Non abbiamo assunto la nuova coscienza planetaria: Artemis II

        Leonardo Boff

I numerosi viaggi spaziali, sei con equipaggio sulla Luna e altri che hanno addirittura lasciato il nostro sistema solare e attraversato lo spazio illimitato dell’universo, non hanno creato, nell’umanità in generale e tanto meno nei leader dei popoli, la nuova coscienza planetaria che ne deriva. Viviamo ancora sotto il regime degli stati-nazione, ciascuno con i propri limiti, definiti dal Trattato di Vestfalia del 1648. Il Covid-19 non ha rispettato i limiti delle nazioni. Ha colpito tutti. Non se ne sono ancora tratte le dovute conseguenze. Lo stile di vita predatorio e consumistico è tornato con ancora più furia. Le lezioni che Madre Terra ci ha dato non sono state ascoltate.

A ciò si aggiunge il fatto che ai giorni nostri abbiamo guerre per territori (Ucraina, Striscia di Gaza, Groenlandia e altri). Vista dalla prospettiva degli astronauti, come ha giustamente osservato uno dei quattro della navicella Artemis II: “da quassù siamo un solo popolo“. Questa affermazione rende ridicole queste controversie territoriali. Sono sostenute da figure crudeli e genocidiarie come Netanyahu e Trump, che ancora non hanno compreso che siamo un’unica specie umana e che la Terra è la nostra unica Casa Comune, in cui trovano posto ebrei, palestinesi e tutti gli altri.

Indimenticabili sono le parole di Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla Luna il 20 luglio 1969: “Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”. E continuò: “Improvvisamente mi accorsi che quel piccolo, bellissimo pisello blu era la Terra… Con il pollice coprii completamente la Terra”.

Abbiamo incluso altre testimonianze di astronauti, raccolte nel libro di Frank White, The Overview Effect (Boston 1987, ne possiedo una copia autografata): dall’astronauta Russell Scheweickhart: “La Terra vista dall’esterno, ti fa capire che tutto ciò che è significativo per te, tutta la storia, l’arte, la nascita, la morte, l’amore, la gioia e le lacrime, tutto questo è racchiuso in quel piccolo puntino blu e bianco che puoi coprire con un pollice. E da quella prospettiva capisci che tutto in noi è cambiato, che qualcosa di nuovo comincia ad esistere, che la relazione non è più la stessa di prima” (The Overview Effect, 38).

Dall’astronauta Gene Cernan: “Sono stato l’ultimo uomo a camminare sulla Luna, nel dicembre del 1972. Dalla superficie lunare ho contemplato con reverenziale stupore la Terra sullo sfondo di un blu scurissimo. Ciò che ho visto era troppo bello per essere compreso, troppo logico, troppo ricco di significato per essere il risultato di un semplice incidente cosmico. Interiormente, si sentiva il bisogno di lodare Dio. Dio deve esistere per aver creato ciò che ho avuto il privilegio di contemplare” (Op.cit., 39).

Sigmund Jähn: “I confini politici sono già stati superati. Anche i confini nazionali sono stati superati. Siamo un unico popolo e ognuno di noi è responsabile del mantenimento del fragile equilibrio della Terra. Ne siamo i custodi e dobbiamo prenderci cura del futuro comune” (Op.cit., 43).

Queste opinioni, apparentemente ovvie, non sono mai state prese sul serio dalla geopolitica e dai capi di Stato. Anche senza aver mai visto la Terra dall’esterno (non lasciò mai la sua città di Königsberg), Immanuel Kant (1724-1804), nella sua ultima opera “La pace perpetua” (1795), sottolineò che la Terra appartiene a tutta l’Umanità e costituisce un bene comune per tutti. Non c’è quindi motivo di combatterci per le terre, se tutto è nostro. Possiamo vivere in pace perpetua.

Ma chi, ai nostri tempi, ha compreso il cambiamento di coscienza derivante dalla consapevolezza di vedere la Terra dall’esterno, è stato il prolifico scrittore russo, autore di centinaia di libri divulgativi, ma anche scientifici, Isaac Asimov. In occasione del 25° anniversario del primo volo spaziale dello Sputnik, il 4 ottobre 1957, che inaugurò l’era spaziale, fu invitato dal New York Times Magazine a scrivere un articolo sull’eredità di quei 25 anni. Scrisse un breve articolo intitolato Sputniks Legacy: globalism” (L’eredità dello Sputnik: il globalismo).

