Leonardo Boff e il suo rapporto a l’enciclica “Cura de la Casa Comune” “

È apparso nel JORNAL DO BRASIL 14/06/2015 questa intervista che forse può interessare a parecchi lettori. Il testo è questo:

“Leonardo Boff, columnist del Jornal do Brasil, è stato uno degli attori che hanno aiutato a montare l’enciclica di Papa Francesco dedicata all’ambiente e divulgata giovedì scorso. In una intervista “e-mail”, ha spiegato come i suoi testi e contributi sono arrivati fino a Bergoglio, «una delle maggiori leadership mondiali, sia in campo religioso, sia in campo politico». Ha commentato inoltre il modo con cui il Papa ha affrontato delicati problemi e anche le risposte di potenze mondiali alle minacce “contro la nostra unica casa comune”.

“Vedo pochi passi avanti, perché gli interessi economici si sovrappongono alla preoccupazione per la salvezza dell’unica casa comune che abbiamo da abitare” – dice Boff in un’intervista al Jornal do Brasil – “c’è una irresponsabilità incosciente e colpevole nei riguardi delle minacce che pesano sul nostro futuro. Se quello che dice la comunità scientifica mondiale fosse ascoltato, ben altri sarebbero i risultati degli incontri organizzati dall’Onu sul riscaldamento globale e sulla crescente erosione della biodiversità”, mette in guardia Boff. “Il mio presentimento oscilla tra la catastrofe e la crisi”, continua.

Il Papa Francesco ha stabilito una “relazione intima tra i poveri e la fragilità del pianeta” nell’enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune, divulgata giovedì scorso e pubblicata in portoghese dalle Edizioni Paoline. In gennaio, durante la visita alle Filippine, Francesco ha dimostrato preoccupazione per l’ecologia, affermando “la necessità di vedere, con gli occhi della fede, la bellezza del piano di salvezza di Dio, il legame tra l’ambiente naturale e la dignità della persona umana”.

Per Boff, “lo scandalo della povertà mondiale, in un mondo ad altissimo consumo, la devastazione degli ecosistemi e le minacce che pesano sulla nostra casa comune, trascurata e maltrattata,” preoccupano costantemente Papa Francesco.

Legga il testo integrale dell’intervista di LBoff al JB: JORNAL DO BRASIL –

Come sono andate le vostre conversazioni durante l’elaborazione dell’enciclica?

Vi siete incontrati personalmente?

Leonardo Boff – E’ con qualche difficoltà che rispondo alle domande dell’intervista, perché non vorrei creare l’impressione di attribuirmi un’importanza che in realtà non ho. Se voi mi domandate: tu hai aiutato il Papa a scrivere l’enciclica? Devo dire: no. Io ho soltanto messo a disposizione del materiale, dei mattoncini con i quali, volendo, potrebbe costruire qualche cosa. Non ho mai avuto incontri personali con Papa Francesco, soltanto indiretti. Innanzitutto attraverso un’amica comune, Clelia LURO, alla quale lui telefonava da Roma tutte le domeniche verso le 10,00. Attraverso di lei, mi mandava messaggi e mi faceva richieste di testi. All’inizio mi chiese un testo che l’ex-presidente dell’assemblea dell’Onu (gestione 2008-2009), Miguel d’Escoto e io avevamo elaborato per farne il cippo teorico della nuova Onu ancora allo studio: “Declaración Universal del Bien comun de la Madre Tierra y de la Humanidad”. Il testo è ordito all’interno del nuovo paradigma secondo il quale tutte le cose sono interconnesse, formando un incommensurabile sistema in evoluzione. In questo testo noi usavamo molto il termine “casa comune” per riferirci alla terra.

Quando il Papa è venuto in Brasile, l’intermediario è stato dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales-SP, al quale ho affidato il libro da me scritto proprio per l’occasione della sua venuta: “Francisco de Assisi – Francisco de Roma: uma nova primavera para a Igreja, Editora Mar de ideias, Rio”.

Inoltre chiesi di consegnargli in spagnolo “Francisco de Assis: ternura e vigor” (Vozes), nel quale io affrontavo largamente la questione ecologica, dato che lui l’aveva sollecitato a Clelia Luro. Pure in spagnolo inviai la “Carta della Terra”, con raccomandazioni mie perché la utilizzasse, perché mi pareva la cosa più importante del documento sull’ecologia nell’inizio del secolo 21º, frutto di una vasta consultazione di più di 200.000 persone di tutti gli orientamenti, sotto la direzione di Michail Gorbaciov; io avevo partecipato alla redazione e avevo ottenuto di includere il tema della cura, “il legame parentale con tutta la vita” e la spiritualità.

Scrissi al Papa che la “Carta da Terra” affermava l’interdipendenza tra tutti gli esseri e il valore intrinseco di ognuno, contro l’antropocentrismo tradizionale. Un’altra volta inviai attraverso il vescovo di Altamira nello Xingu, dom Erwin Kräutler, che nel 2014 aveva vinto il premio Nobel alternativo della pace dal Parlamento svedese e che passando da Roma il Papa invitò a redigere qualche cosa sull’Amazzonia. Attraverso di lui mandai in spagnolo il mio libro più completo sulla ecologia, “Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres” espressione che l’enciclica ha fatto sua. Inviato pure un altro libro, sempre in spagnolo “Cuidar la Tierra: Hacia una ética universal”, pubblicato in Messico.

ll più importante è stato un libretto con DVD sulle quattro ecologie, con immagini bellissime, in cui abbordo anche l’ecologia integrale. Altri materiali sono stati inviati all’ambasciatore argentino presso la Santa sede, Eduardo Valdés, amico di Bergoglio, perché inviando le cose direttamente al Vaticano non si ha mai la certezza che le cose arrivino nelle mani del Papa. Attraverso di lui inviai un libro che io consideravo importante “Proteger la Tierra – Cuidar la vida – como evitar la fin del mundo”.

Attraverso lo stesso ambasciatore inviai vari articoli in spagnolo sulle questioni ecologiche che escono in JB on line con cui collaboro da vari anni. Mi ricordo d’aver scritto in un biglietto da consegnare al Papa, nel quale c’era una citazione della Carta da Terra che – secondo me – doveva entrare nell’enciclica e di fatto consta al numero 207: “Come mai prima nella storia il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio… possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per un’allegra celebrazione della vita” (parole finali della Carta della Terra).

