Fechar

Não podemos tolerar um nazista na presidência do Brasil

Dada a gravidade da situação e da ameaça que pesa sobre a democracia, comungada por quase todos os analistas, inclusive pelo ex-Presidente Fernano Henrique Cardoso e por milhões de mulheres, publicamos este texto de um jornalista experimentado e crítica da presente ordem no Brasil: Lboff

Alex Solnik é jornalista. Já atuou em publicações como Jornal da Tarde, Istoé, Senhor, Careta, Interview e Manchete. É autor de treze livros, dentre os quais “Porque não deu certo”, “O Cofre do Adhemar”, “A guerra do apagão” e “O domador de sonhos”

Essa eleição não é uma festa democrática como vinha sendo desde 1989; é uma guerra. É uma luta de vida ou morte entre a democracia e a volta da ditadura. A volta da ditadura é claramente encarnada por Bolsonaro. Sua candidatura não é uma homenagem à democracia, é uma ameaça. Sua campanha dissemina a violência e a intolerância. A ameaça paira sobre todos os brasileiros e sobretudo sobre os políticos. Nessa eleição não será apenas eleito um candidato (a). Vai ser escolhido o futuro do Brasil.

É inconsequente, irresponsável e inútil mirar em inimigos imaginários. E democratas brigarem entre si quando há um inimigo imensamente mais perigoso que usa a democracia para acabar com ela. O único inimigo é Bolsonaro. Ele tem de ser chamado pelo nome. Nazista.

A sua coligação se chama “O Brasil acima de tudo”. O lema de Hitler era “Deutshland uber alles”(“A Alemanha acima de tudo”). Coincidência ou admiração? Em uma entrevista durante seu mandato de deputado federal ele disse que não se importava em ser associado a Hitler. “Ficaria se me chamassem de gay” afirmou. Está na internet. Em outra entrevista que pode ser vista nas redes sociais ele diz que o Brasil não tem solução através do voto. “Só uma guerra civil resolve” disse ele. Em outro vídeo, também disponível na rede, ele diz, durante essa campanha presidencial que “a maioria tem que ditar as regras e as minorias ou se adequam ou desaparecem”.

É preciso dar mais alguma prova da incomensurável desgraça que promete se abater sobre todos nós caso brasileiros que não sabem o que fazem o coloquem no Palácio do Planalto? As imagens da ditadura nazista desapareceram da memória dos brasileiros? Os eleitores ignoram o que ocorreu na Alemanha? De como as promessas de prosperidade e glória viraram sangue, miséria e horror?

Os candidatos que defendem a democracia e o bem estar dos brasileiros não podem se omitir diante do risco de um nazista dirigir um dos maiores países do mundo. “Vote em qualquer um de nós” deveriam dizer, em uníssono “menos no candidato nazista”.

Fonte: Site Brasil 247 de 22 de setembro de 2018.

 

 

