Attacchi spietati a papa Francesco, “un giusto tra le nazioni”

                                             Leonardo Boff

Dall’inizio del suo pontificato, nove anni fa, papa Francesco è stato oggetto di furiosi attacchi da parte dei cristiani tradizionalisti e dei suprematisti bianchi, di quasi tutto il nord del mondo, degli Stati Uniti e dell’Europa. Hanno persino costruito un complotto, mettendo insieme milioni di dollari, per deporlo come se la Chiesa fosse un’impresa e il papa il suo amministratore delegato. Tutto invano. Lui segue il suo cammino nello spirito delle beatitudini evangeliche dei perseguitati.

Le ragioni di questa persecuzione sono diverse: ragioni geopolitiche, lotte di potere, un’altra visione della Chiesa e la cura della Casa Comune.

Alzo la mia voce in difesa di Papa Francesco a partire dalla periferia del mondo, dal Grande Sud. Mettiamo a confronto i numeri: solo il 21,5% dei cattolici vive in Europa, il 78,5% vive fuori dall’Europa e il 48% in America. Siamo, quindi, la stragrande maggioranza. Fino alla metà del secolo scorso la Chiesa cattolica era del primo mondo. Ora è una Chiesa del terzo e quarto mondo, che un tempo ebbe origine nel primo mondo. Qui sorge una questione geopolitica. I conservatori europei, ad eccezione di importanti organizzazioni cattoliche di cooperazione solidale, hanno un sovrano disprezzo per il Sud, in particolare per l’America Latina.

La Chiesa-grande-istituzione fu alleata della colonizzazione, complice del genocidio indigeno e partecipante allo schiavismo. Qui si è costituita una Chiesa coloniale, specchio della Chiesa europea. Succede che in più di 500 anni, nonostante la persistenza della Chiesa specchio, si è verificata un’ecclesiogenesi, la genesi di un altro modo di essere Chiesa. Chiesa, non più specchio, ma fonte:  incarnatasi nella cultura locale indigena-afro-meticcia e dei popoli immigrati provenienti da 60 paesi diversi. Da questo amalgama ha creato il suo stile di adorare Dio e celebrare, di organizzare la sua pastorale sociale dalla parte degli oppressi, che lottano per la loro liberazione. Ha progettato la sua teologia adatta alla sua pratica liberatoria e popolare. Ha i suoi profeti, confessori, teologi e teologhe, santi e molti martiri, tra cui l’arcivescovo di San Salvador Arnulfo Oscar Romero. Questo tipo di Chiesa è fondamentalmente composto da comunità ecclesiali di base, dove si vive la dimensione della comunione degli eguali, tutti i fratelli e le sorelle, con i loro coordinatori laici, uomini e donne, con i sacerdoti inseriti in mezzo alla gente e i vescovi, mai dando le spalle al popolo come autorità ecclesiastiche, ma insieme come pastori, con «odore di pecora» con la missione di essere «defensores et advocati pauperum», come si diceva nella Chiesa primitiva. Papi e autorità dottrinali vaticane hanno cercato di limitare e persino condannare un tale modo di essere Chiesa, spesso con l’argomento che non sono Chiesa perché non vedono in loro il carattere gerarchico e lo stile romanico. Questa minaccia è durata molti anni finché, finalmente, è emersa la figura di papa Francesco. Lui nasce dal brodo di questa nuova cultura ecclesiale ben espressa dall’opzione preferenziale, non esclusiva, per i poveri e dai vari filoni della teologia della liberazione che l’accompagna. Ha dato legittimità a questo modo di vivere la fede cristiana, soprattutto in situazioni di grande oppressione.

Ma ciò che scandalizza di più i cristiani tradizionalisti è il suo stile di esercitare il ministero dell’unità della Chiesa. Non appare più come il pontefice classico, vestito di simboli pagani, assunti dagli imperatori romani, in particolare la famosa “mozzetta”, quella piccola mantellina rossa piena di simboli del potere assoluto dell’imperatore e del papa. Francesco subito se n’è sbarazzato e ha indossato una “mozzetta” bianca, spoglia come quella del grande profeta del Brasile, Dom Helder Câmara, e con la sua croce di ferro senza gioielli. Ha rifiutato di abitare in un palazzo pontificio, quello che avrebbe fatto uscire San Francesco dalla tomba per condurlo dove ha scelto di vivere: in una semplice pensione, Santa Marta. E li [nella mensa] si mette in fila per servirsi da solo e mangia con tutti. Con umorismo possiamo dire: così è più difficile avvelenarlo. Non indossa Prada, ma le sue vecchie scarpe consumate. Nell’annuario pontificio in cui si usa un’intera pagina con i titoli onorifici dei Papi, egli semplicemente ha rinunciato a tutti loro, scrivendo solo Franciscus, pontifex. Ha detto chiaramente in uno dei suoi primi pronunciamenti che non presiederà la Chiesa con il diritto canonico, ma con amore e tenerezza. Innumerevoli volte ha ripetuto di volere una Chiesa povera e dei poveri.