Né io né l’ambasciatore abbiamo ricevuto una qualsiasi risposta. Quale non è stata dunque la sorpresa dell’ambasciatore Eduardo Valdés quando il giorno anteriore alla pubblicazione dell’enciclica, cioè il 17 giugno, il Monsignor Fernandez del Vaticano si mise in contatto con lui per ringraziarlo di tutto il materiale che aveva consegnato a Papa Francesco. Per finire: ho fatto quello che il Papa Francesco mi ha chiesto, senza nessuna pretesa di influenzarlo. L’enciclica è sua e lui è l’autore. Comunemente il Papa lavora con un corpo di periti che lo aiutano e con altri specialisti invitati. Quello che posso dire è che io sento molte risonanze dei miei pensieri e modi di dire nell’enciclica che non sono soltanto miei, ma di quanti lavorano a partire dal nuovo paradigma di una ecologia integrale. Ma io sono stato un semplice servo come si dice nel Vangelo.

Cosa ci potrebbe dire lei rispetto al Papa e al modo come lui sta affrontando questioni delicate nella chiesa?

Considero Papa Francesco uno dei più grandi leaders mondiali, sia in campo religioso sia in campo politico. Nel campo religioso ha usato la tenerezza di San Francesco per trattare le persone, particolarmente i più poveri. Ma ha trattato con fermezza di gesuita coloro che hanno macchiato l’immagine della Chiesa cristiana con abusi sessuali e crimini finanziari. In questo punto è stato duro e ha agito come medico. Ha ripulito il Vaticano e forse avrà ancora qualcosa da pulire.

Il fatto più visibile è che lui ha portato una primavera nella chiesa dopo tentativi di ritorno alla grande vecchia disciplina. I cristiani sentono la chiesa come un focolare spirituale e non come un incubo da sopportare scoraggiati. Politicamente lui ha promosso il dialogo tra i popoli, riavvicinato Cuba agli Stati Uniti e viceversa e ha predicato insistentemente l’incontro come forma di superare preconcetti e fondamentalismi e creare spazio per la pace. E lo fa con tanta dolcezza e convinzione che difficilmente qualcuno smette di dargli attenzione.

Lo scandalo della povertà mondiale in un mondo ad altissimo consumo, la devastazione degli ecosistemi e le minacce che pesano sulla casa comune, trascurata e maltrattata, lo preoccupano costantemente, perché presagisce situazioni apocalittiche se non faremo niente di serio per contenere il riscaldamento globale. Credo che l’enciclica andrà a rafforzare una visione più ampia, sistemica, integrale dell’ecologia inserendo specialmente la questione sociale mentale e profonda. Spero che la discussione ora sarà più ricca e non soltanto ridotta a problemi dell’ambiente.

Lei ha visto progressi significativi della questione tra le principali potenze mondiali?

C’è una irresponsabilità incosciente e colpevole a proposito delle minacce che pesano sul nostro futuro.

Vedo pochi passi avanti perché gl’interessi economici si impongono sulla preoccupazione per la salvaguardia dell’unica casa comune che abbiamo per abitarci. C’è un’incoscienza irresponsabile e colpevole intorno alle minacce che pesano sul nostro futuro.

Se si ascoltasse quello che dice la comunità scientifica mondiale, ben altri sarebbero i risultati degli incontri organizzati dall’Onu sul riscaldamento globale e sulla crescente erosione della biodiversità: secondo il noto biologo Edward O. Wilson, il numero delle specie che ogni anno spariscono definitivamente dal ciclo evolutivo oscilla tra le 27.000 e le 100.000.

Viviamo come ai tempi di Noè: le persone mangiavano, bevevano, prendevano moglie o marito e non importava niente dell’arrivo di uno tsunami. Questa volta però sarà diverso. Non ci sarà un’arca di Noè che salvi qualcuno e lasci morire tutti gli altri. Potremo avere lo stesso destino tragico. Il Papa parla di queste questioni, ma come uomo di fede ricorda che Dio è il “Signore amante della vita”, espressione che usa più di una volta e che concede alla speranza e non al disastro l’ultima parola,

Come vede lei il futuro della Terra? Ci sono speranze?

Il mio presentimento oscilla tra la catastrofe e la crisi. Come studioso della questione da più di trent’anni e leggendo gli ultimi dati scientifici ho l’impressione che la nostra ora è già arrivata. Abbiamo fatto tante e così gravi aggressioni contro la madre terra che non meritiamo più di vivere su di essa. Inoltre di anno in anno sono più di 3000 le specie che arrivano al loro climax e naturalmente spariscono dal processo evolutivo. E non sarà per caso arrivato anche il nostro turno? D’altro lato una crisi conserva sempre e purifica e fa crescere.

Come uomo di fede io so che il disegno del creatore, iscritto nelle circonvoluzioni del processo cosmogenetico, può portare alla nostra piccola nave al porto nonostante i venti contrari. Anche se avvenisse una catastrofe che liquidasse la vita visibile del nostro pianeta (solo il 5% è visibile, il resto, il 95% è invisibile: batteri, virus, funghi), credo che l’ultima parola spetterà alla vita. In che modo, non so. Faccio una scommessa positiva: credo e spero.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Uma das inspirações para encíclica “verde”, L.Boff fala sobre futuro da “casa comum”

Encíclica do papa vai reforçar visão mais integral de ecologia, diz Leonardo Boff

Uma das inspirações para encíclica “verde”, teólogo fala sobre futuro da “casa comum”

Jornal do Brasil 21;06/2015

O teólogo e ecólogo Leonardo Boff, colunista do JB, foi uma das vozes que ajudaram a montar a encíclica do papa Francisco dedicada ao meio ambiente, divulgada nesta quinta-feira (18). Em entrevista por e-mail, ele falou sobre como seus textos e contribuições chegaram até Bergoglio, “uma das maiores lideranças mundiais, seja no campo religioso, seja no campo político”. Comentou ainda sobre a forma como o papa tem lidado com questões delicadas e também sobre as respostas de potências mundiais às ameaças a “nossa única casa comum”.

“Vejo poucos avanços porque os interesses econômicos se sobrepõem à preocupação pela salvaguarda da única casa comum que temos para morar”, diz Boff em entrevista ao JB

“Vejo poucos avanços porque os interesses econômicos se sobrepõem à preocupação pela salvaguarda da única casa comum que temos para morar. Há uma inconsciência irresponsável e culposa acerca das ameaças que pesam sobre nosso futuro. Se o que a comunidade científica mundial diz fosse ouvido, outros seriam os resultados dos encontros organizados pela ONU sobre o aquecimento global e a crescente erosão da biodiversidade”, alertou Boff. “Meu sentimento oscila entre a catástrofe e a crise”, continuou.

