Il misterioso destino di ognuno di noi

Ognuno di noi ha l’età dell’universo, che ha 13,7 miliardi di anni. Eravamo tutti virtualmente insieme in questo puntino, più piccolo della testa di uno spillo, ma pieno di energia e materia. La grande esplosione avvenne e generò le enormi stelle rosse all’interno delle quali si formarono tutti gli elementi fisico-chimici che compongono l’universo e tutti gli esseri. Siamo figli e figlie delle stelle e della polvere cosmica. Siamo anche quella porzione della Terra vivente che è arrivata a sentire, a pensare, ad amare e a venerare. Secondo noi la Terra e l’universo sentono di formare un grande “Tutto”. E possiamo sviluppare la consapevolezza di questa appartenenza.

Qual è il nostro posto all’interno di questo “Tutto”? Più precisamente, nel processo di evoluzione? All’interno di Madre Terra? All’interno della storia umana? Non ci è ancora permesso saperlo. Forse questa sarà la grande rivelazione quando faremo il passaggio alchemico da questo lato della vita all’altro. Li, spero, tutto sarà chiaro e saremo sorpresi perché saremo tutti collegati, in modo ombelicale, formando l’immensa catena di esseri e il tessuto della vita. Cadremo, credo, nelle braccia di Dio-Padre-e-Madre di infinita misericordia per coloro che ne hanno bisogno a causa delle loro cattive azioni e in un eterno abbraccio amorevole per coloro che sono stati guidati dal bene e dall’amore. Dopo aver attraversato la clinica di Dio-misericordia, arriveranno anche gli altri.

Io, da bambino di pochi mesi, ero destinato a morire. Mia madre raccontava, e le mie zie ripetevano sempre, che avevo “la piccola scimmia”, un’espressione popolare per l’anemia grave. Tutto ciò che ingerivo, lo vomitavo. Tutti dicevano nel dialetto veneziano: “poareto, va morir”: “poverino, morirà”.

Mia madre, disperata e di nascosto da mio padre che non credeva nelle benedizioni, andò da una santona, la vecchia Campañola. Lei fece le sue preghiere e disse: “Fai un bagno con queste erbe; dopo aver fatto il pane nel forno, aspetta fino a che non è troppo caldo e metti il tuo bambino dentro”. Questo è ciò che ha fatto mia madre Regina. Con la pala per togliere il pane cotto mi ha messo dentro. Mi ha lasciato lì per un bel po’ di tempo.

Ecco che è accaduta una trasformazione. Mentre mi stava togliendo da dento il forno, iniziai a piangere, dissero, e a cercare il seno per succhiare il latte materno. Successivamente mia madre masticava i bocconcini più duri in bocca e me li dava. Ho iniziato a mangiare e a rafforzarmi. Sono sopravvissuto. Ed eccomi, ufficialmente vecchio, di 80 anni.

Ho attraversato diversi rischi che avrebbero potuto costarmi la vita: un aereo DC-10 in fiamme diretto a New York; un incidente d’auto contro un cavallo morto sulla strada che mi ha rotto dappertutto; un enorme chiodo che è caduto di fronte a me quando stavo studiando a Monaco e avrebbe potuto uccidermi se mi fosse caduto in testa; nelle Alpi, la caduta in una valle profonda ricoperta di neve e contadini bavaresi, vedendomi con l’abito scuro di francescano e che affondavo sempre di più, mi tirarono su con una corda. E altri.

Norberto Bobbio mi ha concesso il dottorato honoris causa in politica dall’Università di Torino. Comprese che la teologia della liberazione aveva dato un contributo importante nell’affermare la forza storica dei poveri. Non è sufficiente l’assistenzialismo classico o la semplice solidarietà, mantenendo i poveri sempre dipendenti, questo è insufficiente. Possono essere soggetti della loro liberazione quando hanno coscienza di sé e sono organizzati. Andiamo avanti per i poveri, insistiamo nel camminare con i poveri, essendo loro i protagonisti, e chi può e ha questo carisma, viva come i poveri, come molti hanno fatto, come il vecovo Dom Pedro Casaldáliga.