Tutto il grande problema della Chiesa-grande-istituzione risiede, dagli imperatori Costantino e Teodosio, nell’assunzione del potere politico, trasformato nel potere sacro (sacra potestas). Questo processo  raggiunse il suo culmine con papa Gregorio VII (1075) con la sua bolla Dictatus Papae che ben tradotto è la “Dittatura del Papa”. Come dice il grande ecclesiologo Jean-Yves Congar, con questo Papa si consolidò la svolta più decisiva della Chiesa, che tanti problemi ha creato e da cui non si è mai più liberata: l’esercizio centralizzato, autoritario e persino dispotico del potere. Nelle 27 proposizioni della bolla, il Papa è considerato il signore assoluto della Chiesa, l’unico e supremo signore del mondo, divenendo la suprema autorità nel campo spirituale e temporale. Ciò non è mai stato cancellato.

Basta leggere il Canone 331 in cui si dice che “il Pastore della Chiesa universale ha la potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e universale“. Qualcosa di inaudito: se cancelliamo il termine Pastore della Chiesa universale e inseriamo Dio la frase funziona perfettamente. Chi tra gli esseri umani, se non Dio, può attribuirsi una tale concentrazione di potere? Non è senza significato che nella storia dei Papi c’è stata una crescita del faraonismo del potere: da successori di Pietro, i Papi si sono creduti rappresentanti di Cristo. E come se non bastasse, rappresentanti di Dio, fino ad essere chiamati deus minor in terra. Qui si realizza l’hybris [l’arroganza] greca e ciò che Thomas Hobbes annota nel suo Leviatano: “Noto, come tendenza generale di tutti gli uomini, un desiderio perpetuo e irrequieto di potere e di più potere. La ragione di ciò risiede nel fatto che il potere non può essere garantito se non cercando ancora più potere”. Questa è stata la tragica traiettoria della Chiesa cattolica alle prese con il potere che persiste fino ai nostri giorni, fonte di polemiche con le altre Chiese cristiane e di estrema difficoltà nell’assumere i valori umanistici della modernità. Essa è lontana anni luce dalla visione di Gesù che voleva un potere-servizio (hierodulia) e non un potere-gerarchico (hierarquia).

Da tutto questo papa Francesco prende le distanze, cosa che suscita indignazione nei conservatori e anche nei reazionari, ben espressa nel libro di 45 autori dell’ottobre 2021: “Dalla pace di Benedetto alla guerra di Francesco” (From Benedict’s Peace to Francis’s War) a cura di Peter A Kwasnievskij. Noi replicheremmo così: “Dalla pace dei pedofili di Benedetto (coperti da lui) alla guerra contro i pedofili di Francesco (da lui condannati)”. È noto che il papa in pensione Benedetto XVI è stato indiziato come colpevole da un tribunale di Monaco per la sua clemenza nei confronti dei preti pedofili.

C’è un problema di geopolitica ecclesiastica: i tradizionalisti rifiutano un Papa che viene “dalla fine del mondo”, che porta al centro del potere vaticano un altro stile più vicino alla grotta di Betlemme rispetto ai palazzi degli imperatori. Se Gesù apparisse al Papa durante la sua passeggiata per i giardini vaticani, direbbe sicuramente: “Pietro, su queste pietre sontuose non edificherei mai la mia Chiesa”. Questa contraddizione è vissuta da papa Francesco avendo rinunciato alla sontuosità del palazzo e allo stile imperiale.

