Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

La victoria electoral de Lula: festejar, alegrarse y enorgullecerse

Las elecciones presidenciales de este año de 2022 han sido turbulentas. Junto al lado luminoso, alegre y jovial del alma brasilera, irrumpió también su lado odiador, sombrío e inhumano, cosa que ya señalara Sérgio Buarque de Holanda, en una nota de pie de página, al hablar del brasilero como “hombre cordial” en su libro Raízes do Brasil (1936), puesto que del corazón (cor-dial) provienen tanto el amor como el odio. Ese odio, de forma espantosa, llegó a la escena política y envenenó las relaciones sociales hasta las más íntimas. Para mí se trataba incluso de un problema metafísico: en los momentos cruciales en los que se decide el destino de un pueblo, el mal y lo inhumano, fine finaliter no pueden prevalecer. Y no prevalecieron, por más artimañas que fueron praticadas.

Los que votaron por la democracia, por la causa de los millones de personas que pasan hambre y por observar el orden constitucional, pudieron respirar aliviados como quien escapa de un grave accidente. En este contexto, cobran particular sentido los versos de Camões en Os Lusíadas al principio del Canto Cuarto: “Después de procelosa tempestad/nocturna sombra y sibilante viento/trae la mañana serena claridad/esperanza de puerto y salvamento”. Sí, experimentamos haber sido salvados de una tragedia nacional de consecuencias irreparables, en el caso de que el adversario, cuyo proyecto se presentaba retrógrado y ultraconservador, hubiese triunfado.

El efecto de la victoria fue una alegría indescriptible. Muchos lloraban, otros daban un grito primario de liberación, como quien se sentía prisionero en una caverna oscura. Hubo fiesta por todo el país.

El tema de la fiesta es un fenómeno que ha desafiado a grandes nombres del pensamiento como R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann y al propio F.Nietzsche. Y es que la fiesta revela lo más precioso que hay en nosotros en medio de la cotidianidad gris. La fiesta hace olvidar la dureza de la lucha y suspende por un momento el tiempo de los relojes. Es como si, por un instante, desapareciera el espacio-tiempo, pues en la fiesta, esas dimensiones no cuentan o están totalmente olvidadas. Por eso las fiestas se prolongan todo lo que se puede.

Curiosamente, en la fiesta que es fiesta, todo el mundo se reúne y se junta, conocidos y desconocidos se abrazan como si fuesen viejos amigos y parece que todas las cosas se reconcilian. Platón sentenciaba con razón: “los dioses hicieron las fiestas para que los seres humanos pudieran respirar un poco”. Efectivamente, si la lucha en la campaña fue costosa y cargada de temores, robándonos casi la esperanza, la fiesta es más que un respirar. Es un rescatar la alegría de un país sin odios ni mentira como método de gobierno. El sentimiento de que todo el esfuerzo valió la pena.

La fiesta, después de una victoria en los últimos minutos del juego, parecía un regalo que ya no dependía de nosotros, sino de energías incontrolables, diría, milagrosas. La alegría simplemente estalló y nos poseyó por entero.

En la fiesta hay gritos, saltos, música y danza. ¿De donde brota la alegría de la fiesta? Tal vez Nietzsche encontró su mejor formulación: “para alegrarse de alguna cosa, hay que decir a todas las cosas: sean bienvenidas”. Por lo tanto, para poder festejar de verdad era necesario afirmar: “bienvenida sea esta victoria”. No basta sólo la victoria duramente conquistada. Necesitamos ir más allá y confirmar el proyecto y el sueño político. “Si podemos decir sí a un único momento”, afirma Nietzsche “entonces habremos dicho sí no solo a nosotros mismos sino a la totalidad de nuestra historia vencedora” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Ese sí subyace a nuestro compromiso político, a nuestra implicación, a nuestros principios, a nuestro trabajo de calle, a nuestro esfuerzo de convencimiento de nuestra propuesta. La fiesta es el tiempo fuerte en el cual el sentido secreto de nuestra lucha revela todo su valor y toda su fuerza. De la fiesta salimos más fuertes para realizar las promesas hechas en beneficio del país y de las clases humilladas y ofendidas.

