La Chiesa e il mondo al bivio: o si cambia o si muore. Intervista a Leonardo

La Chiesa e il mondo al bivio: o si cambia o si muore. Intervista a Leonardo Boff

La Chiesa e il mondo al bivio: o si cambia o si muore. Intervista a Leonardo Boff

Una vita intera al servizio della causa della liberazione: quella dei poveri e quella del “grande povero” che è il nostro pianeta devastato e ferito. È il loro duplice -– e congiunto – grido, infatti, a occupare il centro della riflessione di Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione e massimo esponente del nuovo paradigma ecoteologico, di quel percorso, cioè, che si sviluppa nell’ascolto del nuovo racconto sacro trasmesso dalla scienza, con la sua rivelazione della natura profondamente olistica e relazionale del cosmo (un cammino di ricerca di cui i libri Grido della Terra, grido dei poveri e Il Tao della Liberazione rappresentano indiscutibilmente le espressioni più alte, ma che è possibile seguire anche in molti suoi interventi settimanali, disponibili ogni venerdì nel portale Servicios Koinonia: http://www.servicioskoinonia.org/boff/).

Una riflessione, quella di Boff, che, nell’attento ascolto della profezia contenuta nella stessa voce dell’universo, prende enormemente sul serio le tante minacce di distruzione lanciate contro Gaia, il pianeta vivente che è la nostra casa comune, ma nello stesso tempo è attraversata da un potente soffio di speranza: la speranza che l’evoluzione sia plasmata in modo tale da convergere verso livelli di complessità e di autocoscienza sempre maggiori e che dunque il caos attuale sia generatore di nuove possibilità, l’annuncio di un livello più elevato nella storia dell’essere umano e del pianeta, di quell’unica entità indivisibile Terra-umanità che gli astronauti per primi hanno colto, con emozione e reverenza, guardando il nostro pianeta azzurro e bianco dallo spazio esterno. Cosicché lo scenario attuale, pur così drammatico, non sarebbe una tragedia, ma una crisi, una crisi che mette alla prova, purifica e spinge al cambiamento, annunciando un nuovo inizio per l’avventura umana.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Leonardo Boff, in visita in Italia per un ciclo di incontri, a partire dalle prospettive della Chiesa sotto il pontificato di Francesco, su cui il teologo brasiliano, tra i più duramente perseguitati dal Vaticano, ha scommesso fin dalla sua nomina (v. Adista Documenti, n. 18/13), considerandolo l’espressione di un nuovo progetto di mondo e di un nuovo progetto di Chiesa. Di seguito l’intervista.

Una buona novella per i nuovi tempi

Intervista a Leonardo Boff

Qual è la tua lettura dell’attuale fase della Chiesa?

Penso che papa Francesco rappresenti un progetto di mondo e un progetto di Chiesa. Rappresenta un progetto di mondo che è antitetico rispetto alla parola d’ordine imperiale “un solo mondo, un solo impero”, a cui l’enciclica Laudato si’ risponde con la sua proposta di “un solo mondo e un solo progetto collettivo”, esprimendo la possibilità di dialogo, di incontro tra i popoli, di rinuncia all’uso della violenza come strumento per la risoluzione dei conflitti (perché non basta essere a favore della pace, bisogna essere anche contro la guerra). E rappresenta un progetto di Chiesa che è riconducibile a Francesco d’Assisi, caratterizzato dalla rivoluzione della tenerezza, dalla misericordia, dalla vicinanza agli esseri umani. Un progetto le cui opzioni di base non sono date, fondamentalmente, dalla dottrina, ma dall’incontro personale, sia con Cristo che con le persone. Si tratta di una visione di Chiesa assolutamente diversa da quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, i quali concepivano la Chiesa come una fortezza assediata dai nemici, contro i quali era necessario difendersi: è la visione di una Chiesa come casa aperta, ospedale da campo, impegnata ad accogliere tutti, indipendentemente dalle loro connotazioni morali, con misericordia e con comprensione, riscattando con ciò la tradizione di Gesù che è anteriore ai vangeli e che è fatta di amore incondizionato. Penso che questo rappresenti una novità nella Chiesa, una rottura. Roma non ama questa parola. Ma è una realtà: papa Francesco ha de-paganizzato la figura del papa, considerato finora un faraone (è significativo che abbia rinunciato alla mozzetta, il simbolo del potere assoluto dell’imperatore). E ha affermato di voler guidare la Chiesa nell’amore e non nel potere. Con il potere, l’amore svanisce. Quando c’è l’amore, c’è vicinanza, comprensione, misericordia. Questa, per me, è la grande rottura operata da questo papa.

E intorno al papa cosa si sta muovendo?

Papa Francesco si trova dinanzi a due tipi di opposizione. Il primo è quello della vecchia cristianità di cultura europea, con tutti i simboli del potere sacro. Il papa si è spogliato dei simboli del potere, se ne è andato ad abitare a S. Marta, si mette in fila per mangiare (così, come ha detto scherzando a un’amica comune, Clelia Luro, è più difficile avvelenarlo!). Il secondo tipo è dato dall’opposizione laica di chi, specialmente negli Stati Uniti, non vuole saperne niente di dialogo o di ecologia, sposando la prospettiva della dominazione occidentale, quella dell’attuale globalizzazione, che in realtà è l’occidentalizzazione del mondo secondo lo stile di vita nordamericano, una sorta di hamburgerizzazione di tutte le culture.

Il papa inaugura un altro modello di cristiano. Io credo che la sua visione sia centrata sulla consapevolezza che Gesù non è venuto per creare una nuova religione, ma è venuto per insegnare a vivere. A vivere nell’amore e nella misericordia. Il nucleo del messaggio di Gesù, la sua intenzione originaria, è l’unione del “Padre nostro” e del “pane nostro”. Il Padre nostro, Abbà, è un volo verso l’alto, l’insopprimibile fame di trascendenza, e il pane nostro esprime la fame reale di milioni di persone, quella che occorre saziare perché abbia senso parlare di Padre nostro e di Regno di Dio. È a questo messaggio che si oppongono quanti vogliono un cristianesimo dottrinario, dogmatico, sistematizzato, tutto disciplina e ordine e potere.

