Fascismo contro democrazia in Brasile e nel mondo

Leonardo Boff

Innegabilmente, nel mondo e anche in Brasile, si sta verificando una tendenza crescente a comportamenti politici autoritari, dalla destra classica all’estrema destra, con chiari segni di fascismo. L’icona di questa ascesa autoritaria e fascistoide è senza dubbio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il suo sciovinismo MAGA (Make America Great Again). Trump adotta metodi violenti, come dimostra il suo sostegno alla guerra genocida di Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, i bombardamenti dell’Iran e l’attacco al Venezuela con il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie, ponendo il paese sotto l’amministrazione statunitense, come se fosse un protettorato.

Il fascismo è nato e nasce in un contesto specifico di anomia, disordine sociale e crisi generalizzata, come abbiamo visto in Brasile sotto il governo di Jair Bolsonaro e, in una certa misura, in tutte le parti dell mondo. È un dato di fatto che l’egemonia degli Stati Uniti si sta sgretolando (mondo unipolare), con l’emergere di altri forti centri di potere (mondo multipolare). Il mondo con regole sta scomparendo, le certezze consolidate si stanno indebolendo. Nessuno può vivere in pace in una situazione del genere.

Sociologi e storici come Eric Vögelin (Order and History, 1956); L. Götz, Entstehung der Ordnung 1954; Peter Berger, Rumor of Angels: Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, 1973), hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una naturale tendenza all’ordine. Ovunque si stabiliscano, creano rapidamente un ordine e il loro habitat. Un chiaro esempio ce lo fornisce il Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST): ovunque occupino terre, stabiliscono, in primo luogo, un certo ordine, preservando le fonti d’acqua, conservando la foresta esistente, costruendo un centro comunitario e distribuendo appezzamenti di terreno per abitazioni e produzione.

Quando questo ordine scompare, si usa comunemente la violenza per imporre l’ordine. L’opera di Thomas Hobbes del 1651, “Leviatano”, ha elaborato il quadro teorico di questa esigenza di ordine creata dall’uso della forza. Tutti gli imperi, da quello romano a quello russo e all’attuale impero americano, soprattutto sotto Trump, non nascondono la loro eccezionalità e si avvicinano allo Stato descritto da Hobbes, citando sempre ragioni di sicurezza.

La nicchia del fascismo, quindi, trova la sua origine in questo disordine. Così, la fine della Prima Guerra Mondiale generò il caos sociale, soprattutto in Germania e in Italia. Il suo superamento fu l’istituzione di un sistema autoritario di dominio che ha catturato la rappresentanza politica attraverso un unico partito di massa, organizzato gerarchicamente, inquadrando tutte le istanze – politiche, economiche e culturali – in un’unica direzione. Ciò fu possibile solo attraverso un capo (il Duce in Italia e il hrer in Germania) che organizzò uno Stato corporativo autoritario e fondato sul terrore.

Come forma di legittimazione simbolica, si sono coltivati i miti nazionali, gli eroi del passato e le antiche tradizioni, generalmente all’interno di un contesto di grandi liturgie politiche che inculcavano l’idea di una rigenerazione nazionale. Questa visione era così tentatrice che catturò, per un certo tempo, il più grande filosofo del XX secolo, Martin Heidegger, che divenne rettore dell’Università di Friburgo in Brisgovia. Soprattutto in Germania, i seguaci di Hitler abbracciarono la convinzione che la razza bianca tedesca fosse “superiore” alle altre, con il diritto di sottomettere e persino eliminare le razze inferiori.

Attualmente negli Stati Uniti, il suprematismo della razza bianca trova in questa visione la sua base pratica. In Brasile, la strategia del governo Bolsonaro è stata perversa: distruggere un intero passato, sia nella cultura e nella legislazione sociale e ambientale, sia nei costumi, e attuare un regime con chiari indicatori di pensiero pre-illuminista, ispirato dal lato oscuro della storia.

