L’importanza del fattore religioso nelle attuali elezioni presidenziali

Che la religione abbia una potente forza politica lo ha confessato Samuel P. Huntington nel suo tanto discusso libro ‘Lo scontro di civiltà (1977), che oggi, con la nuova guerra fredda, è tornato attuale. Afferma: «Nel mondo moderno, la religione è una forza centrale, forse la forza centrale che mobilita le persone… Ciò che in ultima analisi conta non è tanto l’ideologia politica o gli interessi economici, ma le convinzioni religiose di fede, la famiglia, il sangue e la dottrina; è per queste cose che le persone combattono e sono disposte a dare la vita» (p.79;47;54). Lui stesso è stato fortemente critico nei confronti della politica estera statunitense per non aver mai dato importanza al fattore religioso. E ha dovuto vivere sulla propria pelle il terrorismo islamico a sfondo religioso.

Consideriamo la situazione in Brasile. Cito qui la riflessione di una persona inserita profondamente nell’ambiente popolare, con un acuto senso di osservazione. Vale la pena ascoltare la sua opinione in quanto può aiutare nella campagna per sconfiggere coloro che stanno smantellando il nostro paese.

Lui sostiene: “Temo che, facendo sempre più appello al fattore religioso, suscitando lo spettro del comunismo = ateismo e della persecuzione religiosa, il negazionista e ‘nemico della vita’, possa ancora minacciare di vincere le elezioni”.

“Beh, è ​​inevitabile riconoscere: il popolo in massa è religioso fino all’osso (superstizioso, diranno gli ‘intellettuali’, poco importa). La gente vende anima e corpo per la religione, intesa indistintamente come ‘questa cosa di Dio’, specie il brasiliano, sincretista qual è. E questo appello, non dico che sia buono, ma solo che ha una forza tremenda e temo moltissimo che possa essere decisivo al momento del voto”.

“Infelicemente, questo aspetto ha poco peso nella campagna di Lula e dei suoi alleati. Direi quasi la stessa cosa rispetto agli altri due valori che Bolsonaro e tutta la ‘nuova destranel mondo strombazzano: ‘Dio, Patria e Famiglia’, la trilogia dell’integralismo che la vecchia sinistra non vuole nemmeno immaginare. Eppure è qui intorno che la nuova destra sta mobilitando le masse nel mondo e anche in Brasile”.

“E si noti come è facile per un candidato della nuova destra come Bolsonaro presentare alla massa elettorale questa triade: lui che prega (Dio), con la bandiera del Brasile (Patria) e con Michelle al suo fianco (Famiglia), tre scene di commozione garantita e attrazione irresistibile per il popolo. Chi può essere contro la preghiera, la bandiera giallo-verde e una moglie (soprattutto se è molto femminile)?”

“Gli intellettuali possono dire quello che vogliono contro questo populismo di destra. Ma ciò che funziona, funziona. E questo è ciò che importa alla destra, e credo che dovrebbe importare anche alla sinistra, senza offesa all’etica, poiché è perfettamente possibile difendere queste tre bandiere, un tempo integraliste, come valori morali, a patto però che non siano escludenti: rispettivamente nei confronti dei senza religione, delle altre patrie e delle persone LGBT+”.

“Ma anche se vincesse Lula, come indicano i sondaggi, la questione delle suddette tre bandiere resterà. E i bolsonaristi continueranno ad agitarle, come le sta agitando la nuova destra in tutto il mondo (vedi Trump, Putin, Le Pen, Salvini e altri). Ed è la “bandiera di Dio”, sopra tutte le altre, quella che sarà maggiormente politicizzata dalla nuova destra, e questo tanto più, quanto meno la vecchia sinistra digerisce questo tema e quanto meno c’è l’attenzione della Chiesa stessa, sia progressista o liberazionista che sia, la quale sembra pagare il cambiamento dello Zeitgeist (dello spirito del tempo), designato come postmoderno”.

