Tortura come scissione di corpo e mente

Con l’entrata in funzione della Commissione Memoria e Verità del Governo brasiliano viene a galla con tutta la sua barbarie la tortura, come metodo sistematico dello Stato dittatoriale militare di affrontare i suoi oppositori. Ormai sono stati dettagliatamente studiati questi processi di disumanizzazione del torturato e anche del torturatore. Costui ha bisogno di reprimere la sua stessa umanità per poter praticare il suo atto disumano. Non per niente molti torturatori hanno finito per suicidarsi perchè non ce la facevano più a sostenere tanta perversità.

Voglio pertanto mettere in risalto un punto che non salta mai fuori nelle discussioni e che è stato molto bene analizzato dagli psicanalisti, specie nella Germania postnazista e, da noi, da Hélio Peregrino, ormai venuto a mancare.
L’aspetto più terribile della tortura politica è il fatto che essa obbliga il torturato a lottare contro se stesso. La tortura scinde in due la persona. Mette la mente contro il corpo.
La mente vuol essere fedele alla causa dei compagni, non vuole, in nessun modo, tradirli. Il corpo, sottomesso a intimidazioni estreme e umiliazioni, per liberarsi dalla tortura, tende a parlare facendo così quello che vuole il torturatore. Questa è la scissione.

Ma c’è un punto da mettere in risalto: la persona torturata, quando portata al panico e al terrore, può essere vittima di meccanismi inconsci di identificazione con l’aggressore. Indentificandosi con lui, riesce a esorcizzare psicologicamente, per un momento, il panico e in questo modo a sopravvivere.

Il torturato che soccombe a questa disperata contingenza di autodifesa, incorpora sinistramente la figura del torturatore. Il torturatore riesce ad aprire una breccia nell’anima del torturato e riesce a penetrare in quella ultima intimità là dove sono custoditi i segreti più sacri e dove la persona alimenta il suo mistero. Passa attraverso la soglia ultima della profondità umana, per possedere la vittima e trasformarla in un’altra pesona, in qualcuno che riconosce di fatto di essere sovversivo, nemico della patria e dell’umanità, un traditore della religione, un maledetto da Dio, scomunicato dalla chiesa, qualcuno da parte del demonio.

I torturatori Fleury e Albernaz erano specialisti in questa perversità. Fleury disse direttanente a Frei Tito, come appare nel terrificante Film di Ratton “Battesimo di Sangue”, basato sul libro omonimo di Frei Betto, che avrebbe lasciato in lui dei segni che mai avrebbe potuto dimenticare.

Effettivamente, era riuscito a scindere mente e corpo e a entrare nella sua più profonda intimità al punto che lui, in esilio in Francia, sentiva ad ogni istante la presenza del carnefice. Lasciò un biglietto, prima di togliersi la vita: “Preferisco togliermi la vita a morire”.

Queso tipo di tortura è particolarmente perversa, perché fa della disumanizzazione l’asse portante di una pratica sistematica degli operatori della Stato. Se la categorioa ‘anticristo’ significa ancora qualcosa, dev’essere configurata all’interno di questo quadro infernale. Si tratta del completo sovvertimento dell’umano e delle sue sacre referenze. È certamente uno dei peggiori crimini di lesa umanità che esistano.

Tali perversità non possono godere di nessuna amnistia I torturatori portano nella loro anima e nella loro mente-fronte lo stigma di Caino. Dovunque vadano la vita li accuserà perché hanno violato la sua suprema sacralità.

E c’è pure la tortura dei “desaparecidos”, che mette in croce i loro cari. Esempio: c’è stata una guerriglia nella regione dell’Araguaia, fino ad oggi non riconosciuta interamente dai militari.Là sono stati commessi tutti gli eccessi. Fecero scomparire molte vite e pretendono ora di spegnere anche la morte. Le famiglie portano sulle spalle un incubo che non accenna a finire. Ogni colpo di campanello della porta d’ingresso fa come una ventata che soffia sulle ceneri e ridà vigore alla fiamma della speranza, seguita da amara delusione: “Chissà che non sia lui che sta arrivando?”. Altri dicono: Non cambiamo casa, perché lui potrebbe ancora arrivare, e se non saremo qui per l’abbraccio, un bacio, le lacrime…che sarà di lui? I torturatori e i loro mandanti, sono ora minacciati dall’incalzare del movimento Levante Popular da Juventude, che non permette loro di tacitare la coscienza. A questi, magari io, come teologo potrei gridare nell’orecchio il grido di Gesù Cristo: “Alla vostra generazione si chiederà conto del sangue di tutti i profeti, dei perseguitati e torturati, del sangue sparso dall’inizio del mondo. Sì – vi dico- vi sarà chiesto conto di questo sangue (Lc 11,5051).