La rottura di cui parli si esprime soprattutto su un piano simbolico. Sul terreno della dottrina, però, non si vedono né si prevedono molte novità…

Io penso che anche su questo terreno il papa abbia operato una rottura. Prima, ad esempio, i temi legati alla morale familiare erano tabù: nessuno poteva parlarne, né i vescovi, né i teologi. E uno dei criteri per le nomine episcopali era dato proprio dall’assenza di una qualsiasi critica relativa al celibato o alla dottrina morale. La novità è che Francesco ha aperto il dibattito su questi temi: non era mai successo che un papa consultasse le basi. Inoltre, sta dando molto valore alla collegialità. Nella sua enciclica, per esempio, egli cita diversi episcopati, anche privi di una grande tradizione teologica, come quelli del Paraguay o della Patagonia. Ed è un fatto estremamente singolare e rivoluzionario che egli abbia invitato a Roma i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo – riunendosi poi nuovamente con loro a Santa Cruz, in Bolivia – per analizzare le cause delle attuali sofferenze: non ha chiamato sociologi, politologi, scienziati, ma quanti sentono il dolore sulla propria pelle. E ha evidenziato due aspetti essenziali: la centralità della terra, del lavoro e della casa e il fatto che non bisogna aspettare che i cambiamenti vengano dall’alto, perché, ha spiegato il papa, la salvezza viene dal basso: sono i poveri organizzati i veri profeti del cambiamento. Tutto ciò era inimmaginabile a Roma prima di papa Francesco.

Non c’è il rischio che tutto questo finisca con il prossimo pontificato?

Il rischio esiste. Ma la mia tesi è che, dal momento che in Europa vive solo il 25% dei cattolici e che la parte restante si trova nel Terzo Mondo, questo papa inaugurerà una genealogia di papi del Sud del mondo, dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, provenienti, cioè, da altri ambienti culturali ed ecclesiali, più liberi dal peso delle tradizioni e più legati alle esperienze popolari di lotta per i diritti umani, per la terra, per la dignità. Io penso che si sia chiuso il ciclo della Chiesa europea e occidentale e che sia cominciato quello di una Chiesa planetaria. E ora la Chiesa è chiamata a de-occidentalizzarsi, a de-patriarcalizzarsi, a decentrarsi. Poiché il mondo è uno solo, io sostengo che i ministeri dovrebbero essere collocati in diverse regioni del pianeta: quello per i diritti umani in America Latina, quello per l’inculturazione in Africa, quello per il dialogo interreligioso in Asia. E che qui debba restare solo un piccolo gruppo incaricato dell’amministrazione generale, lasciando che tutto si svolga attraverso skype, per teleconferenza. Perché la Chiesa deve adeguarsi alla nuova fase dell’umanità. Questa esigenza di decentramento è uno dei due punti che ho evidenziato in una lettera che ho scritto al papa. L’altro punto è la richiesta di convocazione di un’assemblea delle religioni con l’obiettivo di comprendere quale debba essere il contributo delle diverse tradizioni spirituali per la salvezza della vita sul pianeta e della civiltà umana. Ma, per prima cosa, occorre realizzare una riforma interna della Chiesa.

Su questo terreno, tuttavia, non si registrano molti passi avanti…

Penso che il papa non abbia voluto adottare un approccio frontale. A questo proposito, credo che sia stato un errore scegliere per il Sinodo un tema controverso come quello della morale familiare. Perché è un tema che divide. Sono cause universali come l’ecologia, la pace, la lotta alla fame e alla devastazione della biodiversità che possono unire la Chiesa. Questo tema, invece, sembra fatto apposta per mettere il papa alle corde. Quello che Francesco sta facendo è conservare la dottrina tradizionale, ma aprendo il dibattito e lanciando segnali rispetto alla possibilità che questa dottrina cambi. E io, nella lettera che gli ho scritto, gli chiedo di usare a favore dei diritti e della giustizia quella «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa» che gli riconosce il Codice di Diritto Canonico.

Ma come può conciliarsi questo con una dimensione di collegialità?

L’obiettivo è il cambiamento della Chiesa. Non bastano le riforme, ci vuole una vera rivoluzione. La collegialità è un ottimo strumento per governare la Chiesa, ma non per cambiarla. La funzione del papa è quella di essere il grande protagonista del cambiamento: dispone degli strumenti necessari, se vuole può usarli. E sarà forse obbligato a farlo, per far capire ai cardinali ribelli che lo stanno sfidando che la Chiesa sarà diversa, perché è chiamata a fare i conti con la nuova fase della Terra e dell’umanità. Il tempo delle nazioni è giunto al termine. Inizia il tempo dell’umanità “planetizzata”, della casa comune. E per questo tempo la Chiesa non è preparata. Perché è eccessivamente occidentale, eccessivamente clericale, eccessivamente dottrinaria, eccessivamente centrata su un paradigma ellenistico. Quello che serve è il modello di una Chiesa veramente globalizzata, un’immensa rete di comunità che si incarnano in molte culture e assumono molti volti e in cui il ruolo del papa è quello del pellegrino che anima le Chiese alla fede e alla speranza, strumento di comunione e non di governo, il quale dovrà essere invece affidato alle Conferenze episcopali nazionali e continentali.

Cosa è possibile attendersi dal Sinodo sulla famiglia?

Penso che il Sinodo sarà un fallimento e aumenterà la polarizzazione tra le diverse posizioni. Probabilmente il papa lascerà aperta la discussione, perché, se la chiudesse, dividerebbe la Chiesa. Penso che sia necessario includere le persone che sono più toccate da questi temi, cioè i laici, uomini e donne. Perché il Sinodo è fatto appena da una frazione clericale e celibataria della Chiesa: finché non saranno coinvolte le persone direttamente interessate, non potrà esserci convergenza. E una delle riforme che il papa ha annunciato, ma che fino ad ora non ha realizzato, è proprio l’inclusione delle donne nei centri decisionali. Non si tratta di incrementarne la partecipazione: questa c’è sempre. Si tratta del fatto che siano loro a decidere. Le donne nella Chiesa non contano. E ciò malgrado vi siano a loro favore tre aspetti che sono più forti degli argomenti episcopali: non hanno mai tradito Gesù (gli uomini lo hanno fatto); sono state le prime testimoni dell’evento più grande della fede, che è la resurrezione; e senza una donna non ci sarebbe stata l’incarnazione. E se la Chiesa non ha mai preso sul serio questa centralità, le donne devono lottare per ottenerla e noi teologi dobbiamo dare il nostro aiuto.