Seguo alcuni di questi temi, poiché sono attuali, sebbene trascurati.

«La prima parola da dire è globalismo. Anche contro la nostra volontà» afferma Asimov, «dobbiamo considerare la Terra e l’Umanità come un’unica entità» (single Entity). «I satelliti» continua, «mostrano questo essere unico (unit), che lo accettiamo o no. Per la prima volta nella storia, possiamo identificare uragani e perturbazioni climatiche dall’inizio alla fine. I media ci connettono globalmente, dimostrando il globalismo (per noi globalizzazione)». Questo è il lato materiale.

Ma c’è anche il lato psicologico: «La visione della Terra come un tutto, come sfera planetaria, ci costringe a percepirla come piccola e fragile. È arbitraria la divisione della sua superficie in porzioni (nazioni), considerate sacre, da preservare a tutti i costi anche a costo della distruzione del pianeta». È importante vedere il tutto, il Pianeta.

Infine, c’è il lato delle potenzialità. L’era spaziale ha aperto lo spazio a nuovi viaggi e alla scoperta di come sono composti i pianeti e di come funzionano. «Tutto ciò sarà impossibile senza la cooperazione globale. Lo sviluppo dello spazio è il progetto dell’umanità nel suo insieme, e in questo si mostrerà il valore del globalismo».

Tuttavia, dobbiamo scegliere tra il locale e il globale. «Il localismo (le nazioni considerate in sé) può accelerare la nostra deriva verso l’eventuale distruzione, compresa quella dell’umanità. Il globalismo ci offre la speranza di una civiltà maggiore, più vasta e migliore, con più versatilità e flessibilità, liberandoci dalla prigionia del locale. Se consideriamo le alternative – il localismo come morte contro il globalismo come vita – sceglieremo sicuramente la vita. Questa è l’eredità dell’era spaziale».

Oggi stiamo vivendo il contrario di tutto ciò che è stato espresso sopra. Predomina l’affermazione della nazione (il nazionalismo), che si contrappone a un’altra nazione, con l’ideologia del fascismo che generalmente accompagna questo movimento, a livello nazionale e mondiale. Invece di approfondire la globalizzazione (al di là della sua riduzione al solo ambito economico) come nuova fase della Terra e dell’Umanità (stiamo tutti ritornando dalla grande dispersione) e ritrovarci nello stesso luogo, sul pianeta Terra, stiamo regredendo a un passato di divisioni, opposizioni e guerre nella smania di conquistare territori.

Ma credo che ciò che è vero abbia forza e alla fine prevalga. Supererà la regressione nazionalista/fascista e rafforzerà la nuova direzione della Terra e dell’Umanità come un’unica, grande e complessa realtà, la nostra Casa Comune.

Leonardo Boff scrive per la rivista ICL LIBERTA (https://www.revistaliberta.com.br); è anche autore del libro “A Terra na palma da mão“, Vozes 2016. (https://www.leonardoboff.org).

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Der Traum eines lächerlichen Mannes

Leonardo Boff

Sicherlich werden manche Leser diesen Titel seltsam finden. Doch er bleibt gerade wegen der darin verborgenen Wahrheit relevant, die von keinem Geringeren als Fjodor Dostojewski selbst ausgedrückt wird. Es ist der Titel seines fantastischen Romans „Der Traum eines lächerlichen Menschen“ aus dem Jahr 1877. Was ist dieser Traum? Er gibt die Antwort: „Wenn alle es wollten, würde sich von einem Augenblick zum anderen alles auf der Erde verändern.

Genau das fehlt unserer Welt: dieser Traum eines Mannes, der keineswegs lächerlich ist und uns retten könnte – wenn alle dasselbe wollten. Doch die große Mehrheit will es nicht. Dennoch wurde dieser Traum am 11. Dezember 2015 während der COP21 in Paris geträumt. Es ist das berühmte Pariser Abkommen, das von praktisch allen Ländern der UNO (195) unterzeichnet wurde. Alle haben sich verpflichtet, die Treibhausgase zu reduzieren und so die Erderwärmung zu bremsen.