O Papa Francisco estabeleceu uma “relação íntima entre os pobres e a fragilidade do planeta” na encíclica Laudato Si [Louvado seja] – Sobre o cuidado da casa comum, divulgada nesta quinta-feira (18) e publicada em português pelas Edições Paulinas. Em janeiro, durante visita às Filipinas, Francisco demonstrou preocupação com a ecologia, afirmando a “necessidade de ver, com os olhos da fé, a beleza do plano de salvação de Deus, a ligação entre o ambiente natural e a dignidade da pessoa humana”.

Para Boff, “o escândalo da pobreza mundial num mundo de altíssimo consumo, a devastação dos ecossistemas e as ameaças que pesam sobre a casa comum, descuidada e maltratada” preocupam constantemente o papa Francisco.

Confira a entrevista com Leonardo Boff na íntegra:

JORNAL DO BRASIL – Como foram suas conversas com o Papa durante a elaboração da encíclica? Houve um encontro pessoalmente?

Leonardo Boff – É com certo constrangimento que respondo às perguntas desta entrevista, para não dar a impressão de uma importância de minha parte que não tenho. Se me perguntarem: você ajudou o Papa a escrever a encíclica?  Devo dizer: não. Apenas ofereci tijolos com os quais, se ele quisesse, poderia construir alguma coisa. Nunca tive um encontro pessoal com o Papa Francisco, somente indireto. Primeiramente através de uma amiga comum, Clélia Luro, para a qual ele telefonava de Roma todos os domingos por volta das 10h.

Através dela ele mandava os recados a mim e me fazia as solicitações de textos. Primeiramente, me pediu um texto que o ex-Presidente da Assembléia da ONU (gestão 2008-2009), Miguel d’Escoto, e eu havíamos elaborado para ser o marco teórico da nova ONU que está sendo excogitada: “Declaración Universal del Bien Común de la Madre Tierra y de la Humanidad”. O texto é urdido dentro do novo paradigma segundo o qual todas as coisas são interconectadas, formando um incomensurável sistema em evolução. Neste texto usávamos muito o termo “casa comum” para referir-nos à Terra.

Depois, quando o Papa esteve no Brasil novamente, por intermédia de uma pessoa, Dom Demétrio Valentini, bispo de Jales-SP, mandei entregar o livro que havia escrito em função de sua vinda ao Brasil: “Francisco de Assis – Francisco de Roma: uma nova primavera para Igreja”(Editora Mar de Ideias, Rio). Além disso, pedi para entregar em espanhol “Francisco de Assis: ternura e vigor” (Vozes), no qual abordava largamente a questão ecológica, pois ele o havia solicitado pela Clélia Luro. Junto mandei em espanhol a “Carta da Terra”, com recomendações minhas para que a utilizasse, pois me parecia o mais importante documento sobre ecologia no início do século XXI, fruto de uma vasta consulta de mais de duzentas mil pessoas de todas as orientações, sob a direção de Michail Gorbachev; eu havia participado da redação e havia conseguido incluir o tema do cuidado, “o laço de parentesco com toda a vida” e a espiritualidade.

Escrevi ao Papa que a Carta da Terra afirmava a interdependência entre todos os seres e o valor intrínseco de cada um, contra o antropocentrismo tradicional. Outra vez enviei através do bispo de Altamira no Xingu, Dom Erwin Kräutler, que havia em 2014 ganhado o prêmio Nobel alternativo da Paz pelo Parlamento sueco e que passando por Roma o Papa o convidou para redigir algo sobre a Amazônia. Por ele mandei em espanhol o meu livro mais completo sobre ecologia, “Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres” (Trotta), expressão assumida pela encíclica. Enviei o outro igualmente em espanhol “Cuidar la Tierra: hacia una ética universal”, publicado no México (Dabar).

O principal foi um livreto com um DVD sobre as quatro ecologias, com belíssimas imagens onde abordo também a ecologia integral. Outros materiais foram enviados ao embaixador argentino na Santa, Sé Eduardo Valdés, amigo de Bergoglio, pois enviando diretamente ao Vaticano nunca se tem a certeza de que as coisas  cheguem às mãos do Papa. Através dele enviei um livro que considerava importante “Proteger la Tierra – cuidar la vida: como evitar el fin del mundo” (Dabar Mexico).

Através do mesmo embaixador enviei vários artigos em espanhol sobre questões ecológicas que saem no JB Online, onde colaboro já há vários anos. Lembro-me que escrevi num bilhete para ser entregue ao Papa, no qual havia uma citação da Carta da Terra que achava que devia constar na encíclica, como de fato consta no número 207: “Como nunca antes na história o destino comum nos obriga a buscar um novo começo… que nossa época possa ser lembrada pelo despertar de uma nova reverência face à vida, pelo compromisso firme de alcançar a sustentabilidade, pela intensificação da luta pela justiça e pela paz e pela alegre celebração da vida” (palavras finais da Carta da Terra).

Nem eu nem o embaixador recebemos qualquer retorno. Qual não foi a surpresa do embaixador Eduardo Valdes quando, no dia anterior à publicação da encíclica, isto é, no dia 17 de junho, o Monsenhor Fernandez do Vaticano se comunicou com ele para lhe agradecer todos os materiais meus que ele havia encaminhado ao Papa Francisco. Para terminar: fiz o que o Papa Francisco me pedia, sem qualquer pretensão de influenciá-lo. A encíclica é dele e ele é seu autor. Comumente, o Papa trabalha com um corpo de peritos que o servem e com outros especialistas convidados. O que posso dizer é que sinto ressonâncias de meus pensamentos e  modos de dizer na encíclica que não são apenas meus, mas de quantos trabalham a partir do novo paradigma de uma ecologia integral. Mas fui apenas um simples servo, como se diz no Evangelho.

O que o senhor poderia dizer a respeito dele e da forma como está conduzindo questões delicadas na Igreja?

Considero o Papa Francisco uma das maiores lideranças mundiais, seja no campo religioso seja no campo político. No campo religioso, usou da ternura de São Francisco para tratar as pessoas, particularmente os mais pobres. Mas tratou com a firmeza de um jesuíta aqueles que macularam a imagem da Igreja cristã com abusos sexuais e crimes financeiros. Neste ponto, ele foi duro e agiu como um médico. Limpou o Vaticano e talvez tenha muito que limpar ainda.

