La scarsità di acqua pulita può scatenare guerre e minacciare la vita

                           Leonardo Boff *

Importante quanto il cambiamento di regime climatico (riscaldamento globale) è senza dubbio la questione dell’acqua dolce. Da essa dipende la sopravvivenza dell’intera catena della vita e, di conseguenza, del nostro stesso futuro.

L’acqua può essere motivo di guerre così come di solidarietà sociale e cooperazione tra i popoli. Ancor di più, come vogliono forti gruppi umanisti, attorno all’acqua sarà possibile e sicuramente si dovrà creare il nuovo patto sociale mondiale che crei un consenso minimo tra popoli e governi in vista di un destino comune, nostro e del sistema-vita. La crescente scarsità di acqua dolce può mettere in pericolo la vita sul pianeta.

Nella recente conferenza di New York in occasione del Water Day (22/3) è stato lanciato l’allarme: “c’è il rischio di un’imminente crisi idrica mondiale, investendo 2 miliardi di persone che non hanno accesso a una fornitura di acqua potabile” . L’ONU ha lanciato, in questa occasione, una “Agenda: azione per l’acqua”. Nelle parole del Segretario delle Nazioni Unite António Guterrez “un ambizioso programma d’azione sull’acqua che possa offrire a questo elemento vitale del nostro mondo l’impegno che merita”.

Indipendentemente dalle discussioni intorno al tema dell’acqua, possiamo affermare con sicurezza e senza dubbi che: l’acqua è un bene naturale, vitale, insostituibile e comune. Nessun essere vivente, umano o meno, può vivere senz’acqua. Poiché l’acqua è vitale e insostituibile, non può essere trattata come una merce da scambiare sul mercato.

Dal modo in cui tratteremo l’acqua, come merce o come bene vitale e insostituibile, dipenderà in parte Il futuro della vita sul pianeta.

Ma prima, consideriamo rapidamente le nozioni di base sull’acqua.

Sulla Terra ci sono circa un miliardo e 360 ​​milioni di km cubi di acqua. Se prendiamo tutta quest’acqua che si trova negli oceani, nei laghi, nei fiumi, nelle falde acquifere e nelle calotte polari e la distribuiamo equamente sulla superficie terrestre, la Terra finirebbe sommersa dall’acqua a tre chilometri di profondità.

Il 97,5% è acqua salata e il 2,5% è acqua dolce. Più dei 2/3 di quest’acqua dolce si trova nelle calotte polari e nei ghiacciai, in cima alle montagne (68,9%) e quasi tutto il resto (29,9%) è di falda. Lo 0,9% rimane nelle paludi e lo 0,3% nei fiumi e laghi da dove proviene la maggior parte dell’acqua dolce per il consumo umano e animale, l’irrigazione agricola e l’uso industriale. Di questo 0,3%, il 22% va all’industria, il 70% all’agricoltura. Il poco rimanente di questo 0,3% (l’8%) è per gli esseri umani e la comunità vivente. Il 35% della popolazione mondiale, che equivale a un miliardo e 200 milioni di persone, non ha acqua trattata. Un miliardo e 800 milioni (il 43% della popolazione) ha un accesso precario ai servizi igienici di base. Questo fatto causa la morte di circa dieci milioni di persone ogni anno a causa del non trattamento dell’acqua potabile.

L’accesso all’acqua dolce è sempre più precario a causa della crescente contaminazione dei laghi e fiumi e persino dell’atmosfera che provoca piogge acide. Le acque reflue mal trattate, l’uso di detergenti non biodegradabili, l’uso abusivo di pesticidi che contaminano le falde acquifere, gli effluenti industriali scaricati nei corsi d’acqua, restituiscono ai fiumi avvelenamento e morte, compromettendo la fragile e complessa catena di riproduzione della vita.

L’acqua è abbondante ma distribuita in modo disuguale: il 60% si trova in soli 9 paesi, mentre altri 80 affrontano la scarsità. Poco meno di un miliardo di persone consuma l’86% dell’acqua esistente, mentre per 1,4 miliardi (sono adesso 2 miliardi) è insufficiente e per due miliardi non è trattata, il che genera l’85% delle malattie. Si presume che entro il 2032 circa 5 miliardi di persone saranno colpite dalla scarsità d’acqua.

Non c’è un problema di insufficienza d’acqua, ma di cattiva gestione di essa per soddisfare le esigenze degli esseri umani e degli altri esseri viventi.

Il Brasile è la potenza naturale delle acque, con il 13% di tutta l’acqua dolce del Pianeta, pari a 5,4 trilioni di metri cubi. Ma è distribuito in modo disuguale: 70% nella regione amazzonica, 15% nel centro-ovest, 6% nel sud e nel sud-est e 3% nel nord-est. Nonostante l’abbondanza, non sappiamo come utilizzare l’acqua, poiché il 46% di essa viene sprecato, il che basterebbe per rifornire tutta la Francia, il Belgio, la Svizzera e il nord Italia. È urgente, pertanto, un nuovo standard culturale. Non abbiamo sviluppato una cultura dell’acqua.