In effetti, c’è uno scontro di geopolitica religiosa tra il Centro, che ha perso la sua egemonia per numero e irradiazione, ma che conserva le abitudini dell’esercizio autoritario del potere, e la Periferia, numericamente maggioritaria tra i cattolici, con nuove chiese, con nuovi stili di vivere la fede e in dialogo permanente con il mondo, specialmente con i condannati della Terra, avendo sempre una parola da dire sulle ferite che sanguinano nel corpo del Crocifisso, presente nei poveri e oppressi.

Forse ciò che più infastidisce i cristiani ingessati nel passato è la visione della Chiesa vissuta dal Papa. Non una Chiesa-castello, chiusa in se stessa, nei suoi valori e dottrine, ma una Chiesa “ospedale da campo” sempre “in cammino verso le periferie esistenziali”. Essa accoglie tutti senza interrogarsi sul loro credo o sulla loro situazione morale. Basta che siano esseri umani in cerca del senso della vita e che soffrono per le avversità di questo mondo globalizzato, ingiusto, crudele e spietato. Condanna direttamente il sistema che dà centralità al denaro a spese delle vite umane e della natura. Ha realizzato diversi incontri mondiali con i movimenti popolari. Nell’ultimo, il quarto, ha detto esplicitamente: “Questo sistema (capitalista), con la sua logica implacabile, sfugge al dominio umano; bisogna lavorare per una maggiore giustizia e cancellare questo sistema di morte”. Nella Fratelli tutti lo condanna con forza.

È orientato da quello che è uno dei grandi apporti della teologia latinoamericana: la centralità del Gesù storico, povero, pieno di tenerezza verso i sofferenti, sempre dalla parte dei poveri e degli emarginati. Il Papa rispetta i dogmi e le dottrine, ma non è attraverso di loro che raggiunge il cuore delle persone. Per lui Gesù è venuto ad insegnarci come vivere: fiducia totale in Dio-Padre, vivere l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione per e con i caduti nelle strade, la cura per e con il Creato; beni che costituiscono il contenuto del messaggio centrale di Gesù: il Regno di Dio. Predica instancabilmente la misericordia sconfinata con cui Dio salva i suoi figli e figlie, perché Lui non può perdere nessuno di loro, frutto del suo amore, «perché è l’amante appassionato della vita» (Sap 11,24). Per questo afferma che «per quanto qualcuno sia ferito dal male, non è mai condannato su questa terra ad essere separato per sempre da Dio». In altre parole: la condanna è solo per questo tempo.

Invita tutti i pastori ad esercitare la pastorale della tenerezza e dell’amore incondizionato, formulata sinteticamente da un leader popolare di una comunità di base: “l’anima non ha confini, nessuna vita è straniera”. Come pochi al mondo, si è impegnato per gli immigrati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente e ora dall’Ucraina. Si rammarica del fatto che i moderni abbiano perso la capacità di piangere, di sentire il dolore dell’altro e, da buon samaritano, di soccorrerlo nel suo abbandono.

La sua opera più importante è stata la preoccupazione per il futuro della vita della Madre Terra. La Laudato Sì esprime il suo vero significato nel sottotitolo: “sulla cura della Casa Comune”. Non elabora un’ecologia verde, ma un’ecologia integrale che abbraccia l’ambiente, la società, la politica, la cultura, la vita quotidiana e il mondo dello spirito. Assume i contributi più sicuri delle scienze della Terra e della vita, in particolare della fisica quantistica e della nuova cosmologia, il fatto che tutto è connesso “ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra”, come lui dice poeticamente nella Laudato Sì. La categoria della cura e della corresponsabilità collettiva acquista così tanta centralità al punto di dire nella Fratelli tutti che “siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti salvati o nessuno si salva”.

Noi latinoamericani gli siamo profondamente grati per aver convocato il Sinodo Querida Amazônia, per difendere questo immenso bioma di interesse per tutta la Terra e come la Chiesa si è incarnata in quella vasta regione che copre nove paesi.

I grandi nomi dell’ecologia mondiale hanno testimoniato: con questo suo contributo, Papa Francesco si pone in prima linea nel dibattito ecologico contemporaneo.

Quasi disperato ma ancora pieno di speranza, propone un cammino di salvezza: una fraternità universale e un amore sociale come assi strutturanti di una bio-società su cui rifondare la politica, l’economia e ogni sforzo umano. Non abbiamo molto tempo, né abbastanza saggezza accumulata, ma questo è il sogno e la vera alternativa per evitare un cammino senza ritorno.

