000).Recentemente deu uma entrevista no IHU de 19/11/2012. Vamos reproduzi-la por seu caráter orientador e equilibrado.Lboff

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IHU On-Line – Quais são as peculiaridades da revolução na obra do jovem Marx? Em que aspectos sua teoria se modifica em seus escritos posteriores?

Michael Löwy – Nas Teses sobre Feuerbach (1845) – o germe genial de uma nova concepção do mundo, segundo Engels – e na Ideologia alemä (1846), Marx inventa uma nova teoria, que se poderia definir como filosofia da práxis (o termo é de Gramsci). Superando dialeticamente o idealismo neo-hegeliano – para o qual a mudança da sociedade começa com a mudança das consciências – e o materialismo vulgar – para o qual é necessário primeiro mudar as “circunstâncias” materiais –, Marx afirma, na Tese n. III sobre Feuerbach: na práxis revolucionária, coincidem a mudança das circunstâncias e automodificação dos indivíduos. Como ele explica pouco depois na Ideologia alemã : uma consciência comunista de massas só pode surgir da ação, da experiência, da luta revolucionária das massas; a revolução é não apenas necessária para derrubar a classe dominante, mas também para que a classe subversiva se liberte da ideologia dominante. Em outras palavras: a única emancipação verdadeira é a autoemancipação revolucionária. Essa tese vai ser um fio vermelho, através de toda sua obra, mesmo que as formulações sejam mais diretamente políticas e menos filosóficas. Por exemplo, no célebre preâmbulo dos Estatutos da Primeira Internacional (1871): “A emancipação dos trabalhadores será a obra dos próprios trabalhadores”. Mas isso vale também para o Manifesto comunista , para os escritos sobre a Comuna de Paris, etc.

IHU On-Line – Como pode ser compreendida a ditadura do proletariado face a democracia que emana da teoria da revolução comunista?

Michael Löwy – A expressão “ditadura do proletariado” foi pouco feliz. Mas como o demonstrou o socialista americano Hal Draper, o que Marx e Engels queriam dizer com isso era o poder democrático dos trabalhadores, tal como o conheceu a Comuna de Paris, que teve eleições democráticas, pluripartidarismo, liberdade de expressão, etc. No século XX, essa expressão serviu para justificar políticas autoritárias em nome do comunismo, que não correspondem ao pensamento de Marx.

IHU On-Line – O que mudou na esquerda desde o lançamento da primeira edição de A revolução comunista na obra do jovem Marx?

Michael Löwy – O título da primeira edição (não da tese de doutorado) era A teoria da revolução no jovem Marx, publicado pelas Editions Maspero, em 1971. Desde então muita água correu nas margens do Sena, e a versão estalinista da esquerda, que predominou durante boa parte do século XX, entrou em crise e praticamente desmoronou no mundo inteiro. Fica então confirmada, pela via negativa, a tese de Marx: a única revolução verdadeira é a autoemancipação dos oprimidos.

IHU On-Line – Em termos gerais, o senhor considera que a esquerda em suas diferentes experiências (União Soviética, Leste Europeu, América Latina, Europa e Brasil) compreendeu Marx de forma equivocada? Por quê?

Michael Löwy – Na URSS, em seus primeiros anos, existiu talvez uma compreensão equivocada do marxismo, uma leitura autoritária de certos textos. Mas a partir do stalinismo, em meados dos anos 1920, já não se trata de equívoco, mas de uma ideologia de Estado, pretensamente marxista-leninista, visando justificar o poder totalitário da burocracia e suas políticas oportunistas. Infelizmente, os partidos comunistas da Europa, América Latina e Brasil seguiram, durante muitos anos, a orientação stalinista. Mas já a partir de 1956 e, sobretudo, de 1968 (invasão da Tchecoslováquia), muitos comunistas começaram a questionar esta ideologia. Na América Latina foi a Revolução Cubana que provocou uma profunda crise no movimento comunista.