C’è una corsa mondiale alla privatizzazione dell’acqua. Nascono grandi multinazionali come le francesi Vivendi e Suez-Lyonnaise, la tedesca RWE, l’inglese Thames Water e l’americana Bechtel. Si è creato un mercato dell’acqua da oltre 100 miliardi di dollari. Qui, nella commercializzazione di acqua minerale sono fortemente presenti Nestlé e Coca-Cola, che stanno cercando di acquistare fonti d’acqua in tutte le parti nel mondo.

L’acqua sta diventando un fattore di instabilità sul Pianeta. L’inasprimento della privatizzazione dell’acqua fa sì che sia trattata senza il senso della condivisione e della considerazione della sua importanza per la vita e per il futuro della natura e dell’esistenza umana sulla Terra.

Di fronte a questi eccessi , la comunità internazionale rappresentata dall’ONU ha sancito negli incontri di Mar della Plata (1997), Dublino (1992), Parigi (1998), Rio de Janeiro (1992) il diritto di tutti ad avere accesso all’acqua potabile in quantità sufficiente e con qualità per i bisogni essenziali”.

Il grande dibattito odierno s’incentra in questi termini già accennati sopra:

L’acqua è fonte di vita o fonte di guadagno? L’acqua è un bene naturale, vitale, comune e insostituibile o un bene economico da trattare come risorsa idrica e come merce?

Entrambe le dimensioni non si escludono a vicenda, ma devono essere direttamente correlate. Fondamentalmente l’acqua è un diritto alla vita, come insiste il grande specialista dell’acqua Riccardo Petrella (“Il Manifesto dell’acqua. Il diritto alla vita per tutti”, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001). In questo senso, l’acqua potabile per l’alimentazione e l’igiene personale deve essere gratuita (cfr. Paulo Affonso Leme Machado, “Recursos Hidricos”, Direito Brasileiro e Internacional , Malheiros Editores, São Paulo 2002, 14-17). Per questo, con ragione, il primo articolo della legge n.9.433 (8/1/97) sulla “Politica Nacional de Recursos Hidricos” dice: “L’acqua è un bene pubblico; l’acqua è una risorsa naturale limitata, dotata di valore economico; in una situazione di scarsità, l’uso prioritario delle risorse idriche è il consumo umano e l’alimentazione degli animali”. Si veda il recente libro con tutti i dati e le leggi di João Bosco Senra, “Agua, elemento vital”, 2022.

  Tuttavia, poiché l’acqua è scarsa e richiede una complessa struttura di raccolta, conservazione, trattamento e distribuzione, essa implica un’innegabile dimensione economica. Questa, però, non deve prevalere sull’altra, anzi, deve renderla accessibile a tutti e i guadagni devono rispettare la natura comune, vitale e insostituibile dell’acqua. Pur comportando costi economici elevati, questi devono essere coperti dal Potere Pubblico.

L’acqua non è un bene economico come qualsiasi altro. È così legata alla vita che deve essere intesa come vita. E la vita, per la sua natura vitale ed essenziale, giammai può essere trasformata in merce. L’acqua è legata ad altre dimensioni culturali, simboliche e spirituali dell’essere umano che la rendono preziosa e carica di valori che, in sé non hanno prezzo. San Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle Creature si riferisce all’acqua come “preziosa e casta”.

Per comprendere la ricchezza dell’acqua che trascende la sua dimensione economica, occorre rompere con la dittatura che il pensiero razionale-analitico e utilitaristico della modernità impone a tutta la società. Questo vede l’acqua come una risorsa idrica a scopo di lucro.

L’essere umano ha altri esercizi della sua ragione. C’è la ragione sensibile, la ragione emotiva e la ragione spirituale. Sono ragioni legate al senso della vita e all’universo simbolico. Offrono ragioni non per trarre profitto, ma ragioni per vivere e dare eccellenza alla vita. L’acqua è la nicchia da cui è emersa la vita miliardi (3,8) di anni fa.

Come reazione al dominio della globalizzazione dell’acqua, si cerca la ripubblicazione dell’acqua. Mi spiego: l’acqua è un bene comune pubblico mondiale. È patrimonio della biosfera e vitale per tutte le forme di vita.

In funzione di questa importanza decisiva dell’acqua, nel marzo 2003 è stato creato a Firenze, in Italia, il FAMA – Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua. Insieme a ciò, è stato proposto di creare l’Autorità Mondiale dell’Acqua, una istanza di governo pubblico, cooperativo e solidale a livello dei grandi bacini idrici internazionali e di una più equa distribuzione dell’acqua secondo le esigenze regionali.

Una funzione importante è quella di fare pressioni su i Governi, le aziende, le associazioni e i cittadini in genere affinché rispettino la natura unica e insostituibile dell’acqua. Poiché il 75% del nostro corpo è costituito di acqua, a tutti dovrebbero essere garantiti almeno 2 litri gratuiti di acqua potabile e sicura, variabile a seconda delle diverse età. Le tariffe dei servizi devono tenere conto dei diversi livelli di uso, sia esso domestico, industriale, agricolo o ricreativo. Per gli usi industriali dell’acqua e in agricoltura, ovviamente, l’acqua è soggetta a un prezzo.