O fato mais visível é que ele trouxe uma primavera à Igreja depois de tempos de volta à grande e velha disciplina. Os cristãos sentem a Igreja como um lar espiritual e não como um pesadelo a ser suportado com desalento. Politicamente ele tem promovido o diálogo entre os povos, aproximado Cuba aos Estados Unidos e vice-versa e pregado insistentemente o encontro como forma de superar preconceitos e fundamentalismos e criar espaço para a paz. E o faz com tanta doçura e convicção que dificilmente alguém deixa de dar-lhe atenção.

O escândalo da pobreza mundial num mundo de altíssimo consumo, a devastação dos ecossistemas e as ameaças que pesam sobre a casa comum, descuidada e maltratada, o preocupam constantemente, pois pressente situações de traços apocalípticos, se nada de sério fizermos para conter o aquecimento global. Creio que a encíclica irá reforçar uma visão mais ampla, sistêmica, integral de ecologia, inserindo especialmente a questão social, mental e profunda. Espero que a discussão agora seja mais enriquecida e não apenas reduzida ao ambientalismo.

O senhor tem visto avanços significativos nesta questão entre as principais potências mundiais?

Há uma inconsciência irresponsável e culposa acerca das ameaças que pesam sobre nosso futuro

Vejo poucos avanços porque os interesses econômicos se sobrepõem à preocupação pela salvaguarda da única casa comum que temos para morar. Há uma inconsciência irresponsável e culposa acerca das ameaças que pesam sobre nosso futuro.

Se o que a comunidade científica mundial diz fosse ouvido, outros seriam os resultados dos encontros organizados pela ONU sobre o aquecimento global e a crescente erosão da biodiversidade que, segundo o conhecido biólogo Edward O. Wilson, oscila entre 27-100 mil espécies que desaparecem definitivamente da evolução, a cada ano.

Vivemos tempos de Noé, onde as pessoas comem e bebem, casam e dão-se a casar sem se dar conta do anúncio de um tsunami. Desta vez será diferente. Não haverá uma Arca de Noé que salve alguns e deixa perecer os demais. Todos poderemos ter o mesmo destino trágico. O Papa fala destas questões, mas como homem de fé, lembra que Deus, é o “o Senhor amante da vida”, texto que usa mais de uma vez e que concede à esperança a última palavra e não ao desastre.

Como o senhor vê o futuro da Terra? Há esperança?

Meu sentimento oscila entre a catástrofe e a crise. Como estudioso da questão já há mais de 30 anos e lendo os últimos dados científicos tenho a impressão de que nossa vez já chegou. Fizemos tantas e tão graves agressões  contra a mãe Terra que já não merecemos mais viver sobre ela. Ademais, de ano em ano são mais de três mil espécies que chegam ao seu clímax e naturalmente desaparecem do processo da evolução. Não poderá ter chegado a nossa vez? Ou a crise que conserva, sempre purifica e faz crescer.

Por outro lado, como homem de fé, sei que o desígnio do Criador, inscrito nas circunvoluções do processo cosmogênico, pode levar a nossa pequena nave ao porto mesmo tendo ventos contrários. Mesmo que ocorra uma catástrofe que liquide a vida visível de nosso planeta (só 5% é visível, o resto, os 95% são invisíveis como as bactérias, vírus e fungos) acredito que a última palavra a terá a vida. Como não sei. Faço uma aposta positiva, creio e espero.

 

La Carta Magna de la ecología integral: grito de la Tierra-grito de los pobres

Antes de hacer cualquier comentario vale la pena resaltar algunas singularidades de la encíclica Laudato sí del Papa Francisco.

Es la primera vez que un Papa aborda el tema de la ecología en el sentido de una ecología integral (por tanto que va más allá de la ambiental) de forma tan completa. Gran sorpresa: elabora el tema dentro del nuevo paradigma ecológico, cosa que ningún documento oficial de la ONU ha hecho hasta hoy. Fundamenta su discurso con los datos más seguros de las ciencias de la vida y de la Tierra. Lee los datos afectivamente (con inteligencia sensible o cordial), pues discierne que detrás de ellos se esconden dramas humanos y mucho sufrimiento también por parte de la madre Tierra. La situación actual es grave, pero el Papa Francisco siempre encuentra razones para la esperanza y para confiar en que el ser humano puede encontrar soluciones viables. Enlaza con los Papas que le precedieron, Juan Pablo II y Benedicto XVI, citándolos con frecuencia. Y algo absolutamente nuevo: su texto se inscribe dentro de la colegialidad, pues valora las contribuciones de decenas de conferencias episcopales del mundo entero, desde la de Estados Unidos a la de Alemania, la de Brasil, la de la Patagonia-Comahue, la del Paraguay. Acoge las contribuciones de otros pensadores, como los católicos Pierre Teilhard de Chardin, Romano Guardini, Dante Alighieri, su maestro argentino Juan Carlos Scannone, el protestante Paul Ricoeur y el musulmán sufí Ali Al-Khawwas. Los destinatarios somos todos los seres humanos, pues todos somos habitantes de la misma casa común (palabra muy usada por el Papa) y sufrimos las mismas amenazas.

El Papa Francisco no escribe en calidad de Maestro y Doctor de la fe sino como un Pastor celoso que cuida de la casa común y de todos los seres, no sólo de los humanos, que habitan en ella.

Un elemento merece ser destacado, pues revela la «forma mentis» (la manera de organizar su pensamiento) del Papa Francisco. Este es tributario de la experiencia pastoral y teológica de las iglesias latinoamericanas que a la luz de los documentos del episcopado latinoamericano (CELAM) de Medellín (1968), de Puebla (1979) y de Aparecida (2007) hicieron una opción por los pobres contra la pobreza y a favor de la liberación.

El texto y el tono de la encíclica son típicos del Papa Francisco y de la cultura ecológica que ha acumulado, pero me doy cuenta de que también muchas expresiones y modos de hablar remiten a lo que viene siendo pensado y escrito principalmente en América Latina. Los temas de la «casa común», de la «madre Tierra», del «grito de la Tierra y del grito de los pobres», del «cuidado», de la «interdependencia entre todos los seres», de los «pobres y vulnerables», del «cambio de paradigma», del «ser humano como Tierra» que siente, piensa, ama y venera, de la «ecología integral» entre otros, son recurrentes entre nosotros.

La estructura de la encíclica obedece al ritual metodológico usado por nuestras iglesias y por la reflexión teológica ligada a la práctica de liberación, ahora asumida y consagrada por el Papa: ver, juzgar, actuar y celebrar.

Comienza revelando su principal fuente de inspiración: San Francisco de Asís, al que llama «ejemplo por excelencia de cuidado y de una ecología integral, y que mostró una atención especial por los más pobres y abandonados» (n.10; n.66).