IHU On-Line – A revolução permanente de Trotsky é uma categoria adequada para se pensar a esquerda hoje? Por quê?

Michael Löwy – A teoria da revolução permanente de Trotsky – que havia sido formulada por José Carlos Mariategui , no contexto latino-americano, desde 1928 – é a única que dá conta da dinâmica das revoluções do século XX: revoluções russa de 1917, chinesa, iugoslava, vietnamita, cubana. Em todos estes países, uma revolução democrática, agrária e/ou anticolonial se transforma num processo ininterrupto – permanente – em revolução socialista. Infelizmente, em todos estes processos – com a exceção parcial de Cuba – acabou se dando uma degeneração burocrática. Isso não é uma fatalidade, mas o produto de circunstâncias históricas. O que vale ainda hoje é a visão estratégica: as revoluções na periferia do sistema serão revoluções socialistas, democráticas, agrárias e anti-imperialistas ao mesmo tempo; ou então serão “caricaturas de revolução”, como dizia Che Guevara. Dito isso, não se pode considerar a teoria de Trotsky como um dogma infalível: ele previa, nestas revoluções, um papel dirigente da classe operária, que só se deu no caso russo de 1917.

IHU On-Line – Como concilia a militância socialista e surrealista? Como essas vertentes se complementam e confluem para o trotskismo?

Michael Löwy – O surrealismo é um movimento romântico revolucionário, de reencantamento do mundo, que tem uma vocação eminentemente subversiva: é, portanto, perfeitamente compatível com a militância socialista. Aliás, muitos surrealistas, como o poeta Benjamin Péret – que esteve vários anos no Brasil – nunca deixou de militar, e combateu em 1936-37, nas fileiras antifascistas na guerra civil espanhola.

Em 1938, André Breton , o fundador do surrealismo, viajou ao México para encontrar Leon Trotsky, então exilado em Coyacan. Os dois redigiram juntos um manifesto, intitulado Por uma arte revolucionária independente, contra qualquer controle de partido ou Estado sobre atividade poética ou artística. Pouco depois, será fundada a Federação Internacional da Arte Revolucionária Independente – FIARI, na qual participam surrealistas, trotskistas, e outros. Mas o surrealismo não se relacionou somente com o trotskismo: teve também vínculos com o anarquismo, em particular nos anos 1950, e chegou a se aproximar de Cuba revolucionária nos anos 1960. Suas simpatias vão a todo movimento autenticamente revolucionário.

IHU On-Line – Quais são os desafios da autoemancipação do proletariado numa sociedade “enfeitiçada” pelo consumo e, por conseguinte, por um trabalho que proporciona a alimentação dessa maquinaria capitalista?

Michael Löwy – O feitiço do consumo e o fetichismo da mercadoria exercem um poder considerável sobre a população, mas em certos momentos decisivos o feitiço se rompe, a magia negra do capitalismo deixa de funcionar e os proletários, a juventude, os oprimidos, se levantam contra o sistema. A história da América Latina das últimas décadas é uma ótima ilustração disso.

IHU On-Line – O filósofo como cabeça e o proletariado como coração da revolução. Até que ponto essa ideia de Marx inspira a esquerda do nosso tempo?

Michael Löwy – Essa ideia, de corte tipicamente neo-hegeliano, foi defendida por Marx no começo de 1844. Mas pouco depois, impactado pelo levante dos tecedores da Silésia (norte da Alemanha), de junho de 1844, ele descobre que o proletariado alemão é “filosófico”, não precisa esperar pelos neo-hegelianos para se sublevar. Ainda hoje, encontramos na esquerda essa visão idealista, neo-hegeliana, que faz do filósofo, ou da vanguarda, ou do partido, a “cabeça” da revolução. A revolução é um belo monstro com mil cabeças.

IHU On-Line – Qual é o significado dos movimentos dos indignados e da primavera árabe? Seriam sopros de uma nova política?