Incentivare la collaborazione con tutti gli enti pubblici e privati ​​per evitare che tante persone muoiano a causa della mancanza d’acqua o in conseguenza di acqua non trattata. Ogni giorno 6 mila bambini muoiono di sete. Le cronache dei media non riportano nulla. Ma questo equivale a 10 aerei Boeing che precipitano negli oceani con la morte di tutti i passeggeri, come accadde anni fa ad Air France. Si eviterebbe a circa 18 milioni di bambini/bambine di non andare a scuola perché costretti a prendere l’acqua a 5-10 km di distanza.

Parallelamente a questo, c’è un’articolazione globale per un Contratto Mondiale sull’Acqua. Sarebbe un contratto sociale mondiale attorno a ciò di cui tutti hanno bisogno e, di fatto, ci unisce, ovvero la vita delle persone e degli altri esseri viventi, inseparabili dall’acqua.

Una fame mondiale zero, prevista dagli Obiettivi del Millennio, deve includere anche la sete zero, perché non esiste cibo che possa esistere e consumarsi senz’acqua.

A partire dall’acqua emerge un’altra immagine della mondializzazione, oggi multipolare, umana, solidale, cooperativa e orientata a garantire a tutti i mezzi minimi di vita e di riproduzione della vita.

L’acqua è vita, generatrice di vita e appare come uno dei simboli più potenti della vita eterna, secondo le parole di Colui che ha detto: “Io sono la fonte dell’acqua viva, chi ne beve vivrà in eterno”.

* Leonardo Boff è stato insignito del dottorato honoris causa dal Dipartimento dell’Acqua dell’Università di Rosario in Argentina e ha partecipato al gruppo delle Nazioni Unite che ha studiato la questione dell’acqua nel mondo.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Como equilibrar o planeta Terra

Desencadear guerras e ameaçar a vida: a escassez de água potável    

                                          Leonardo Boff*

Tão importante quanto a mudança de regime climático (aquecimento global) é indiscutivelmente a questão da água doce. Dela adepende a sobrevivência de toda a cadeia da vida e, consequentemente, de nosso próprio futuro.

A água pode ser motivo de guerras bem como de solidariedade social e cooperação entre os povos. Mais ainda, como querem fortes grupos humanistas, ao redor da água poder-se-á e seguramente dever-se-á criar o novo pacto social mundial que crie um consenso mínimo entre os povos e governos em vista de um destino comum, nosso e do sistema-vida.A crescente escassez de água doce pode pôr em risco a vida no planeta.

Na recente conferência em  Nova York por ocasião do dia da água (22/3) se lanço um alarme:”há o risco de uma iminente crise hídrica mundial afetando 2 bilhões de pessoas que não têm acesso a um suprimento de água portável”. A ONU lançou, por esta ocasião, uma “Agenda: ação para a água”. Nas palavras do secretário da ONU António Guterrez “um programa ambisioso de ação sobre a água que possa oferecer a esse elemento vital para o nosso mundo o empenho que merece”.

         Independentemente das discussões que cercam o tema da  água, uma afirmação segura e indiscutível podemos fazer: a água é um bem natural, vital, insubstituível e comum. Nenhum ser vivo, humano ou não, pode viver sem a água. Por ser vital e insubstituível a água não pode ser tratada como uma mercadoria a ser negociada no mercado.

Da forma com que tratamos a água, como mercadoria ou como um bem vital e insubstituível dependerá em parte o futuro da vida no planeta.

         Mas antes, consideremos rapidamente os dados básicos sobre a água.

         Existe cerca de um bilhão e 360 milhões de km cúbicos de água na Terra. Se tomarmos toda essa água que está nos aceanos, lagos, rios, aquíferos e calotas polares e distribuissemos equitativamente sobre a superfície terrestre, a Terra ficaria mergulhada na água a três km de profundidade.

            97,5% é água salgada e  2,5% é água doce. Mais de 2/3 destas águas doces se encontram nas calotas polares e nas gelerias, no cume das montanhas(68,9) e quase todo o restante (29,9%) são águas subterrâneas. Sobram 0,9% nos pântanos e 0,3% nos rios e lagos de onde sai a maior parte da água doce para o consumo humano e dos animais, irrigação agrícola e uso industrial.Destes 0,3% 22% vai para a indústria, 70% para a agricultura. O pouco restante dos 0,3% é para os humanos e a comunidade de vida. 35% da população mundial, que equivale a um bilhão e 200 milhões de pessoas carece de  água tratada. Um bilhão e 800 milhões (43% da população) têm acesso precário ao  saneamento básico. Tal fato faz com que cerca de dez milhões de pessoas morram anualmente em consequência de águas maltratadas.

         O acesso à água doce é cada vez mais precário por causa da crescente contaminação dos lagos e rios e mesmo da atmosfera que provoca chuvas ácidas. Esgotos mal tratados, uso de detergentes não biodegradáveis, emprego abusivo de agro-tóxicos contaminam os lenços freáticos, efluentes industriais despejados nos cursos d’água, devolvem aos rios envenemento e morte, compromentendo a frágil e complexa cadeia de reprodução da vida.

Há muita água mas desigualmente distribuída: 60%  se encontra em apenas 9 países, enquanto 80 outros enfrentam escassez. Pouco menos de um bilhão de pessoas consome 86% da água existente enquanto para 1.4 bilhões é insuficiente (já são agora 2 bilhões) e para dois bilhões, não é tratada, o que gera 85% das doenças. Presume-se que em 2032 cerca de 5 bilhões de pessoas serão afetadas pela escassez de água.