Una delle più avanzate frontiere teologiche è quella impegnata nel compito di riformulare la fede cristiana in un linguaggio che sia più accessibile agli uomini e alle donne contemporanei e più compatibile con tutte le recenti acquisizioni scientifiche. Non credi che tra ciò che accettiamo come verità scientifica e ciò che afferma la dottrina tradizionale della Chiesa si sia aperto un fossato che rischia di essere incolmabile?

Io penso che sia necessario tradurre la fede in un nuovo paradigma, perché la Bibbia e l’intera teologia sono state elaborate all’interno di un paradigma occidentale che oggi non è più adeguato alle esigenze planetarie. E il paradigma che oggi sta guadagnando più terreno è quello della nuova cosmologia. Ho tentato di portare avanti questo compito nel mio libro Cristianismo. O mínimo do mínimo (apparso in italiano con il titolo Al cuore del Cristianesimo, Emi, 2013; ndr), pensando il cristianesimo all’interno del processo evolutivo e riformulando il messaggio cristiano in un linguaggio che dovrebbe divenire coscienza collettiva, il linguaggio quotidiano del nuovo paradigma. È questo il grande compito che la Chiesa intera è chiamata a svolgere, coscientemente e collegialmente. Un grande lavoro collettivo di traduzione della fede nel nuovo paradigma che viene dalla fisica quantistica, dalle scienze della vita e della Terra. È la sfida che ho cercato di cogliere scrivendo insieme al cosmologo Mark Hathaway il libro The Tao of Liberation: Exploring the Ecology of Transformation (tradotto in italiano con il titolo Il Tao della Liberazione, Fazi Editore, 2014; ndr): un libro che ha richiesto 13 anni di ricerca e di riflessione e che è il tentativo di utilizzare questa base scientifica per ripensare il concetto di Dio, i concetti di Spirito, di Grazia, di Resurrezione.

Qual è il principale messaggio di speranza che ci trasmette la nuova cosmologia?

Che tutto ha a che vedere con tutto, in tutti i momenti e in tutte le circostanze: tutto è in relazione, come ha riconosciuto lo stesso papa nell’enciclica. La materia non esiste, è solo energia altamente condensata, e tutti abbiamo lo stesso cammino e lo stesso destino. E malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo va sempre auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità. Teilhard de Chardin è stato profetico: esistono tante contraddizioni, si passa attraverso tanta devastazione e a volte sembra che il male prevalga, eppure la vita non è mai stata distrutta. Come ha evidenziato Edward Wilson, la vita non è né materiale, né spirituale: la vita è eterna ed è immersa nel processo dell’evoluzione. Ed è quello che afferma il cristianesimo: che tutto è relazionato e che esiste un fine buono per l’umanità e per l’universo. In altre parole, non andremo incontro alla morte termica, ma a forme sempre più complesse e più alte.

Eppure la teoria della morte termica dell’universo, lo scenario in cui l’espansione accelerata provocherebbe un universo troppo freddo per sostenere la vita, è sostenuta da molti fisici e cosmologi…

Io penso che questa tesi sia stata superata da Ilya Prigogine, il quale ha vinto il Premio Nobel per la chimica per le sue scoperte sulle strutture dissipative, mostrando come l’evoluzione si realizzi nello sforzo di creare ordine nel disordine e a partire dal disordine, cioè come il caos si riveli altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di complessità e di ordine. In contraddizione con la visione lineare propria della fisica classica, ci si muove qui sul terreno della fisica quantistica, con il suo procedere per salti, per accumulazioni di energia. Oggi, pertanto, disponiamo delle basi scientifiche per elaborare una visione che è più adeguata al messaggio di speranza del cristianesimo, quella di un universo come corpo della divinità, un universo che non terminerà con una grande catastrofe, ma con un nuovo cielo e una nuova terra, un salto immenso nella linea di Theilard de Chardin, un’implosione ed esplosione all’interno di Dio. Non un’altra terra, ma questa stessa terra trasfigurata. È come la morte umana, che non è la fine della vita, bensì un luogo alchemico in cui la vita si trasforma e passa a un altro livello, fuori dallo spazio-tempo, ma restando vita.

Al tentativo di articolare Teologia della Liberazione ed ecologia hai dedicato trent’anni di lavoro: un lavoro condotto per tanto, troppo tempo in pressoché totale solitudine, davvero vox clamans in deserto, finché la gravità della crisi ambientale non ha costretto anche la teologia latinoamericana ad assumere la questione tra le proprie priorità. Com’è ti appare ora la situazione?

Negli anni ’80, ho preso consapevolezza della questione ecologica nei seguenti termini: il marchio registrato della TdL è l’opzione per i poveri, contro la povertà e a favore della liberazione e della giustizia sociale. E chi è, oggi, il grande povero? È la Terra! Pertanto, all’interno dell’opzione per i poveri, occorre collocare la Terra, devastata e aggredita. Ma bisogna pensare la Terra non secondo il vecchio paradigma, come una cosa inerte e inanimata, bensì all’interno della nuova cosmologia, come un superorganismo vivo, come Gaia, secondo la teoria di James Lovelock, come la Madre Terra, secondo quanto hanno riconosciuto le stesse Nazioni Unite, che hanno proclamato il 22 aprile come Giornata internazionale della Madre Terra. Mi sono allora dedicato, per alcuni anni, allo studio della cosmologia e ne è nato il libro Ecología: grito de la Tierra, grito de los pobres (tradotto in italiano con il titolo Grido della terra grido dei poveri. Per una ecologia cosmica, Cittadella, 1996). Un’opera che all’epoca non ha praticamente suscitato alcuna reazione tra i teologi, anche se, più tardi, alcuni l’hanno considerata ancor più importante del libro Teologia della liberazione di Gustavo Gutierrez, l’opera che ha segnato l’inizio della TdL, ma che è ancora legata al vecchio paradigma. Io penso che la grande maggioranza dei teologi della liberazione si muovi ancora all’interno del vecchio paradigma. Le difficoltà, è vero, sono molte, perché bisogna studiare le scienze della vita, la fisica quantistica, la nuova antropologia, ma in questo modo si può fare una teologia molto migliore dell’altra, e comprendere assai più in profondità il messaggio cristiano. Io penso che questo sia un compito che va anche oltre la nostra generazione: è il cammino che il cristianesimo è chiamato a percorrere per essere una buona novella per i nuovi tempi. Vino nuovo, otri nuove. Musica nuova, orecchie nuove.