Hagamos referencia a la religión, pues ella, como todas, confiere gran centralidad a las fiestas, a los ritos y a las celebraciones. En gran parte, la grandeza, por ejemplo, de la religión cristiana o de otras, reside en su capacidad de celebrar y de festejar a sus santos y santas, sus maestros espirituales, realizar sus procesiones, edificar templos sagrados, algunos de extraordinaria belleza. En la fiesta cesan las interrogaciones de la razón y los temores del corazón. El practicante celebra la jovialidad de su fe en compañía de hermanos y hermanas con quienes comparte las mismas convicciones, oyen las mismas Palabras sagradas y se sienten cercanos a Dios.

Si esto fuera verdad, y de hecho lo es, nos damos cuenta de cuan equivocado es el discurso que sensacionalistamente anuncia la muerte de Dios. Se trata de un trágico síntoma de una sociedad que ha perdido la capacidad de festejar porque está saturada de placeres materiales. Asistimos, lentamente, no a la muerte de Dios, sino a la muerte del ser humano, que ha perdido la sensibilidad por quien sufre a su lado, y que es incapaz de llorar por el destino trágico de los refugiados que vienen de África rumbo a Europa, o de los emigrantes latinoamericanos que buscan entrar en Estados Unidos.

Nuevamente volvemos a Nietzsche que intuyó que el Dios vivo y verdadero se encuentra sepultado bajo muchos elementos envejecidos de nuestra cultura religiosa y bajo la rigidez de la ortodoxia de las iglesias. De ahí la muerte de Dios que implicaba para él la pérdida de la jovialidad, es decir, de la presencia divina que se da en las cosas cotidianas (jovialidad viene de Júpiter, Jovis). La consecuencia funesta es sentirse sólo y perdido en este mundo (cf. Fröhliche Wissenschaft III, aforismo 343 y 125).

Por haber perdido la jovialidad, gran parte de nuestra cultura no sabe festejar. Sí conoce las fiestas montadas como comercio, la frivolidad, los excesos del comer y beber, las expresiones groseras. En ellas puede haber de todo, menos alegría del corazón y jovialidad de espíritu.

La alegría fue indescriptible cuando el presidente electo apareció. el día 16 de noviembre, en la COP27 de Egipto, que trata la cuestión del nuevo régimen climático de la Tierra.Mostró la gravedad de la nueva situación del planeta y sus consecuencias para los más vulnerables en términos de daños y de hambre. Desafió a los poderosos a que cumpliesen lo que habían prometido: ayudar con mil millones de dólares anuales a los países más débiles y alcanzados por la alterada situación de la Tierra. ¿Qué jefe de estado del mundo tendría el valor de decir las verdades que el presidente electo profirió en aquel espacio de audiencia mundial? Nos sentimos orgullosos porque él asumió compromisos con responsabilidad y puso nuevamente al país en el escenario mundial. 

El futuro de la vida en este planeta depende en gran parte de la forma como tratemos el bioma amazónico que abarca nueve países. Articulados, podremos ayudar a la humanidad a encontrar una salida para su crisis sistémica y garantizar un destino bueno para la vida y para todos los habitantes de este pequeño planeta.

*Leonardo Boff ha escrito La busca de la justa medida:el pescador ambicioso y el pez encantado, Vozes 2022. Próximamente va a salir La justa medida, factor de equilibrio de la Tierra, Vozes 2023.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Dopo i tempi bui di Bolsonaro, emerge il sogno della ristaurazione del Brasile

Negli ultimi 4 anni abbiamo vissuto sotto un Governo che non amava la gente e considerava il paese come una specie di capitanato ereditario di famiglia. Ma ora, secondo una famosa canzone di Camões dos Lusíadas, il nuovo tempo “porta serena chiarezza, speranza di porto e soccorso”. Quindi è tempo di aspettare e sognare. Ecco alcuni punti della nostra positività che ci permettono di pensare alla rifondazione del Brasile su altre basi.

  1. Il popolo brasiliano si è abituato ad “affrontare la vita” e a realizzare tutto “nella lotta e nel vincolo”, cioè superando le difficoltà e con tanto lavoro. Perché non dovrebbe “affrontare” anche la sfida finale di apportare i cambiamenti necessari, per creare relazioni più egualitarie e porre fine all’esclusione e alla corruzione, rimodellando la nazione?