         Não há problema de insuficiência de água mas de má gestão dela para atender as demandas humanas e dos demais seres vivos.

O Brasil é a potência natural das águas, com 13% de toda água doce do Planeta perfazendo 5,4 trilhões de metros cúbicos. Mas é desigualmente distribuída: 70% na região amazônica, 15% no Centro-Oeste, 6% no Sul e no Sudeste e 3% no Nordeste. Apesar da abundância, não sabemos usar a água, pois 46% dela é desperdiçada, o que daria para abastecer toda a França,  a Bélgica, a Suíça e o Norte da Itália. É urgente, portanto, um novo padrão cultural. Não desenvolvemos uma cultura da água.

Há uma corrida mundial para a privatização da água. Ai surgem grandes empresas multinacionais como as francesas Vivendi e Suez-Lyonnaise, a alemã RWE, a inglesa Thames Water e a americana Bechtel. Criou-se um mercado das águas que envolve mais de 100 bilhões de dólares. Ai estão fortemente presentes na comercialização de água mineral a Nestlé e a Coca-Cola que estão buscando comprar fontes de água por toda a parte no mundo.

         A água está se tornando fator de instabilidade no Planeta. A exacerbação da privatização da água faz com que ela seja tratada sem o sentido de partilha e de consideração de sua importância para a vida e para o futuro da natureza e da existência humana  na Terra.

         Face a estes excessos, a comunidade internacional representada pela  ONU estabeleceu  nas reuniões de Mar del Plata (1997), Dublin (1992), Paris (1998), Rio de Janeiro (1992) consagrou “o direito de todos a terem acesso à água potável em quantidade suficiente e com qualidade para as necessides essenciais”.

O grande debate hoje se trava nestes termos já referidos acima:

A água é fonte de vida ou fonte de lucro? A água é um bem natural, vital, comum e insubstituível ou um bem econômico a ser tratado como recurso hídrico e como  mercadoria?

         Ambas as dimensões não se excluem mas devem ser retamente relacionadas. Fundamentalmente a água é direito à vida, como insiste o grande especialista em águas Ricardo Petrella (O Manifesto da Agua, Vozes, Petrópolis 2002). Nesse sentido a água de beber, para uso na alimentação e  para higiene pessoal deve ser gratuita (cf. Paulo Affonso Leme Machado, Recursos Hidricos. Direito Brasileiro e Internacional, Malheiros Editores, São Paulo 2002, 14-17). Por isso, com razão, diz em seu artigo primeiro a lei n.9.433 (8/1/97) sobre a Política Nacional de Recursos Hídricos:”a água é um bem de domínio público; a água é um recurso natural limitado, dotado de valor econômico; em situação de escassez, o uso prioritário dos recursos hídricos é o consumo humano e a dessententação de animais”.Veja-se o livro recente com todos os dados e leis de João Bosco Senra, Agua,elemento vital,2022.

         Como porém a água é escassa e demanda uma complexa estrutura de  captação, conservação, tratamento e distribuição implica uma inegável dimensão econômica. Esta, entretanto, não deve prevalecer sobre a outra, ao contrário, deve  torná-la acessível a todos e os ganhos devem respeitar a natureza comum, vital e insubstituivel da água. Mesmo implicando altos custos econômicos, estes devem ser cobertos pelo Poder Publico.

         A água não é um bem econômico como qualquer outro. Ela está tão ligada à vida que deve ser entendida como vida. E vida, por sua natureza vital e essencial, jamais pode  ser transformada em mercadoria. A água está ligada a outras dimensões culturais, simbólicas e espirituais do ser humano que a tornam preciosa e carregada de valores que, em si não têm preço. São Francisco de Assis em seu Cântico às Criaturas se refere à água como “preciosa e casta”.

Para entendermos a riqueza da água que transcende sua dimensão econômica precisamos romper com a ditadura que o pensar racional-analítico e utilitarista da modernidade impõe a toda a sociedade. Este vê a água como recurso hídrico para lucrar.

O ser humano tem outros exercícios de sua razão. Há a razão sensivel, a razão emocional e a razão espiritual. São razões ligadas ao sentido da vida e ao universo simbólico. Oferecem  não as razões de lucrar mas as razões de viver e conferir execelência à vida. A água é o nicho de onde há bilhões (3,8) de anos surgiu a vida.

         Como reação à dominação da globalização da  água se busca a republicanização da água. Explico: a água é um bem comum publico mundial.  É patrimônio da biosfera e vital para todas as formas de vida.

         Em função desta importância decisivaa da água se criou o FAMA – o Forum Mundial Alternativo da Água em março de 2003 em Florença na Italia.  Junto a isso sugeriu-se criar  a Autoridade Mundial da Água  uma instância de governo publico, cooperativo e solidário a nivel das grandes bacias hídricas internacionais e de uma distribuição mais equitativa da água segundo as demandas regionais.