Y entonces empieza con el ver: «Lo que le está pasando a nuestra casa» (nn.17-61). Afirma el Papa: «basta mirar la realidad con sinceridad para ver que hay un gran deterioro de nuestra casa común» (n.61). En esta parte incorpora los datos más consistentes referentes a los cambios climáticos (nn.20-22), la cuestión del agua (n.27-31), la erosión de la biodiversidad (nn.32-42), el deterioro de la calidad de la vida humana y la degradación de la vida social (nn.43-47), denuncia la alta tasa de iniquidad planetaria, que afecta a todos los ámbitos de la vida (nn.48-52), siendo los pobres las principales víctimas (n. 48).

En esta parte hay una frase que nos remite a la reflexión hecha en América Latina: «Pero hoy no podemos dejar de reconocer que un verdadero planteo ecológico se convierte siempre en un planteo social, que debe integrar la justicia en las discusiones sobre el ambiente, para escuchar tanto el grito de la Tierra como el grito de los pobres» (n.49). Después añade: «el gemido de la hermana Tierra se une al gemido de los abandonados del mundo» (n.53). Esto es absolutamente coherente, pues al principio ha dicho que «nosotros somos Tierra» (n. 2; cf. Gn 2,7), muy en la línea del gran cantor y poeta indígena argentino Atahualpa Yupanqui: «el ser humano es Tierra que camina, que siente, que piensa y que ama».

Condena la propuesta de internacionalización de la Amazonia que «solamente serviría a los intereses económicos de las multinacionales» (n.38). Hace una afirmación de gran vigor ético: «es gravísima iniquidad obtener importantes beneficios haciendo pagar al resto de la humanidad, presente y futura, los altísimos costos de la degradación ambiental» (n.36).

Con tristeza reconoce: «nunca habíamos maltratado y lastimado a nuestra casa común como en los dos últimos siglos» (n.53). Frente a esta ofensiva humana contra la madre Tierra que muchos científicos han denunciado como la inauguración de una nueva era geológica –el antropoceno– lamenta la debilidad de los poderes de este mundo que, engañados, «piensan que todo puede continuar como está» como coartada para «mantener sus hábitos autodestructivos» (n.59) con «un comportamiento que parece suicida» (n.55).

Prudente, reconoce la diversidad de opiniones (nn.60-61) y que «no hay una única vía de solución» (n.60). Así y todo «es cierto que el sistema mundial es insostenible desde diversos puntos de vista porque hemos dejado de pensar en los fines de la acción humana» (n.61) y nos perdemos en la construcción de medios destinados a la acumulación ilimitada a costa de la injusticia ecológica (degradación de los ecosistemas) y de la injusticia social (empobrecimiento de las poblaciones). La humanidad simplemente «ha defraudado las expectativas divinas» (n.61).

El desafío urgente, entonces, consiste en «proteger nuestra casa común» (n.13); y para eso necesitamos, citando al Papa Juan Pablo II: «una conversión ecológica global» (n.5); «una cultura del cuidado que impregne toda la sociedad» (n.231).

Realizada la dimensión del ver, se impone ahora la dimensión del juzgar. Juzgar que es planteado en dos vertientes, una científica y otra teológica.

Veamos la científica. La encíclica dedica todo el tercer capítulo al análisis «de la raíz humana de la crisis ecológica» (nn.101-136). Aquí el Papa se propone analizar la tecnociencia sin prejuicios, acogiendo lo que ha traído de «cosas realmente valiosas para mejorar la calidad de vida del ser humano» (n. 103). Pero este no es el problema, sino que se independizó, sometió a la economía, a la política y a la naturaleza en vista de la acumulación de bienes materiales (cf.n.109). La tecnociencia parte de una suposición equivocada que es la «disponibilidad infinita de los bienes del planeta» (n.106), cuando sabemos que ya hemos tocado los límites físicos de la Tierra y que gran parte de los bienes y servicios no son renovables. La tecnociencia se ha vuelto tecnocracia, una verdadera dictadura con su lógica férrea de dominio sobre todo y sobre todos (n.108).

La gran ilusión, hoy dominante, reside en creer que con la tecnociencia se pueden resolver todos los problemas ecológicos. Esta es una idea engañosa porque «implica aislar las cosas que están siempre conectadas» (n.111). En realidad, «todo está relacionado» (n.117) «todo está en relación» (n.120), una afirmación que recorre todo el texto de la encíclica como un ritornelo, pues es un concepto-clave del nuevo paradigma contemporáneo. El gran límite de la tecnocracia está en el hecho de «fragmentar los saberes y perder el sentido de totalidad» (n.110). Lo peor es «no reconocer el valor propio de cada ser e incluso negar un valor peculiar al ser humano» (n.118).

El valor intrínseco de cada ser, por minúsculo que sea, está destacado de manera permanente en la encíclica (n.69), como lo hace la Carta de la Tierra. Negando ese valor intrínseco estamos impidiendo que «cada ser comunique su mensaje y dé gloria a Dios» (n.33).

La mayor desviación producida por la tecnocracia es el antropocentrismo. Este supone ilusoriamente que las cosas solo tienen valor en la medida en que se ordenan al uso humano, olvidando que su existencia vale por sí misma (n.33). Si es verdad que todo está en relación, entonces «nosotros los seres humanos estamos juntos como hermanos y hermanas y nos unimos con tierno cariño al hermano sol, a la hermana luna, al hermano río y a la madre Tierra» (n.92). ¿Cómo podemos pretender dominarlos y verlos bajo la óptica estrecha de la dominación?

Todas las «virtudes ecológicas» (n.88) se pierden por la voluntad de poder como dominación de los otros y de la naturaleza. Vivimos una angustiante «pérdida del sentido de la vida y del deseo de vivir juntos» (n.110). Cita algunas veces al teólogo ítalo-alemán Romano Guardini (1885-1968), uno de los más leídos a mediados del siglo pasado, que escribió un libro crítico contra las pretensiones de la modernidad (n.105 nota 83: Das Ende der Neuzeit, El ocaso de la Edad Moderna, 1958).

La otra vertiente del juzgar es de corte teológico. La encíclica reserva un buen espacio al «Evangelio de la Creación» (nn. 62-100). Parte justificando el aporte de las religiones y del cristianismo, pues siendo la crisis global, cada instancia debe, con su capital religioso, contribuir al cuidado de la Tierra (n.62). No insiste en las doctrinas sino en la sabiduría presente en los distintos caminos espirituales. El cristianismo prefiere hablar de creación en vez de naturaleza, pues la «creación tiene que ver con un proyecto de amor de Dios» (n.76). Cita, más de una vez, un bello texto del libro de la Sabiduría (11,24) donde aparece claro que «la creación pertenece al orden del amor» (n.77) y que Dios es “el Señor amante de la vida” (Sab 11,26).