2. Il popolo brasiliano non è ancora nato. Ciò che abbiamo ereditato è stata l’Impresa-Brasile con un’élite schiavista e una massa di persone indigenti. Ma all’interno di questa massa sono nati leader e movimenti sociali dotati di coscienza e organizzazione. Il loro sogno? Reinventare il Brasile. Il processo è partito dal basso e non c’è modo di fermarlo, nemmeno a causa dei successivi colpi di stato subiti come quello civile-militare del 1964 e quello parlamentare-giuridico-mediatico del 2016 e l’intera debacle della fase bolsonarista.

3. Nonostante la povertà, l’emarginazione e la perversa disuguaglianza sociale, i poveri hanno saggiamente inventato percorsi di sopravvivenza. Per superare questa anti-realtà, lo Stato e i politici devono ascoltare e valorizzare ciò che le persone già sanno e hanno inventato. Solo allora avremo superato la divisione tra élite e popolo e saremo una nazione che non è più divisa ma coesa.

4. I brasiliani hanno un impegno con la speranza. È l’ultima a morire. Per questo puoi essere sicuro che Dio scrive dritto con linee storte. La speranza è il segreto del suo ottimismo, che gli permette di relativizzare i drammi, ballare il suo carnevale, tifare per la sua squadra di calcio e mantenere viva l’utopia che la vita è bella e che il domani può essere migliore. La speranza ci riporta al principio-speranza di Ernst Bloch, che è più di una virtù; è una pulsione vitale che ci fa suscitare sempre nuovi sogni, utopie e progetti per un mondo migliore.

5. La paura è inerente alla vita perché “vivere è pericoloso” (Guimarães Rosa) e perché comporta dei rischi. Questi ci costringono a cambiare e rafforzano la speranza. Ciò che la gente desidera di più, non le élite, è cambiare in modo che la felicità e l’amore non siano così difficili. Per questo, è necessario esprimere costantemente l’indignazione di fronte alle cose brutte e il coraggio di cambiarle. Se è vero che siamo ciò che amiamo, allora costruiremo una “patria amata e idolatrata” che impareremo ad amare.

6. L’opposto della paura non è il coraggio. È la fede che le cose possono essere diverse e che, organizzati, possiamo andare avanti. Il Brasile ha dimostrato di non essere bravo solo nel Carnevale e nel calcio. Ma può essere buono nella resistenza indigena e nera, nell’agricoltura, nell’architettura, nella musica e nella sua inesauribile allegria di vivere.

7. Il popolo brasiliano è religioso e mistico. Più che pensare a Dio, sente Dio nella sua vita quotidiana, che si rivela nelle espressioni: “grazie a Dio”, “Dio ti ricompensi”, “rimani con Dio”. Dio non è un problema per lui, ma la soluzione ai suoi problemi. Si sente sostenuto dai santi e dagli spiriti buoni come gli orixás che ancorano la sua vita in mezzo alla sofferenza.

8. Una delle caratteristiche della cultura brasiliana è la giovialità e il senso dell’umorismo, che aiutano ad alleviare le contraddizioni sociali. Questa allegria giovanile nasce dalla convinzione che la vita vale più di ogni altra cosa. Ecco perché deve essere celebrata con festa e, di fronte al fallimento, mantenere lo stato d’animo che lo relativizza e lo rende sopportabile. L’effetto è la leggerezza e l’entusiasmo che tanti ammirano in noi.

9. C’è un matrimonio che non si è ancora fatto in Brasile: tra sapere accademico e sapere popolare. Il sapere popolare è “un sapere di esperienze fatte”, che nasce dalla sofferenza e dai mille modi per sopravvivere con poche risorse. La conoscenza accademica nasce dallo studio, bevendo da molte fonti. Quando questi due saperi si uniranno, avremo reinventato un altro Brasile. E saremo tutti in grado di affrontare meglio le nuove sfide.

10. La cura appartiene all’essenza dell’essere umano e di tutta la vita. Senza cure ci ammaliamo e moriamo… Con le cure tutto è protetto e dura molto più a lungo. La sfida oggi è capire la politica come cura per il Brasile, per la sua gente, soprattutto per i più poveri e discriminati, per la natura, per l’Amazzonia, per l’educazione, per la salute, per la giustizia. Questa cura è la prova che amiamo il nostro Paese.