Il termine fascismo fu usato per la prima volta da Benito Mussolini nel 1915, quando creò il gruppo “Fasci d’Azione Rivoluzionaria“. Il termine fascismo deriva dal fascio di verghe (fasci), strettamente legate tra loro, con un’ascia attaccata a un lato. Una verga può essere spezzata, un fascio, è quasi impossibile. Nel 1922/23 fondò il Partito Nazionale Fascista, che durò fino alla sua sconfitta nel 1945. In Germania, fu fondato nel 1933 con Adolf Hitler che, una volta diventato cancelliere, creò il Nazionalsocialismo, il partito nazista che impose al paese una dura disciplina, sorveglianza e terrore.

Il fascismo si presentò come anti-comunista, anti-capitalista, come una corporazione che trascende le classi e crea una totalità sociale chiusa. La sorveglianza, la violenza diretta, il terrore e lo sterminio degli oppositori sono caratteristiche del fascismo storico di Mussolini e di Hitler e, nel nostro caso, di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e nel governo di Figueiredo e Medici in Brasile.

Il fascismo non è mai scomparso del tutto, poiché ci sono sempre stati gruppi che, spinti dall’archetipo fondamentale dell’ordine, vogliono imporlo, anche con la violenza. In nome di quest’ordine, il governo Bolsonaro ha fatto emergere il lato oscuro della nostra anima brasiliana, usando la violenza simbolica (fake news) e reale, difendendo la tortura e i torturatori, l’omofobia e altre forme di distorsioni sociali.

Il fascismo è sempre stato criminale. Ha creato la Schoah (eliminazione di milioni di ebrei e altri). Ha usato la violenza come mezzo per relazionarsi con la società, motivo per cui non ha mai potuto e non potrà mai consolidarsi a lungo. È la più grande perversione della socialità che appartiene all’essenza dell’essere umano sociale. In Brasile, ha assunto una forma tragica: il governo di Jair Bolsonaro si è opposto al vaccino contro il Covid-19, ha incoraggiato gli assembramenti di persone, ha ridicolizzato l’uso delle mascherine e non ha mostrato alcuna empatia per i familiari, lasciando morire più di 300 mila delle 716.626 vittime.

Volendo perpetuare il suo potere, Bolsonaro ha forgiato un’organizzazione criminosa con alti ufficiali militari e altri, tentando un colpo di stato con l’eventuale assassinio delle massime autorità per imporre la sua cruda visione del mondo. Ma furono denunciati, processati e condannati dalla Corte Suprema Federale, e così ci siamo liberati da un periodo di oscurità e crimini efferati.

Nelle elezioni generali del 2026, probabilmente emergerà il fascismo che sussiste. Questo fascismo si combatte con più democrazia e con il popolo in piazza. Dobbiamo affrontare le ragioni dei fascisti con una ragione sensata e con il coraggio di riaffermare i rischi che tutti corriamo. Dobbiamo lottare duramente contro coloro che usano la libertà per eliminare la libertà. Dobbiamo unirci per preservare le vite e la democrazia.

Leonardo Boff: articolo pubblicato sulla rivista LIBERTÀ dell’Instituto Conhecimento Libertà – San Paolo.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Hat die Menschheit noch eine Zukunft?

Leonardo Boff  

Es ist üblich, am Ende eines jeden Jahres Bilanz zu ziehen – eine Art oberflächliche Betrachtung, die nur das Wesentliche erfasst. Es gäbe zu viele Dinge, an die man sich erinnern müsste. Wir stellen lediglich fest, dass sich unsere Art, die Erde zu bewohnen, langsam, aber unaufhaltsam verschlechtert. Die globale Erwärmung nimmt jährlich zu und zeigt bereits weltweit ihre katastrophalen Auswirkungen in Form von schweren Überschwemmungen, Taifunen und verheerenden Waldbränden. In Rio Grande do Sul erlebten wir eine verheerende Flut, die Teile ganzer Städte zerstörte und zudem die Landwirtschaft schwer schädigte.