Ricordo che ho iniziato il mio discorso di ringraziamento per il titolo, concesso da questa figura straordinaria che fu Norberto Bobbio: “Vengo dalla pietra scheggiata, dal profondo della storia, quando avevamo a malapena i mezzi per sopravvivere. I miei nonni italiani e la mia famiglia esplorarono un’area disabitata ricoperta di pini, Concordia, ai confini del Stato di Santa Catarina. Dovevano combattere per sopravvivere. Molti sono morti per mancanza di dottori. Poi sono progredito nella scala dell’evoluzione: gli 11 fratelli hanno studiato, hanno fatto l’università, io ho potuto finire i miei studi in Germania. Ora sono qui in questa famosa università”. E su richiesta di Bobbio, ho riassunto gli scopi della Teologia della Liberazione, il cui perno centrale è l’opzione per i poveri, contro la povertà e per la giustizia sociale. Ho tenuto molti corsi in tutto il mondo, ho scritto molto, ho asciugato lacrime e ho mantenuto forte la speranza di militanti che erano frustrati dalle direzioni del nostro paese.

Qual sarà il mio destino? Non lo so. Ho preso come motto quello di mio padre, che lo viveva: “Chi non vive per servire, non serve per vivere”. A Dio l’ultima parola.

Leonardo Boff é teólogo, filósofo e ha scritto in occasione dei suoi 80 anni: “Reflexões de um velho teólogo e pensador” (Riflessioni di un vecchio teologo e pensator), Vozes 2019.

Traduzione di M. Gavito & S. Toppi.

El misterioso destino de cada uno

Cada uno de nosotros/as tiene la edad del universo que son 13,7 mil millones de años. Todos/asestábamos virtualmente juntos en aquel puntito, más pequeño que la cabeza de un alfiler, pero repleto de energía y de materia. Ocurrió la gran explosión y generó las enormes estrellas rojas dentro de las cuales se formaron todos los elementos físico-químicos que componen el universo y todos los seres que lo forman. Somos hijos e hijas de las estrellas y del polvo cósmico. Somos también la porción de la Tierra viva que ha llegado a sentir, a pensar, a amar y a venerar. Por nosotros la Tierra y el universo sienten que forman un gran Todo. Y nosotros podemos desarrollar la conciencia de esa pertenencia.

¿Cuál es nuestro lugar dentro de ese Todo? Más inmediatamente, ¿dentro del proceso de la evolución? ¿Dentro de la Madre Tierra? ¿Dentro de la historia humana? No nos es dado saberlo todavía. Tal vez será la gran revelación cuando hagamos el paso alquímico de este lado de la vida hacia el otro. Ahí, espero, todo quedará claro y nos sorprenderemos porque todos estamos umbilicalmente interrelacionados, formando la inmensa cadena de los seres y el tejido de la vida. Caeremos, así lo creo, en los brazos de Dios-Padre–y-Madre de infinita misericordia para quien la necesita por causa de sus maldades y en un abrazo amoroso eterno para los que se orientaron por el bien y por el amor. Después de pasar por la clínica de Dios-misericordia, los otros vendrán también.

Yo de niño de pocos meses estaba condenado a morir. Cuenta mi madre, y las tías siempre lo repetían, que tenía “el macaquiño”, expresión popular para la anemia profunda. Todo lo que ingería, lo vomitaba. Todos decían en dialecto véneto: “poareto, va morir”: “pobrecito, va a morir”.

Mi madre, desesperada y a escondidas de mi padre que no creía en esas cosas, fue a la rezandera, a la vieja Campañola. Ella hizo sus rezos y le dijo: “dele un baño con estas hierbas y después de hacer el pan en el horno, espere hasta que esté tibio y meta a su hijito dentro”. Eso fue lo que hizo mi madre Regina. Me puso sobre la pala de sacar el pan horneado y me metió dentro. Y me dejó allí un buen rato.

Y ocurrió una transformación. Al sacarme del horno empecé a llorar, decían, y a buscar el pecho para chupar la leche materna. Después, mi madre, masticaba en su boca algunas comidas más fuertes y me las daba. Empecé a comer y a fortalecerme. Sobreviví. Y aquí estoy, oficialmente viejo, con 80 años cumplidos.

Pasé por varios peligros que podrían haberme costado la vida: un avión DC-10 en llamas rumbo a Nueva York; un accidente de automóvil contra un caballo muerto en la carretera que me rompió todo; un clavo enorme que cayó sobre mi frente cuando estudiaba en Múnich, que podría haberme matado si hubiera caído sobre mi cabeza; en los Alpes caí en un valle profundo cubierto de nieve y unos campesinos bávaros, viéndome con el hábito oscuro y que me hundía cada vez más, me sacaron con una cuerda. Y otros.