Potrà esserci amnistia patteggiata dagli uomini, ma non davanti alla coscienza e davanti a colui che si è manisfestato come un prigioniero, torturato, condannato alla croce, Gesù, il Nazzareno, diventato giudice supremo che giudicherà specialmente che avranno violato i piccoli dell’umanità

Arriverà il giorno in cui tutti i desaparecidos appariranno. Essi verranno come dice l’Apocalisse dalla grande tribolazione della storia. Sì, loro torneranno insieme al Vivente. Allora non ci sarà più attesa nè batticuore. Il Vivente, anche lui un giorno torturato, annullerà tutte le distanze, asciugherà le lacrime e inaugurerà il regno dei sacrificati, desaparecidos, ora vivi, liberi e ritrovati. Allora sarà definitivamene vero: “Mai più dittatura. Mai più desaparecidos. Mai più tortura”.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

La tortura como escisión de cuerpo y mente

Con la inauguración de la Comisión Memoria y Verdad del Gobierno brasileño sale a la luz con toda su barbarie la tortura como método sistemático del Estado dictatorial militar para combatir a sus opositores. Ya se han estudiado detalladamente estos procesos de deshumanización del torturado y también del torturador. Éste precisa reprimir su propia humanidad para practicar su acto inhumano. No sin razón muchos torturadores acabaron suicidándose por no aguantar tanta perversidad.

Quiero, sin embargo, destacar un punto no siempre presente en la discusión que ha sido muy bien analizado por los psicoanalistas, especialmente en la Alemania posnazi y entre nosotros por Hélio Peregrino, ya fallecido.

Lo más terrible de la tortura política es que obliga al torturado a luchar contra sí mismo. La tortura escinde a la persona por la mitad. Coloca la mente contra el cuerpo.

La mente quiere ser fiel a la causa de los compañeros, no quiere de ninguna manera entregarlos. El cuerpo, sometido a extrema intimidación y humillación, para verse libre de la tortura tiende a hablar y a hacer así la voluntad del torturador. Esta es la escisión.

Pero hay que resaltar un punto: la persona torturada cuando es presa del pánico y el pavor puede ser víctima de mecanismos inconscientes de identificación con el agresor. Al identificarse con él, consigue psicológicamente exorcizar por un momento el pánico y así sobrevivir.

El torturado que sucumbió a esta desesperada contingencia de autodefensa, incorpora siniestramente la figura del torturador. Éste consigue abrir una brecha en el alma del torturado, alcanza a penetrar en aquella última intimidad, allí donde residen los secretos más sagrados y donde la persona alimenta su misterio. Sobrepasa por tanto los umbrales últimos de la profundidad humana para poseer a la víctima y hacerla otra persona, alguien que acaba reconociendo ser de hecho subversivo, enemigo de la patria y de la humanidad, un traidor de la religión, un maldecido por Dios, un excomulgado de la Iglesia, alguien que está de parte del demonio. Los torturadores Albernaz y Fleury eran expertos en esta perversidad. Fleury dijo directamente a fray Tito, como aparece en el terrorífico film de Ratton “Bautismo de Sangre”, basado en el libro de fray Betto con el mismo nombre, que dejaría en él marcas que jamás olvidaría. Efectivamente, consiguió escindirle la mente y el cuerpo y penetrar en su más profunda intimidad hasta el punto de que, en el exilio en Francia, él sentía en todo momento la presencia de su verdugo. Dejó una nota antes de quitarse la vida: «prefiero quitarme la vida a morir».