La grande sfida della campagna di coalizione attorno a Lula/Alckmin, la stessa delle Chiese cristiane storiche, in primis quella cattolica, è come attrarre queste masse, manipolate e ingannate dalle Chiese pentecostali, ai valori del Gesù storico, molto più umanitari e spirituali di quelli presentati dagli autoproclamati “pastori e vescovi” e veri lupi travestiti da pecore. Questi usano la logica del mercato, della pubblicità e degli stili che contraddicono direttamente il messaggio biblico e di Gesù, poiché usano direttamente bugie, calunnie, fake news.

Vale la pena mostrare a questi seguaci delle Chiese pentecostali, come Gesù dei vangeli sia sempre stato dalla parte dei poveri, dei ciechi, degli zoppi, dei lebbrosi, delle donne malate e li guariva. Era estremamente sensibile agli invisibili e ai più vulnerabili, uomini o donne, infine, a coloro le cui vite erano minacciate. Vale molto di più l’amore, la solidarietà, la verità e l’accettazione di tutti senza discriminazioni, come quella verso un’altra opzione sessuale, e vedere nei neri, nei quilombolas e negli indigeni i nostri fratelli e sorelle sofferenti. È importante solidarizzare con loro e stare insieme a loro per fare il loro stesso cammino. Questo comportamento vale molto di più del ‘vangelo della prosperità’ dei beni materiali che non possiamo portare per l’eternità e, in fondo, non ci riempiono il cuore e non ci rendono felici. Mentre gli altri valori del Gesù storico vanno di pari passo con noi come espressione del nostro amore per il prossimo e per Dio e ci portano pace nei nostri cuori e una felicità che nessuno può rubarci.

Naturalmente, è importante smontare le calunnie, contrastare la falsificazioni e, eventualmente, utilizzare i mezzi disponibili per incriminarli legalmente. Vale sempre la pena credere che un po’ di luce cancelli tutte le tenebre e che la verità scriva la vera pagina della nostra storia.

Il Brasile merita di uscire da questa tempesta devastante e di vedere il sole splendere nel nostro cielo, restituendoci speranza e gioia di vivere.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

A importância do fator religioso nas atuais eleiçõe presidenciais

                             Leonardo Boff

Que a religião possui uma força política poderosa confessa-o  Samuel P.Huntington em seu discutido livro O choque de civilizações (1977) que hoje,com a nova guerra-fria, se tornou novamente atual. Afirma ele: “No mundo moderno, a religião é uma força central, talvez a força central que mobiliza as pessoas…O que em última análise conta não é tanto a ideologia política nem os intersses econômicos, mas as convicções religiosas de fé, a família, o sangue e  doutrina; é por estas coisas que as pessoas combatem e estão dispostas a dar as suas vidas”(p.79;47;54). Ele mesmo fazia pesada crítica à política externa norte-americana por nunca ter dado importância ao fator religioso. E teve que sentir na própria pele o terrorismo islâmico de fundo religioso.

Consideremos a situação do Brasil. Cito aqui a reflexão de uma pessoa inserida profundamente no meio popular com agudo sentido de observação. Vale a pena ouvir sua opinião pois pode ajudar na campanha para a derrotar a  quem está desmontando nosso país.

Afirma ele:”Temo que, apelando cada vez mais para o fator religioso, agitando o fantasma do comunismo = ateísmo e da perseguição religiosa, o negacionista e o “inimigo da vida”,  eventualmente possa ainda ameaçar de vencer a eleição”. 

“Pois, é inelutável reconhecer: o povo em massa é religioso até o osso (supersticioso dirão os “intelectuais”, não importa).

Ele vende o corpo e a alma pela religião, entendida de modo indistinto como “essa coisa de Deus”, sobretudo o brasileiro, sincretista que é. 