Norberto Bobbio me concedió el título de doctor honoris causa en política por la Universidad de Turín. Entendió que la teología de la liberación había realizado una contribución importante al afirmar la fuerza histórica de los pobres. El asistencialismo clásico o la mera solidaridad, manteniendo a los pobres siempre dependientes, es insuficiente. Ellos pueden ser sujetos de su liberación, cuando concientizados y organizados. Superamos el para los pobres, insistimos en el caminar con los pobres, siendo ellos los protagonistas, y quien pueda y tenga ese carisma viva como los pobres como lo hicieron tantos, como Dom Pedro Casaldáliga.

Recuerdo que comencé mi discurso de agradecimiento al título, concedido por esa notable figura que es Norberto Bobbio, diciendo: “vengo de la piedra lascada, del fondo de la historia, cuando a duras penas teníamos medios para sobrevivir. Mis abuelos italianos y mi familia desbravaron una región deshabitada y cubierta de pinares, Concórdia, en los confines de Santa Catarina. Ellos tuvieron que luchar para sobrevivir. Muchos murieron por falta de médicos. Después fui subiendo en la escala de la evolución: los 11 hermanos estudiaron, hicieron la universidad, yo pude terminar mis estudios en Alemania. Ahora estoy aquí en esta famosa universidad”.

A pedido de Bobbio, hice un resumen de los propósitos de la Teología de la Liberación, que tiene como eje central la opción por los pobres contra su pobreza y a favor de la justicia social. Di muchos cursos por todo el mundo, escribí bastante, enjugué lágrimas y mantuve fuerte la esperanza de militantes que se frustraban con los rumbos de nuestro país.

¿Cuál será mi destino? No lo sé. Tomé como lema el que era de mi padre, que lo vivía: “quien no vive para servir, no sirve para vivir”. A Dios la última palabra.

Leonardo Boff es teólogo, filósofo y ha escrito por sus 80 años: “Reflexiones de un viejo teólogo y pensador”, Vozes 2019.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

Para entender a lógica do Fake News: Eduardo Hoonaert

O elefante de Wittgenstein. A questão do conhecimento nos dias de hoje.

Eduardo Hoornaert é um conhecido historiador da realidade brasileira, com pesquisas minuciosas em vários campos da história, sempre com uma atitude filosofante, buscando identificar os jogos de poder e os interesses que se ocultam por trás dos acontecimentos. Atualmente somos dominados pelos fake news que facilitaram  grandemente a eleição do atual presidente sem precisar de participar de debates e de muita propaganda. Que tramas da inteligência e do conhecimento se escondem atrás desse artifício tão poderoso hoje? Aqui temos algumas indicação valiosas. LBoff

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Certa vez, ao discutir questões filosóficas com um colega num gabinete da Universidade de Cambridge, na Inglaterra, Ludwig Wittgenstein, com sua conhecida impetuosidade, gritou: ‘Há um elefante na sala’. Com isso, ele quis indicar que seu interlocutor, ao que lhe parecia, não enxergava o óbvio.

A imagem desse elefante me parece apropriada para passar um olhar crítico pelos vastos campos da cognição na civilização ocidental. Desde os primeiros esboços na Mesopotâmia, a impressão que se tem é que o próprio processo civilizador impede de enxergar elefantes de Wittgenstein, principalmente o elefante da escravidão. Na Grécia clássica, que nos lega a filosofia, a escravidão é onipresente, mas invisível. Dizem os historiadores que, na cidade de Atenas em tempo de Péricles (séc. V aC), cinco mil cidadãos vivem sustentados por cem mil escravos, um número aproximativo, pois acerca de escravos não existe registro escrito. No Liceu de Atenas (fundado por Aristóteles no século IV aC) não é difícil se imaginar um vai-e-vem incessante de ‘pedagogos’, escravos que trazem e levam crianças e jovens de famílias boas para participar de exercícios educativos. Pelo pátio do referido Liceu, homens e mulheres se cruzam, a preparar as mesas, servir comidas e bebidas, limpar o chão e as latrinas. Os estudantes não lhes dão atenção. Nem o próprio Mestre Aristóteles, que lhes dedica apenas umas linhas de sua ‘Política’ (não cito textualmente): ‘esses nossos servidores fazem o que lhes compete fazer para o bom andamento do Liceu e isso lhes dá satisfação. A natureza cria uns para mandar e outros para obedecer. Os ‘servi ex natura’ (servos por natureza) nos são úteis, e mais não digo, já que temos que nos conformar com as leis da natureza, que dispensam reflexões filosóficas’. Em outras palavras: Aristóteles deixa o colossal elefante de Wittgenstein perambular tranquilamente por seu território.

