In principio era il femminile

Il presente testo vuol essere un piccolo contributo al dibattito sul femminile, profondamente distorto dalla cultura patriarcale dominante. E tanto per cominciare, affermiamo fin da adesso che il femminile è venuto prima. Vediamo come è nato nel processo di sesso-genesi. Varie sono state le tappe.

La vita esisteva sulla Terra già 3,8 miliardi di anni fa. L’antenato comune di tutti i viventi è stato probabilmente un batterio unicellulare senza nucleo che si moltiplicava per divisione interna, a una velocità spaventosa. Questo durò circa un miliardo di anni.

Due miliardi di anni fa, nasceva una cellula con membrana e due nuclei, dentro i quali si trovavano i cromosomi. In questa si identifica l’origine del sesso. Quando avveniva lo scambio di nuclei tra due cellule binucleate, si generava un unico nucleo, con cromosomi appaiati. Prima, erano le cellule che si suddividevano, adesso avviene lo scambio tra due cellule differenti e i loro nuclei. La cellula si riproduce sessualmente a partire dall’incontro con un’altra cellula. Avviene cosi la simbiosi – composizione di differenti elementi – che insieme con la selezione naturale rappresenta la forza più importante dell’evoluzione. Tale fatto ha delle conseguenze filosofiche: la vita è intessuta più di scambi, di cooperazione e simbiosi che di lotta competitiva per la
sopravvivenza.

Nei primi due miliardi di anni, negli oceani, da dove la vita aveva fatto irruzione in terra ferma, non esistevano organi sessuali specifici, ma solo un’esistenza femminile generalizzata che nel grande utero degli oceani, dei laghi e dei fiumi generava vita. In questo senso possiamo dire che il principio femminile è stato primo e originario.

Soltanto quando esseri vivi lasciarono il mare, lentamente nacque il pene, qualcosa di maschile, che toccando la cellula passava ad essa parte del suo DNA, dove stanno i geni.

Circa 370 milioni di anni fa con l’apparizione dei vertebrati (come i rettili) questi misero in essere l’uovo amniotico pieno di nutrienti e consolidarono la vita sulla terra ferma. Con l’apparizione dei mammiferi, circa 125 milioni di anni fa nasceva ormai una sessualità definita in termini di maschio e femmina. E’ qui che compaiono i comportamenti di cura, di amore e difesa della prole. Circa 70 milioni di anni fa apparve il nostro antenato mammifero che viveva tra il fogliame degli alberi, nutrendosi di gemme e fiori. Con la scomparsa dei dinosauri, 67 milioni di anni fa poterono scendere al suolo e svilupparsi fino ai nostri giorni.

C’è anche il sesso genetico-cellulare umano che presenta il quadro seguente: la donna si caratterizza per 22 paia di cromosomi somatici più due cromosomi X (XX). Quello dell’uomo consta pure di 22 paia di cromosomi ma appena un cromosoma X (XY). Da qui si capisce che il sesso base è femminile (XX) essendo che quello maschile (XY) rappresenta una derivazione sua per un unico cromosoma (Y). Pertanto non c’è un sesso assoluto, ma solo uno dominante. In ciascuno di noi uomini e donne “esiste un secondo sesso”.

Ancora. In riferimento al sesso gonadico è importante notare che nelle prime settimane, l’embrione si presenta come androgino, vale a dire che possiede tutte e due le possibilità sessuali, femminile o maschile. A partire dall’ottava settimana, se un cromosoma maschile Y penetra nell’uovo femminile durante la fecondazione, mediante l’ormone androgeno la definizione sessuale sarà maschile.

Se non succede niente, prevale la base comune femminile. In termini di sesso gonadico possiamo dire che il cammino femminile è primordiale. A partire dal femminile avviene la differenziazione, il che non autorizza il fantasioso “principio di Adamo”. La rotta del maschile è una modificazione della matrice femminile, a causa della secrezione dell’androgeno attraverso i testicoli.