Este tipo de tortura es especialmente malvada porque hace de la deshumanización el eje de una práctica sistemática de ciertos agentes del Estado. Si la categoría anti-Cristo aún significa alguna cosa, debe ser configurada dentro de este cuadro infernal. Se trata de la completa subversión de lo humano y de sus referencias sagradas. Es con seguridad uno de los mayores crímenes de inhumanidad que puedan existir.

Tales perversiones no pueden entrar dentro de ninguna amnistía. Los torturadores cargan en su alma y en su mente el estigma de Caín. Por dondequiera que vayan la vida los acusará porque violaron su sacralidad suprema.

Y todavía está la tortura de los desaparecidos, que crucifica a sus seres queridos. Por ejemplo, hubo una guerrilla en la región del río Araguaia hasta hoy no reconocida totalmente por los militares. Allí se cometieron todos los excesos: cortaban la cabeza y los dedos a los guerrilleros muertos y los enviaban a Brasilia para identificarlos. Hicieron desaparecer sus cadáveres. Hicieron desaparecer las vidas y pretenden ahora borrar las muertes. Y las familias viven una pesadilla que no tiene fin. Cada timbre que suena en casa funciona como un viento que sopla las cenizas y reaviva la brasa de la esperanza, seguida de amarga decepción: ¿Será él que vuelve? Otros dicen: “no nos mudemos de casa porque todavía puede volver… y qué sería de él si no estuviéramos aquí para el abrazo, el beso y las lágrimas?”

Los torturadores y sus jefes están ahí, ahora amenazados por el movimiento Levante Popular de la Juventud que no les deja en paz la conciencia. A ellos quisiera yo, como teólogo perseguido aunque no torturado, gritarles al oído el clamor de Jesucristo: “A vuestra generación se le pedirá cuenta de la sangre de todos los profetas, de los perseguidos y de los torturados, de su sangre derramada desde el principio del mundo. Sí, os aseguro que se os pedirá cuenta de esta sangre”(Lc 11,50-51).

Traducción de María José Gavito

Podrá haber una amnistía pactada por los hombres. Pero no habrá amnistía ante la conciencia y ante Aquel que se presentó bajo la figura de un preso, torturado y ejecutado en la cruz, Jesús, el Nazareno, cuando como Juez Supremo juzgará especialmente a aquellos que violaron la humanidad mínima. Llegará el día, supremo día, en que todos los desparecidos aparecerán. Vendrán, como dice el Apocalipsis de la gran tribulación de la historia. Sí, ellos volverán con el Viviente. Y entonces no habrá más espera ni palpitación de los corazones. El Viviente, también torturado un día, anulará todas las distancias, enjugará todas las lágrimas e inaugurará el Reino de los sacrificados y desaparecidos, ahora vivos, liberados y encontrados. Entonces será definitivamente verdadero: «Nunca más una dictadura. Nunca más desaparecidos. La tortura nunca más».

A recepção do Concílio Vaticano II no Brasil e na América Latina

Celebramos 50 anos do Concílio Vaticano II (1962-1965). Ele representa uma ruptura do curso que a Igreja Católica vinha percorrendo por séculos. Era uma Igreja, fortaleza sitiada, defendendo-se de tudo o que vinha do mundo moderno, da ciência, da técnica e das conquistas civilizatórias como a democracia, os direitos humanos e a separação entre Igreja e Estado.
Mas uma lufada de ar fresco veio de um Papa ancião do qual nada se esperava: João XXIII (+1963). Ele abriu portas e janelas da Igreja. Disse: ela não pode ser um museu respeitável; ela tem que ser a casa de todos, arejada e agradável para se viver.

Antes de mais nada, o Concílio representou, na linguagem cunhada pelo Papa XXIII, um aggionamento, quer dizer, uma atualização e uma reconstrução de sua auto-compreensão e do tipo de presença no mundo.

Mais que sumariar os elementos principais introduzidos pelo Concílio, interessa-nos como este aggiornamento foi acolhido e traduzido pela Igreja latino-americana e pelo Brasil. A esse processo se chama de recepção que significa uma releitura e um refazimento das intuições conciliares dentro do contexto latino-americano, bem diferente daquele europeu no qual se elaboraram todos os documentos. Enfatizaremos apenas alguns pontos essenciais.