Michael Löwy – A Primavera Árabe foi um magnífico levante da juventude árabe contra ditaduras sanguinárias e anacrônicas. Infelizmente, a vitória dos revolucionários foi confiscada – provisoriamente, esperamos – por forças islamistas conservadoras.

No caso do Movimento dos Indignados, trata-se de outro contexto: a crise do capitalismo na Europa e Estados Unidos, com consequências dramáticas para a população: desemprego, arrocho salarial, redução das pensões, perda de domicílios, etc. Tendo à sua cabeça a juventude, este movimento traz reivindicações antineoliberais, democráticas, igualitárias, muitas vezes anticapitalistas. Seu denominador comum é a indignação, um sentimento essencial, ponto de partida necessário de toda luta e toda transformação social. Sem indignação não se faz nada de grande e de radical.

IHU On-Line – Quais são os principais limites do pensamento marxista? O que explica que o marxismo seja visto por muitos setores da academia como retrógrado?

Michael Löwy – O marxismo é um pensamento em movimento, que trata de superar os limites que estão presentes na própria obra de Marx e Engels: por exemplo, um tratamento muito insuficiente da questão ecológica. Alguns setores da academia confundem o marxismo com sua caricatura retrógrada, a ideologia do assim chamado “socialismo real”. Outros, identificados com a ideologia dominante, pretendem que o desenvolvimento capitalista represente o “progresso”, sendo o marxismo “arcaico”, por se opor à expansão do mercado e à acumulação do capital.

Penso que tinha razão Jean Paul-Sartre ao dizer que o marxismo é o horizonte intelectual de nossa época; as tentativas de “superá-lo” – pós-modernidade, pós-marxismo, etc. – acabam sendo regressões políticas e culturais. Como já diziam Rosa Luxemburgo , Lukács e Gramsci , quando a humanidade suprimir o capitalismo, o marxismo poderá ser substituído por novas formas de pensamento…

O sentido de ver a Terra de fora da Terra

Os últimos séculos se caracterizaram por infindáveis descobertas: continentes,povos originários, espécies de seres vivos, galáxias, estrelas, o mundo subatômico, as energias originárias e ultimamente o campo Higgs, espécie de sutil fluido que pervade o universo; as partículas virtuais ao tocá-lo recebem massa e se estabilizam. Mas não havíamos descoberto ainda a Terra como planeta, como a nossa Casa Comum. Foi preciso que saíssemos da Terra para vê-la de fora e então descobri-la e constatar a unidade Terra-Humanidade.

Este é o grande legado dos astronautas que tiveram, por primeiro, a oportunidade de contemplar a Terra a partir do espaço exterior. Produziram em nós o que foichamado de Overview Effect, vale dizer, “o efeito da visão de cima”. Belíssimos testemunhos de astronautas foram recolhidos por Frank White em seu livro Overview Effect (Houghton Mifflin Company, Boston 1987). Eles produzem em nós forte impacto e um grande sentimento de reverência, uma verdadeira experiência espiritual. Leiamos alguns testemunhos.

O astronauta James Irwin dizia:”A Terra nos recorda uma árvore de natal dependurada no fundo negro do universo; quanto mais nos afastamos dela, tanto mais vai diminuindo seu tamanho, até finalmente ser reduzida a uma pequena bola, a mais bela que se possa imaginar; aquele objeto vivo tão belo e tão caloroso parece frágil e delicado; contemplá-lo muda a pessoa, pois ela começa a apreciar acriação de Deus e a descobrir o amor de Deus”. Outro, Eugene Cernan, confessava:” Eu fui o último homem a pisar na lua em dezembro de 1972; da superfície lunar olhava com temor reverencial para a Terra num transfundo muito escuro; o que eu via era demasiadamente belo para ser apreendido, demasiadamente ordenado e cheio de propósito para ser fruto de um mero acidente cósmico; a gente se sentia, interiormente, obrigado a louvar a Deus; Deus deve existir por ter criado aquilo que eu tinha o privilégio de contemplar; espontaneamente surge a veneração e a ação de graças; é para isso que existe o universo”.