In fine esiste il sesso ormonale. Tutte le ghiandole sessuali nell’uomo e nella donna sono governate dall’ipofisi, sessualmente neutra e dall’ipotalamo che è sessuato. Queste ghiandole secernono nell’ uomo e nella donna i due ormoni: androgeno (maschile) e estrogeno (femminile). Sono responsabili per le caratteristiche secondarie della sessualità. La predominanza di uno o dell’altro ormone produrrà una configurazione e un comportamento con caratteristiche femminili o maschili. Se nell’uomo c’è un impregnazione maggiore di estrogeno, avrà alcuni tratti femminili; la stessa cosa succede in riferimento all’androgeno.

È opportuno notare che la sessualità possiede una dimensione ontologica. L’essere umano non possiede sesso. E’ sessuato in tutte le sue dimensioni corporali, mentali e spirituali. Fino all’emersione della sessualità, il mondo è degli stessi e degli identici. Con la sessualità emerge la differenziazione per lo scambio tra differenti.

Sono differenti per poter inter-relazionarsi e stabilire legami di convivenza. E’ quel che avviene con la sessualità umana: ognuno, oltre la forza istintiva che sente dentro di sé, sente pure la necessità di canalizzare tale forza. Vuole amare e essere amato, non per imposizioni ma per libertà. La sessualità sboccia nell’amore, la forza più importante “che muove il cielo e le stelle” (Dante) e anche i nostri cuori. E’ la suprema realizzazione che l’essere umano può desiderare. Ma, attenzione: il femminile è venuto prima, è la base.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

En el principio era lo femenino

El presente texto quiere ser una pequeña contribución al debate sobre lo femenino, tan deformado por la cultura patriarcal dominante. De entrada afirmamos ya: lo femenino vino primero. Esto tiene incluso una conotación teológica por que fué el Espíritu que vino primero y después el Hijo, a él se atribuye la creación – el Espiritus Creator.Veamos cómo surgió en el proceso de la sexogénesis. Son varias etapas.

La vida existe en la Tierra hace 3,8 mil millones de años. El antepasado común a todos los vivientes fue probablemente una bacteria unicelular sin núcleo que se multiplicaba arrolladoramente por división interna. Esto duró cerca de mil millones de años.

Hace dos mil millones de años surgió una célula con membrana y dos núcleos, dentro de los cuales se encontraban los cromosomas. En ella se identifica el origen del sexo. Cuando ocurría el intercambio de núcleos entre dos células binucleadas se generaba un solo núcleo con los cromosomas en pares. Antes, las células se subdividían, ahora se da el intercambio entre dos diferentes con sus núcleos. La célula se reproduce sexualmente a partir del encuentro con otra célula. Se revela así la simbiosis ―composición de diferentes elementos― que junto con la selección natural representa la fuerza más importante de la evolución. Este hecho tiene consecuencias filosóficas: la vida está tejida más de intercambios, de cooperación y simbiosis que de la lucha competitiva por la supervivencia.

En los primeros dos mil millones de años, en los océanos de donde irrumpió la vida no existían órganos sexuales específicos. Había allí una existencia femenina generalizada, que en el gran útero de los océanos, lagos y ríos, generaba vidas. En ese sentido podemos decir que el principio femenino es primero y originario.

Sólo cuando los seres vivos dejaron el mar, fue surgiendo lentamente el pene, algo masculino, que tocando la célula le pasaba a ella parte de su ADN, donde están los genes.

Con la aparición de los vertebrados hace 370 millones de años los reptiles crearon el huevo amniótico lleno de nutrientes y consolidaron la vida en tierra firme. Con la aparición de los mamíferos hace unos 125 millones de años surgió ya una sexualidad definida de macho y hembra. Con ellos emerge entonces el cuidado, el amor y la protección de la cría. Hace 70 millones de años apareció nuestro ancestro mamífero que vivía en la copa de los árboles, alimentándose de brotes y de flores. Al desaparecer los dinosaurios hace 67 millones de años pudieron bajar al suelo y desarrollarse llegando hasta el día de hoy.

Existe también el sexo genético-celular humano que presenta el siguiente cuadro: la mujer se caracteriza por 22 pares de cromosomas somáticos más dos cromosomas X (XX). El hombre posee también 22 pares, más un cromosoma X y otro Y (XY). De aquí se deduce que el sexo de base es femenino (XX), siendo el masculino (XY) una derivación suya por un solo cromosoma (Y). Por lo tanto no hay un sexo absoluto, sólo uno dominante. En cada uno de nosotros, hombres y mujeres, existe “un segundo sexo”.