Séculos depois, o teólogo cristão Agostinho (séc. V dC) não pensa diferente. Ele se mostra triste com os destinos da humanidade pecadora, essa ‘massa damnada’ herdeira do ‘pecado original’ de Adão e Eva. Mas não parece afetado pelo fato que, na guarnição militar costeira romana, sediada em Hipona, onde ele é bispo, se despacham rotineiramente grupos de africanos algemados, com destino aos mercados de escravos existentes na Itália. O teólogo lamenta o ‘inferno’ dos pecadores, mas não parece ouvir os lamentos e sussurros de africanos a serem embarcados para o inferno da escravidão romana. O mestre cristão repete basicamente a argumentação de Aristóteles, só que atribui a escravidão ao pecado, o pecado de Cam. Comentando os versículos 21 a 25 do livro 9 de Gênesis, Agostinho explica que Cam, o filho ‘etíope’ (leia: negro) de Noé, não trata seu pai, desnudo e embriagado em baixo da lona, com o devido respeito. Este, ao acordar e ouvir o relato, condena peremptoriamente Cam e todos os seus descendentes:

Maldito seja Canaã (filho de Cam)

Seja ele escravo de seus irmãos.

Assim a carruagem dos tempos vai invariavelmente acompanhada pelo lento e pesado passo do elefante invisível de Wittgenstein, como nos lembra o escritor português José Saramago em seu ‘Ensaio de Cegueira’ (1995): as pessoas veem, mas não enxergam. De modo ainda mais premente, no conto ‘A roupa nova do Rei’, o escritor dinamarquês Hans Christian Andersen (1837) narra que o alfaiate do rei, ao confeccionar uma nova roupa, ‘nunca vista’, para o rei, adverte: ‘só os inteligentes conseguirão enxergar a nova roupa do Rei’. Assim, este pode passear pelado pelas ruas sem que ninguém diga nada. Só uma criança grita: ‘o rei está nu’.

A permanência do elefante de Wittgenstein na cultura ocidental levanta uma questão filosófica. Como se chega a não enxergar uma evidência? Uma pergunta que toca num dos pontos fundamentais da filosofia, a epistemologia. Enfim, de que modo chegamos a conhecer algo? Como se estrutura nosso conhecimento (nossa cognição)? A resposta secular, dada pela filosofia: conhecemos por meio da informação, seja direta, por meio dos cinco sentidos, seja indireta, por falas, escritas ou imagens. As informações diretas, físicas, geram diretamente a evidência. Ou seja, o melhor meio de adquirir conhecimento consiste na observação atenta das coisas, por meio dos cinco sentidos.

E as informações indiretas, por meio de falas, escritas ou imagens? Em que condições elas geram evidências? Aristóteles, em sua ‘Ética’, ao afirmar que a verdade consiste em considerar ‘aquilo que é’ (id quod est), não deixa de observar que essa consideração implica num imperativo ético: nem sempre ‘aquilo que é’ me agrada, está em conformidade com meus interesses. Daí a complicação.

Aqui estamos diante de uma questão em cima da qual os filósofos se debruçam desde séculos: nas informações costumam entrar imperativos não éticos, embora comumente revestidos de moralidade, como são, por exemplo: interesses pessoais, vantagens financeiras, luta pelo poder e exercício do poder, obediência a ordens dadas, compromissos de vida já assumidos, opção por modelos autoritários, ou simplesmente acomodação com situações injustas existentes. A dificuldade consiste no fato que, na maioria dos casos, esses discursos se apresentam como sendo designativos, ou seja, pretendem expressar as coisas como elas são efetivamente. Eis o engodo que poucos parecem perceber. Discursos aparentemente designativos podem ocultar o que se pretende efetivamente: emitir uma ordem, expressar um desejo, uma exortação, um sentimento, uma intuição, uma imaginação, um sonho, um projeto, um cálculo, etc. São discursos que não revelam, mas escondem, contêm intencionalidades não confessas, procuram exercer um domínio sobre as mentes humanas, com a finalidade de fazer passar determinados posicionamentos, formar consensos, enfim, enganar as pessoas.