Come ti spieghi che in Brasile molti movimenti popolari, pur facendo propria la lotta contro il riscaldamento globale, difendano progetti ecologicamente devastanti come il pre-sal, l’enorme giacimento di petrolio e gas al largo delle coste brasiliane?

È una contraddizione legata ai Paesi in via di sviluppo. I Paesi del Nord del mondo, infatti, potrebbero mirare alla prosperità rinunciando alla crescita e approfondendo maggiormente dimensioni come quella della spiritualità, dell’arte, ecc. I nostri Paesi, invece, hanno ancora bisogno di crescita, perché il livello di vita dei nostri popoli è molto basso: manca l’acqua, la casa, l’elettricità; occorre investire nella salute e nell’educazione. Così, in Brasile, c’è molta attenzione per questi temi, mentre si trascura la problematica ecologica. Esistono solo piccoli gruppi di ecologisti. Eppure il Brasile potrebbe prescindere totalmente dal petrolio sfruttando l’immensa energia prodotta dal sole. E invece si punta a un progetto come il pre-sal che avrà un impatto devastante sull’oceano, in termini di contaminazione delle acque e di distruzione della biodiversità. Ho discusso varie volte con Lula di tutto questo, ma a suo giudizio è sufficiente che piova due giorni di seguito perché tutto rifiorisca nuovamente. In realtà, però, è il sistema globale che è in crisi e che rischia il collasso. Forse la nostra coscienza si risveglierà quando sentiremo sulla nostra pelle le conseguenze della catastrofe. Come diceva Hegel, l’essere umano non apprende niente dalla storia, ma impara tutto dalla sofferenza. Anche se preferisco Sant’Agostino, il quale riteneva che fossero due le scuole: la sofferenza, che ci offre severe lezioni, e l’amore, che produce gioia e trasformazione. Io penso che trarremo insegnamento dall’amore e dalla sofferenza. Di fronte a noi ci sono solo due strade: o cambiamo o moriremo. Quella che stiamo attraversando è una grande crisi, ma la crisi purifica, obbliga a cambiare strada, prepara forse il terreno per l’avvento di una nuova civiltà centrata sulla vita umana e sulla vita della Terra, una biociviltà, la Terra della buona speranza.

Ma sarà necessario passare per quella che è stata già definita come la sesta estinzione di massa…

Siamo nel pieno dell’Antropocene, l’era in cui l’essere umano – e non un meteorite, né un qualche cataclisma naturale di dimensioni colossali – è diventato la più grande minaccia contro la vita. Edward Wilson ha calcolato che stiamo perdendo ogni anno da 20mila a 100mila specie viventi. È davvero la sesta estinzione di massa e potrebbe anche colpire una buona porzione dell’umanità, soprattutto quella povera e sofferente. In questo caso, spetterà ai sopravvissuti riorganizzare il pianeta su nuove basi. Mikhail Gorbacev, il coordinatore delle attività della Carta della Terra, paragona la situazione della Terra e dell’Umanità a quella di un aereo sulla pista di decollo: arriva un momento critico in cui l’aereo deve decollare, se non vuole schiantarsi in fondo alla pista. E, a suo giudizio, abbiamo già oltrepassato il punto critico e non ci siamo alzati in volo. Ma gli esseri umani sono sorprendenti e capaci di cambiamento. L’evoluzione non è lineare, procede per salti, ed è possibile che l’umanità acquisti consapevolezza e operi il salto necessario, abbracciando una nuova visione che abbia al centro l’intera comunità di vita, anche le piante e gli animali che sono nostri compagni nella casa comune. Dopotutto, l’essere umano ha in sé energie divine, di quel Dio che è sovrano e amante della vita e che non permetterà che la vita scompaia.

Come interpreti l’attuale situazione del Brasile? Ritieni che il governo di Dilma avrà la forza di superare la crisi?

È una situazione molto critica. Strappando alla povertà 40 milioni di brasiliani, il Pt ha commesso l’errore di trasformarli appena in 40 milioni di consumatori, trascurando quel lavoro di coscientizzazione necessario per restituire loro il senso di cittadinanza. Il consumatore, si sa, mira a consumare sempre di più. E se non è possibile si genera un grande malessere collettivo. E questo è un errore che viene sfruttato dall’opposizione. La nostra disgrazia è che non esiste un’alternativa. Nessuno tra le fila dell’opposizione possiede autorità morale e un progetto diverso dal neoliberismo e dall’allineamento agli Stati Uniti. E purtroppo il governo Dilma, venendo meno alle promesse della campagna elettorale, sta scaricando sugli operai e sui pensionati i costi della crisi, risparmiando le grandi imprese e le banche. Occorre tener presente che il Brasile, in virtù dei suoi immensi spazi geografici e delle sue grandi ricchezze naturali, è uno dei luoghi del pianeta che fa più gola al capitale. Siamo in un vicolo cieco. Non esiste in questo momento alcuna soluzione ragionevole. L’unica speranza viene dalla nascita di una grande articolazione dei movimenti di base, i quali si sono recentemente incontrati con Dilma con l’obiettivo di creare una base non parlamentare, ma popolare, per far fronte all’offensiva dell’opposizione, in maniera che su tale base Dilma possa portare avanti progetti sociali in una prospettiva realmente educativa, creando una nuova coscienza di cittadinanza. Ciò permetterebbe al governo di andare avanti, in attesa forse di una nuova candidatura di Lula nel 2018. Anche se per il Pt sarebbe meglio restare un po’ di tempo fuori dal potere, per fare autocritica e riformulare un progetto di Paese.

È difficile pensare che Lula possa rappresentare il futuro del Brasile…

Lula immagina il Brasile come un’immensa fabbrica da sud a nord in cui tutti lavorano, consumano, comprano casa e macchina. Ma si tratta di un progetto più adatto al XIX secolo che al XXI. Lula è un grande leader, ma la storia ha oggi bisogno di un’altra forma di leadership. E purtroppo non c’è alcuna figura che esprima questa coscienza nuova. A mio giudizio, il Brasile è sia espressione della tragedia dell’umanità – basti pensare all’assassinio sistematico dei giovani neri (ne vengono assassinati 60 al giorno) e alla devastazione della natura – sia laboratorio di speranza, promessa di un’altra forma di abitare il pianeta, secondo una prospettiva bioregionalista – la vera alternativa ecologica alla globalizzazione omogeneizzante – che integra e valorizza i beni e i servizi di ogni ecosistema insieme alla sua popolazione e alla sua cultura.