El texto se abre a una visión evolucionista del universo sin usar esa palabra, hace un circunloquio al referirse al universo «compuesto por sistemas abiertos que entran en comunión unos con otros» (n.79). Utiliza los principales textos que ligan a Cristo encarnado y resucitado con el mundo y con todo el universo, haciendo sagrada la materia y toda la Tierra (n.83). Y en este contexto cita a Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955, n.83 nota 53) como precursor de esta visión cósmica.

El hecho de que Dios-Trinidad sea relación de divinas Personas tiene como consecuencia que todas las cosas en relación sean resonancias de la Trinidad divina (n.240).

Citando al Patriarca Ecuménico de la Iglesia ortodoxa, Bartolomeo «reconoce que los pecados contra la creación son pecados contra Dios» (n.7). De aquí la urgencia de una conversión ecológica colectiva que rehaga la armonía perdida.

La encíclica concluye esta parte acertadamente: «el análisis mostró la necesidad de un cambio de rumbo… debemos salir de la espiral de autodestrucción en la que nos estamos hundiendo» (n.163). No se trata de una reforma, sino, citando la Carta de la Tierra, de buscar «un nuevo comienzo» (n.207). La interdependencia de todos con todos nos lleva a pensar «en un solo mundo con un proyecto común» (n.164).

Ya que la realidad presenta múltiples aspectos, todos íntimamente relacionados, el Papa Francisco propone una “ecología integral” que va más allá de la ecología ambiental a la que estamos acostumbrados (n.137). Ella cubre todos los campos, el ambiental, el económico, el social, el cultural y también la vida cotidiana (n.147-148). Nunca olvida a los pobres que testimonian también su forma de ecología humana y social viviendo lazos de pertenencia y de solidaridad de los unos con los otros (n.149).

El tercer paso metodológico es el actuar. En esta parte, la encíclica se atiene a los grandes temas de la política internacional, nacional y local (nn.164-181). Subraya la interdependencia de lo social y de lo educacional con lo ecológico y constata lamentablemente las dificultades que trae el predominio de la tecnocracia, dificultando los cambios que refrenen la voracidad de acumulación y de consumo, y que puedan inaugurar lo nuevo (n.141). Retoma el tema de la economía y de la política que deben servir al bien común y a crear condiciones para una plenitud humana posible (n.189-198). Vuelve a insistir en el diálogo entre la ciencia y la religión, como viene siendo sugerido por el gran biólogo Edward O. Wilson (cf. el libro La creación: cómo salvar la vida en la Tierra, 2008). Todas las religiones «deben buscar el cuidado de la naturaleza y la defensa de los pobres» (n.201).

Todavía en el aspecto del actuar desafía a la educación en el sentido de crear una «ciudadanía ecológica» (n.211) y un nuevo estilo de vida, asentado sobre el cuidado, la compasión, la sobriedad compartida, la alianza entre la humanidad y el ambiente, pues ambos están umbilicalmente ligados, la corresponsabilidad por todo lo que existe y vive y por nuestro destino común (nn.203-208).

Finalmente, el momento de celebrar. La celebración se realiza en un contexto de «conversión ecológica» (n.216) que implica una «espiritualidad ecológica» (n.216). Esta se deriva no tanto de las doctrinas teológicas sino de las motivaciones que la fe suscita para cuidar de la casa común y «alimentar una pasión por el cuidado del mundo» (216). Tal vivencia es antes una mística que moviliza a las personas a vivir el equilibrio ecológico, «el interior consigo mismo, el solidario con los otros, el natural con todos los seres vivos y el espiritual con Dios» (n.210). Ahí aparece como verdadero que «lo menos es más» y que podemos ser felices con poco.

En el sentido de la celebración «el mundo es algo más que un problema a resolver, es un misterio gozoso que contemplamos con jubilosa alabanza» (n.12).

El espíritu tierno y fraterno de San Francisco de Asís atraviesa todo el texto de la encíclica Laudato sí. La situación actual no significa una tragedia anunciada, sino un desafío para que cuidemos de la casa común y unos de otros. Hay en el texto levedad, poesía y alegría en el Espíritu e indestructible esperanza en que si grande es la amenaza, mayor aún es la oportunidad de solución de nuestros problemas ecológicos.

Termina poéticamente “Más allá del sol”, con estas palabras: «Caminemos cantando. Que nuestras luchas y nuestra preocupación por este planeta no nos quiten la alegría de la esperanza» (n.244).

Me gustaría acabar con las palabras finales de la Carta de la Tierra que el mismo Papa cita (n.207): «Que nuestro tiempo se recuerde por despertar a una nueva reverencia ante la vida, por la firme resolución de alcanzar la sostenibilidad, por acelerar la lucha por la justicia y la paz, y por la alegre celebración de la vida».

Leonardo Boff, teólogo y ecólogo

Traducción de Mª José Gavito Milano

Este texto es un capitulo del libro en italiano Curare la Madre Terra, EMI, Bologna 2015.

La Carta Magna dell’ecologia integrale: urlo della Terra-urlo dei poveri

Prima di qualsiasi commento vale la pena di sottolineare alcuni aspetti singolari dell’enciclica Laudato si del Papa Francesco.

È la prima volta che un papa abborda il tema dell’ecologia nel senso di ecologia integrale (e pertanto va al di là dell’ambiente) in forma tanto completa. Grande sorpresa: elabora il tema dentro al nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale dell’Onu ha fatto fino ad oggi. Fondamentale il suo discorso con i dati più sicuri delle scienze della vita e della Terra. Legge i dati affettivamente (con l’intelligenza sensibile o cordiale), perché intravede che al di là di questi si nascondono drammi umani e molta sofferenza anche da parte della madre Terra. La situazione attuale è grave, ma Papa Francesco trova sempre motivi nella speranza e nella la fiducia che l’essere umano può trovare soluzioni possibili. Onora i papi che lo hanno preceduto, Giovanni Paolo II e Benedetto 16º, citandoli con frequenza. Qualcosa di assolutamente nuovo: il suo testo si iscrive dentro alla collegialità, perché valorizza contributi di decine di conferenze episcopali del mondo, dagli Stati Uniti alla Germania alla Patagonia-Comahue al Paraguay. Accoglie i contributi di altri pensatori come i cattolici Pierre Teilhard de Chardin, Romano Guardini, Dante Alighieri, e del suo maestro argentino Juan Carlos Scannone, del protestante Paul Ricoeur e del musulmano sufi Ali Al-Khawwas. Infine i destinatari sono tutti gli esseri umani, poiché tutti sono abitanti della stessa casa comune (parola molto usata dal Papa) e subiscono le stesse minacce.