11. Uno dei tratti distintivi del popolo brasiliano è la sua capacità di relazionarsi con tutti, di aggiungere, unire, sincretizzare e sintetizzare. Pertanto, in generale, non è né intollerante né dogmatico. Gli piace vivere con il diverso. Questi valori sono fondamentali per una universalizzazione del volto umano. Stiamo dimostrando che è possibile e lo stiamo costruendo. Purtroppo negli ultimi anni, soprattutto nelle elezioni presidenziali del 2022, contro la nostra tradizione, è emersa un’ondata di Fake News, di odio, discriminazione, fanatismo, omofobia e disprezzo per i poveri (aporofobia, il lato oscuro della cordialità, secondo Buarque de Holanda) che ci mostrano che siamo, come tutti gli esseri umani, sapiens e demens e ora più demens Ma si tratta sempre di una malattia e non della sanità mentale delle religioni, chiese e movimenti. Ma questo, sicuramente, passerà e prevarrà una convivenza più tollerante e riconoscente delle differenze.

12. Il Brasile è la più grande nazione neolatina del mondo. Abbiamo tutto per essere anche la più grande civiltà dei tropici, non imperiale, ma solidale con tutte le nazioni, perché ha incorporato i rappresentanti di 60 diversi popoli che sono venuti qui. La nostra sfida è mostrare che il Brasile può essere, di fatto, una piccola anticipazione simbolica di un paradiso non del tutto perduto e sempre riscattabile: un’umanità unita, una e diversa, seduta a tavola in una fraterna commensalità, godendo dei buoni frutti della nostra bella, grande, generosa Madre Terra.

Leonardo Boff ha scritto ‘Brasil: concluir a refundação ou prolongar a dependência?’, Vozes 2018.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Pasada la sombría noche, tiene lugar el sueño de un otro Brasil 

Hemos vivido los últimos casi 4 años bajo un gobierno que no amaba al pueblo y que consideraba el país como una especie de capitanía hereditaria familiar. Pero ahora, según un famoso cántico de Camões en Os Lusíadas, el nuevo tiempo “trae serena claridad, esperanza de puerto y salvamento”. Por eso cabe esperar y soñar. He aquí algunos puntos de nuestra positividad.

1. El pueblo brasilero se habituó a “enfrentar a vida” y a conseguir todo “en la lucha y en la amarra”, es decir, superando dificultades y con mucho trabajo. ¿Por qué no iba a “enfrentar” también el último desafío de hacer los cambios necesarios para crear relaciones más igualitarias y acabar con la exclusión y la corrupción, refundando la nación?

2. El pueblo brasilero aún no ha acabado de nacer. Lo que heredamos fue la Empresa Brasil, con una élite esclavista y una masa de destituidos. Pero del seno de esta masa nacieron líderes y movimientos sociales con conciencia y organización. ¿Su sueño?

Reinventar Brasil. El proceso comenzó desde abajo y no hay modo de detenerlo, ni por los sucesivos golpes sufridos, como el golpe civil-militar de 1964 y el de 2013 parlamentario-jurídico-mediático, ni por todo el descalabro de la fase bolsonarista.

3. A pesar de la pobreza, de la marginación y de la perversa desigualdad social, los pobres inventaron sabiamente caminos de supervivencia. Para superar esta anti-realidad, el Estado y los políticos necesitan escuchar y valorar lo que el pueblo ya sabe y ha inventado. Sólo entonces habremos superado la división élites-pueblo y seremos una nación no dividida sino cohesionada.

4. El brasilero tiene un compromiso con la esperanza.

Es la última que muere. Por eso, está seguro de que Dios escribe derecho con renglones torcidos. La esperanza es el secreto de su optimismo, que le permite relativizar los dramas, bailar su carnaval, apoyar a su equipo de fútbol y mantener encendida la utopía de que la vida es bella y que mañana puede ser mejor. La esperanza nos remite al principio-esperanza de Ernst Bloch que es más que una virtud; es una pulsión vital que siempre nos hace suscitar nuevos sueños, utopías y el proyecto de un mundo mejor.