* Immagine di Valter Campanato (Agência Brasil), tratta dal sito Commons Wikimedia, immagine originale e licenza. La foto è stata ritagliata, le utilizzazioni in difformità della licenza potranno essere perseguite.

Claudia Fanti é uma das mais competentes jornalistas de assuntos do Terceiro Mundo e do Brasi, da revista semanal ADISTA de Roma.

Pentagono:un solo mondo,un solo impero – Papa Francesco:un solo mondo,una sola casa comune”.

Dei no dia 15 de outubro de 2015 em Roma uma pequena entrevista a um dos mais sérios vaticanólogos , Raffaele Luise, muito próssimo ao Papa Francisco. Reproduzo o texto pois exprime um pouco o que penso da atual situação da Igreja e  qual seria o sentido concreto da mensagem do Jesus histórico: lboff

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“Sul Pentagono campeggia la scritta: Un solo mondo, un solo impero. Papa Francesco invece dice:Un solo mondo, casa comune”.

Comincia cosi’ il colloquio con Leonardo Boff, uno dei padri della teologia della liberazione, ora da lui definita come “ecoteologia della liberazione”, a due passi dal Vaticano.

D: Chi e’ papa Francesco?
“E’ una benedizione di Dio per il mondo e per la chiesa‎. Piu’ che un nome e’ un “progetto” che abbraccia chiesa e mondo, incentrato sulla cultura dell’incontro tra i popoli, di dialogo complessivo e globale, di convivenza e di pace. Francesco di Roma vuole far rivivere la visione di Francesco d’Assisi di una chiesa povera, umile, amica della natura, aperta aggli ultimi e ai vulnerabili. La chiesa della misericordia e dell’amore incondizionato, della sororita’ e della fraternita’ con gli uomini e con le creature, dal filo d’erba alle stelle, unite nella lode di Dio.Francesco rappresenta il seme di un mondo nuovo,memore del fatto che Dio non ha piantato alberi ma sparso semi che dentro hanno tutto: radici, rami, fiori e frutti. Appunto un mondo “nuovo”. E il papa non si limita a parlarne in astratto, ma ci mostra come esso puo’ essere con la sua rivoluzione della tenerezza, e interrogando severamente il paradigma cinico e insensibile della tecnocrazia. Collocandosi sempre dalla parte dei vulnerabili, e raccogliendo in modo sistematico il grido della Terra e dei poveri. Nella sua visione dell’ecologia integrale, Francesco coniuga intimamente la giustizia sociale e la giustizia ecologica, i due amori crocifissi, sollecitandoci a far risorgere la Terra. In questo senso, la “Laudato Si'” e’ un prezioso manuale di ecologia globale, che tiene insieme l’ambiente, il sociale, il mentale e lo spirituale. Il papa non e’ un ambientalista: il senso vero della sua enciclica sta nella restaurazione e nella fioritura della casa comune”.

D: In qualche modo lei ha contribuito all’elaborazione dell’enciclica.
“Solo nel senso che, richiesto dal papa, che conosceva i miei testi, ho mandato per tre volte a Francesco pacchi dei miei libri, con diversi articoli, e la Carta della Terra, scritta da un gruppo redazionale di 23 intellettuali, me compreso, sotto la direzione di Mikhail Gorbaciov. Un documento che il papa cita, e i cui autori mi piacerebbe che Francesco incontrasse”.

D: Come giudica l’attuale situazione in vaticano?
“Penso che la teoria del caos possa spiegare la situazione di Roma. Questa teoria si articola in due direzioni: il caos distruttivo, in cui cio’ che non ha forza cade, rimanendo il nocciolo, e il caos generativo di un altro ordine. Penso che ci troviamo nel primo caos, che e’ premessa per il caos generativo. L’ultima parola non sara’ la crisi intesa come distruzione, ma come purificazione. E allora la chiesa avra’ un altro volto, quello che emergera’ dalla pratica della visione pastorale di papa Francesco”.

D: Il tuo ultimo libro si chiama “Al cuore del cristianesimo”. Qual e’ il cuore del cristianesimo e del tuo messaggio?
“Ho cercato di pensare quale sia la “ipsissima intentio Jesu”, e credo che essa risieda nel “Padre nostro”‎, la preghiera in cui Gesu’ articola la “fame di Dio”, Abba’ e Madre, con la sua tensione verso la trascendenza, con il “pane nostro” , la fame concreta, in cui risiede la radice tenera dell’essere umano.In essa Gesu’ unisce queste due forme di fame, di infinito e di terra, riconciliandole. Non dice “Padre mio” ne’ “pane mio”, ma “nostro”, perche’ la preoccupazione di Gesu’ era che tutti si sentissero figli e figlie del Dio materno. Non il pane dell’individualismo, ma la generosita’ dell’abbraccio fra uomini e Terra. Si tratta di una visione anche politica, perche’ tutti possano vivere la convivialita’, celebrando alla stessa tavola la generosita’ della vita e della Terra. E questo e’ il simbolo del Regno di Dio, una cena, che e’ l’ideale piu’ antico di qualsiasi cultura: l’umanita’ come famiglia che si siede a tavola celebrando insieme la bonta’ della vita e la generosita’ di Dio”.

Raffaele Luise

Francisco de Asís: el prototipo occidental de la razón cordial

Esta entrevista salió en IHU(Instituto Humanitas-Unisinos) online de los jesuitas de la Unisinos RS el 4/10/2015

IHU Online – ¿Quién fue Francisco de Asís? ¿Cómo entenderlo en su complejidad que va de la ternura al vigor?

Leonardo Boff – Aunque haya vivido hace más de 800 años, él es nuevo; nosotros somos viejos, pues él consiguió lo que nosotros difícilmente alcanzamos: relacionarnos con todas las cosas, incluso con las más adversas como la muerte, llamándolas con el dulce nombre de hermanos y hermanas. Así consiguió una reconciliación, como si fuese un habitante del paraíso terrenal. Con razón el gran historiador Arnold Toynbee dijo en su última entrevista: «Francisco, el mayor de los hombres que han vivido en Occidente, debe ser imitado por todos nosotros, pues su actitud es la única que puede salvar la Tierra y no la de su padre, el mercader Bernardone».