         Função importante é pressionar os Governos, as empresas, as associações e aos cidadãos em geral para respeitarem a natureza única e insubstituível da água.Já que 75% de nosso corpo é composto de água, deve-se garantir a todos gratuitamente pelo menos 2 litros de água potável e sã, variando consoante as diferentes idades. As tarifas para os serviços devem contemplar os diversos níveis de uso, se doméstico, se industrial, se agrícola, se  recreativo. Para os usos industriais da água e na agricultura, evidentemente, água é sujeita a preço.

         Incentivar a cooperação com todos os entes públicos e privados para impedir que tantos morram em consequência da falta de água ou em consequência de águas maltratadas. Diariamente morrem 6 mil crianças por sede. Os noticiários nada referem. Mas isso equivale a 10 aviões Boeing que mergulham nos oceanos com a morte de todos os passageiros como já aconteceu com a Air France, anos atrás. Evitar-se-ia que cerca de 18 milhões de meninos/meninas deixem de ir a escola porque são obrigadas a buscar água a 5-10  km de distância.

         Paralelo a isso corre a articulação mundial para um Contrato Mundial da Agua. Seria um contrato social mundial ao redor daquilo de que todos precisam e, efetivamente, nos une que é a vida das pessoas e dos demais seres vivos, indissociáveis da água.

         Uma fome zero mundial, prevista pelas Metas do Milênio deve inclui a sede zero, pois não há alimento que possa existir e ser consumido sem a água.

         A partir da água, outra imagem da planetização, hoje multipolar, surge humana, solidária, cooperativa e orientada a garantir a todos os mínimos meios de vida e de reprodução da vida.

Ela é vida, geradora de vida e comparece como um dos símbolos mais poderosos da vida eterna, segundo as palavras dAqule que disse: “sou a fonte de água viva, quem dela beber desta água viverá para sempre”.

Leonardo Boff ganhou o doutor honoris causa pelo departamente de Aguas da Universidade de Rosário na Argentina e participou na ONU do grupo que estudou a questão da água a nível mundial.

El odio y la violencia: el perverso legado del bolsonarismo

          Leonardo Boff*

Quien nos gobernó durante cuatro años no fue realmente un presidente sino un capo con su familia, cuyas principales características han sido,  con utilización de las redes sociales, el lenguaje chulo, el comportamiento grosero, la mentira como método, el deseo de destruir biografías, la distorsión consciente de la realidad, la ironía y la satisfacción inhumana por la enfermedad del presidente Lula y de la presidenta Dilma, la omisión consciente de tratamiento del coronavirus que sacrificó por lo menos a 300.000 personas, el genocidio consentido de los Yanomami, la adquisición prácticamente ilimitada de armas letales, la difusión del odio y de la violencia.  Ellos han generado lo que hemos presenciado últimamente: alguien irrumpe en una guardería, asesina a cuatro niños inocentes y deja a otros heridos;  hay otros casos de estudiantes que apuñalan a un profesor y a un alumno, otro que mata a su compañero de clase y muchos otros crímenes de este jaez cometidos en el entorno escolar, por no hablar de la violencia policial en las afueras de las ciudades, donde se dispara impunemente a jóvenes negros y a otros pobres. Se mata por motivos fútiles como  un pedazo de pizza.

El peor y más perverso legado que dejó el presidente fugitivo y ladrón de regalos oficiales, donados por autoridades de otros estados, además de otros innumerables delitos políticos, fue éste: atizar el odio y la violencia desenfrenada en las relaciones sociales.

Ni llorar ni lamentar, sino tratar de entender: ¿de dónde viene la violencia bárbara que  ha causado víctimas en nuestro país? Miremos  un poco la historia: Alfred Weber, el hermano de Max Weber, en su resumen de la historia universal, nos dice que de los 3400 años de historia documentada, 3166 fueron de guerra. Los 234 años restantes ciertamente no fueron de paz, sino de tregua y de preparación para otra guerra. Las guerras del siglo pasado mataron en total a 200 millones de personas. Como se puede apreciar, la violencia y sus derivados están arraigados en nuestra historia, y él plantea un interrogante, expresado en el intercambio de cartas entre Albert Einstein y Sigmund Freud el 30 de julio de 1932.

Einstein le pregunta al fundador del psicoanálisis, Freud: “¿hay alguna manera de liberar a los seres humanos de la fatalidad de la guerra… es posible hacer que los seres humanos sean más capaces de resistir la psicosis del odio y la destrucción?” Freud responde con realismo: “No hay esperanza de poder suprimir directamente la agresividad de los seres humanos. Sin embargo, se pueden seguir rutas indirectas, reforzando Eros (principio de vida) contra Thanatos (principio de muerte). Todo lo que da lugar a lazos afectivos entre los seres humanos actúa contra la guerra, todo lo que civiliza a los seres humanos trabaja contra la guerra”.

La cultura, la religión, la filosofía, la ética y el arte siempre han sido fundamentales para frenar o sublimar el impulso de muerte. Pero han resultado ser insuficientes. Por eso se comprende la respuesta resignada de Freud a Einstein: “muertos de hambre, pensamos en el molino que muele tan despacio que podemos morirnos de hambre antes de recibir la harina”.