En lo que refiere al sexo genital-gonadal es importante recordar que en las primeras semanas el embrión se presenta indiferenciado, es decir, posee ambas posibilidades sexuales, femenina o masculina. A partir de la octava semana, si un cromosoma masculino Y penetró en el óvulo femenino, la definición sexual será masculina. Si no ocurrió esto es porque el espermatozoide era X y entonces prevalece la base común femenina. En términos de sexo genital-gonadal podemos decir: el camino femenino es primordial. La diferenciación se da a partir de lo femenino, lo que desautoriza el fantasioso “principio de Adán”. La ruta de lo masculino es una modificación de la matriz femenina, debido a la secreción de andrógeno por los testículos.

Por último, existe todavía el sexo hormonal. Todas las glándulas sexuales en el hombre y en la mujer están gobernadas por la hipófisis, sexualmente neutra y por el hipotálamo, que es sexuado. Estas glándulas segregan en el hombre y en la mujer dos hormonas: el andrógeno (masculina) y el estrógeno (femenina), responsables de las características secundarias de la sexualidad. El predominio de una u otra hormona producirá una configuración y un comportamiento con características femeninas o masculinas. Si en el hombre hay una impregnación mayor de estrógeno, tendrá algunos rasgos femeninos; lo mismo se da en la mujer con referencia al andrógeno.

Es importante señalar que la sexualidad tiene una dimensión ontológica. El ser humano no tiene sexo; es sexuado en todas sus dimensiones, corporales, mentales y espirituales. Hasta la emergencia de la sexualidad el mundo es de los mismos y de los idénticos. Con la sexualidad surge la diferenciación mediante el intercambio entre diferentes. Son diferentes para poder interrelacionarse y establecer lazos de convivencia. Es lo que ocurre con la sexualidad humana: cada uno, además de la fuerza instintiva que siente en sí, siente también la necesidad de canalizar y sublimar tal fuerza. Quiere amar y ser amado, no por imposición sino por libertad. La sexualidad aflora en el amor, la fuerza más poderosa “que mueve el cielo y las estrellas” (Dante) y también nuestros corazones. Es la suprema realización que el ser humano puede anhelar. Pero retengamos: lo femenino vino primero y es la base.

*Leonardo Boff escribió “El proceso de la sexogénesis” en Femenino y Masculino con Rose Marie Muraro, Record 2010.

Traducción de Mª José Gavito Milano

As Escrituras patriarcais falam do feminino

Fundamentalmente importa reconhecer que a tradição espiritual judaico-cristã vem expressa predominantemente no código patriarcal. O Deus do Primeiro Testamento (AT) é vivido como o Deus dos Pais, Abraão, Isaac e Jacó, e não como o Deus de Sara, de Rebeca e de Miriam. No Segundo Testamento (NT), Deus é Pai de um Filho único que se encarnou na virgem Maria, sobre a qual o Espírito Santo estabeleceu uma morada definitiva, coisa que a teologia nunca deu especial atenção, porque significa a assunção de Maria pelo Espírito Santo e desta forma colocando-a do lado do Diivino. Por isso se professa que é Mãe de Deus.

A Igreja que se derivou da herança de Jesus é dirigida exclusivamente por homens que detém todos os meios de produção simbólica. A mulher foi considerada, por séculos, como não-persona jurídica e até hoje é excluída sistematicamente de todas as decisões do poder religioso. A mulher pode ser mãe de um sacerdote, de um bispo e até de um Papa, mas jamais poderá aceder a funções sacerdotais. O homem, na figura de Jesus de Nazaré, foi divinizado, enquanto, a mulher é mantida, segundo a teologia comum, como simples criatura, embora no caso de Maria, seja feita Mãe de Deus.