Il Papa che cammina da solo in Piazza San Pietro sotto una pioggia leggera, in tempo di pandemia, rimarrà un’immagine immortale e un simbolo della sua missione di Pastore che si preoccupa e prega per il destino dell’umanità.

Forse una delle ultime frasi della Laudato Sì rivela tutto il suo ottimismo e la speranza contro ogni speranza: “Camminiamo cantando che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano l’allegria della speranza”.

Hanno bisogno di essere nemici della propria umanità, coloro che condannano impietosamente gli atteggiamenti così umanitari di Papa Francesco, in nome di una cristianità sterile, come un fossile del passato e un contenitore di acque morte. I feroci attacchi che rivolgono al Papa possono essere tutto, meno che cristiani e evangelici. Sono cismatici e heretici nel senso primitivo della parola, quelli che rompano l’unità della comunità eclesiale.

 Papa Francesco sopporta tutto, intriso dell’umiltà di San Francesco d’Assisi e dei valori del Gesù storico. Per questo egli merita bene il titolo di “un giusto tra le nazioni“.

Leonardo Boff è un teologo brasiliano e ha scritto Francisco de Assis e Francisco de Roma, Rio de Janeiro 2015.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Ataques despiadados contra el Papa Francisco, “justo entre las naciones”

Desde el principio de su pontificado hace nueve años, el Papa Francisco viene recibiendo furiosos ataques de cristianos tradicionalistas y supremacistas blancos casi todos del Norte del mundo, de Estados Unidos y de Europa. Hasta hicieron un complot, involucrando millones de dólares, para deponerlo, como si la Iglesia fuese una empresa y el Papa su CEO. Todo en vano. Él sigue su camino en el espíritu de las bienaventuranzas evangélicas de los perseguidos.

Las razones de esta persecución son varias: razones geopolíticas, disputa de poder, otra visión de Iglesia y el cuidado de la Casa Común.

Levanto mi voz en defensa del Papa Francisco desde la periferia del mundo, del Gran Sur. Comparemos los números: en Europa vive solo el 21,5% de los católicos, el 82% vive fuera de ella, el 48% en América. Somos, por lo tanto, amplia mayoría. Hasta mediados del siglo pasado la Iglesia Católica era del primer mundo. Ahora es una Iglesia del tercero y cuarto mundo, que, un día, tuvo origen en el primer mundo. Aquí surge una cuestión geopolítica. Los conservadores europeos, con excepción de notables organizaciones católicas de cooperación solidaria, alimentan un soberano desdén por el Sur, especialmente por América Latina.

La Iglesia-gran-institución fue aliada de la colonización, cómplice del genocidio indígena y participante en la esclavitud. Aquí fue implantada una Iglesia colonial, espejo de la Iglesia europea. Pero a lo largo de más de 500 años, no obstante la persistencia de la Iglesia espejo, ha habido una eclesiogénesis, la génesis de otro modo de ser iglesia, una iglesia, ya no espejo sino fuente: se encarnó en la cultura local indígena-negra-mestiza y de inmigrantes de pueblos venidos de 60 países diferentes. De esta amalgama, se gestó su estilo de adorar a Dios y de celebrar, de organizar su pastoral social al lado de los oprimidos que luchan por su liberación. Proyectó una teología adecuada a su práctica liberadora y popular. Tiene sus profetas, confesores, teólogos y teólogas, santos y santas, y muchos mártires, entre ellos el arzobispo de San Salvador, Oscar Arnulfo Romero. Este tipo de Iglesia está compuesta fundamentalmente de comunidades eclesiales de base, donde se vive la dimensión de comunión de iguales, todos hermanos y hermanas, con sus coordinadores laicos, hombres y mujeres, con sacerdotes insertados en medio del pueblo y obispos, nunca de espaldas al pueblo como autoridades eclesiásticas, sino como pastores a su lado, con “olor a ovejas”, con la misión de ser los “defensores et advocati pauperum” como se decía en la Iglesia primitiva. Papas y autoridades doctrinarias del Vaticano intentaron cercenar y hasta condenar tal modo de ser-Iglesia, no pocas veces con el argumento de que no son Iglesia por el hecho de no ver en ellas el carácter jerárquico y el estilo romano. Esa amenaza perduró durante muchos años hasta que, por fin, irrumpió la figura del Papa Francisco. Él vino del caldo de esta nueva cultura eclesial, bien expresada por la opción preferencial, no excluyente, por los pobres y por las distintas vertientes de la teología de la liberación que la acompaña. Él dio legitimidad a este modo de vivir la fe cristiana, especialmente en situaciones de gran opresión.