E esse apelo, não digo que seja bom, mas apenas que tem uma força tremenda e temo muito que possa ser decisiva no momento de decidir o voto” 

“Infelizmente, essa questão tem pouco peso na campanha do Lula e de seus aliados. Diria quase a mesma coisa com respeito aos dois outros valores que Bolsonaro e toda a “nova direita” do mundo alardeia: Deus, Pátria e Família, a trilogia do Integralismo que a velha esquerda não quer ver nem pintada. E no entanto é por aí que a nova direita está mobilizando as massas no mundo e também no Brasil”.

“E note-se como é fácil para um candidato da nova direita como Bolsonaro apresentar à massa eleitoral essa tríade: ele rezando (Deus), com bandeira do Brasil (Pátria) e com Michelle ao lado (Família), três cenas de comoção garantida e atração irresistível para o povão. Quem pode ser contra a reza, a bandeira verde-amarela e uma esposa (sobretudo se é bem feminina)?”

“Os intelectuais podem falar o que quiserem contra esse populismo de direita. Mas que funciona, funciona. E é isso que importa à direita, e acho que deveria importar também à esquerda, sem ofensa à ética, pois dá perfeitamente para defender essas três bandeiras, outrora integristas, como valores morais, à condição, contudo, de não serem excludentes: dos sem religião, das outras pátrias e dos LGBT+respectivamente”.

“Mas mesmo que ganhe o Lula, o que as pesquisam indicam,  a questão das três bandeiras acima permanecerá. E os bolsonaristas continuarão a agitá-las, como as está agitando a nova direita em todo o mundo (veja Trump, Putin, Le Pen, Salvini et caterva). E é a “bandeira Deus”, sobre todas as outras, que ser vai mais politizada pela nova direita, e isso tanto mais quanto menos a velha esquerda digeriu essa questão e quanto menos atenção a própria Igreja, progressista ou liberacionista que seja, parece dar a mudança de Zeitgeist (do espírito do tempo), designado como pós-moderno”.

O grande desafio da campanha da coligação ao redor de Lula/Alckmin, que é também das Igrejas cristãs históricas, principalmente da Católica, é como atrair estas massas, manipuladas e ludibriadas pelas igrejas pentecostais, para os valores do Jesus histórico, muito mais humanitários e espirituais do que aqueles apresentados pelos “pastores e bispos” autoproclamados e verdadeiros lobos em pele de ovelha. Estes usam a lógica do  mercado, da propaganda e estilos que contradizem diretamente a mensagem bíblica e de Jesus, pois, utilizam-se diretamente da mentira, da calúnia, da fake news.

Vale mostrar a estes seguidores das Igrejas pentecostais, como Jesus dos evangelhos sempre esteve do lado os pobres, dos cegos, dos coxos, dos hansenianos, das mulheres doentes e os curava. Era extremamente sensível aos invisíveis e aos mais vulneráveis, homens ou mulheres, em fim, àqueles cujas vidas viviam ameaçadas. Vale muito mais o amor, a solidariedade, a verdade, e acolhida de todos sem discriminação,  como os de outra opção sexual, vendo nos negros, quilombolas e indígenas nossos irmãos e irmãs sofredores. Importa se solidarizar com eles  e estar junto com eles para  fazerem o seu próprio caminho. Esse comportamento vale muito mais que o “evangelho da prosperidade” de bens materiais que não podemos carregar para a eternidade e, no fundo, não preenchem nossos corações e não nos fazem felizes. Ao passo que os outros valores do Jesus histórico vão conosco como expressão de nosso amor ao próximo e a Deus e nos trazem paz no coração e uma felicidade que ninguém nos pode roubar.

Logicamente, importa desfazer as calúnias, rebater as falsificações e, eventualmnte, usar os meios disponíveis para incriminá-los juridicamente.

Vale sempre crer que um pouco de luz desfaz toda uma escuridão e que a verdade escreve a verdadeira página de nossa história.

O Brasil merece sair desta devastadora tempestade e ver o sol brilhar em nosso céu, devolvendo-nos esperança e alegria de viver.