Com fina intuição observou Joseph P. Allen, outro astronauta:” Discutiu-se muito, os prós e os contras a respeito das viagens à lua; não ouvi ninguém argumentar que deveríamos ir à lua para poder ver a Terra de lá, de fora da Terra; depois de tudo, esta tem sido seguramente a verdadeira razão de termos ido à lua”.

Ao fazer esta experiência singular, o ser humano desperta para a compreensão de que ele e a Terra formam uma unidade e que esta unidade pertence a uma outra maior, à solar, e esta à outra ainda maior, a galáctica e esta nos remete ao inteirouniverso e o inteiro universo ao Mistério e o Mistério ao Criador.

“De lá de cima”, observava o astronauta Eugene Cernan,”não são perceptíveis as barreiras da cor da pele, da religião e da política que lá em baixo dividem o mundo.” Tudo é unificado no único planeta Terra”. Comentava o astronauta Salman al-Saud:“no primeiro e no segundo dia, nós apontávamos para o nosso país, no terceiro equarto para o nosso continente; depois do quinto dia tínhamos consciência apenas da Terra como um todo”.

Estes testemunhos nos convencem de que Terra e Humanidade formam de fato um todo indivisível. Exatamente isso foi escrito por Isaac Asimov num artigo no The New York Times de 9 de outubro de1982 por ocasião dos 25 anos do lançamento do Sputnik que foi o primeiro a dar a volta à Terra. O título era:”O legado do Sptutnik: o globalismo”. Ai dizia Asimov:”impõe-se às nossas mentes relutantes a visão de que Terra e Humanidade formam uma única entidade”. O russo Anatoly Berezovoy que ficou 211 dias no espaço afirmou a mesma coisa. Efetivamente não podemos colocar de um lado a Terra e do outro a Humanidade. Formamos um todo orgânico e vivo. Nós humanos somos aquela porção da Terra que sente, pensa,ama, cuida e venera.

Contemplando o globo terrestre presente em quase todos os lugares, Irrompe, espontaneamente em nós, a percepção de que apesar de todas as ameaças de destruição que montamos contra Gaia, o futuro bom e benfazejo, de alguma forma, está garantido. Tanta beleza e esplendor não podem ser destruídos. Os cristãos dirão: Esta Terra é penetrada pelo Espírito e pelo Cristo cósmico. Parte de nossa humanidade por Jesus já foi eternizada e está no coração da Trindade. Não será sobre as ruinas da Terra que Deus completará a sua obra. O Ressuscitado e seu Espírito estão empurrando a evolução para a sua culminância.

Uma moderna legenda dá corpo a esta crença: “Era uma vez um militante cristão do Greenpeace que foi visitado em sonho pelo Cristo ressuscitado. Este o convidou para passearem pelo jardim. O militante acedeu com grande entusiasmo. Depois de andarem por longo tempo, admirando a biodiversidade presente naquele recanto, perguntou o militante:”Senhor, quando andavas pelos caminhos da Palestina, disseste, certa feita, que voltarias um dia com toda a tua pompa e glória. Está demorando demais esta tua vinda!. Quando, finalmente, retornarás de verdade, Senhor? Depois de momentos de silêncio que pareciam uma eternidade, o Senhor respondeu:”Meu irmãozinho, quando minha presença no universo e na natureza for tão evidente quanto a luz que ilumina este jardim; quando minha presença sob a tua pele e no teu coração for tão real quanto a minha presença aqui e agora; quando esta minha presença se tornar corpo e sangue em ti a ponto de não mais precisares pensar nela; quando estiveres tão imbuído desta verdade que não mais perguntarás insistentemente como estás perguntando agora, então, meu irmãozinho querido, é sinal de que eu terei retornado com toda a minha pompa e com toda a minha glória”.