Alle wollten es. Doch fast niemand hat diesen Traum verwirklicht. Hätten alle tatsächlich den Traum des Pariser Abkommens verwirklichen wollen, den Anstieg der globalen Durchschnittstemperatur auf 1,5 °C über dem vorindustriellen Niveau (1850–1900) zu begrenzen, hätten wir die Erde verändert. Wir hätten die katastrophalen Überschwemmungen, die schweren Dürren, die gewaltigen Schneestürme, die Hurrikane und die Tornados vermieden, die in den Jahren nach 2015 auftraten. Das Ziel war es, die Erwärmung unter 2 °C zu halten und sie bis etwa 2030 bei 1,5 °C zu stabilisieren.

Weil nicht alle dazu bereit waren, hat sich die Erde nicht verändert. In den Jahren 2024/2025 haben wir die 1,5-Grad-Grenze überschritten und sind auf 1,6 Grad gestiegen. Da einige große Länder wie die USA, Indien und China sich für die Nutzung von Kohle und Erdöl entschieden haben – beides Treibhausgasverursacher – und die Treibhausgasemissionen weiter anstiegen, ist der Traum vom Pariser Abkommen geplatzt. Sie wollten es nicht. Sie wurden zu Leugnern, allen voran Donald Trump.

Wenn sich dieser Trend fortsetzt, so sagen Experten, werden wir in den Jahren 2030–2035 einen Temperaturanstieg von fast 2 °C oder mehr erreichen. Viele Menschen, insbesondere ältere Menschen und Kinder, werden Schwierigkeiten haben, sich anzupassen, und werden nicht überleben. Noch schlimmer könnte es für die Natur werden, da Wasserknappheit und der Verlust der Artenvielfalt durch das Aussterben Tausender Arten schwerwiegende Folgen haben werden.
            Fazit: Hätten sich alle das Pariser Abkommen gewünscht, hätte sich Dostojewskis Prophezeiung erfüllt: Alles auf der Erde hätte sich in einem Augenblick verändert. Doch statt besser zu werden, ist alles nur noch schlimmer geworden.

 Warum nehmen wir den Traum vom Pariser Abkommen mit seinen 195 Unterzeichnern nicht ernst? Weil wir keinen guten Willen zeigen – die einzige Tugend, die uns hätte retten können und uns noch immer retten könnte. Das sage nicht ich. Das sagt Immanuel Kant, der anspruchsvollste Denker der Ethik im modernen Westen.

In seiner „Grundlegung zur Metaphysik der Sitten“ (1785) stellt er fest: „Es ist nicht möglich, sich etwas vorzustellen, das irgendwo auf der Welt und sogar außerhalb derselben uneingeschränkt als gut angesehen werden könnte, außer dem guten Willen.“ Um seine schwierige Sprache zu übersetzen: Der gute Wille ist das einzige Gut, das uneingeschränkt gut ist und dem keinerlei Einschränkung auferlegt werden kann. Der gute Wille ist entweder nur gut oder er ist es nicht. Für Kant ist der gute Wille die höchste Tugend und das einzige in der Welt, das an sich gut ist.

Jede Tugend hat ihren Mangel oder ihr Übermaß: So ist übermäßiger Mut Leichtsinn, zu große Großzügigkeit ist Verschwendung; übertriebene Bescheidenheit ist Hemmung. Alle Tugenden, ohne Ausnahme, haben ihr Gegenstück, sei es im Übermaß oder im Mangel.

Nur der gute Wille ist völlig makellos. Hätte er irgendeinen Makel oder eine Einschränkung, wäre er nicht gut. Im Grunde beziehen sich alle Tugenden (das richtige Leben) auf den guten Willen, wie Kant übrigens betonte.

Hierin liegt eine Wahrheit mit erheblichen praktischen Konsequenzen. Zum Beispiel wird es bei Friedensverhandlungen zwischen Russland und der Ukraine, zwischen Israel und Palästina oder zwischen den USA und dem Iran niemals zu einem Friedensabkommen kommen, wenn nicht auf beiden Seiten guter Wille vorhanden ist. Das heißt, ich darf nicht alles böswillig auslegen, alles unter Verdacht stellen und allem misstrauen. Guter Wille und gegenseitiges Vertrauen müssen die gemeinsame Grundlage bilden. Ohne guten Willen lässt sich nichts Nachhaltiges, nichts Solides aufbauen – nichts, was nicht in Luft aufgeht.