La verdad de las cosas es que los sabios de la humanidad nos han hecho comprender que somos seres ambiguos. En dialecto religioso decía San Agustín: “somos Adán y Cristo al mismo tiempo”. No decía otra cosa Lutero cuando afirmaba: “somos justos y pecadores”. En los tiempos que corren, un sabio de 103 años, Edgar Morin, nos recuerda continuamente: es parte de la condición humana ser sapiens y demens al mismo tiempo. Esto no es un defecto de la creación, sino de nuestra constitución como humanos. En otras palabras, somos seres portadores de la dimensión de amor y de la de odio, de luz y de sombra, de la pulsión de vida y de la pulsión de muerte, de lo simbólico (que une) y de lo diabólico (que desune). Somos la unidad dialéctica de estas contradicciones.

La opción de base que tomemos, ya sea el amor, la luz, la vida o lo simbólico, funda nuestra ética humanitaria. Si asumimos lo contrario, establecemos una ética inhumana y cruel. Aunque ambos polos coexistan y no podemos eliminarlos ni reprimirlos, es la centralidad que damos a una de estas polarizaciones la que define nuestro camino en la vida, vital o letal, nuestros comportamientos éticos.

Si lo que decimos es verdad entonces tenemos que ser realistas y sinceros y reconocer que la violencia que anida dentro de nosotros irrumpió en la siniestra figura del anterior presidente. Usó todas las formas posibles, desde calumnias, mentiras, noticias falsas, violencia verbal, a través de varios medios digitales, amenazando de muerte a personas y efectivamente  matándolas.

Lo humano “demasiado humano”, es decir, la parte  sombría y diabólica ganó visibilidad y ejercicio impune bajo el régimen bolsonarista y con su incentivador.

Lo más grave del bolsonarismo y su capo es haber maleducado a los jóvenes, promoviendo el lenguaje grosero, conductas agresivas, prejuicios contra los más vulnerables, los pobres, los negros, los quilombolas, los indígenas, las mujeres, las víctimas de innumerables feminicidios y las personas de otra orientación sexual. Todos estos fueron difamados, perseguidos, violados y no pocos asesinados, especialmente estos últimos.

Basta de esta historia de horrores vividos durante cuatro años. Pero la gente se dio cuenta de que esa no era forma de vivir y convivir. Eligieron, por tercera vez, a un representante de la senzala social: Luiz Inácio Lula da Silva. Su gobierno se enfrenta a una enorme tarea: reconstruir una nación devastada en cuerpo y espíritu. Las raíces de este inhumanismo siguen ahí y siempre estarán, porque son parte de nuestra condición. Pero las mantenemos bajo control. El pueblo y la nación optaron por la luz contra la sombra, por el amor contra el odio, por lo simbólico contra lo diabólico. 

Debemos permanecer siempre vigilantes, para que los demonios, que  junto con los ángeles nos habitan, no inunden la conciencia y destruyan sistemáticamente lo que generaciones y generaciones han construido con sudor y sangre. No pasarán. Como los grandes jefes de estado criminales y enemigos de la vida no pasaron.

*Leonardo Boff, teólogo, filósofo y escritor, ha escrito Brasil: ¿completar la refundación o prolongar la dependencia?, Vozes 2018.

“Debemos respetar la forma como Dios quiso aproximarse a nosotros”

Uno de los mayores intelectuales del país, el teólogo, filósofo y escritor Leonardo Boff, 84 años, acaba de lanzar su nuevo libro La amorosidad de Dios-Abba y Jesús de Nazaret (Editora Vozes). Autor de más de 100 libros, traducidos a prácticamente todas las lenguas modernas, Boff se vuelve, en su nuevo trabajo, hacia la figura del Jesús histórico, el hombre, y el mensaje original que pasó a propagar en la Palestina del siglo I. Mensaje del cual, como afirma en esta entrevista por email a O DIA, la Iglesia se distanció al aliarse con el poder político de las clases dominantes. Lo cual, en su opinión, empieza a cambiar ahora con el Papa Francisco, que vuelve a  acercar la Iglesia al mensaje original de Jesús. 

(Entrevista Bernardo Costa para O DIA)

¿Cuál es la visión central de este nuevo libro suyo y por qué decidió escribirlo?

Hay una antigua discusión sobre en qué momento el hombre Jesús de Nazaret se dio cuenta de que era el Hijo de Dios. La mayoría de los estudiosos evitan esta pregunta por miedo a psicologizar la conciencia de Jesús. A mí siempre me ha preocupado: si Jesús es realmente un hombre como nosotros, nuestro hermano, ¿cómo surgió lentamente su conciencia de ser Hijo de Dios? La concepción tradicional afirma que ya en el seno de María tenía esa conciencia y se relacionaba con el Padre. Esta visión destruye el concepto de encarnación, que es asumir todo lo que es humano y las distintas etapas de la vida, como el bebé que aún no piensa ni habla, y también las limitaciones, las crisis y las superaciones propias de la condición humana. Lloró la muerte de su amigo Lázaro, acariciaba a los niños y nunca criticó a las mujeres, sino que las defendió como a María Magdalena y a la Samaritana.

El libro se atiene más al Jesús histórico que al Cristo de la fe. ¿Por qué es importante no perder de vista al Jesús histórico?