Perfino i venti contrari ci condurranno al porto sicuro

Il popolo brasiliano si è abituato ad affrontare la vita e a ottenere tutto “nella lotta e legato all’amarra”, vale a dire superando difficoltà con molto lavoro. Perché non dovrebbe affrontare anche la sfida estrema di fare i cambiamenti necessari in mezzo alla crisi attuale, che ci riportino sul giusto sentiero della giustizia per tutti.
Il popolo brasiliano non ha ancora finito di nascere. Quello che abbiamo ereditato è stata l’Impresa-Brasile con una élite di schiavisti e un mucchio di licenziati a spasso. Ma dal seno di questa massa sono nate leadership e movimenti sociali con coscienza e organizzazione. Il loro sogno? Reinventare il Brasile. Il processo è cominciato a partire dal basso e ormai non c’è più nessuna possibiltà di bloccarlo, nemmeno con due golpe successivi sofferti, come quello civile-militare del 1964 e quello parlamentare-giuridico-mediatico del 2016.
Nonostante la povertà, l’emarginazione e la perversa diseguaglianza sociale, i poveri hano creato vie di sopravvivenza. Per superare questa antirealtà, lo Stato e i politici hanno bisogno di ascoltare e valorizzare quello che il popolo sa già e ha inventato. Solo allora avremo superato la divisione élites-popolo e saremo una nazione non frammentata, ma coesa. Il brasiliano ha fatto un compromesso con la speranza. È l’ultima a morire. Per questo nutre la certezza che Dio scrive dritto anche su linee storte. La speranza è il segreto del suo ottimismo, che gli permette di relativizzare i drammi, danzare il suo Carnevale, tifare per la squadra del cuore e mantenere accesa l’utopia che la vita è bella e domani potrà essere migliore. La speranza ci rimanda al principio-speranza di Ernst Bloch, che è più che una virtù; è una pulsione vitale che sempre ci aiuta a suscitare nuovi sogni, utopie e progetti per un mondo migliore.
Esiste, nel momento attuale, segnato da un quasi naufragio del paese, un certo timore. L’opposto del timore però non è il coraggio è la fede che le cose potrebbero esere differenti e che, organizzati, possiamo progredire. Il Brasile ha fatto vedere che non eccelle soltanto nel Carnevale e nella musica, ma può essere eccellente e anche nell’agricoltura, nell’architettura, nelle arti e nella sua inesauribile allegria di vivere. Una delle caratteristiche della cultura brasiliana è la giovialità e il senso dello humour, che aiutano ad alleggerire le contraddizoni sociali. Questa allegria gioviale nasce dalla convinzione che la vita vale più di qualsiasi altra cosa. Per questo dev’essere celebrata con festa e di fronte al fallimento, mantenere lo humour che lo relativizza e lo rende sopportabile. L’effetto è un senso di leggerezza e vivacità che tanti ammirano in noi.
È in corso un matrimonio che mai prima era stato fatto in Brasile: tra sapere accademico e sapere popolare. Il sapere popolare è un sapere “fatto di esperienze” che nasce dalla sofferenza e dai mille modi di sopravvivere con scarse risorse. Il sapere accademico nasce dallo studio attingendo a molte fonti. Quando questi due saperi si uniscono avremo reinventato un altro Brasile e saremo tutti più saggi.
La cura appartiene all’essenza del’umano e della vita tutta. Senza la cura, ci si ammala e muore. Con la cura tutto è protetto e dura molto di più. La sfida oggi è intendere la politica come cura del Brasile, delle sue genti, specialmente delle più vulnebabili, come indios e afrodiscendenti, cura della natura, dell’educazionne, della salute, della giustizia per tutti. Questa cura è il segno che noi amiamo il nostro paese e vogliamo che tutti siano inclusi.
Uno dei segni distintivi del popolo brasiliano, ben analizzato dall’antropologo Roberto da Matta è la sua capacità di mettersi in sintonia con tutti, di sommare, aggiungere, sincretizzare e concretizzare.Per questo in generale non è intollerante né dogmatico.Gli piace accogliere bene gli stranieri. Ora, questi valori sono essenziali per una globlizzazione dal volto umano. Stiamo mostrando che essa è possibile e la stiamo costruendo. Purtroppo in questi ultimi anni è sorto, contro la nostra tradizione, una onda d’odio, discriminazione, fanatismo, omofobia e disprezzo per i poveri (lato oscuro della cordialità, secondo Buarque de Hollanda) ci mostrano che siamo come tutti gli umani, sapiens e demens, e ora più demens. Ma questo senz’altro passerà e prevarrrà la convivenza più tollerante che sa apprezzare le differenze.
Il Brasile è la nazione neolatina più grande del mondo. Abbiamo tutto anche per esser la più grande civiltà dei Tropici, non imperiale, ma solidaria con tutte le nazioni, perché ha incorporato in sé rappresentanti di sessanta popoli differenti che sono venuti qui. La nostra sfida consiste nel mostrare che il Brasile può essere di fatto, una piccola anticipazione simbolica che tutto può essere oggetto di riscatto: l’umanità unita, una e diversa, seduti a tavola in fraterna convivialità, gli squisiti frutti della nostra bonissima, grande, generosa Madre Terra, la nostra Casa Comune.
È un sogno? Sì, quello necessario e buono.

*Leonardo Boff ha scritto: Brasile: concludere la Rifondazione o prolungare la dipendenza? (Vozes, 2018).

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

Sublime ironia: golpe implodiu PSDB e MDB, e o PT sobreviveu com Lula/Haddad:R.Kotscho

Há momentos na vida, quando se trata do destino de um país especialmente da situação dos pobres, que Jesus chama de “meus irmãos menores”(Mt 25,40), devemos ter um lado, o lado deles e daqueles que querem politicamente representar a sua causa. É o caso atual, no qual o país está quase naufragando na miséria de milhões de desempregados e de famintos, temos que escolher um candidato de confiança que, declaradamente, quer colocar o Estado a serviço de todos mas especialmente dos mais carentes. Não podemos regredir aos tempos sinistros  da ditadura militar, tendo à frente da nação eventualmente dois militares, com ideias as mais exdrúxula e anti-povo. Por isso devemos votar com consciência e responsabilidade pelo futuro de nosso país com justiça social, com paz para que a sociedade, no dizer de Paulo Freire, não seja tão malvada e não torne tão difícil o amor. Por isso publicamos este artigo de um dos melhores jornalistas do pais, Ricardo Kotscho, com muitos prêmios, tirado de seu Blog Balaio do Kotscho: Lboff

“As redes sociais deram o direito à palavra a uma legião de imbecis que antes falavam apenas em um bar” (Umberto Eco, escritor e filólogo italiano, em junho de 2015).