Wir befinden uns in einer kritischen und gefährlichen Lage, wie nie zuvor in unserer Geschichte. Wir könnten uns selbst zerstören. Die militaristischen Mächte streiten um die Vorherrschaft in der Welt. Und sie tun dies in einem erbitterten Wettstreit, ohne den geringsten Anflug von Zusammenarbeit und Rücksichtnahme auf den Planeten Erde und unsere gemeinsame Zukunft. Es ist nicht ausgeschlossen, dass es zu einer „garantierten gegenseitigen Zerstörung“ kommt, die das menschliche Leben mit sich reißt.

In solchen Situationen müssen wir aus unserem Innersten das hervorholen, was zu unserem Menschsein gehört: die Fähigkeit, guten Willen zu wecken und ihn in die Tat umzusetzen. Entweder tun wir dies, oder wir setzen die Zukunft unserer Existenz auf diesem kleinen, herrlichen Planeten Erde, unserem einzigen gemeinsamen Zuhause, aufs Spiel.

Leonardo Boff schreibt für die Zeitschrift LIBERTA des ICL (https:// http://www.revistaliberta.com.br); er verfasste außerdem das Buch „Der Mensch: Satan oder guter Engel“, Record 2008 (Website: leonardoboff.org)

O sonho de um homem ridículo

    Leonardo Boff

         Seguramente algum leitor ou leitora estranhará este título. Mas ele conserva atualidade exatamente pela verdade oculta que contém, expressa por ninguém outro que por Fiódor Dostoiévski. É o título de sua narrativa fantástica de 1877 O sonho de um homem ridículo.Qual é esse sonho? Ele responde:

“Se todos quisessem,num instante,tudo mudaria na terra”.

         É exatamente o que falta no nosso mundo: esse sonho de um homem nada ridículo que poderia nos salvar: se todos quisessem a mesma coisa. Mas a grande maioria não quer. Não obstante, um dia ele foi sonhado em 11 de dezembro de 2015 durante a COP21 em Paris. É o famoso Acordo de Paris, assinado por praticamente  por todos os países que compõem a ONU (195).  Todos se comprometeram em reduzir os gases de efeito estufa e assim frear o aquecimento do planeta.

         Todos quiseram. No entanto quase ninguém tornou esse sonho realidade.Se todos de fato  quisessem cumprir sonho  do Acordo de Paris de limitar o aumento da temperatura média global a 1,5°C acima dos níveis pré-industriais (1850-1900) teríamos mudado a Terra. Teríamos evitado as catastróficas enchentes, as severas estiagens, as tremendas nevascas, os furacões e os tornados que ocorreram nos anos após 2015.A meta era manter o aquecimento abaixo de 2ºC, se estabilizando em 1,5ºC por volta de 2030.

         Por que nem todos quiseram,a Terra não mudou. Em 2024/2025 superamos o limite de 1,5ºC, chegando a 1,6ºC. A continuar a emissão de gases de efeito estufa pelo fato de alguns grandes países como os EUA, a Índia e a China optaram pelo uso do carvão junto com o petróleo, produtores de efeito estufa, se frustrou o sonho do Acordo de Paris. Eles não quiseram. Fizeram-se negacionistas, como principal deles Donald Trump.

A seguir esta tendência, dizem especialistas, chegaremos nos anos 2030-2035 próximos a 2ºC ou mais. Muitos seres humanos, idosos e crianças, terão dificuldade de se adaptar e não subsistirão. Pior ainda pode ocorrer com  a natureza, afetando pesadamente a falta de água e da biodiversidade com a dizimação de milhares de espécies.

         Conclusão: Se todos tivessem querido o Acordo de Paris, se cumpriria a profecia de Dostoiévski: tudo teria mudado, num momento, na Terra. Ao invés de melhorar, tudo piorou.

         Por que não não tomamos a sério o sonho  do Acordo de Paris com195 signatários? Porque não mostramos boa vontade, a única virtude que nos teria salvo e ainda poderá nos salvar. Não sou eu quem o afirma. É Immanuel Kant,o mais exigente pensador da ética no Ocidente moderno.

         Em sua Fundamentação para uma metafísica dos costumes(1785) assevera: “Não é possível se pensar algo que, em qualquer lugar no mundo e mesmo fora dele, possa ser tido irrestritamente como bom senão a boa vontade (der gute Wille)”. Traduzindo seu difícil linguajar: a boa vontade é o único bem que é irrestritamente bom e ao qual não cabe nenhuma restrição. A boa vontade ou é só boa ou não é. Para Kant a boa vontade é a virtude suprema, sendo a única coisa no mundo boa por si mesma.