Debemos respetar la forma en que Dios quiso acercarse a nosotros a través de su Hijo, que se encarnó en la condición humana con sus altibajos. No debemos pasar inmediatamente al Cristo de la fe. Debemos partir siempre de la historia concreta de Jesús, de cómo vivía, cómo pensaba, cómo se relacionaba con las mujeres, con los pobres, con los ricos, con el poder y con las amenazas de muerte. Ser cristiano, fundamentalmente, es seguir al Jesús histórico. Él no vino a fundar una nueva religión. Vino a enseñarnos a vivir como él vivió: con amor incondicional, con compasión hacia los que sufren en este mundo, con indignación contra quienes fingían ser piadosos pero eran falsos y fariseos.  Incluso llegó a usar la violencia con quienes hacían negocios dentro del templo de Jerusalén. Y cultivaba una gran amistad con Lázaro y sus hermanas Marta y María.

¿Qué fue y cómo se dio la experiencia mística que tuvo el hombre Jesús de esa amorosidad de Dios-Abba?

Ante el asombro de sus padres, María y José, Jesús desde pequeño se refería a Dios como ‘Papá’ (Abba). Eso era extraño pues los judíos de aquel tiempo, y los de hoy también, muestran tanta reverencia hacia Dios que casi no pronuncian su nombre. Además, en la Biblia judaica, el Antiguo Testamento, jamás aparece esa expresión Abba aplicada a Dios. Es el nombre que los niños usan afectuosamente para su padre o para su abuelo. Que Jesús use esa palabra, Abba, revela cierta intimidad, cierta amorosidad hacia el Dios de la tradición de Abraham, Isaac y Jacob. Pero cuando tenía cerca de 25-26 años oyó que Juan Bautista estaba bautizando a mucha gente en el río Jordán. El bautismo implicaba sumergirse en las aguas del río. Jesús, por curiosidad, fue a ver lo que pasaba allí. Conversó rápidamente con Juan Bautista y con algunos de sus discípulos. Entró en un grupo para dejarse bautizar. Se sumergió como todos. Ellos salieron y él se quedó parado en medio del río. Fue ahí cuando tuvo un profundo choque existencial, una verdadera sacudida en su interior. Tuvo la experiencia profunda de ser el Hijo del Padre, expresada en estas palabras: ‘Tu eres mi Hijo amado y en ti he puesto toda mi alegría’. Jesús tuvo la experiencia de la radical amorosidad de Dios-Padre, como ‘Papá’ (Abba). Quien experimenta así al Padre se siente su Hijo. Las experiencias radicales, dicen los místicos y también los psicólogos, no se dejan expresar con palabras. Así, los evangelistas usan metáforas: una paloma descendió sobre él o se oyó una voz del cielo. Por eso, Jesús fue al desierto. Allí profundizó esta experiencia  y definió cual sería su misión: ni un profeta que transforma piedras en pan, ni un Sumo Sacerdote que introduce una forma religiosa y ética, ni un rey poderoso sobre tierras y pueblos.  Descubrió que debería ser, como está en el profeta Isaías, el Siervo sufriente, que se identifica con los que sufren en este mundo, que debía curar enfermos, consolar a los afligidos e incluso devolver la vida a quien había muerto, como Lázaro o la hija de Jairo. Y vivenció el amor y la ternura infinita de Dios, presente en la palabra Abba.


¿Qué significados y proporciones podría asumir hoy el mensaje que Jesús comenzó a difundir a partir de esta experiencia?

Jesús experimentó el amor radical de Dios por todos, sin importar su condición moral, ya fuera pecador o piadoso cumplidor de los mandamientos. Jesús se acerca a los pecadores, como se consideraba a los recaudadores de impuestos, entra en casa del rico Zaqueo, se encuentra especialmente con los pobres y los oprimidos: a todos quiere anunciar con sus palabras y su ejemplo este mensaje liberador: no temáis, Dios es un Padre amoroso de misericordia infinita. Nadie puede poner límites a su amor y a su misericordia. Todos, pecadores y santos, están bajo el arco iris de la misericordia de este Papá querido (Abba). En otras palabras, dichas también por el Papa Francisco: no hay condenación eterna, es sólo de este mundo, Dios no puede perder a ningún hijo o hija que haya creado con amor. Si perdiera a alguien, no sería a Dios. Como se dice en el libro de la Sabiduría: “Él creó a todos por amor y a nadie con odio, de lo contrario no lo habría creado. Él es el apasionado amante de la vida”. Este mensaje liberador de Jesús es contrario a toda una tradición que anunciaba el Evangelio con el miedo y la amenaza del infierno. Así se ha hecho durante casi todos los siglos, algo que muchas iglesias pentecostales todavía practican.

De qué forma la Iglesia Católica se distanció de ese mensaje original a lo largo de los años? 

La Iglesia se distanció del mensaje liberador de Jesús desde que se alió con el poder político de los emperadores romanos ya en los siglos II-III, comenzando con Constantino y continuando prácticamente hasta nuestros días. En lugar de ser un movimiento, se convirtió en una institución religiosa. Como cualquier institución, ella define quién está dentro y quién fuera, establece doctrinas y leyes, condena y premia. En este contexto, el método del miedo al infierno se utilizaba con todos aquellos que no se sometían a lo que ella ordenaba. A pesar de eso, debemos reconocer que ella guardó los cuatro evangelios, referencia común para todas las iglesias. Dentro de ellas, muchos asumieron el seguimiento de Jesús, pobre y amigo de los pobres, como San Francisco de Asís, la Hermana Dulce, la Madre Teresa de Calcuta y el actual Papa Francisco de Roma. Vivieron el seguimiento de Jesús sin amoldarse (sin desprecio) al camino religioso tradicional.