Apesar de toda esta concentração masculina e patriarcal, há um texto do Gênesis, verdadeiramente, revolucionário, pois afirma a igualdade dos sexos e sua origem divina. Trata-se do relato sacerdotal (Priesterkodex escrito por volta do século VI-V a.C.). Aí o autor afirma de forma contundente: “Deus criou a humanidade (adam em hebraico que significa os filhos e filhas da Terra, derivado de adamah: terra fértil) à sua imagem e semelhança e criou-os homem e mulher”(Gn 1,27).

Como se depreende, aqui se afirma a igualdade fundamental dos sexos. Ambos lançam sua origem em Deus mesmo. Este só pode ser conhecido pela via da mulher e pela via do homem. Qualquer redução deste equilíbrio, distorce nosso acesso a Deus e desnatura nosso conhecimento do ser humano, homem e mulher.

No Segundo Testamento (NT) encontramos em São Paulo a formulação da igual dignidade dos sexos: “não há homem nem mulher, pois todos são um em Cristo Jesus”(Gl 3,28). Num outro lugar, diz claramente: “em Cristo não há mulher sem homem nem homem sem mulher; como é verdade que a mulher procede do homem, é também verdade que o homem procede da mulher e tudo vem de Deus”(1Cor 11,12).

Além disso, a mulher não deixou de aparecer ativamente nos textos fundadores. Nem poderia ser diferente, pois sendo o feminino estrutural, ele sempre emerge de uma forma ou de outra. Assim na história de Israel surgiram mulheres politicamente ativas como Miriam, Ester, Judite, Débora ou as anti-heroínas como Dalila e Jezabel. Ana, Sara e Rute serão sempre lembradas honrosamente pelo povo. Inigualável é o idílio, numa linguagem altamente erótica, que cerca o amor entre o homem e a mulher no livro do Cântico dos Cânticos.

A partir do século terceiro a. C. a teologia judaica elaborou uma reflexão sobre a graciosidade da criação e da eleição do povo na figura feminina da divina Sofia (Sabedoria; cf. todo o livro da Sabedoria e os primeiros dez capítulos do livro dos Provérbios). Bem o expressou a conhecida teóloga feminista E. S. Fiorenza, “a divina Sofia é o Deus de Israel na figura da deusa”(As origens cristãs a partir da mulher, São Paulo 1992 p. 167).

Mas o que penetrou no imaginário coletivo da humanidade, de forma devastadora, é o relato anti-feminista da criação de Eva (Gn 1,l8-25) e da queda original (Gn 3,1-19: literariamente o texto é tardio, (por volta do ano 1000 ou 900 a.C). Segundo este relato, a mulher é formada da costela de Adão que, ao vê-la, exclama: “eis os ossos de meus ossos, a carne de minha carne; chamar-se-á varoa (ishá) porque foi tirada do varão (ish); por isso o varão deixará pai e mãe para se unir à sua varoa: e os dois serão uma só carne”(Gn 2,23-25).

O sentido originário visava mostrar a unidade homem/mulher (ish-ishá) e fundamentar a monogamia. Entretanto, esta compreensão que em si deveria evitar a discriminação da mulher, acabou por reforçá-la. A anterioridade de Adão e a formação a partir de sua costela foi interpretada como superioridade masculina.

O relato da queda é mais contundentemente anti-feminista: “Viu, pois, a mulher que o fruto daquela árvore era bom para comer..tomou do fruto e o comeu; deu-o também a seu marido e comeu; imediatamente se lhes abriram os olhos e se deram conta de que estavam nus”(Gn 3,6-7). O relato quer etiologicamente mostrar que o mal está do lado da humanidade e não do lado de Deus. Mas articula essa ideia de tal forma que trai o anti-feminismo da cultura vigente naquele tempo.

No fundo interpretará a mulher como sexo fraco, por isso ela caiu e seduziu o homem. Daí a razão de sua submissão histórica, agora teologicamente (ideologicamente) justificada: “estarás sob o poder de teu marido e ele te dominará”(Gn 3,16). Eva será para a cultura patriarcal a grande sedutora e a fonte do mal. No próximo artigo veremos como essa narrativa masculinista distorceu uma anterior, feminista, para reforçar a supremacia do homem..

Jesus inaugura outro tipo de relação para com a mulher, o que veremos também proximamente.