El filósofo Max Scheler en su conocido libro Esencia y Formas de la Simpatía afirmaba: «San Francisco es el prototipo occidental de la razón cordial y emocional, cosa que posteriormente fue relegada al margen». Ella nos hace sensibles a la pasión de los que sufren y a los gritos de la Tierra devastada por la voracidad industrialista actual.

IHU Online – Usted dice que el contacto con Francisco de Asís provoca una crisis profunda. ¿Qué tipo de crisis es esa?

Leonardo Boff – San Francisco nos hace descubrir nuestro distanciamiento de la naturaleza, como si no fuésemos parte de ella, sino sus dueños y señores. Esa actitud está en la raíz de la crisis ecológica actual, pues se funda en la falta de pertenencia, en la ausencia de cuidado y de amor para con todas las cosas, pues ellas tienen un valor intrínseco en sí mismas. Comparar lo que somos y hacemos con lo que hacía y era San Francisco nos crea mala conciencia y nos introduce en una crisis purificadora, pues nos invita a cambiar nuestro estilo de vida.

IHU Online – ¿Cómo entender la mística de Francisco de Asís y su relación con el medio ambiente?

Leonardo Boff – San Francisco dio centralidad al corazón. En sus escritos la palabra “corazón” aparece 42 veces frente a una de “inteligencia”; “amor”, 23 veces frente a 12 de “verdad”. Hoy sabemos que en la razón cordial y sensible se encuentra la sensibilidad profunda para con los otros, los valores éticos y la espiritualidad. El corazón le hace sentir al Sol, a la Luna, al agua, al lobo y hasta a la muerte como hermanos y hermanas. Es la actitud que nos exige hoy la crisis ecológica. La razón por sí sola no explica nuestros problemas fundamentales, porque ella solo ve, analiza y calcula. El corazón nos moverá al cuidado, al respeto y al amor a la Madre Tierra.

IHU Online – ¿Cuál era la concepción de Iglesia de Francisco de Asís? ¿Cuales eran los puntos cruciales de divergencia con el clero alto? ¿Con que modelo de Iglesia dialogaba e, incluso, se oponía?

Leonardo Boff – El teólogo Joseph Ratzinger, en uno de sus escritos sobre el sentido de la profecía en la Iglesia, escribió que el “no” de San Francisco al tipo de Iglesia de su tiempo no podía ser más radical. Pero su “no” nunca es verbalizado, nunca hace una crítica abierta al sistema curial, especialmente bajo Inocencio III, el Papa más poderoso de la historia de la Iglesia. Él no habló ni criticó como hicieron los Reformadores del siglo XVI. Él simplemente se dejó orientar por el evangelio, leído sin glosas, es decir, sin comentarios que le quitan la fuerza trasformadora, en su sentido original: vivir siguiendo a Cristo pobre, descubierto en los más pobres de los pobres que son los leprosos, tener extrema ternura y compasión con todos los que sufren dolores y acogiendo jovialmente las más duras adversidades que la pobreza radical le comportaba.

El inauguró una Iglesia en la base, junto con los pobres, predicando por las calles o en las plazas, rezando las horas canónicas debajo de los árboles y teatralizando pasajes bíblicos como hizo con la celebración de Navidad, inventando el pesebre. Quería que sus seguidores fuesen “menores”, categoría social de los sin poder y que no aceptasen ningún cargo eclesiástico. Debían “in plano subsistere”, es decir, mantenerse a ras del suelo, donde todos los anónimos e invisibles, el pueblo en general, se encuentran.

IHU Online – ¿Cuáles son los conceptos-clave, las ideas y concepciones principales de Francisco de Asís? ¿Cómo comprender esos conceptos en nuestros días?

Leonardo Boff – San Francisco no era teólogo. Ni era un clérigo. Olvidamos que era un laico. Solo al final de su vida se dejó ordenar diácono para poder seguir predicando (ya que había un decreto papal que prohibía a los laicos predicar, como hacían antes). Pero con la condición de que a este oficio no le correspondería ningún beneficio. Las virtudes principales que vivía con gran jovialidad era la extrema sencillez, acogiendo a todos tal como eran; después, una gran humildad considerándose a sí mismo como menor y servidor, hermano o fratello de todos; y principalmente vivía una radical pobreza como poverello.

Pero para él, la pobreza no consistía en no tener sino en la capacidad de dar, y volver a dar, hasta despojarse de todo. Tenía conciencia de que entre las personas se interponen los bienes y los intereses. Desprenderse de tales cosas permitía el encuentro directo e inmediato, ojo a ojo, cuerpo a cuerpo para situarse junto al otro como hermano. Ser radicalmente pobre para poder ser plenamente hermano: este es el sentido de la pobreza franciscana. Y por último, la permanente alegría, como quien se siente continuamente en la palma de la mano de Dios. Se le atribuye este dicho: “tengo poco y lo poco que tengo, lo necesito poco”. Este proyecto de vida, si se viviera hoy, crearía un mundo tierno y fraterno, amigo de la vida, con una sobriedad compartida, con un aura de fraternidad universal entre las personas y con todos los seres de la naturaleza, abrazados como hermanos y hermanas.

«Está dentro de las posibilidades humanas desentrañar un San Francisco escondido dentro de cada uno»

IHU Online – ¿Cómo pueden ser actualizados esos conceptos para nuestros días en busca de inspiración ante la crisis?

Leonardo Boff – Entre muchas otras cosas, considero fundamental, para que salgamos de la crisis actual, que recuperemos los derechos del corazón. Es decir, que no seamos solo portadores de inteligencia racional, que junto con ella y de forma más profunda, seamos también portadores de inteligencia cordial o sensible. Sentir, como dice el Papa en su encíclica sobre “el cuidado de la Casa Común”, como propios las dolores de la Tierra y los padecimientos de los demás hermanos y hermanas.

Actuar a partir del corazón que ama, que se identifica con el otro, que cultiva la compasión y el cuidado con todas las cosas, como cuidaba San Francisco.

Él sacaba a las babosas de los caminos para que no las pisasen y pedía que hasta las hierbas silvestres tuviesen un rincón reservado en las huertas, porque ellas también merecen vivir y alaban a Dios a su manera. Si en la humanidad tuviésemos estos sentimientos, no necesitaríamos hablar de ecología ni de derechos de las personas y de la naturaleza, pues todo eso sería vivido con total espontaneidad.

IHU Online – ¿Cómo comprenden Bergoglio y Ratzinger la figura de San Francisco de Asís?