O primeiro, sem dúvida, foi a profunda mudança de atmosfera eclesial: antes predominava a “grande disciplina”, a uniformização romana e o ar sombrio e antiquado da vida eclesial. As Igrejas da América Latina, da África e da Ásia eram Igrejas-espelho daquela romana. De repente começaram a sentir-se Igrejas-fonte. Podiam se inculturizar e criar linguagens novas. Agora se irradia entusiasmo e coragem de criar.

Em segundo lugar, na América Latina se deu uma redefinição do lugar social da Igreja. O Vaticano II foi um Concílio universal mas na perspectiva dos países centrais e ricos. Ai se definiu a Igreja dentro do mundo moderno. Mas existe um sub-mundo de pobreza e de opressão. Este foi captado pela Igreja latino-americana. Esta deve se deslocar do centro humano para as periferias sub-humanas. Se aqui vigora opressão, sua missão deve ser de libertação. A inspiração veio das palavras do Papa João XXIII: “a Igreja é de todos mas principalmente quer ser uma Igreja dos pobres”.

Esta viragem se traduziu nas várias conferências episcopais latinoamericas desde Medellin (1968) até Aparecida (2007) pela opção solidária e preferencial pelos pobres, contra a pobreza. Ela se transformou na marca registrada da Igreja latino-americana e da teologia da libertação.
Em terceiro lugar, é a concretização da Igreja como Povo de Deus. O Vaticano II colocou esta categoria antes daquela da Hierarquia. Para a Igreja latinoamericana Povo de Deus não é uma metáfora; a grande maioria do povo é cristã e católica, logo é Povo de Deus, gemendo sob a opressão como outrora no Egito. Dai nasce a dimensão de libertação que a Igreja assume oficialmente em todos os documentos de Medellin(1968) até Aparecida (2007). Esta visão da Igreja-povo-de-Deus ensejou o surgimento das Comunidades Eclesiais de Base e das pastorais sociais.

Em quarto lugar, o Concílio entendeu a Palavra de Deus, contida na Bíblia como a alma da vida eclesial. Isso foi traduzido pela leitura popular da Bíblia e pelos milhares e milhares de círculos bíblicos. Neles os cristãos comparam a página da vida com a página da Bíblia e tiram conclusões práticas, na linha da comunhão, da participação e da libertação.

Em quinto lugar, o Concílio se abriu aos direitos humanos. Na América Latina foram traduzidos como direitos a partir dos pobres e por isso, antes de tudo, direito à vida, ao trabalho, à saúde e à educação. A partir daí se entendem os demais direitos, ir e vir e outros.

Em sexto lugar, o Concílio acolheu o ecumenismo entre as Igrejas cristãs. Na América latina o ecumenismo não visa tanto a convergência nas doutrinas mas a convergência nas práticas: todas as Igrejas juntas se empenham pela libertação dos oprimidos. É um ecumenismo de missão.

Por fim, dialoga com as religiões vendo nelas a presença do Espírito que chega antes do missionário e por isso devem ser respeitadas com seus valores.
Por fim cabe reconhecer: a América Latina foi o Continente onde mais se tomou a sério o Vaticano II e mais transformação trouxe, projetando a Igreja dos pobres como desafio para a Igreja universal e para todas as consciências humanitárias.

Leonardo Boff é autor de Eclesiogênese: a Igreja que nasce da fé do povo, Vozes 2008.

La recepción del Vaticano II en Brasil y en America Latina

Estamos celebrando los 50 años del Concilio Vaticano II (1962-1965). Él supuso una ruptura del rumbo que la Iglesia Católica venía siguiendo desde hacía siglos. Era una Iglesia, que venía ser una fortaleza sitiada, a la defensiva de todo lo que venía del mundo moderno, de la ciencia, de la técnica y de las conquistas civilizatorias como la democracia, los derechos humanos y la separación entre Iglesia y Estado.

Pero vino una bocanada de aire fresco de la mano un papa anciano del que no se esperaba nada: Juan XXIII (+1963). Él abrió las puertas y las ventanas de la Iglesia. Dijo: la Iglesia no puede ser un museo respetable, tiene que ser la casa de todos, aireada y agradable para vivir.