Leonardo Boff é teólogo e filósofo e escreveu O rosto materno de Deus, Vozes 2005.

Maria da Conceição Tavares e a crise brasileira

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Maria da Conceição Tavares: “Na ditadura, havia protesto. Hoje, mal se ouve um sussurro no Brasil”

 
Maria da Conceição Tavares

Publicado no Insight Inteligência

POR MARIA DA CONCEIÇÃO TAVARES

Vivemos sob a penumbra da mais grave crise da história do Brasil, uma crise econômica, social e política. Enfrentamos um cenário que vai além da democracia interrompida. A meu ver, trata-se de uma democracia subtraída pela simbiose de interesses de uma classe política degradada e de uma elite egocêntrica, sem qualquer compromisso com um projeto de reconstrução nacional – o que, inclusive, praticamente aniquila qualquer possibilidade de pactação.

A ditadura, a qual devemos repudiar por outros motivos, não era tão ordinária nesse sentido. Não sofríamos com essa escassez de quadros que vemos hoje. O mesmo se aplica a nossos dirigentes empresariais, terra da qual não se vê brotar uma liderança. A velha burguesia nacional foi aniquilada. Eu nunca vi uma elite tão ruim quanto esta aqui. E no meio dessa barafunda ainda temos a Lava Jato, uma operação que começou com os melhores propósitos e se tornou uma ação autoritária, arbitrária, que atenta contra as justiças democráticas, para não citar o rastro de desemprego que deixou em importantes setores da economia.

É de infernizar a paciência que a Lava Jato tenha se tornado símbolo da moralização. Mas por quê? Porque nada está funcionando. Ela é uma resposta à inação política. Conseguiram transformar a democracia em uma esbórnia, em que ninguém é responsável por nada. Não há lei ou preceitos do estado de direito que estejam salvaguardados. O futuro foi criminalizado.

Não estou dizendo que o cenário internacional seja um oásis. O resto do mundo não está nenhuma maravilha, a começar pelos Estados Unidos. Convenhamos, não é qualquer país que é capaz de produzir um Trump. Eles capricharam. Na Europa como um todo, a situação também é desoladora. E a China, bem a China é sempre uma incógnita… Mas, voltando ao nosso quintal, o centro medíocre se ampliou de uma maneira bárbara no Brasil. Não há produção de pensamento contra a mediocridade, de lado algum, nem da direita, nem da esquerda. Faltam causas, bandeiras, propósitos, falta até mesmo um slogan que cole a sociedade. O mais impressionante é que não estamos falando de um processo longo, de uma ou duas décadas, mas, sim, de um quadro de rápida deterioração em um espaço razoavelmente curto de tempo. Estou no Brasil desde 1954 e jamais vi tamanho estado de letargia. Na ditadura, havia protesto. Hoje, mal se ouve um sussurro.

Por outro lado, também não se acham soluções pela economia, notadamente o setor produtivo. A indústria brasileira “africanizou”, como há muito já previra o saudoso Arthur Candal. Rendemo-nos à financeirização, sem qualquer resistência. A ideia do Estado indutor do desenvolvimento foi finalmente ferida de morte pela religião de que o Estado mínimo nos levará a um estado de graça da economia. Puro dogma. Estamos destruindo as últimas forças motrizes do crescimento econômico e de intervenção inclusiva e igualitária no social.

Essa minha indignação, por vezes misturada a um indesejável, mas inevitável estado de pessimismo, poderia ser atribuída a minha velhice. Mas não acho que seja não. Estou velha há muito tempo. Luto para não me deixar levar pelo ceticismo. Não é simples pelo que está diante de meus olhos.

Lamento, mas não me dobro; sofro, mas não me entrego. Jamais fugi ao bom combate e não seria agora que iria fazê-lo. Há saídas para esse quadro de entropia nacional e estou convicta de que elas passam pelas novas gerações. Como diria Sartre, não podemos acabar com as ilusões da juventude. Pelo contrário temos de estimulá-las, incuti-las. Por ilusão, em um sentido não literal, entenda-se a capacidade de mirar novos cenários, a profissão de fé de que é possível, sim, interferir no status quo vigente, o forte desejo de mudança, associado ao frescor, ao ímpeto e ao poder de mobilização necessário para que ela ocorra. Só consigo enxergar alguma possibilidade de cura desse estado de astenia e de reordenação das bases democráticas a partir de uma maciça convocação e ação dos jovens.