***************************

A 15 dias da eleição, só uma coisa já é certa: PSDB e MDB, os grandes partidos da aliança golpista de 2016, cevada pela Lava Jato e pela velha mídia, já estão fora do segundo turno, relegados ao bloco dos nanicos.

E o PT de Lula, o principal alvo da operação para derrubar Dilma, sobreviveu com Fernando Haddad, na bica para ir ao segundo turno contra Jair Bolsonaro.

A legião de imbecis que ocupou todos os espaços nos últimos anos, ao fazer das redes sociais nativas o campo de combate do antipetismo, não se deu conta de que gerou em seu ventre esta excrecência da extrema-direita ululante das viúvas da ditadura.

Ficaram pendurados na brocha e só lhes restou aderir ao capitão e ao general ensandecidos para impedir a quinta vitória consecutiva do PT nas eleições presidenciais.

Este é o resumo da ópera bufa lavajatense, que vai chegando ao seu clímax, depois de Lula comandar da sua cela solitária em Curitiba a derrocada de quem o condenou e prendeu.

O PT não morreu e agora assiste de camarote à agonia dos seus algozes.

Uma cena singela na madrugada de sexta-feira, retratada pela repórter Anna Virginia Balloussier, na Folha deste sábado, é emblemática desta reta final de campanha.

É a foto do tucano Geraldo Alckmin tomando café sozinho, acompanhado apenas de dona Lu, numa lanchonete deserta de beira de estrada, após o debate dos presidenciáveis na TV Aparecida.

Cercado de mesas e cadeiras vazias, sem nenhum militante, assessor, segurança ou mísero puxa-saco a seu lado, Alckmin era o símbolo de uma era que acabou.

A carta-desespero que FHC enviou aos eleitores na véspera, para tentar ressuscitar a candidatura tucana, pode agora ser colocada na lápide do partido que nos últimos 16 anos se dedicou apenas a destruir o adversário.

Para completar o clima de fim de feira da direita golpista, na mesma noite o patético bilionário Henrique Meirelles, candidato só dele mesmo e do que restou do MDB, jogou no ar seu último trunfo: prometeu liberar a maconha.

Ainda que não vá para o segundo turno, pois permanece aberta a disputa com Ciro Gomes pela segunda vaga, o PT sai desta campanha maior do que entrou, adiando mais uma vez o fim anunciado tantas vezes pela legião de imbecis preconizada por Umberto Eco.

Lula sozinho deu um xeque-mate na elite brasileira, no carcomido establishment, que entronizou Michel Temer no Palácio do Planalto, e agora junta os cacos de um país dilacerado, quebrado, de volta ao passado de fome, miséria e desemprego.

Por onde passa em suas viagens pelo Brasil, seu herdeiro Fernando Haddad é recebido com as mesmas festas que fariam para Lula, se ele pudesse ser candidato, em contraste com seus adversários.

Como ele mesmo anunciou na véspera de ser preso, a ideia sobreviveu ao homem Lula, condenado sem provas, realimentando a esperança de milhões de brasileiros destituídos de seus direitos básicos de cidadania.

Ainda não dá para saber quem vai ganhar, mas já se sabe quem perdeu esta eleição.

Entre a volta à ditadura militar de triste memória e o futuro das novas gerações, o país joga o seu destino nas urnas no próximo dia 7 de outubro.

Falta pouco agora.

Vida que segue.

Hasta los vientos contrarios nos conducirán a puerto seguro

El pueblo brasilero se ha habituado a “enfrentar la vida” y a conseguir todo “en la lucha y a la fuerza”, es decir, superando dificultades y con mucho trabajo. Por qué no “enfrentaría” también el último desafío de hacer los cambios necesarios, en medio de la actual crisis, que nos coloquen en el recto camino de la justicia para todos.

El pueblo brasilero todavía no ha acabado de nacer. Lo que heredamos fue la Empresa-Brasil con una élite esclavista y una masa de destituidos. Pero del seno de esta masa nacieron líderes y movimientos sociales con conciencia y organización. ¿Su sueño? Reinventar Brasil.