Pero lo que más está escandalizando a los cristianos tradicionalistas es su estilo de ejercer el ministerio de unidad de la Iglesia. Ya no sepresenta como el pontífice clásico, vestido con los símbolos paganos,tomados de los emperadores romanos, especialmente la famosa “mozzeta”, aquella capita banca llena de símbolos del poder absoluto del emperador y del papa. Francisco se libró rápidamente de ella y vistió una “mozzeta” blanca sencilla, como la del gran profeta de Brasil, dom Helder Câmara, y su cruz de hierro sin ninguna joya. Se negó a vivir en un palacio pontificio, lo cual habría hecho a san Francisco levantarse de la tumba para llevarlo adonde él escogió: en una simple casa de huéspedes, Santa Marta. Allí entra en la fila para servirse y come junto con todos. Con humor podemos decir que así es más difícil envenenarlo. No calza Prada, sino sus zapatones viejos y gastados. En el anuario pontificio en el que se usa una página entera con los títulos honoríficos de los Papas, él simplemente renunció a todos y escribió solamente Franciscus, pontifex. En uno de sus primeros pronunciamientos dijo claramente que no iba a presidir la Iglesia con el derecho canónico sino con el amor y la ternura. Un sinnúmero de veces ha repetido que quería una Iglesia pobre y de pobres.

Todo el gran problema de la Iglesia-gran-institución reside, desde los emperadores Constantino y Teodosio, en la asunción del poder político, transformado en poder sagrado (sacra potestas). Ese proceso llegó a su culminación con el Papa Gregorio VII (1075) con su bula Dictatus Papae, que bien traducida es la “Dictadura del Papa”. Como dice el gran eclesiólogo Jean-Yves Congar, con este Papa se consolidó el cambio más decisivo de la Iglesia que tantos problemas creó y del cual ya nunca se ha liberado: el ejercicio centralizado, autoritario y hasta despótico del poder. En las 27 proposiciones de la bula, el Papa es considerado el señor absoluto de la Iglesia, el señor único y supremo del mundo, volviéndose la autoridad suprema en el campo espiritual y temporal. Esto nunca ha sido desdicho. 

Basta leer el Canon 331 en el cual se dice que “el Pastor de la Iglesia universal tiene el poder ordinario, supremo, pleno, inmediato y universal”. Cosa inaudita: si tachamos el término Pastor de la Iglesia universal y ponemos Dios, funciona perfectamente. ¿Quién de los humanos sino Dios, puede atribuirse tal concentración de poder? No deja de ser significativo que en la historia de los Papas haya habido un crescendo en el faraonismo del poder: de sucesor de Pedro, los Papas pasaron a considerarse representantes de Cristo. Y como si no bastase, representantes de Dios, siendo incluso llamados deus minor in terra. Aquí se realiza la hybris griega y aquello que Thomas Hobbes constata en su Leviatán: «Señalo, como tendencia general de todos los hombres, un perpetuo e inquieto deseo de poder y más poder, que sólo cesa con la muerte. La razón de esto radica en el hecho de que no se puede garantizar el poder si no es buscando todavía más poder». Esta ha sido, pues, la trayectoria de la Iglesia Católica en relación con el poder, que persiste hasta el día de hoy, fuente de polémicas con las demás Iglesias cristianas y de extrema dificultad para asumir los valores humanísticos de la modernidad. Dista años luz de la visión de Jesús que quería un poder-servicio (hierodulia) y no un poder-jerárquico (hierarquia).

De todo eso se aleja el Papa Francisco, lo que causa indignación a los conservadores y reaccionarios, claramente expresado en el libro de 45 autores de octubre de 2021: De la paz de Benedicto a la guerra de Francisco (From Benedict’s Peace to Francis’s War) organizado por Peter A. Kwasniewski. Nosotros le daríamos la vuelta así: De la paz de los pedófilos de Benedicto (encubiertos por él) a la guerra a los pedófilos de Francisco (condenados por él). Es sabido que un tribunal de Múnich encontró indicios para incriminar al Papa Benedicto XVI porsu lenidad con curas pedófilos.