Il Papa Francesco non scrive nella veste di maestro e Dottore della fede ma come un Pastore zelante che ha cura della casa comune di tutti gli esseri non solo degli uomini che ci abitano.

Un elemento merita di essere messo in risalto, perché rivela la “forma mentis” (il modo di organizzare il pensiero) di Papa Francesco. Lui è tributario dell’esperienza pastorale e teologica delle chiese latinoamericane, che alla luce dei documenti dell’episcopato latino-americano (CELAM), di Medellín (1968), di Puebla (1979), di Aparecida (2007) hanno fatto l’opzione per i poveri contro la povertà e a favore della liberazione.

Il testo e il tono dell’enciclica sono tipici di Papa Francesco e della cultura teologica che ha accumulato. Ma mi rendo conto che anche molte espressioni e modi di parlare rimandano a ciò che viene pensato e scritto principalmente in America Latina. I temi della “casa comune”, della Madre Terra, dell’urlo della Terra e dell’urlo dei poveri”, “dell’aver cura”, della interdipendenza tra tutti gli esseri, “dei poveri e vulnerabili”, dal “cambiamento di paradigma” “dell’essere umano come Terra” che sente, pensa, ama e venera, della “ecologia integrale”, tra gli altri, sono temi ricorrenti da noi.

La struttura dell’enciclica obbedisce al rituale metodologico usato per le nostre chiese e per la riflessione teologica legata alla pratica di liberazione, adesso assunta e consacrata dal Papa: vedere, giudicare, agire e celebrare.

Innanzitutto rivela la sua fonte di ispirazione maggiore: San Francesco di Assisi, detto da lui “esempio per eccellenza dell’aver cura e di una ecologia integrale e che ha dimostrato un’attenzione speciale per i più poveri e abbandonati” (n.10; n.66).

E dunque comincia con il vedere “quello che sta accadendo alla nostra casa” (nn.17-61). Afferma il Papa: “Basta guardare la realtà con sincerità per vedere c’è un grande deterioramento della nostra casa comune” (n.61). In questa parte incorpora i dati più consistenti con riferimento ai cambiamenti climatici (nn.20-22) la questione dell’acqua (n.27-31), l’erosione della biodiversità (nn.32-42,), il deterioramento della qualità della vita umana, il degrado della vita sociale (n.46-47), denuncia l’alto tasso di iniquità planetaria, che raggiunge tutti gli ambiti della vita (nn.48-52). E, in tutto ciò, le vittime principali sono i poveri (n.48).

In questa parte c’è una frase che ci rimanda alla riflessione fatta in America Latina: ” oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n.49). Subito dopo aggiunge: “i gemiti della sorella Terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati di questo mondo” (n.53). Questo è assolutamente coerente, perché proprio all’inizio dice che “noi siamo Terra “(n.2; Gen 2,7) proprio in linea con il grande cantore e poeta indigeno argentino Atahualpa Yupanqui: “L’essere umano è terra che cammina, che sente, che pensa e che ama”.

Condanna la proposta di internazionalizzazione dell’Amazzonia che, servirebbe soltanto agli interessi delle multinazionali (n.38). C’è un’affermazione di grande rigore etico: “è gravissima iniquità ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dall’umanità, presente e futura, i altissimi costi di degradazione ambientale” (n.36).

Con tristezza riconosce: “Mai abbiamo offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli” (n.53). Davanti a questa offensiva umana contro la madre Terra che molti scienziati denunciano come l’inaugurazione di una nuova era geologica – Antropocene –, lamenta la debolezza dei poteri di questo mondo che, illusi, pensano che tutto può continuare come sta come alibi per “mantenere le loro abitudini autodistruttive” (n.59) con “un comportamento che pare suicida” (n.55).

Prudente, riconosce la diversità delle opinioni (nn.60-61) e che “non c’è un’unica possibilità di soluzione” (n.60). Anche così “è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo lasciato di pensare ai fini dell’agire umano” (n.61) e ci siamo persi nella costruzione di mezzi destinati a all’accumulazione illimitata a costo dell’ingiustizia ecologica (degrado degli ecosistemi) e dell’ingiustizia sociale (impoverimento delle popolazioni). L’umanità semplicemente “ha deluso l’atessa divina” (n.61).

La sfida urgente dunque, consiste nel “proteggere la nostra casa comune”(n.13); e per questo abbiamo bisogno – citando Giovanni Paolo II – di “una conversione ecologica globale” (n.5); avere “una cultura della cura che impregni tutta la società ” (n.231).

Realizzata la dimensione vedere, si impone adesso la dimensione giudicare. Questo giudicare si realizza su due sponde, una scientifica e l’altra teologica.

Vediamo quella scientifica. L’enciclica dedica tutto il terzo capitolo all’analisi “della radice umana della crisi ecologica” (nn. 101-136). Qui il Papa si propone di analizzare la tecnoscienza, senza preconcetti, accogliendo quello che essa ha apportato di “strumenti preziosi per migliorare la qualità della vita dell’essere umano” (nn. 103). Ma non è questo il problema. Essa si è resa indipendente, si è messa a servizio dell’economia, della politica e della natura in vista dell’accumulazione di beni materiali (cfr.n.109). Essa parte da un presupposto equivoco, coè la “disponibilità infinita dei beni del pianeta” (n.106), mentre sappiamo che già ci siamo avvicinati ai limiti fisici della Terra e grande parte dei beni e servizi non sono più rinnovabili. La tecnoscienza è diventata tecnocrazia, una vera dittatura della sua logica di dominio su tutto e su tutti (n.108).

La grande illusione oggi dominante resiste alla credenza che con la tecnocrazia si possono risolvere tutti i problemi ecologici. Questa è una teoria ingannevole perché “implica l’isolamento delle cose che stanno sempre connesse” (n.111). In realtà, “tutto è relazionato”(n.117) “tutto sta in relazione” (n.117) un’affermazione che trapassa il testo dell’enciclica come un ritornello, perché è un concetto-chiave del nuovo paradigma contemporaneo. Il grande limite della tecnocrazia sta nel fatto di “frammentare i saperi e perdere il senso della totalità” (n.110). Il peggio è non riconoscere il valore intrinseco di ogni essere e negare perfino uno speciale valore all’essere umano” (n.118).