Por mais íngreme que seja a caminhada, não vislumbro saídas que não pela própria sociedade, notadamente pelos nossos jovens. Não os jovens de cabeça feita, pré-moldada, como se fossem blocos de concreto empilhados por mãos alheias. Esses mal chegaram e já estão a um passo da senectude. Estou me referindo a uma juventude sem vícios, sem amarras, de mente aberta, capaz de se indignar e construir um saudável contraponto a essa torrente de reacionarismo que se espraia pelo país. Há que se começar o trabalho de sensibilização já, mas sabendo que o tempo de mudança serão décadas, sabe-se lá quantas gerações.

Não consigo vislumbrar outra possibilidade para sairmos dessa geleia geral, dessa ausência de movimentos de qualquer lado, qualquer origem, seja de natureza política, econômica, religiosa, senão por uma convocatória aos jovens. Até porque, se não for a juventude, vai se falar para quem? Para a oligarquia que está no poder? Para a burguesia cosmopolita – que foi a sobrou – com sua conveniente e perversa indiferença? Para uma elite intelectual rarefeita e um tanto quanto aparvalhada?

Ao mesmo tempo, qualquer projeto de costura dos tecidos do país passa obrigatoriamente pela restauração do Estado. É urgente um processo de rearrumação do aparelho público, de preenchimentos das graves lacunas pensantes. Nossa própria história nos reserva episódios didáticos, exemplos a serem revisitados. Na década de 30, durante o primeiro governo de Getúlio Vargas, guardadas as devidas proporções, também vivíamos uma dura crise.

Não íamos a lugar algum. Ainda assim, surgiram medidas de grande impacto para a modernização o Estado, como, por exemplo, a criação do Dasp – Departamento Administrativo do Serviço Público, comandado por Luis Simões Lopes.

Na esteira do Dasp, cabe lembrar, vieram os concursos públicos para cargos no governo federal, o primeiro estatuto dos funcionários públicos do Brasil, a fiscalização do Orçamento. Foi um soco no estômago do clientelismo e do patrimonialismo. O Dasp imprimiu um novo modus operandi de organização administrativa, com a centralização das reformas em ministérios e departamentos e a modernização do aparato administrativo. Diminuiu também a influência dos poderes e interesses locais. Isso para não falar do surgimento, nas fileiras do Departamento, de uma elite especializada que combinou altíssimo valor e conhecimento técnico ao comprometimento com uma visão reformista da gestão da coisa pública.

Faço esse pequeno passeio no tempo para reforçar que nunca fizemos nada sem o Estado. Não somos uma democracia espontânea. O fato é que hoje o nosso Estado está muito arrebentado. Dessa forma, é muito difícil fazer uma política social mais ativa. Não é só falta de dinheiro. O mais grave é a falta de capital humano. O que se assiste hoje é um projeto satânico de desconstrução do Estado, vide Eletrobras, Petrobras, BNDES…

RESTAURAÇÃO

O Estado sempre foi a nobreza do capital intelectual, da qualidade técnica, da capacidade de formular políticas públicas transformadoras. O que se fez no Brasil é assustador, uma calamidade. É necessário um profundo plano de reorganização do Estado até para que se possa fazer políticas sociais mais agudas. Chegamos, a meu ver, a um ponto de bifurcação da história: ou temos um movimento reformista ou uma revolução. A primeira via me soa mais eficiente e menos traumática. Ainda assim, reconheço, precisaremos de doses cavalares do medicamento para enfrentamos tão grave enfermidade. Os sintomas são de barbárie. Parece um fim de século, embora estejamos no raiar de um. Em uma comparação ligeira, lembra o começo do século XX. Os fatos levaram às duas Guerras Mundiais. Aliás, a guerra, ainda que indesejável, é uma maneira de sair do impasse.