Existe un problema de geopolítica eclesiástica: los tradicionalistas rechazan a un Papa que viene “del fin del mundo”, que trae al centro de poder del Vaticano otro estilo, más próximo a la gruta de Belén que a los palacios de los emperadores. Si Jesús se apareciese al Papa en supaseo por los jardines del Vaticano, seguramente le diría: “Pedro, sobre estas piedras palaciegas jamás construiría mi Iglesia”. Esta contradicción es vivida por el Papa Francisco, pues renunció al estilo palaciego e imperial.

Hay, en efecto, un choque de geopolítica religiosa, entre el Centro, que perdió la hegemonía en número y en irradiación pero que conserva los hábitos de ejercicio autoritario del poder, y la Periferia, numéricamente mayoritaria de católicos, con iglesias nuevas, con nuevos estilos de vivencia de la fe y en permanente diálogo con el mundo, especialmente con los condenados de la Tierra, que tiene siempre una palabra que decir sobre las llagas que sangran en el cuerpo del Crucificado, presente en los empobrecidos y oprimidos.

Tal vez lo que más molesta a los cristianos anclados en el pasado es la visión de Iglesia vivida por el Papa. No una Iglesia-castillo, cerrada en sí misma, en sus valores y doctrinas, sino una Iglesia “hospital de campaña” siempre “en salida rumbo a las periferias existenciales”. Ella acoge a todos sin preguntar su credo o su situación moral. Basta que sean seres humanos en busca de sentido de la vida y sufridores de las adversidades de este mundo globalizado, injusto, cruel y sin piedad. Condena de forma directa el sistema que da centralidad al dinero a costa de vidas humanas y a costa de la naturaleza. Ha realizado varios encuentros mundiales con movimientos populares. En el último, el cuarto, dijo explícitamente: «Este sistema (capitalista), con su lógica implacable, escapa al dominio humano; es preciso trabajar por más justicia y cancelar este sistema de muerte». En la Fratelli tutti locondena de forma contundente.

Se orienta por aquello que es una de las grandes aportaciones de la teología latinoamericana: la centralidad del Jesús histórico, pobre, lleno de ternura con los que sufren, siempre al lado de los pobres y marginalizados. El Papa respeta los dogmas y las doctrinas, pero no es por ellas por donde llega al corazón de la gente. Para él, Jesús vino a enseñar a vivir: la confianza total en Dios-Abbá, a vivir el amor incondicional, la solidaridad, la compasión con los caídos en los caminos, el cuidado con lo Creado, bienes que constituyen el contenido del mensaje central de Jesús: el Reino de Dios. Predica incansablemente la misericordia ilimitada por la cual Dios salva a sus hijos e hijas, pues Él no puede perder a ninguno de ellos, frutos de su amor, “pues es el apasionado amante de la vida” (Sab 11,26). Por eso afirma que “por más que alguien esté herido por el mal, nunca está condenado sobre esta tierra a quedar para siempre separado de Dios”. En otras palabras: la condenación es solo para este tiempo.

Convoca a todos los pastores a ejercer la pastoral de la ternura y del amor incondicional, formulada resumidamente por un líder popular de una comunidad de base: ”el alma no tiene frontera, ninguna vida es extranjera”. Como pocos en el mundo, se ha comprometido con los emigrantes venidos de África y de Oriente Medio y ahora de Ucrania. Lamenta que los modernos hayamos perdido la capacidad de llorar, de sentir el dolor del otro y, como buen samaritano, de socorrerlo en su abandono.

Su obra más importante muestra la preocupación por el futuro de la vida de la Madre Tierra. La Laudato Sì expresa su verdadero sentido en el subtítulo: “sobre el cuidado de la Casa Común”. Elabora no una ecología verde, sino una ecología integral que abarca el ambiente, la sociedad, la política, la cultura, lo cotidiano y el mundo del espíritu. Asume las contribuciones más seguras de las ciencias de la Tierra y de la vida, especialmente de la física cuántica y de la nueva cosmología el hecho de que “todo está relacionado con todo y nos une con afecto al hermano Sol, a la hermana Luna, al hermano río y a la Madre Tierra” como dice poéticamente en la Laudato Sì. La categoría cuidado y corresponsabilidad colectiva adquieren completa centralidad hasta el punto de decir en la Fratelli tutti que «estamos en el mismo barco: o todos nos salvamos o nadie se salva».