Il valore intrinseco di ogni essere, per minuscolo che sia, è enfatizzato in continuazione dall’enciclica (n.69), come lo fa la Carta della Terra. Negando questo valore intrinseco stiamo impedendo che “ogni essere comunichi il suo messaggio e dia gloria a Dio” (n.53).

La deviazione maggiore prodotta dalla tecnocrazia è l’antropocentrismo moderno. Il suo presupposto illusorio è che le cose possiedono valore soltanto se servono all’uso umano, dimenticando che la loro esistenza vale in se stessa(n.33). Se è vero che tutto sta in relazione, dunque, “noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle e ci uniamo con tenero affetto al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre Terra” (n.92). Come potremo pretendere di dominarli e vederli nell’ottica stretta della dominazione per parte di un essere umano?

Tutte queste “virtù ecologiche” (n.88) sono perdute in cambio della volontà di potere come dominazione degli altri e della natura. Viviamo un’angustiante “perdita di senso della vita e della volontà di vivere insieme” (n.110). Cita alcune volte il teologo italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), uno dei più letti verso la metà del secolo passato e che ha scritto un libro contro le pretese della modernità (n.105): Das Ende der Neutzeit,La fine dell’epoca moderna,1959).

Un’altra variante del giudicare è di stampo teologico. L’enciclica riserva notevole spazio al “Vangelo della creazione” (n. 62-100). Parte giustificando il contributo delle religioni e del cristianesimo perché essendo la crisi globale, ogni istanza deve, con il suo capitale religioso, contribuire alla cura della Terra (n.62). Non insiste nelle dottrine ma nella sapienza presente nei vari cammini spirituali. Il cristianesimo preferisce parlare di creazione invece che di natura, dato che “la creazione ha a che vedere con un progetto di amore di Dio” (n.76). Cita più volte, un bel testo del libro della Sapienza (11,24) dove pare chiaro che la creazione è dell’ordine dell’amore (n.77) e che Dio emerge come” il Signore amante della vita” (Sap 11,26).

Il testo si apre con una visione evoluzionistica dell’universo, senza usare la parola, ma facendo un giro di parole, riferendosi all’universo “composto da sistemi aperti che entrano in comunione l’uno con gli altri”e con tutto l’universo, rendendo sacra la materia e tutta la Terra (n.83). È in questo contesto che cita padre Teilhard de Chardin (1881-1955, (n.83, nota 53) come precursore di questa visione cosmica.

Il fatto che Dio-Trinità sia relazione delle divine persone ha come conseguenza che tutte le cose in relazione siano risonanza della trinità divina (n.240).

Citando il patriarca ecumenico Bartolomeo della chiesa ortodossa “riconosce che i peccati contro la creazione sono peccati contro Dio” (n.7). Da qui l’urgenza di una conversione ecologica collettiva che ricrei l’armonia perduta.

L’enciclica conclude giustamente: “L’analisi ha mostrato la necessità di un cambiamento di obiettivi. Dobbiamo uscire dalla spirale dell’auto distruzione dove ci stiamo affondando” (n.163). Non si tratta di una riforma, ma, citando la Carta della Terra, di cercare un “nuovo cominciamento” (n. 207). L’interdipendenza di tutti con tutti ci porta a pensare a un solo mondo con un progetto comune (n.164).

Già che la realtà presentano molteplici aspetti tutti intimamente relazionati il Papa Francesco propone una «ecologia integrale» che va oltre la solita ecologia ambientale (n.137). Lui ricopre tutti i campi, l’ambiente, l’economia, la società, la cultura e anche la vita quotidiana (nn.147-148). Mai dimentica i poveri che testimoniano pure la loro forma di ecologia umana e sociale, vivendo spazi di appartenenza e di solidarietà tra di loro (n.149).

Il terzo passo metodologico è l’agire. In questa parte l’enciclica si attiene ai grandi temi della politica internazionale, nazionale e locale (nn.164-181). Sottolinea l’ interdipendenza del sociale e dell’educazione con l’ecologia e constata purtroppo le remore che il predominio della tecnologia comporta, rendendo difficili i cambiamenti che frenano la velocità dell’accumulazione e del consumo e che possono inaugurare il nuovo (n.141). Riprende il tema dell’economia e della politica che devono servire al bene comune e creare le condizioni di una pienezza umana possibile (nn. 139-198). Ritorna insistere nel dialogo tra scienza e religione, come suggerito dal grande biologo Edward O. Wilson (cf. Il libro la creazione: come salvare la vita sulla terra, 2008). Tutte le religioni “devono cercare la cura della natura nella difesa dei poveri” (n.201).

Ancora nel quadro dell’agire sfida l’educazione, nel senso di “creare una cittadinanza ecologica” (n.211) e un nuovo stile di vita poggiante sulla cura, la compassione, la sobrietà condivisa, l’alleanza tra umanità e ambiente, dato che tutte due sono legati da un cordone ombelicale e dalla corresponsabilità per tutto quello che esiste e vive e dal nostro stesso destino (nn.203-208).

Infine il momento di celebrare. La celebrazione si realizza in un contesto di “conversione ecologica”(n.216) che implica una “spiritualità ecologica”(n.216). Questa proviene non tanto dalle dottrine teologiche ma da motivazioni che la fede suscita perché si abbia cura della casa comune e “alimentare una passione per la cura del mondo” (n.216). Tale vivenza è prima di tutto una mistica che mobilizza le persone a vivere l’equilibrio ecologico, “quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi e quello spirituale con Dio” (n.210). Lì si vede che “il meno è più” e che possiamo essere felici con poco.

Nel senso della celebrazione “il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella nell’allegria e nella lode” (n.12).

Lo spirito tenero e fraterno di San Francesco di Assisi permea tutto il testo dell’enciclica Laudato si. La situazione attuale non è una tragedia annunciata, ma una sfida per farci prendere cura della casa comune e gli uni degli altri. C’è nel testo una leggerezza, una poesia, un’allegria dello spirito e incrollabile speranza che se grande è la minaccia più grande è ‘opportunità di soluzione dei nostri problemi ecologici.

Termina poeticamente con le parole «Al di là del sole» dicendo: “Camminiamo cantando. Che le nostre lotte e le nostre preoccupazioni per questo pianeta non ci tolgano l’allegria della speranza” (n.244).

Mi piace terminare con le parole finali della Carta della Terra che lo stesso Papa cita (n. 207): “Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della lotta per la giustizia e la pace, e per la gioiosa celebrazione della vita”.

Leonardo Boff, teologo e ecologo

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Questo testo farà parte de in libro Curare la Madre Terra, EMI, Bologna 2015