Não é difícil constatar que a maioria dos discursos, hoje emitidos por poderes políticos e econômicos, serve para justificar imperativos não éticos. Isso cria uma situação dramática, que todos e todas podemos observar diariamente em contatos com nossos vizinhos. As pessoas acabam se metendo num labirinto de palavras tão intricado, que elas não encontram mais a saída. Elas se parecem com aquelas moscas que voam para cá e para lá dentro de uma garrafa aberta. A boca da garrafa está aberta, ou seja, há saída. Mas as pessoas não a encontram, de tão confusas e desorientadas, tão desacostumadas a refletir. Elas costumam, desde muito, entregar sua inteligência ao ‘Jornal Nacional’ da TV Globo ou às manchetes da revista Veja. Desse modo mal escapam ao bombardeio diário de Fake News, que hoje toma conta dos noticiários. Eis uma situação que o sociólogo polonês Zygmunt Bauman qualifica de ‘líquida’. Não há mais verdade, só há notícias.

Fico pensando: como é que esse tema da complexidade cognitiva ficou por tanto tempo fora das cogitações de eminentes filósofos clássicos da tradição ocidental, como Aristóteles e Agostinho, que – como escrevi acima – nem conseguem enxergar o elefante de Wittgenstein a passear por seus territórios? Como é e que eles não alertam com o devido vigor diante dos perigos de uma cognição pervertida? Mesmo muitos filósofos modernos parecem omissos nesse ponto, ao dar a impressão de confiar demais em ‘informações’. Quem contempla o atual cenário do universo cognitivo, verifica com espanto quão facilmente as pessoas se deixam prender nas redes de discursos enganosos. Como já dizia Maquiavelli, as pessoas costumam ficar indefesas (ele fala até em ‘disponíveis’) diante de enunciados emanados de fontes que lhes parecem confiáveis. Voltaire ainda acrescentou: ‘mentez, mentez toujours: il en restera toujours quelque chose’ (mintam, mintam sempre: algo há de ficar). E Goebbels, ministro da informação do governo nazista, completou: ‘uma mentira repetida mil vezes se torna verdade’.

Afinal, tivemos de esperar a revolução linguística do século XX para ver aparecer uma geração de filósofos disposta a encarar de frente a questão cognitiva e se propor a premunir as pessoas contra palavras enganosas, esclarecer a perversidade de determinados usos da linguagem e precaver diante de palavras pretensamente designativas. Não é por acaso que um dos analistas políticos mais argutos de nossos dias seja Noam Chomsky, um linguista. Nem falo em Slavoj Zizek, Bakhtin, Ricoeur, Bourdieu e outros.

Esses filósofos linguistas nos propõem um exercício diário, o de limpar nossa cabeça. Ninguém se engane, a ‘Fake News’ veio para ficar e se desenvolver sempre mais, pois repousa sobre uma tecnologia em pleno desenvolvimento, que ainda não revelou todas as suas potencialidades. Vivemos em sociedades cada vez mais ‘informáticas’, onde não só enormes conglomerados informativos derramam sobre nós diariamente um fluxo ininterrupto de informações, mas onde o twitter permite que cada um(a) de nós emita, por sua vez, informações e afirmações, a seu bel prazer. Nossa única defesa reside em nosso cérebro, como nos lembra Mao Tse Tung:

Que os pássaros façam ninhos nas árvores

Você não pode impedir.

Mas que eles façam ninhos em seu cabelo

Isso você pode impedir.

Em outras palavras: somos convidados a praticar um exercício contínuo e diário de domínio inteligente sobre nosso próprio pensamento. E no Brasil 2019 não faltam oportunidades para tanto: elas são diárias!

 

O misterioso destino de cada um

Cada um de nós tem a idade do universo que é de 13,7 bilhões de anos. Todos estávamos virtualmente juntos naquele pontozinho, menor que a cabeça de um alfinete, mas repleto de energia e de materia. Ocorreu a grande explosão e gerou as enormes estrelas vermelhas dentro das quais se formaram todos os elementos físico-químicos que compõem todos os seres do universo e também o nosso. Somos filhos e filhas das estrelas e do pó cósmico. Somos também a porção da Terra viva que chegou a sentir, a pensar, a amar e a venerar. Por nós a Terra e o universo sentem que formam um grande Todo. E nós podemos desenvolver a consciência desse pertencimento.