Nosotros latinoamericanos le estamos profundamente agradecidos por haber convocado el Sínodo Querida Amazonia para defender ese inmenso bioma de interés para toda la Tierra y cómo la Iglesia se encarna en aquella vasta región que cubre nueve países.

Grandes nombres de la ecología mundial afirmaron: con esta contribución el Papa Francisco se pone a la cabeza de la discusión ecológica contemporánea.

Casi desesperado, pero aun así lleno de esperanza, propone un camino de salvación: la fraternidad universal y el amor social como los ejes estructuradores de una biosociedad en función de la cual están la política, la economía y todos los esfuerzos humanos. No tenemos mucho tiempo ni sabiduría suficientemente acumulada, pero este es el sueño y la alternativa real para evitar un camino sin retorno.

El Papa caminando solo por la plaza de San Pedro bajo una lluvia fina, en tiempos de la pandemia, quedará como una imagen indeleble y un símbolo de su misión de Pastor que se preocupa y reza por el destino de la humanidad.

Tal vez una de las frases finales de la Laudato Sì revela todo su optimismo y esperanza contra toda esperanza: «Caminemos cantando. Que nuestras luchas y nuestra preocupación por este planeta no nos quiten la alegría de la esperanza».

Tienen que ser enemigos de su propia humanidad quienes condenan inmisericordemente las actitudes tan humanitarias del Papa Francisco, en nombre de un cristianismo estéril, convertido en un fósil del pasado, en un recipiente de aguas muertas. Los ataques feroces que le hacen pueden ser todo menos cristianos y evangélicos. El Papa Francisco losoporta imbuido de la humildad de San Francisco de Asís y de los valores del Jesús histórico. Por eso él bien merece el título de “justo entre las naciones”.

*Leonardo Boff es un teólogo brasilero y ha escrito Francisco de Asís y Francisco de Roma, Rio de Janeiro 2015.

Traducción de Mª José Gavito Milano

La follia dei cavalieri dell’Apocalisse: Russia e Stati Uniti.

Leonardo Boff

Il libro dell’Apocalisse che narra gli scontri finali della nostra storia, tra le forze della morte
e quelle della vita, ci dipinge un cavallo di fuoco che simboleggia la guerra: «il cavaliere fu
dato per bandire la pace della terra perché gli uomini si decapitino l’un l’altro» (6,4). La
guerra tra Russia e Ucraina e l’ordine del presidente russo di tenere in allerta le armi
nucleari, ci suscitano l’azione del cavallo di fuoco, la decapitazione dell’umanità, vale a
dire, un Armageddon umano.
Le severe sanzioni imposte dalla NATO e dagli USA alla Federazione Russa possono
portare al collasso dell’intera sua economia. Di fronte a questo disastro nazionale, la
possibilità che il leader russo non accetti la sconfitta come se Napoleone (1812) o Hitler (1942) avessero preso il paese, cosa che non riuscirono a fare. Quindi realizzerebbe le
minacce e avvierebbe un attacco nucleare. Solo l’arsenale russo può distruggere la vita
umana sul pianeta più volte. E una vendetta può danneggiare l’intera biosfera senza la
quale la nostra vita non potrebbe sopravvivere.

Dietro questo confronto Russia-Ucraina si nascondono potenti forze in lotta per l’egemonia
mondiale: la Russia, alleata con Cina e gli USA. La strategia di quest’ultimi è più o meno
nota, guidata da due idee principali: “one world and one empire” (gli USA), garantito da un
dominio a tutto spettro: dominio in tutti i campi con 800 basi militari distribuite nel mondo,
ma anche con il dominio economico, ideologico e culturale. Tale dominio completo
sarebbe alla base della pretesa degli Stati Uniti di essere “eccezionali”, di essere “la
nazione indispensabile e necessaria”, “l’ancora della sicurezza globale” o “l’unico potere”
((lonely power) veramente mondiale.