5. El miedo es inherente a la vida porque “vivir es peligroso” (Guimarães Rosa) y comporta riesgos. Estos nos obligan a cambiar y refuerzan la esperanza. Lo que el pueblo, no las élites, más quiere es cambiar para que la felicidad y el amor no sean tan difíciles. Para eso necesita articular constantemente la indignación ante las cosas malas y el valor para cambiarlas. Si es verdad que somos lo que amamos, entonces construiremos una “patria amada e idolatrada” que aprenderemos a amar.

6. Lo opuesto al miedo no es el valor. Es la fe en que las cosas pueden ser distintas y que, organizados, podemos avanzar. Brasil ha mostrado que no solo es bueno en carnaval y en fútbol. También puede ser bueno en la resistencia indígena, negra, en la agricultura, en la arquitectura, en la música y en su inagotable alegría de vivir.

7. El pueblo brasilero es religioso y místico. Más que pensar en Dios, siente a Dios en su cotidianidad, que se revela en las expresiones: “gracias a Dios”, “Dios le pague”, “queda con Dios”. Dios para él no es un problema, sino la solución de sus problemas. Se siente amparado por santos y santas y por espíritus buenos como los orixás que anclan su vida en medio del sufrimiento.

8. Una de las características de la cultura brasilera es la jovialidad

y el sentido del humor, que ayudan a aliviar las contradicciones sociales. Esa alegría jovial nace de la convicción de que la vida vale más que cualquier otra cosa. Por eso debe ser celebrada con fiesta y ante el fracaso mantener el humor que lo relativiza y lo vuelve soportable. El efecto es la levedad y el entusiasmo que tanta gente admira en nosotros.

9. Hay un casamiento, que todavía no se ha hecho en Brasil, entre el saber académico y el saber popular. El saber popular es “un saber hecho de experiencias”, que nace del sufrimiento y de las mil maneras de sobrevivir con pocos recursos. El saber académico nace del estudio, bebiendo de muchas fuentes. Cuando esos dos saberes se unan, habremos inventado otro Brasil. Y seremos todos más aptos para enfrentar los nuevos desafíos.

10. El cuidado pertenece a la esencia de lo humano y de toda la vida. Sin el cuidado enfermamos y morimos. Con cuidado, todo se protege y dura mucho más. El desafío hoy es entender la política como cuidado de Brasil, de su gente, especialmente de los más pobres y discriminados, de la naturaleza, de la Amazonia, de la educación, de la salud, de la justicia. Ese cuidado es la prueba de que amamos nuestro país.

11. Una de las marcas del pueblo brasilero es su capacidad de relacionarse con todo el mundo, de sumar, juntar, sincretizar y sintetizar. Por eso, en general, no es intolerante ni dogmático. Le gusta convivir con lo diferente. Estos valores son fundamentales para una planetización de rostro humano. Estamos mostrando que ella es posible y la estamos construyendo. Lamentablemente, en los últimos años, especialmente en las elecciones presidenciales de 2022, surgió, contra nuestra tradición, una ola de fake news, de odio, discriminación, fanatismo, homofobia y desprecio por los pobres (aporofobia, el lado sombrío de la cordialidad, según Buarque de Holanda) que nos muestran que somos, como todos los humanos, sapiens y demens, y ahora más demens. Pero se trata siempre de una enfermedad y no de la sanidad de las religiones, iglesias y movimientos. Pero eso seguramente pasará y predominará la convivencia más tolerante y apreciadora de las diferencias. 

12. Brasil es la mayor nación neolatina del mundo.

Tenemos todo para ser también la mayor civilización de los trópicos, no imperial, sino solidaria con todas las naciones, porque incorporó en sí representantes de 60 pueblos diferentes que vinieron aquí. Nuestro reto es mostrar que Brasil puede ser, de hecho, una pequeña anticipación simbólica de un paraíso no totalmente perdido y siempre recuperable: la humanidad unida, una y diversa, sentados a la mesa en comensalidad fraterna, disfrutando de los buenos frutos de nuestra bonísima, grande y generosa Madre Tierra.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil: ¿concluir la refundación o prolongar la dependencia? Vozes 2018. 

Traducción de MªJosé Gavito Milano