Leonardo Boff escreveu Brasil: concluir a refundação o prolongar a dependência, Vozes 2018; O pescador ambicioso e o peixe encantando: a busca da justa medida, Vozes 2022.

Elogio del padre: “quien no vive para servir no sirve para vivir”

Esbelto, de figura elegante, fumando siempre su cigarro de paja, fue un valiente explorador de nuevos caminos.

Cuando los colonos italianos no tuvieron más tierras para cultivar en la Sierra Gaúcha, emigraron en grupo hacia el interior de Santa Catarina, tierras llenas de bosques de pinos, a Concórdia, hoy sede de los frigoríficos de Sadia y, en los alrededore, de las empresas Perdigão y Seara.

No había nada, excepto algunos caboclos, mestizos de blanco e indio, sobrevivientes de la guerra del Contestado y grupos de indígenas kaigan, despreciados y siempre defendidos por él. Reinaban los pinos, soberbios, hasta donde se perdía la vista. Los colonos alemanes, polacos e italianos vinieron, organizados en caravanas, trayendo su profesor, su animador de rezos y una inmensa voluntad de trabajar y de vivir a partir de nada.

Había estudiado varios años con los jesuitas en São Leopoldo, en el Colegio Cristo Rey, en Rio Grande del Sur. Acumulaba un vasto saber humanístico: sabía algo de latín y de griego y leía en lenguas extranjeras. Vino para animar la vida de aquella “gente poverella”. Era maestro de escuela, figura de referencia y respetadísimo. Daba clases por la mañana y por la tarde. Por la noche enseñaba portugués a los colonos que solo hablaban italiano y alemán, cosa que estaba prohibida, pues era el tiempo de la Segunda Guerra Mundial. Además de eso, abrió una escuelita para los más inteligentes a fin de formarlos como contables para llevar la contabilidad de las bodegas y de las ventas de la región.

Como los adultos tenían especial dificultad para aprender, usaba un procedimiento creativo. Se hizo representante de una distribuidora de radios de Porto Alegre. Obligaba a cada familia a tener una radio en casa y así aprender el “brasilian”, oyendo programas en portugués. Montaba veletas y pequeñas dinamos donde había una cascada para poder recargar las baterías.

Como maestro de escuela era un Paulo Freire avant la lettre. Consiguió montar una biblioteca de más de dos mil libros. Obligaba a cada familia a llevarse un libro a casa, leerlo y el domingo, después del rezo del rosario en latín, se formaba un círculo sentados en la hierba, donde cada uno contaba en portugués lo que había leído y entendido. Nosotros, los pequeños, nos reíamos a más no poder del portugués torpe que hablaban.

A los alumnos no les enseñaba solo lo básico de toda escuela, sino todo lo que un colono debía saber: cómo medir tierras, cómo debía ser el ángulo del tejado del almacén, cómo calcular intereses, cómo cuidar de la mata ciliar y tratar los terrenos con gran declive.

En la escuela nos introducía en los rudimentos de la filología, enseñándonos palabras latinas y griegas. Los pequeños, sentados detrás del fogón a causa del frio gélido, debíamos recitar todo el alfabeto griego, alpha, beta, gama, delta, teta…

Más tarde, en el seminario, yo me llenaba de orgullo al mostrar a los otros e incluso a los profesores la filología de algunas palabras. A sus once hijos nos incitaba a leer mucho. Yo recitaba frases de Hegel y de Darwin, sin entenderlas, para dar la impresión de que sabía más que los otros. Siempre me preguntaba qué significaba esta frase de Parménides: “el ser es y el no-ser no es”. Y hasta hoy me lo sigo preguntando.

Pero era un maestro de escuela en el sentido clásico de la palabra, porque no se restringía a las cuatro paredes. Salía con los alumnos para contemplar la naturaleza, explicarles el nombre de las plantas, la importancia de las aguas y de los árboles  frutales nativos.

En aquella región interior, distantes de todo, hacía las funciones de farmacéutico. Salvó decenas de vidas usando la penicilina cuando le llamaban frecuentemente tarde en la noche. Estudiaba en un grueso libro de medicina los síntomas de las enfermedades y cómo tratarlas.