El proceso comenzó a partir de abajo y ya no hay cómo detenerlo, ni por los sucesivos golpes sufridos como el de 1964 civil-militar y el de 2016 parlamentario-jurídico-mediático.

A pesar de la pobreza, de la marginación y de la perversa desigualdad social, los pobres inventaron sabiamente caminos de supervivencia. Para superar esta anti-realidad, el Estado y los políticos necesitan escuchar y valorar lo que el pueblo ya sabe y ha inventado. Sólo entonces habremos superado la división élites-pueblo y seremos una nación no escindida ya sino cohesionada.

El brasilero mantiene un compromiso con la esperanza. Es la última que muere. Por eso tiene la seguridad de que Dios escribe derecho con líneas torcidas. La esperanza es el secreto de su optimismo, que le permite relativizar los dramas, bailar su carnaval, luchar por su equipo de futbol y mantener encendida la utopía de que la vida es bella y que el mañana puede ser mejor. La esperanza nos remite al principio-esperanza de Ernst Bloch que es más que una virtud; es una pulsión vital que siempre nos hace suscitar sueños nuevos, utopías y proyectos de un mundo mejor.

Existe en el momento actual, marcado por un casi naufragio del país, cierto miedo. Lo opuesto al miedo, sin embargo, no es el valor. Es la fe de que las cosas pueden ser diferentes, de que organizados podemos avanzar. Brasil mostró que no es solo bueno en el carnaval y la música, sino que puede ser bueno en la agricultura, en la arquitectura, en las artes y en su inagotable alegría de vivir.

Una de las características de la cultura brasilera es la jovialidad y el sentido del humor, que ayudan a aliviar las contradicciones sociales. Esa alegría jovial nace de la convicción de que la vida vale más que cualquier otra cosa. Por eso debe ser celebrada con fiesta y ante el fracaso, mantener el humor que lo relativiza y lo hace soportable. El resultado es la levedad y la vivacidad que tantos admiran en nosotros.

Se está dando un casamiento que nunca antes se dio en Brasil entre el saber académico y el saber popular. El saber popular es “un saber hecho de experiencias”, que nace del sufrimiento y de las mil maneras de sobrevivir con pocos recursos. El saber académico nace del estudio, bebiendo de muchas fuentes. Cuando esos dos saberes se unan, habremos reinventado otro Brasil. Y seremos todos más sabios.

El cuidado pertenece a la esencia de lo humano y de toda la vida. Sin cuidado enfermamos y morimos. Con cuidado, todo se protege y dura mucho más. El desafío hoy es entender la política como cuidado de Brasil, de su gente, especialmente de los más vulnerables, como indios y negros, cuidado de la naturaleza, de la educación, de la salud, de la justicia para todos. Ese cuidado es la prueba de que amamos a nuestro país y queremos a todos incluidos en él.

Una de las marcas del pueblo brasilero bien analizada por el antropólogo Roberto da Matta, es su capacidad de relacionarse con todo el mundo, de sumar, juntar, sincretizar y sintetizar. Por eso, en general, no es intolerante ni dogmático. Le gusta acoger bien a los extranjeros. Pues bien, estos valores son fundamentales para una globalización de rostro humano. Estamos mostrando que ella es posible y la estamos construyendo. Infelizmente en los últimos años ha surgido, en contra de nuestra tradición, una oleada de odio, discriminación, fanatismo, homofobia y desprecio a los pobres (el lado sombrío de la cordialidad, según Buarque de Holanda) que nos muestran que somos, como todos los humanos, sapiens y demens, y ahora más demens. Pero eso seguramente pasará y predominará la convivencia más tolerante y apreciadora de las diferencias.

Brasil es la mayor nación neolatina del mundo. Tenemos todo para ser también la mayor civilización de los trópicos, no imperial, sino solidaria con todas las naciones, porque incorporó en sí a representantes de 60 pueblos diferentes que vinieron aquí. Nuestro desafío es mostrar que Brasil puede ser, de hecho, una pequeña anticipación simbólica de que todo es rescatable: la humanidad unida, una y diversa, sentados a la mesa en una comensalidad fraterna, disfrutando de los buenos frutos de nuestra bonísima, grande, generosa Madre Tierra, nuestra Casa Común.

¿Es un sueño? Sí, el necesario y bueno.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil, ¿concluir a refundación o prolongar la dependencia? Vozes 2018.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Voltar Para o Topo