Por isso, repito: precisamos de uma ação restauradora. O que temos hoje no Brasil não é uma feridinha à toa que possa ser tratada com um pouco de mertiolate ou coberta com um esparadrapo. O Estado e a sociedade brasileira estão em uma mesa de cirurgia. O corte é profundo, órgãos vitais foram atingidos, o sangramento é dramático. Este rissorgimento não deverá vir das urnas. Não vejo a eleição como um evento potencialmente restaurador, capaz de virar a página, de ser um marco da reconstrução.

Com o neoliberalismo não vamos a lugar algum. Sobretudo porque, repito: historicamente o Brasil nunca deu saltos se não com impulsos do próprio Estado. Esses últimos dois anos têm sido pavorosos, do ponto de vista econômico, social e político. Todas as reformas propostas são reacionárias, da trabalhista à previdenciária. Vivemos um momento de “acerto de contas” com Getúlio, com uma sanha inquisidora de direitos sem precedentes.

Trata-se de um ajuste feito em cima dos desfavorecidos, da renda do trabalho, da contribuição previdenciária, da mão de obra.

O Brasil virou uma economia de rentistas, o que eu mais temia. É necessário fazer uma eutanásia no rentismo, a forma mais eficaz e perversa de concentração de riquezas.

RENDA MÍNIMA

Causa-me espanto que nenhum dos principais candidatos à Presidência esteja tratando de uma questão visceral como a renda mínima, proposta que sempre teve no ex-senador Eduardo Suplicy o seu mais ferrenho defensor e propagandista no Brasil. Suplicy foi ridicularizado, espezinhado por muitos, chamado de um político de uma nota só. Não era, mas, ainda que fosse, seria uma nota que daria um novo tom à mais trágica de nossas sinfonias nacionais: a miséria e desigualdade.

Mais uma vez, estamos na contramão do mundo, ao menos do mundo que se deve almejar. Se, no Brasil, a renda mínima é apedrejada por muitos, mais e mais países centrais adotam a medida. No Canadá, a província de Ontário deu a partida no ano passado a um projeto piloto de renda mínima para todos os cidadãos, empregados ou não. A Finlândia foi pelo mesmo caminho e começou a testar um programa também em 2017. Ao que se sabe, cerca de dois mil finlandeses passaram a receber algo em torno de 500 euros por mês. Na Holanda, cerca de 300 moradores da região de Utrecht passaram a receber de 900 euros a 1,3 mil euros por mês. O nome do programa holandês é sugestivo: Weten Wat Werkt (“Saber o que funciona”). Funcionaria para o Brasil, tenho certeza.

O modelo encontrou acolhida até nos Estados Unidos. Desde a década de 80, o Alasca paga a cada um de seus 700 mil habitantes um rendimento mínimo chamado Alaska Permanent Fund Dividend. Os recursos vêm de um fundo de investimento lastreado nos royalties do petróleo. É bom que se diga que dois dos fundamentalistas do liberalismo, os economistas F. A. Hayek e Milton Friedman, eram defensores da renda básica e até disputavam a primazia pela paternidade da ideia. Friedman dizia que a medida substituiria outras ações assistencialistas dispersas.

No Brasil, o debate sobre a renda básica prima pela sua circularidade. O Bolsa-Família foi uma proxy de uma construção que não avançou. Segundo o FMI, a distribuição de 4,6% do PIB reduziria a pobreza brasileira em espetaculares 11%.

Essa é uma ideia que precisa ser resgatada, uma bandeira à espera de uma mão. Entre os candidatos à presidência, só consigo enxergar o Lula como alguém identificado com a proposta. Se bem que a coisa está tão ruim que, mesmo que ele possa se candidatar e seja eleito, teria enorme dificuldade de emplacar projetos realmente transformadores. O PT não tem força o suficiente; os outros partidos de esquerda não reagem.

Lula sempre foi um grande conciliador. Mas um conciliador perde o seu maior poder quando não há conflitos. E uma das raízes da nossa pasmaceira, desta letargia, é justamente a ausência de conflitos, de contrapontos. Não tem nada para conciliar. Mais do que conflitiva, a sociedade está anestesiada, quase em coma induzido. O que faz um pacificador quando não há o que pacificar?