En aquellas tierras ignotas de nuestro país, había una persona preocupada por problemas políticos, culturales y hasta metafísicos, que se preguntaba por el destino del mundo. Creó hasta un pequeño círculo de amigos a los que les gustaba discutir “cosas serias”, más que nada para oírlo.

Sin nadie con quien intercambiar, leía los clásicos del pensamiento como Spinoza, Hegel, Darwin, Ortega y Gasset y Jaime Balmes. Pasaba largas horas por la noche pegado a la radio para escuchar programas extranjeros e informarse de cómo iba la Segunda Guerra Mundial.

Era crítico con la Iglesia de los curas, porque estos no respetaban a los protestantes alemanes, condenados ya al fuego eterno por no ser católicos. Muchos estudiantes miraban a aquellas bonitas niñas rubias luteranas y comentaban: “qué pena que estas niñas tan lindan vayan a ir al infierno”. Mi padre se oponía a eso y trataba con dureza a los que discriminaban a los “negriti” y a los “spuzzetti” (los “negritos” y los “apestosos”), hijos e hijas de caboclos. A nosotros, sus hijos e hijas, nos hacía sentar en la escuela al lado de ellos para aprender a respetarlos y a convivir con los diferentes.

Su piedad era interiorizada. Nos pasó un sentido espiritual y ético de vida: ser siempre honesto, no engañar nunca a nadie, decir siempre la verdad y confiar incondicionalmente en la divina Providencia.

Para que sus once hijos pudiesen estudiar y llegar a la universidad fue vendiendo todas las tierras que tenía o había heredado. Al final, se quedó sin casa propia.

Su alegría era sin limites cuando sus hijos e hijas venían de vacaciones, pues así podía discutir horas y horas con ellos. Y nos vencía a todos. Murió joven, a los 54 años, extenuado de tanto trabajo y de abnegado servicio en función de todos. Presentía que iba a morir, pues su corazón cansado se debilitaba día a día. Y solo tomaba como remedio maracugina.

Soñaba con conversar en el cielo con Platón y Aristóteles, discutir con San Agustín, oír a los maestros modernos y estar entre los sabios. Los hijos inscribieron su lema de vida sobre su tumba:

“De su boca oímos, de su vida aprendimos: quien no vive para servir no sirve para vivir”.

Murió de infarto el día 17 de julio de 1965, a la misma hora en que yo embarcaba  para estudiar en Europa. Allí, solo un mes después, supe de su travesía. Este maestro de escuela creativo, inquieto, servidor de todos y sabio, lejos de los centros, se cuestionaba sobre el sentido de la vida en esta tierra. El lector y la lectora seguramente ya han adivinado quién era: mi querido y añorado padre Mansueto, a quien en este día de los padres recuerdo con cariño y con infinita saudade, mi verdadero maestro.

Su hijo Leonardo Boff, teólogo, filósofo y escritor.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Pueblos indígenas: nuestros maestros y doctores en ecología

La cuestión de los pueblos originarios ha los titulares nacionales e internacionales con el reciente asesinato del indigenista Bruno Pereira y del periodista inglés Dom Phillips en el Valle del Jari amazónico y sobre todo por el abandono que aquellos han sufrido por parte del gobierno actual, de corte genocida, por largo tiempo y en particular durante la pandemia de Covid-19 que debe haber costado la vida de cerca de mil indígenas.

Sorprendente, aunque tardía, fue la petición de disculpa del Papa Francisco, en su visita a Canadá en julio, a las familias de niños indígenas, arrancados de su medio e internados en colegios católicos en los que hubo muchas muertes. Ellos no se contentaron con esa disculpa papal. Uno de los líderes dijo valientemente al Papa: dejen de empujarnos a superar esta tragedia, queremos que nos entiendan, que respeten nuestra sabiduría ancestral, que favorezcan nuestra curación y nos dejen vivir según nuestras tradiciones. Algo parecido dijeron los indígenas bolivianos con ocasión de la visita del Papa Juan Pablo II: la Biblia que nos traen, dénsela a los europeos, ellos la necesitan más que nosotros porque fueron ellos quien de forma deshumanizadora nos colonizaron y casi acabaron con nosotros.