Ante todo, el Concilio representó, en expresión acuñada por el mismo Juan XXIII, un aggionamento, es decir, una actualización y una reconstrucción de la manera de entenderse a sí misma y su forma de presencia en el mundo.

Más que enumerar los principales elementos introducidos por el Concilio, nos interesa ver cómo ese aggiornamento fue recogido y traducido por la Iglesia latinoamericana y por Brasil. A este proceso se le llama recepción y consiste en una relectura y una aplicación de las intuiciones conciliares en el contexto latinoamericano, muy diferente del europeo en el cual se elaboraron todos los documentos. Señalaremos solamente algunos puntos esenciales.

El primero fue sin duda el gran cambio de la atmósfera eclesial: antes del Concilio predominaba la «gran disciplina», la uniformización romana y el aire sombrío y anticuado de la vida eclesial. Las Iglesias de América Latina, de África y de Asia eran Iglesias-espejo de la romana. Y de pronto empezaron a sentirse Iglesias-fuente. Podían inculturizarse y crear lenguajes nuevos. Se irradiaba entusiasmo y ánimo para crear.

En segundo lugar, en América Latina se dio una redefinición del lugar social de la Iglesia. El Vaticano II fue un Concilio universal, pero según la perspectiva de los países centrales y ricos. Ahí se definió la Iglesia dentro del mundo moderno. Pero existía un submundo de pobreza y de opresión que fue captado por la Iglesia latinoamericana. Ésta debía desplazarse del centro humano hacia las periferias sub-humanas. Si en ellas hay opresión, su misión debía ser de liberación. La inspiración vino de las palabras del Papa Juan XXIII: “la Iglesia es de todos pero quiere ser principalmente Iglesia de los pobres”.

Este cambio se tradujo en las distintas conferencias episcopales latinoamericanas desde Medellín (1968) hasta Aparecida (2007) por la opción solidaria y preferencial por los pobres, contra la pobreza. Opción que se transformó en la marca registrada de la Iglesia latinoamericana y de la teología de la liberación.

En tercer lugar está la concretización de la Iglesia como Pueblo de Dios. El Vaticano II colocó esta categoría por delante de la de la Jerarquía. Para la Iglesia latinoamericana Pueblo de Dios no es una metáfora; la gran mayoría del pueblo es cristiana y católica, por tanto es Pueblo de Dios, gimiendo bajo la opresión como antiguamente en Egipto. De ahí nace la dimensión de liberación que la Iglesia asume oficialmente en todos los documentos desde Medellín (1968) hasta Aparecida (2007). Esta visión de la Iglesia-pueblo-de-Dios hizo posible el surgimiento de las Comunidades Eclesiales de Base y de las pastorales sociales.

En cuarto lugar, el Concilio entendió la Palabra de Dios contenida en la Biblia como el alma de la vida eclesial. Esto se tradujo en la lectura popular de la Biblia y en los miles y miles de círculos bíblicos. En ellos los cristianos comparan la página de la vida con la página de la Biblia y sacan conclusiones prácticas en una línea de comunión, de participación y de liberación.

En quinto lugar, el Concilio se abrió a los derechos humanos. En América Latina fueron traducidos como derechos a partir de los pobres y por eso, en primer lugar, derecho a la vida, al trabajo, a la salud y a la educación. A partir de aquí se entienden los demás derechos, el de movilidad, entre otros.

En sexto lugar, el Concilio acogió el ecumenismo entre las Iglesias cristianas. En América Latina el ecumenismo no se enfoca tanto a la convergencia en las doctrinas cuanto a la convergencia en las prácticas: todas las Iglesias juntas se empeñan en la liberación de los oprimidos. Es un ecumenismo de misión.

Por último, estableció el diálogo con las religiones viendo en ellas la presencia del Espíritu que llega antes que el misionero, debiendo por eso ser respetadas con sus valores.

En conclusión, hay que reconocer que América Latina fue el continente donde más en serio se tomó el Vaticano II y donde produjo mayores transformaciones, proyectando la Iglesia de los pobres como un desafío para la Iglesia universal y para todas las conciencias humanitarias.

Traducción de María José Gavito