Usted es amigo y consejero del Papa Francisco. ¿Cómo evalúa los 10 años de su pontificado?

Durante los pontificados de Juan Pablo II y Benedicto XVI la Iglesia experimentó un retorno a la gran disciplina. Se reveló como un castillo cerrado e inmune a los avances de la modernidad, penetrada, según ellos, por muchos errores y desviaciones. Hubo mucha vigilancia sobre las doctrinas y condena a muchos teólogos, los más progresistas. La renovación de la Iglesia, iniciada por el Concilio Vaticano II (1962-1965), sufrió un retroceso. Se hablaba el invierno de la Iglesia. Con el Papa Francisco, que viene de la periferia donde vive la mayoría de los católicos se ha producido un gran cambio. Este Papa siempre se entendió a sí mismo como un teólogo de la liberación de corte argentino: liberación del pueblo oprimido y de la cultura silenciada. Inauguró una nueva forma de ser Papa, sin los aparatos y títulos heredados aún del Imperio Romano y del Renacimiento. Abandonó el palacio papal y se fue a vivir a una casa de huéspedes, Santa Marta.

¿En qué medida el pontificado de Francisco se aproxima del mensaje original de Jesús?

El Papa Francisco ha traído una primavera a la Iglesia, con un aire de libertad y apertura a todas las diversidades. Ha dicho que la Iglesia debe ser como un hospital de campaña que acoge a todos sin preguntar por su origen, religión o condición moral. Como él dice con frecuencia, “una Iglesia siempre en salida” hacia los problemas humanos, especialmente los de los más pobres y los de la gran pobre que es la Madre Tierra, a la que debemos cuidar como nuestra Casa Común. En mi opinión, está inaugurando una nueva genealogía de Papas que vienen de la periferia de la Iglesia y del mundo y que revelan un nuevo rostro del mensaje liberador de Jesús. Por eso, este Papa habla constantemente del Jesús histórico y del modo en que vivió, es decir, una existencia para los más vulnerables e invisibles. Jesús se distanciaba de la religión estricta de la época, ponía en el centro el amor y la misericordia. No hay que olvidar que fueron los religiosos quienes le condenaron a muerte en la cruz. Su resurrección, que es más que la reanimación de un cadáver, significa una insurrección contra la justicia perversa de la época. Él anticipó el fin bueno del ser humano, realizando todas sus potencialidades. El Papa Francisco actualiza y nos hace más accesible el mensaje original de Jesús, de su misericordia sin límites, tema fundamental de sus pronunciamientos.

¿En qué momentos de la humanidad se ha puesto en práctica el mensaje original de Jesús? ¿Por los hombres o por las mujeres?
Yo diría que en todas las generaciones ha habido mujeres y hombres cristianos que se  sintieron fascinados por la figura y la práctica del Jesús histórico. Han llegado a decir: ‘humano como Jesús, sólo Dios mismo’. No buscaban el poder, sino el servicio a los más desamparados. La lista sería inmensa. Pero sin duda sobresalen Santa Teresa de Ávila y San Juan de la Cruz, ambos místicos de ojos abiertos y manos trabajadoras. San Francisco de Asís fue quizá quien más se asemejó a Jesús de Nazaret, viviendo entre leprosos y pobres y llamando a todas las criaturas con el dulce nombre de hermanos y hermanas. Y muchas mujeres que también lo seguían y sólo ellas permanecieron al pie de la cruz. De América Latina no podemos dejar de mencionar al obispo y santo, Don Óscar Romero, obispo de El Salvador, que fue asesinado en la misa cuando levantaba el cáliz con la sangre de Cristo que se mezcló con su sangre.

¿Está usted trabajando o dispuesto a trabajar en un nuevo libro? ¿De qué va a tratar?

Vivo dando charlas por todo Brasil y también en el extranjero. Intento imprimir un tono liberador, propio de la teología de la liberación, sobre todo cuando atiendo a grupos de base y movimientos sociales. Además de eso, escribo a menudo, pues ya son más de cien libros. En los últimos años he trabajado intensamente en ecología integral y he colaborado en la formación de una ecoteología de la liberación. Desde 2001 escribo un artículo semanal, que no ha fallado nunca,  y es traducido al español, italiano, alemán y muchos en inglés. Con casi 85 años estoy ya en el atardecer de la vida. Sigo trabajando, en la actualidad sobre la categoría Transparencia, ya que toda nuestra tradición grecolatina se ha estructurado sobre las categorías de Inmanencia y Trascendencia, colocándolas generalmente en oposición. La categoría Transparencia es típicamente cristiana, ya que la Trascendencia penetró en la Inmanencia a través de la Encarnación, haciendo transparentes la realidad humana y divina. La Transparencia es válida para todas las esferas, especialmente para la ética, y de modo particular para la política y para el mundo de los negocios.