Nunca hemos pagado la deuda centenaria que tenemos con los pueblos originarios brasileros, latinoamericanos y caribeños. Ellos son los huéspedes originarios de estas tierras que les están siendo invadidas y robadas en función de la voracidad de los madereros, los buscadores de oro y la minería.

El cuidado hacia todo lo que existe y vive

Ahora que estamos en alarma ecológica planetaria, sin saber qué soluciones encontrar ante el creciente calentamiento del planeta, descubrimos finalmente cómo esos pueblos tratan con sabiduría la naturaleza, el cuidado de las selvas y de la Madre Tierra. Ellos son nuestros maestros y doctores en el sentimiento de pertenencia, de hermandad y de respeto por todo lo que existe y vive. Alimentan una profunda concordia entre ellos y con la comunidad de vida, cosa que nosotros hemos perdido desde hace siglos. Estamos sufriendo los daños irreversibles de nuestra devastación. Aún no hemos sacado las lecciones que Gaia, la Pachamama y Madre Tierra nos está dando con la irrupción del Covid-19. Buscamos volver al orden anterior, que es justamente el que propició la irrupción de numerosos virus, el último, la viruela del mono.

Enumeremos algunos valores de su modo de estar en este mundo natural.

Integración sinfónica con la naturaleza

El indio se siente parte de la naturaleza y no un extraño dentro de ella. Por eso en sus mitos, los seres humanos y otros seres vivos conviven y se casan entre sí. Intuyeron lo que sabemos por ciencia empírica: que todos formamos una cadena única y sagrada de vida. Ellos son eximios ecologistas. La Amazonia, por ejemplo, no es tierra intocable. A lo largo de miles de años, las decenas de naciones indígenas que viven allí interactuaron sabiamente con ella. Casi el 12% de toda la selva amazónica de tierra firme ha sido manejada por ellos, promoviendo “islas de recursos”, desarrollando especies vegetales útiles o bosques con alta densidad de castaños de Brasil y frutas de toda especie. Fueron plantadas y cuidadas para sí y para aquellos que por ventura pasasen por allí.

Los Yanomami saben aprovechar el 78% de las especies de árboles de sus territorios, teniendo en cuenta la inmensa biodiversidad de la región, que es del orden de 1200 especies por área del tamaño de un campo de fútbol . Para ellos la Tierra es la Madre del indio. Está viva y por eso produce todo tipo de seres vivos. Debe ser tratada con la reverencia y el respeto que se debe a las madres. Nunca hay que abatir animales, peces o árboles por puro gusto, sino solo para atender necesidades humanas. Incluso así, cuando se derriban árboles o se hacen cazas y pescas mayores, organizan ritos de disculpa para no violar la alianza de amistad entre todos los seres.

Esa relación sinfónica con la comunidad de vida es imprescindible para garantizar el futuro común de la propia vida y el de la especie humana.

Sabiduría ancestral

Conociendo un poco las distintas culturas indígenas, identificamos en ellas una profunda capacidad de observación de la naturaleza con sus fuerzas y de la vida con sus vicisicitudes. Su sabiduría se tejió a través de la sintonía fina con el universo y de la escucha del lenguaje de la Tierra. Saben mejor que nosotros unir el cielo con la tierra, integrar vida y muerte, compatibilizar trabajo y diversión, confraternizar el ser humano con la naturaleza. En este sentido ellos son altamente civilizados aunque su tecnología sea finísima pero no contemporánea.