Leonardo Boff –Joseph Ratzinger, en su tesis sobre el concepto de historia en San Buenaventura, escribió como introducción al tema una de las más bellas páginas que se han escrito modernamente sobre la figura singular de San Francisco. Creo que los franciscanos todavía no han sabido valorar tales reflexiones.

Bergoglio tomó el nombre de Francisco por la fascinación que ejerció siempre sobre él la figura de este santo especial y por su amor a los pobres y a la naturaleza. En su encíclica, le dedica tres grandes parágrafos (nn.10, 11 12) y explica: «Creo que Francisco es el ejemplo por excelencia del cuidado por lo que es frágil y por una ecología integral… su corazón era universal» (n.10). Todo el texto de la encíclica está lleno de corazón, pues lee los datos de la situación de la Tierra afectivamente y no solo intelectualmente. Ese es el modo como San Francisco lee el mundo a partir de un sentimiento profundo de unión.

IHU Online – ¿Cómo comprender la relación entre Francisco y Clara de Asís? ¿Cuál es el papel de Clara en la historia y en la “doctrina” de Francisco?

Leonardo Boff –La relación entre Clara e Francisco es una de las más bellas y puras de la historia del cristianismo. El tenía tres amores: amor a Cristo crucificado, amor a los pobres y amor a la hermana Clara. Era un verdadero amor entre un hombre y una mujer, pero transfigurado por un proyecto común: servir al Crucificado y a los crucificados de la historia. El eros florecía en el ágape sin perder su fascinación y belleza. Entre ellos había afecto y cariño que no escondió durante toda su vida. Clara seguramente lo ayudó a ser tan tierno y amoroso con todas las criaturas.

IHU Online – ¿En qué medida la visión de Francisco de Asís en relación al mundo, a los seres humanos y a la Iglesia dialoga con el pontificado de Bergoglio?

Leonardo Boff – El Papa Francisco ha puesto el evangelio en el centro de su predicación y de sus gestos ejemplares. Fue exactamente eso lo que hizo San Francisco: para él el evangelio era todo, no como mero texto, sino como fuente de inspiración, de humanización, de espiritualización y de identificación con el Jesús histórico, hasta el punto de que los textos originarios afirman que llegó a recibir las llagas de Cristo en su propio Cristo. No sin razón ha sido llamado “el primero después del Único (Jesucristo)” o incluso “el último cristiano”. La sencillez, la bondad, la ternura y la proximidad que el Papa Francisco revela en su vida, traducen bien el espíritu de San Francisco.

IHU Online – ¿Cómo comprender Laudato Si’ desde la perspectiva de Francisco de Asís? ¿De qué forma la idea de Ecología Integral, concepto central de la Encíclica, aparece en el legado de Francisco de Asís?

Leonardo Boff – El propio Papa lo aclara en su encíclica sobre “el cuidado de la Casa Común”, al decir: «la reacción de Francisco era mucho más que una valoración intelectual o un cálculo económico, porque para él cualquier criatura era

una hermana, unida a él con lazos de cariño. Por eso se sentía llamado a cuidar todo lo que existe» (n.11). Como decíamos, Francisco ponía corazón en todas las cosas, por eso las amaba y se sentía unido a ellas como miembros de una gran familia terrenal y cósmica.

IHU Online – En su libro San Francisco de Asís, ternura y vigor, la historia del santo tiene cinco aspectos como telón de fondo.

¿Cuáles son y cómo se relacionan? ¿Cómo se actualizan hoy esos aspectos?

Leonardo Boff – Algunos dicen que de todos mis libros (ya casi cien) este es el mejor. Que lo digan los demás, no yo. Pero intenté, al celebrarse los 800 años de su nacimiento, destacar cinco puntos que mostrasen su actualidad para el Foto: http://www.paroquiadapompeia.org.br mundo de hoy.

El primero es «la irrupción de la ternura y de la convivialidad, como mensaje a la cultura actual». Es la tentativa de oponer al paradigma moderno, fundado en el poder como dominación, que tantos males ha traído a las grandes mayorías, el paradigma del cuidado, de la ternura, de la convivialidad con todas las criaturas, no dominándolas, sino estando al pie de ellas, como hermano menor.

«Fue exactamente eso lo que hizo San Francisco: para él el evangelio era todo, no como mero texto, sino como fuente de inspiración, de humanización, de espiritualización y de identificación con el Jesús histórico».

El segundo punto es «la opción por los pobres como mensaje de San Francisco a la sociedad actual». Intenté asumir el propósito de la Iglesia latinoamericana, expresado en Medellín y en Don Helder, que entendió la pobreza no como algo natural y dado, sino como resultado de relaciones injustas entre las personas y sus instituciones. Se hizo la opción preferencial por los pobres, contra la pobreza y a favor de la justicia social. De esta opción nació la teología de la liberación. Don Helder siempre repetía que fue San Francisco el verdadero fundador de esta teología, porque él no tuvo una actitud asistencialista, viviendo para los pobres. Él mismo se hizo pobre, fue a vivir en medio de ellos como pobre, y a partir de ellos leía toda la realidad, también la eclesial. Estimo que esta perspectiva es enormemente actual.

El tercer punto trata «de la liberación por la bondad: una contribución de San Francisco para una liberación integral de los oprimidos». Traté de mostrar su estrategia que era de renuncia total a cualquier tipo de violencia. Procura conversar con todos, hasta con el feroz lobo, y conquistar a las personas por la bondad, convencido de que dentro de cada uno arde la llama divina de la bienquerencia entre todas las personas.

El cuarto punto aborda «cómo San Francisco creó en las bases de la Iglesia de aquel tiempo una iglesia popular y pobre», en la cual prevaleció la fraternidad sobre el poder, la palabra del evangelio sobre las reflexiones teológicas, la celebración de la vida sobre la celebración de simples ritos y la profunda piedad por los actos y los hechos del Jesús histórico, su nacimiento, su cruz, su presencia eucarística.

Como último punto abordo el tema «del proceso de individuación realizado biográficamente por San Francisco». Es decir, cómo de todo lo que le sucedía, la dimensión de sombra y la dimensión de luz, sus decepciones y alegrías, su sufrimiento y muerte, él hacía caminos de crecimiento y de total integración. De ese proceso que combina ternura y vigor, cielo y tierra, vida y muerte irrumpe su irradiación como alguien que realizó su humanidad de un modo ejemplar. Creó un humanismo tierno y fraterno que va más allá del mundo humano y que abarca a toda la naturaleza y al propio universo. Penetró en su Profundidad radical donde se anida Dios con su gracia y su amor.