         Todas as virtudes têm a sua falta ou o seu excesso: assim a coragem excessiva é ousadia, ter generosidade demais é a prodigalidade;a modéstia demasiada é inibição. Todas as virtudes, sem exceção, possuem seu contraponto, seja em excesso seja em carência.

         Somente a boa vontade não tem defeito nenhum. Se tivesse alguma sombra ou restrição não seria boa. No fundo, todas as virtudes (o viver corretamente) estão referidas à boa vontade, como aliás  enfatizava Kant.

Há aqui uma verdade com consideráveis consequências práticas.Por exemplo, nas negociações de paz entre Rússia e Ucrânia ou entre Israel e a Palestina, ou entre EUA e Irã, se não huver boa-vontade de ambos os lados, jamais se chegará a um acordo de paz. Quer dizer, não posso maliciar tudo, colocar tudo sob suspeita e desconfiar de tudo. A boa vontade e a mútua confiança devem se constituir como base comum. Sem a boa vontade nada se construirá de sustentável, de sólido, aquilo que não se evapora no ar.

Encontramo-nos em momentos críticos e perigosos, como nunca em nossa história anterior. Podemos nos autodestruir. As potências militaristas disputam a  hegemonia do mundo. E o fazem numa feroz competição sem qualquer laivo de cooperação  e cuidado para com o planeta Terra e nosso futuro comum. Não é impossível  “a mútua destruição assegurada”, levando junto a vida humana.

Em situações assim devemos desentranhar de dentro de nós o que pertence ao nosso ser humano: a capacidade de ativar a boa vontade e pô-la em prática Ou o fazemos ou arriscacamos o futuro de nossa existência nesse pequeno e esplêndico planeta Terra, nossa única Casa Comum.

Leonardo Boff escreve para a revista do ICL LIBERTA (https:// www.revistaliberta.com.br; escreveu também Homem:satã ou anjo bom,Record 2008 (site:leonardoboff.org)

La Cumbre de los Pueblos Originarios: el Cóndor y el Águila

Leonardo Boff

El conocido historiador y pensador de la cultura Emmanuel Todd, en un tono fuerte, denunciaba ya en 2024 “La derrota de Occidente” (La défaite de l’Occident). Mostraba con argumentos cómo Occidente fue derrotado por sí mismo, al no poder recrearse a partir de sus propias raíces ya necrosadas.

            Lo que Todd afirmó sobre Occidente podría decirse de toda la civilización planetaria, quizá con la excepción de China bajo Xi Jinping, que intenta rescatar las raíces éticas y espirituales de la ancestral tradición china. Pero el problema es la falta de libertad. La historia nos enseña que al ser humano le repugna verse privado de ese don mayor que es la libertad, con la cual puede moldear su destino y expresar su visión del mundo.

            Si casi la totalidad de la civilización globalizada está a la deriva, no puede decirse lo mismo de los pueblos originarios de Abya Yala, nombre kuna para la Amerindia, que significa “tierra madura”. El nombre ya ha sido incorporado por casi todas las etnias. Ha sido un largo camino. En el Primer Congreso Indigenista Interamericano, celebrado en Pátzcuaro (México) en 1940, todavía se sostenía la tesis colonialista de la homogeneización y asimilación de los pueblos originarios a la cultura dominante, de carácter occidental.

            Todo comenzó a cambiar a partir de los años sesenta, cuando surgió, especialmente entre los jóvenes, un espíritu libertario. En este contexto, en todos los países sudamericanos irrumpió también la conciencia indígena como indígena. Los pueblos originarios rechazaban ser llamados “naturales” para distinguirlos de los “civilizados”. Querían ser lo que son: verdaderos pueblos —mayas, incas, aztecas, olmecas, toltecas, tupí-guaraníes, pataxó, yanomami, y muchas otras decenas.