Leonardo Boff é teólogo, filósofo e escritor, autor de O Tao da Libertação,Vozes 2012.

Die Herausforderungen der neuen Formen von Lebensgemeinschaften

Die Beweglichkeit der Gesellschaft von heute lässt Raum für diverse Formen des Zusammenlebens. Neben der traditionellen Ehe, die innerhalb eines gesellschaftlichen, juristischen und sakramentalen Rahmens geschlossen wird, bilden sich heute immer häufiger Paare (als Lebensgemeinschaft und als offene Beziehung), die außerhalb des institutionellen Rahmens in gegenseitigem Einverständnis geschlossen werden und solange halten wie die Paar-Beziehung bestehen bleibt und die zu nichtehelichen Familien werden können. Mit der Einführung der Scheidung kam es zur Bildung von Familien, die aus nur einem Elternteil bestehen (Mutter oder Vater mit Kind/ern); zu Familien mit mehreren Elternteilen (mit Kind/ern aus vorigen Ehen) als auch zu gleichgeschlechtlichen Beziehungen (bestehend aus Männern oder Frauen), die in einigen Ländern einen legalen Status erhielten, der ihnen Stabilität und gesellschaftliche Anerkennung verleiht.

Wir wollen versuchen, diese neuen Formen von Lebensgemeinschaften besser zu verstehen. Der brasilianische Spezialist, Marco Antonio Fetter (erster Begründer einer Universität der Familie in Rio Grande do Sul, Brasilien, mit allen akademischen Titeln), definiert Familie als „eine Gruppe von Personen mit gemeinsamen Zielen und starken affektiven Bindungen, innerhalb derer jede/r eine bestimmte Stellung inne hat und wo die Rollen von Vater, Mutter, Kindern und Geschwistern sich ganz natürlich ergeben.“ (www.unifan.com.br)

Die Institution Familie hat sich seit Einführung der Geburtenkontrolle und der Verhütungsmittel, die inzwischen trotz ihrer Ablehnung durch diverse Kirchen einen selbstverständlichen Platz in unserer Kultur einnehmen, stark verändert. Das eheliche Sexualleben hat an Intimität und Spontaneität gewonnen, denn mit diesen Mitteln der Familienplanung hat es sich von unvorhergesehenen und ungewollten Schwangerschaften befreien können. Kinder sind nicht länger das unvermeidliche Resultat sexueller Beziehungen, sondern werden in gegenseitigem Einverständnis der Eltern geplant.

Die Betonung der Sexualität als persönliche Verwirklichung hat das Aufkommen von Formen des Zusammenlebens erleichtert, die nicht unbedingt in eine Ehe münden. Dies drückt sich in der Entstehung von freien und einvernehmlichen Beziehungen aus ohne andere Verpflichtung als die der gegenseitigen Verwirklichung der Paarbeziehung oder der Lebensgemeinschaft von gleichgeschlechtlichen Paaren.

Solche Praktiken, so neu sie auch sein mögen, müssen auch eine ethische und spirituelle Perspektive beinhalten. Es ist wichtig, sich zu vergewissern, dass sie Ausdrucksweisen der gegenseitigen Liebe und des gegenseitigen Vertrauens sind. Wo Liebe ist, so besteht aus christlicher Sichtweise etwas, das mit Gott zu tun hat, denn Gott ist die Liebe (1 Joh 4,12-16). Daher sind hier Vorurteile und Diskriminierung fehl am Platz. Stattdessen braucht es Respekt und Offenheit, um diese Fakten zu verstehen und um sie vor Gott zu tragen. Wenn diese Personen ihre Beziehung in Verantwortung leben, sollte ihnen eine spirituelle Relevanz nicht abgesprochen werden.