Haber podido llegar hasta ese punto es más que esfuerzo personal, es principalmente don de Dios. Francisco lo sabía bien, por eso, aunque para nosotros sea un santo ejemplar, se consideraba el mayor pecador del mundo, «pequeñín, pútrido y fétido, mezquino, miserable», como dice en una de sus cartas. Él podía decir eso, pues no había negado sino integrado tales realidades sombrías, propias de nuestra condición humana, en una síntesis superior, repleta de luz, de ternura y de amorización.

IHU Online – ¿Qué humanismo inaugura Francisco y cómo se alínea con los principios cristianos?

Leonardo Boff – Francisco se transformó en un arquetipo, o sea, en una referencia de valor y de ideal humano. Como tal no pertenece ya a los franciscanos ni siquiera a los cristianos. Pertenece a la humanidad. Es una de las figuras de las cuales podemos enorgullecernos y decir: está dentro de las posibilidades humanas descubrir un San Francisco escondido dentro de cada uno. Esa energía amorosa y tierna, escondida en nosotros, nos hace más humanos, más compasivos, más solidarios y más capaces de un amor incondicional. ¿No era eso lo que quería Jesús de Nazaret? Su propósito no era crear una nueva religión, sino enseñar a vivir y suscitar el hombre y la mujer, hechos de amor, de compasión, de entrega a los otros hasta el último sacrificio, siempre con total desapego, con alegre jovialidad y con jovial alegría.

Por João Vitor Santos y Patricia Fachin

Traducción de MJ Gavito Milano

Another way of resolving conflicts

Humanity has always seen conflicts of every type, especially under patriarchy. The predominant means of resolving them has been, and still is, the use of violence, to defeat the other and subjugate him to some lower order. That is the worst of paths, because it leaves in the vanquished the taste of bitterness, humiliation and a desire for revenge. And this perpetuates the spiral of violence that, especially today, takes on the form of terrorism, the expression of revenge of the humiliated. Could this be the only way for human beings to resolve their conflicts?

There was someone who considered himself “God’s madman” (pazzus Dei), Francis of Assisi, who could also be the present Francis of Rome, who sought another way. The previous path was one of win/lose. The new one, the win/win path, removes the bases of the bellicose spirit. Let’s take examples from the practice of Francis of Assisi. His usual greeting was to wish everyone: “peace and good”. He asked of his followers: “Anyone who comes, friend or foe, thief or bandit, greet him with kindness” (Regla no bulada, 7).

Let us consider Francis’ strategy regarding violence. Let’s take two legends, that, as legends, express the spirit better than the letter of the facts: the thieves of the Hamlet of San Sepolcro and the Wolf of Gubbio (Fioretti, c. 21).

A band of thieves used to hide in the woods and rob the passers-by of the neighborhood. Moved by hunger, they went to the hermitage of the friars to ask for food. They were welcomed, not without remorse, by the friars: “It is not right that we give charity to this band of thieves who cause so much evil in this world”. They brought the question to Francis; who suggested the following strategy: take bread and wine to the woods, and shout to them: “Brother thieves, come here, we are brothers and we bring you bread and wine” ―they happily eat and drink―, then talk to them about God, but do not ask them to abandon the life they lead because it would be to ask too much; only ask them that when they assault to not cause the person harm. Another time, Francis counsels: “Bring them something better: cheese and eggs”. Happier, the thieves rejoice, but listen to the exhortation of the friars: “Leave this life of hunger and suffering, stop thieving, convert to work because the good God will provide what is necessary for the body and for the soul”. The thieves, moved by such goodness, leave that life and some of them even become friars.

Here the finger, ready to accuse and to condemn, was set aside in the name of the warm closeness, and trust in the energy hidden in them to be something other than thieves. It is to overcome the tendency to see things in black and white, that puts goodness on one side and evil on the other. In fact, in each person is hidden a possible thief and a possible friar. With tender affection, the friar hidden within the thief can be rescued. And that is what happened in Assisi.

This strategy of renouncing violence also appears clearly in the legend of the Wolf of Gubbio. that attacked the people of that small town. Once again schematization is overcome: on one side, the “big wolf, terrible and ferocious” and on the other, the people, filled with fear and armed. The two actors whose only relationship was violence and mutual destruction confronted each other. Francis’ strategy was not to seek a truce or an equilibrium of forces ruled by fear. Francis did not take sides with one or the other, in a false Pharisaic attitude: “it is the other who is bad, not I, therefore the other must be destroyed”. Has anyone asked himself whether inside each of us there can be hiding a bad wolf, and at the same time, a good citizen?

The path of Francis was the union of opposites, and to bring the opposites close enough to each other that they could make a pact of peace. Francis went to the wolf and said to him: “brother wolf, you are a bad murderer, and deserve the gallows, but I also recognize that you do so much harm because of hunger. Let’s make a pact: the people will feed you, and you will stop threatening them”. Then Francis addressed the people, preaching: “turn to God, stop sinning. Make sure that there is enough food for the wolf, and that way God will free you from eternal punishment, and from the bad wolf”.

Legend has it that the small town changed its habits. They decided to feed the wolf, and the wolf moved among the people, as if he were a gentle citizen.

There have been those who read that legend as a metaphor for class struggle. That could be. The fact is that the peace that was accomplished was not through the victory of one of the parties, but by transcending the sides and parties. Each one gave in, the gain/gain was realized and peace came, one which does not exist by itself, but that results from a collective agreement between the citizens and the wolf.

Conclusion: Francis did not stimulate the contradictions nor did he remove the dark dimension where hatreds boil. Francis trusted in the humanizing capacity of goodness, dialogue and mutual trust. He was not naive. He knew that we live in the “regio dissimilitudinis”, a world of inequalities (Fioretti, c. 37). But he did not resign himself to this decadent situation. He intuited that beyond bitterness, deep inside each creature there exists a submerged goodness to be rescued. And it was.

The day will come when humans will embrace their cordial and spiritual intelligence, whose biological base was identified by the new neurologists, and which complements the intellectual reason, that divides and atomizes. Then we will have inaugurated the kingdom of peace and concord. The wolf will continue being a wolf, but he will threaten no one.
Free translation from the Spanish by
Servicios Koinonia, http://www.servicioskoinonia.org.
Done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.