In questa volontà imperiale, la NATO, dietro la quale si trovano gli USA, si è estesa fino ai
limiti della Russia. Tutto ciò che serviva era l’inserimento dell’Ucraina per chiudere
l’assedio. I missili piazzati al confine ucraino avrebbero raggiunto Mosca in pochi minuti.
Da qui la richiesta della Russia che l’Ucraina rimanesse neutrale, altrimenti sarebbe stata
invasa. Questo è quello che è successo con le perversità che ogni guerra produce.
Nessuna guerra è giustificabile perché uccide vite umane e va contro il senso delle cose
che è la condizione per continuare a esistere.
La Cina, a sua volta, contende l’egemonia mondiale non con mezzi militari, anche
alleandosi con la Russia, ma attraverso la via economica con i suoi grandi progetti come la
Via della Seta. In questo campo sta superando gli USA e raggiungerebbe l’egemonia
mondiale anche con un certo ideale etico, quello di creare “una comunità di destino
comune partecipata da tutta l’umanità, con società sufficientemente rifornite”.
Ma non voglio prolungare questa prospettiva bellicosa, davvero folle fino al punto di
essere suicida. Ma questo scontro tra potenze rivela l’incoscienza degli attori in campo sui
reali rischi che gravano sul pianeta che, anche senza il ricorso ad armi nucleari,
potrebbero mettere in pericolo la vita umana. Va detto che tutti gli arsenali di armi di
distruzione di massa si sono rivelati totalmente inutili e ridicoli di fronte a un virus
minuscolo come il Covid-19.

Questa guerra rivela che i responsabili del destino umano non hanno imparato la lezione
fondamentale del Covid-19, che non ha rispettato le sovranità e i limiti nazionali. Ha colpito
l’intero pianeta. L’epidemia richiede l’instaurazione di una governance globale di fronte a
una problema globale. La sfida va oltre i confini nazionali, è costruire la Casa Comune.
Non si sono resi conto che il grosso problema è il riscaldamento globale. Già siamo
immersi nella crisi climatica, gli eventi fatali di questi mesi – dovuti alle inondazioni di intere
regioni, ai tifoni e alla scarsità di acqua dolce – sono visibili. Abbiamo solo 9 anni per
evitare una situazione di non ritorno. Se entro il 2030 aumentiamo di 1,5 gradi Celsius la
temperatura del pianeta, non saremo in grado di controllarlo e ci dirigeremo verso un
collasso del sistema Terra e dei sistemi vita.
Stiamo toccando i limiti di sostenibilità della Terra. I dati di sovraccarico della terra (Earth
Overshoot) indicano che il 22 settembre 2020 le risorse non rinnovabili necessarie alla vita
erano esaurite. Il persistere del consumismo, pretende dalla Terra quello che lei non può
più dare. In risposta, lei ci invia virus letali, aumenta il riscaldamento, destabilizza i climi e
distrugge migliaia di esseri viventi.

La sovrappopolazione associata a una nefasta disuguaglianza sociale, con la stragrande
maggioranza dell’umanità che vive in povertà e nella miseria, quando l’1% della
popolazione controlla il 90% della ricchezza e dei beni e servizi essenziali, può portare a
conflitti con innumerevoli vittime e alla devastazione di interi ecosistemi.
Questi sono i problemi, tra gli altri, che dovrebbero preoccupare i capi di stato, gli
amministratori delegati delle grandi Corporation e i cittadini, poiché loro mettono
direttamente a rischio il futuro dell’intera umanità. Di fronte a questo rischio globale, è
ridicola una guerra per zone di influenza e di sovranità già obsolete.

Quelli che ci danno speranza sono quegli anonimi “Noè” che prosperano ovunque, a
partire dal basso, costruendo le loro le arche salvifiche attraverso una produzione
rispettosa dei limiti della natura, per un’agro-ecologia, per comunità solidali, per
democrazie socio-ecologiche partecipative, lavorando a partire dai propri territori. Loro
possiedono la forza del seme del nuovo e con una mente nuova (la Terra come Gaia), con
un cuore nuovo (il legame di affetto e cura per e con la natura) garantiscono un nuovo
futuro con la coscienza di una responsabilità universale e di un’interdipendenza globale.
La loro guerra è contro la fame e la produzione di morte e la loro lotta è per la giustizia per
tutti, la promozione della vita e la difesa dei più deboli e indigenti. Questo è quello che
deve essere. E quello che deve essere, ha intrinsecamente una forza invincibile.

Leonardo Boff per http://www.leonardoboff.org eco-teologo e filosofo, Leonardo Boff ha scritto in italiano «Abitare la Terra: qual è la strada per la fraternità universale?», Castelvecchi 2021. (traduzione dal portoghese di Gianni Alioti

Fonte: Il faro di Roma 9/3/2022