Qual é o nosso lugar dentro desse Todo? Mais imediatamente, dentro do processo de evolução? Dentro da Mãe Terra? Dentro da história humana? Não nos é dado saber ainda. Talvez será a grande revelação quando fizermos a passagem alquímica deste para o outro lado da vida. Ai, espero, tudo fica claro e nos surpreenderemos porque todos somos umbilicalmente inter-relacionados, formando a imensa cadeia dos seres e a teia da vida. Cairemos, assim creio, nos braços de Deus-Pai–e-Mãe de infinita misericórdia para quem precisa dela por causa de suas maldades e um abraço amoroso eterno para os que se orientaram pelo bem e pelo amor. Depois de passarem pela clínica de Deus-misericórdia, os outros também virão.

Eu de criança de poucos meses estava condenado a morrer. Conta minha mãe e as tias sempre o repetiam, que eu tinha “o macaquinho”, expressão popular para anemia profunda. Tudo que ingeria, vomitava. Todos diziam em dialeto vêneto: ”poareto, va morir”: “pobrezinho, vai morrer”.

Minha mãe, desesperada e escondida de meu pai que não acreditava em benzimentos, foi à benzedeira, à velha Campanhola. Ela fez as suas rezas e lhe disse: “dê um banho com essas ervas; depois de fazer o pão no forno, espere até ficar morno e coloque seu filhinho lá dentro”. Foi o que fez minha mãe Regina. Sobre a pá de retirar o pão cozido, me colocou lá dentro. Deixou-me, aí por um bom tempo.

Eis que ocorreu uma transformação. Ao me retirar do forno, comecei a chorar, diziam, e a procurar logo o seio para sugar o leite materno. Depois, minha mãe, mastigava em sua boca as comidinhas mais fortes e me dava. Comecei a comer e a me fortalecer. Sobrevivi. Estou aqui oficialmente velho com 80 anos. Há aí algum destino? Só o Supremo o sabe.

Passei por vários riscos que poderiam ter custado minha vida: um avião DC-10 em chamas rumo a Nova York; um acidente de carro contra um cavalo morto na pista que me quebrou todo; um enorme prego que caiu na minha frente, quando estudava em Munique e poderia ter-me matado se tivesse caido sobre a minha cabeça; Nos Alpes, a queda num vale profundo coberto de neve e camponeses bávaros, me vendo com o hábito escuro, me afundado cada vez mais, me retiraram com uma corda. E outros.

Norberto Bobbio me concedeu o doutor honoris causa em política pela Universidade de Turim. Entendeu que a teologia da libertação dera uma contribuição importante ao afirmar a força histórica dos pobres. É insuficiente o assistencialismo clássico ou a mera solidariedade mantendo os pobres sempre dependentes. Eles podem ser sujeitos de sua libertação, quando conscientizados e organizados. Superamos o para os pobres, insistimos no caminhar com os pobres, sendo eles os protagonistas e quem puder e tiver esse carisma, viver como os pobres como tantos fizeram, como Dom Pedro Casaldáliga.

Lembro-me que comecei meu discurso de agradecimento ao título, concedido por essa notável figura que é Norberto Bobbio: “venho da pedra lascada, do fundo da história, quando mal e mal tínhamos meios para a sobrevivência. Meus avós italianos e minha família, desbravaram uma região desabitada e coberta de pinheirais, Concórdia nos confins de Santa Catarina. Eles tiveram que lutar para sobreviver. Muitos morreram por falta de médicos. Depois fui subindo na escala da evolução: os 11 irmãos estudaram, fizeram a universidade, eu pude me formar na Alemanha. Agora estou aqui nessa famosa universidade”.

A pedido de Bobbio, fiz um resumo dos propósitos da Teologia da Libertação que tem como eixo central, a opção pelos pobres contra a pobreza e a favor da justiça social. Dei muitos cursos por esse mundo afora, escrevi bastante, enxuguei lágrimas e mantive forte esperança de militantes que se frustravam com os rumos de nosso país.

Qual é o meu destino? Não sei. Tomei como lema que era do meu pai que o vivia:”quem não vive para servir, não serve para viver”. A Deus a última palavra.

Leonardo Boff é teólogo, filósofo e escreveu por seus 80 anos: “Reflexões de um velho teólogo e pensador”, Vozes 2019.