Es verbreitet sich eine Atmosphäre, die dazu beiträgt, den Versuchungen der Promiskuität zu widerstehen und Treue und Stabilität, die Frucht aller Beziehungen, zu bestärken. Der unveränderliche Kern der Familie ist die Zuneigung, Achtsamkeit füreinander und der Wunsch, zusammen zu bleiben, ebenso wie die Offenheit für die Möglichkeit der Zeugung neuen Lebens.

Unter diesen Umständen ist es erforderlich, über den institutionellen Charakter der Familie hinaus insbesondere den relationellen Charakter zu beachten. Es ist wichtig, hier das komplexe Zusammenspiel der Beziehungen zu sehen, das innerhalb des Paares auftritt. In diesen Beziehungen existieren Lebendigkeit, Ausdrucksweisen von Liebe und Treue, von Begegnungen und Glück. In einem Wort: der Aspekt der Dauerhaftigkeit der Beziehung tritt auf den Plan. Die institutionelle Seite ist gesellschaftlich legitimiert und nimmt, je nach kulturellem Hintergrund (römisch, keltisch, chinesisch, indianisch etc.) sehr unterschiedliche Formen ein.

Interkulturelle Studien haben gezeigt, dass dort, wo ein starker und gesunder sozialer und familiärer Hintergrund herrscht, die Basis für ein großes Vertrauen in den anderen entsteht und es weniger Gewalttätigkeit und mehr soziale Teilnahme gibt. Wird dieses soziale Kapital aufgelöst, erwächst daraus eine Krise und die emotionale Beziehung wird aufgelöst.

Es geht nun darum, gewisse Moralvorstellungen zu überwinden, mit denen niemandem geholfen ist. Diese schaden verschiedenen Formen von Familie oder Lebensgemeinschaft aufgrund eines Details und lassen uns die Werte abhanden kommen, die ganz sicher bestehen und ernsthaft vor Gottes Angesicht gelebt werden.

Die Hauptbedeutung der kirchlichen Lehre über die Familie besteht darin, die menschlichen und moralischen Werte zu unterstreichen, die gelebt werden sollen. So lässt es sich im Apostolischen Schreiben Familiaris Consortio (1981) und im Brief an die Familien (1994) von Papst Johannes Paul II. lesen. Beide Dokumente bestätigen ausdrücklich, dass „die Familie aus einer Gemeinschaft von Personen besteht, die auf Liebe begründet und durch Liebe belebt ist, deren Herkunft und Ziel das göttliche Wir ist.“

Interessanterweise wird im Dokument „Familiaris Consortio“ der relationellen Dimension eine größere Wichtigkeit verliehen als der institutionellen Dimension. Es definiert Familie als „ein Komplex zwischenmenschlicher Beziehungen – eheliche Beziehungen, Vaterschaft-Mutterschaft, Kindschaft, Geschwisterlichkeit -, durch die jede Person in die Menschheitsfamilie eingeführt wird.“

Was würde aus der Familie und ihren Mitgliedern werden, wenn das Feuer dieser zwischenmenschlichen Beziehungen von Zuneigung und Achtsamkeit, von Sprache der Verzauberung und des Traums nicht unter ihnen brennte? Ohne diesen Motor, der uns beständig auf unserem Weg antreibt, ohne diese Nische der Gefühle könnte niemand die Schwierigkeiten, die es in allen zwischenmenschlichen Beziehungen gibt, und unsere menschliche Begrenztheit ertragen.

Diese Werte lassen die Familien über sich hinauswachsen. Der Traum besteht gerade darin, dass, ausgehend von den Werten der Familie in ihren verschiedenen Formen, eine Schul-Familie, eine Arbeits-Familie, eine Gemeinde-Familie, eine nationale Familie und eine Menschheitsfamilie entsteht und schließlich eine Erd-Familie als letztes Sprungbrett hin zur Gottesfamilie.

Übersetzt von Bettina Gold-Hartnack