            A partir de 1990 se realizaron varios encuentros de pueblos originarios del Gran Sur y también del Gran Norte. Se buscaba una identidad propia que tuviera algo en común. Pronto se dieron cuenta de que era en la resistencia y en la salvaguarda de la propia cultura donde podían encontrar ese elemento común. Pero, para tener fuerza, necesitaban forjar juntos una articulación que uniera a todos, a los del Norte con los del Sur. Unidos podrían enfrentar la aplamadora de la cultura dominante de orientación occidental, que siempre intentó asimilarlos sacrificando su propia identidad: su cultura, su religión, sus fiestas y sus mitos ancestrales. Y además robarles sus tierras.

            En reacción a todo ello, en 2007 se creó la Cumbre de los Pueblos de Abya Yala. Muy importante fue el encuentro de Porto Alegre en 2012, cuando decenas de etnias y grupos de apoyo lanzaron el “Manifiesto de los Pueblos Indígenas de Abya Yala”. Venía acompañado de especificaciones:
“En defensa de la Madre Tierra, por el Buen Vivir, la Vida Plena y contra la mercantilización de la vida y de la Madre Naturaleza.”

            El texto es explícito: “Nuestra relación con nuestras tierras y territorios es la base de nuestra existencia como pueblos, la base de nuestro Buen Vivir y de la Vida Plena, en armonía con la Madre Naturaleza.”

            Comprendieron que el llamado “descubrimiento de América o de Brasil” fue en realidad una invasión y conquista de los europeos, que los colonizaron con una violencia inaudita, apropiándose de sus tierras y buscando, sobre todo, oro, plata y maderas nobles. Hoy todos se unen en torno a la resistencia y al rescate de sus identidades, lo que implica preservar las lenguas, las tradiciones, las religiones y la sabiduría de los ancianos y de los chamanes.

            Una sombra los acompaña: el exterminio de sus antepasados, infligido por los invasores europeos. Ocurrió uno de los mayores genocidios de la historia. Fueron muertos por guerras de exterminio, por enfermedades traídas por los blancos contra las cuales no poseían inmunidad, o por trabajos forzados, cerca de 60 millones de representantes de estos pueblos originarios.

            Los datos más recientes fueron recopilados por la educadora Moema Viezer y por el sociólogo e historiador canadiense radicado en Brasil Marcelo Grondin. El libro, con prólogo de Ailton Krenak, detalla región por región cómo ocurrió la matanza sistemática de indígenas e incluso de pueblos enteros, como sucedió en Haití. Lleva por título Abya Yala: genocidio, resistencia y supervivencia de los pueblos originarios de las Américas (Editora Bambual, Río de Janeiro, 2021).

            Consciente de esta tragedia sufrida por sus hermanos, un sabio de la nación yanomami, el chamán Davi Kopenawa Yanomami, percibiendo la continuidad de ese proceso mortal, advirtió en el libro La caída del cielo lo que los chamanes de su pueblo están presintiendo: “La carrera de la humanidad está caminando en dirección a su fin”(Companhia das Letras, 2015).

            Al final de uno de esos encuentros entre pueblos del Gran Sur y del Gran Norte, un chamán se levantó y dijo con voz fuerte y pausada: “Hermanos y hermanas, mis parientes. Escuchad esta profecía, dicha por un anciano de tiempos antiguos. Llegará un día en que el Águila del Norte, que había expulsado al Cóndor del Sur, volará hasta aquí. Encontrará al Cóndor. Ya no lo perseguirá. Lo invitará a volar juntos. Y así fue. Abriendo ambos sus grandes alas, los dos —el Cóndor y el Águila— comenzaron a volar juntos sobre aquellas tierras y valles. Y nunca más se separaron.”

            (No hace falta aclarar que el Águila representaba a los Estados Unidos de América y el Cóndor a Abya Yala, la Amerindia).

            Y concluyó el chamán: “Este día ha llegado: aquí estamos, venidos de todas partes, del Norte y del Sur. Somos todos parientes y tenemos a la Tierra como nuestra Gran Madre. Ayudemos a nuestros otros hermanos y hermanas, de diversas partes del mundo, a amar, respetar y revitalizar nuestra Gran Madre. Así podremos vivir todos juntos en la misma gran aldea común.”Y así habló.

            Esta profecía se está realizando entre los pueblos originarios. Ojalá se realice también en nosotros mientras todavía tengamos tiempo.

Leonardo Boff escribe para la revista del ICL LIBERTA (www.revistaliberta.com.br). Es autor también de Cuidar la Casa común: cómo postergar el fin del mundo (Vozes, 2025).