Intuitivamente acertaron con la vocación fundamental de nuestro efímero paso por este mundo que es captar la majestad del universo, saborear la belleza de la Tierra y sacar del anonimato al Ser que hace ser a todos los seres, llamándolo con mil nombres Palop, Tupã, Ñmandu y otros. Todo existe para brillar. Y el ser humano existe para danzar y festejar ese brillo.

Esa sabiduría necesita ser rescatada por nuestra cultura secularista y nada respetuosa de las distintas formas de vida. Sin ella difícilmente pondremos límites al poder que será capaz de destruir nuestro sonriente Planeta vivo.

Actitud de veneración y de respeto

Para los pueblo indígenas, así como para algunos de nuestros pensadores contemporáneos, como el recientemente fallecido James Lovelock, el formulador de la teoría de la Tierra como Gaia, todo está vivo y todo viene cargado de mensajes que hay que descifrar. El árbol no es solo un árbol. Él se comunica por sus olores. Tiene brazos que son sus ramas, tiene mil lenguas que son sus hojas, une el Cielo con la Tierra por sus raíces y por la copa. Ellos consiguen naturalmente captar el hilo que liga y re-liga todas las cosas entre sí y con la Divinidad. Cuando danzan y toman las bebidas rituales realizan llevan una experiencia de encuentro con lo Divino y con el mundo de los ancianos y de los sabios que están vivos en el otro lado de la vida. Para ellos lo invisible es parte de lo visible. Es importante aprender esta lección de ellos.

La libertad, la esencia de la vida indígena

La falta de libertad de los días actuales nos atormenta. La complejidad de la vida, la sofisticación de las relaciones sociales generan sentimientos de prisión y de angustia. Los pueblos indígenas nos dan testimonio de una inconmensurable libertad. Bástenos la declaración de los grandes indigenistas, los hermanos Orlando y Cláudio Villas Boas: “El indio es totalmente libre, sin tener que dar satisfacción de sus actos a nadie… Si una persona da un grito en el centro de São Paulo, una radiopatrulla puede llevarlo preso. Si un indio diera un tremendo chillido en medio de la aldea, nadie le mirará ni le preguntará por qué gritó. El indio es un hombre libre”. Esa libertad está muy bien representada por el extraordinario liderazgo de Ailton Krenak y por sus escritos.

La autoridad, el poder como servicio y despojamiento

La libertad vivida por los índígenas confiere una marca singular a la autoridad de sus caciques. Estos nunca tienen poder de mando sobre los demás. Su función es de animación y de articulación de las cosas comunes, respetando siempre el don supremo de la libertad individual. Especialmente entre los Guaraní se vive ese elevado sentido de la autoridad, cuyo atributo esencial es la generosidad. El cacique debe dar todo lo que le piden y no debe guardar nada para sí. En algunas comunidades se puede reconocer al jefe en la persona de quien lleva los ornamentos más pobres, pues todo el resto ha sido donado. Nosotros los occidentales definimos el poder bajo su forma autoritaria: “la capacidad de conseguir que el otro haga lo que yo quiero”. Debido a esta concepción, las sociedades están desgarradas permanentemente por conflictos de autoridad.

Imaginemos el siguiente escenario: en el caso de que el cristianismo se hubiese encarnado en la cultura social guaraní y no en la greco-romana, tendríamos entonces curas pobres, obispos miserables y el papa, un verdadero mendigo. Pero su marca registrada sería la generosidad y el servicio humilde a todos. Entonces sí, podrían ser testigos de Aquel que dijo: “estoy entre vosotros como quien sirve”. Los indígenas habrían captado ese mensaje como connatural a su cultura y, tal vez, se habrían adherido libremente a la fe cristiana.

Como se deduce de todas estas cosas, reafirmo, los indígenas puede ser nuestros maestros y nuestros doctores, como se decía de los pobres en la Iglesia primitiva.

*Leonardo Boff ha escrito El casamiento entre el Cielo y la Tierra, cuentos de indígenas brasileros (con un suplemento sobre datos actualizados de su universo), Planeta 2022.

Traducción de Mª José Gavito Milano