Es heißt, wir seien in ein neues geologisches Zeitalter eingetreten, das Anthropozän. Das bedeutet, der Meteor, der die Natur zerstört, sei niemand anderes als die Menschheit selbst. Andere gehen noch weiter und sprechen vom Nekrozän, dem Zeitalter des massenhaften Artensterbens, in dem laut dem bekannten Biologen Edward Wilson 70.000 bis 100.000 Arten aussterben. In letzter Zeit hat die Zahl der Brände weltweit so stark zugenommen, dass bereits vom Pyrozän (griechisch: pyros = Feuer) die Rede ist, der fortgeschrittensten und gefährlichsten Phase des Anthropozäns. Hinzu kommt die perverse soziale Ungleichheit: Das reichste Prozent der Bevölkerung besitzt mehr Vermögen als mehr als die Hälfte der Menschheit (4,7 Milliarden Menschen) – eine Schande und eine Verhöhnung der Menschlichkeit.

Angesichts dieses Ausmaßes an allgemeiner Degradierung, das vor dem Auftreten des Menschen im Evolutionsprozess noch nie zuvor gesehen wurde, fragen sich viele, darunter auch große Namen der Wissenschaft, ob wir nicht kurz vor dem möglichen Ende der menschlichen Spezies stehen. Und das zu Recht, denn es handelt sich nicht um Hirngespinste, sondern um beunruhigende Anzeichen. Der Nobelpreisträger für Biologie von 1974, Christian de Duve, behauptet in seinem ausführlichen Buch „Poeira Vital, a vida como imperativo cósmico” (Campus 1997), dass heutzutage „die biologische Evolution in rasantem Tempo auf eine gravierende Instabilität zusteuert; In gewisser Weise erinnert unsere Zeit an einen dieser bedeutenden Brüche in der Evolution, die durch Massensterben gekennzeichnet sind.” Der Wissenschaftler Norman Myers hat berechnet, dass allein in Brasilien in den letzten 35 Jahren täglich vier Arten ausgestorben sind. Théodore Monod, ein bedeutender Naturforscher, hinterließ als Vermächtnis einen Text mit dem Titel „Et si l’aventure humaine devait échouer” (2000)? Er behauptet: „Wir sind zu sinnlosem und wahnsinnigem Verhalten fähig; von nun an kann man alles befürchten, wirklich alles, sogar die Auslöschung der Menschheit”.

Seitdem der Mensch vor über zwei Millionen Jahren als Homo habilis auftrat, hat er sein Verhältnis zur Natur gestört. Bis vor 40.000 Jahren waren die ökologischen Schäden geringfügig. Doch ab diesem Zeitpunkt begann ein systematischer Angriff auf die Biosphäre. Innerhalb weniger Jahrhunderte rotteten Jäger Mammuts, Riesenfaultiere und andere prähistorische Säugetiere aus. Im Industriezeitalter (ab 1850) wurden Instrumente entwickelt, die die Beherrschung und Zerstörung der Natur ermöglichten. Heute hat sich dieser Prozess so weit verschärft, dass die neun Elemente (planetaren Grenzen), die das Leben erhalten, rapide zusammenbrechen und die Zivilisation letztlich unmöglich machen.

Seit 2 Millionen Jahren befinden wir uns in der Eiszeit. Die aktuelle Warmzeit begann vor 11.400 Jahren (Holozän). Nach den Mustern der Vergangenheit sollten wir nun in eine neue Kaltzeit eintreten. Allerdings hat unsere Spezies die Beschaffenheit der Atmosphäre tiefgreifend verändert. Verschiedene Treibhausgase wie CO2, Methan und andere wichtige Gase erwärmen den gesamten Planeten. Bis 2030 dürften wir zwei Grad nicht erreichen, da dies für einen Großteil der Menschheit und für die Natur katastrophal wäre. Bereits 2025 haben wir 1,77 °C erreicht.

Zu diesen Problemen kommt der Mangel an Trinkwasser (nur 3 % sind Süßwasser) und die Überbevölkerung der Menschheit hinzu, die bereits 83 % des Planeten besiedelt und ihn ausbeutet. Können Menschen in einem gemeinsamen Zuhause zusammenleben? Wir sind keine friedlichen Wesen, sondern extrem aggressiv, unfähig zu Kooperation und Rücksichtnahme. Der britische Astronom Sir Martin Rees schätzt in seinem Buch „Die letzte Stunde: Umweltkatastrophen bedrohen die Zukunft der Menschheit“ (2005), dass wir, wenn sich die Dinge nicht ändern, in diesem Jahrhundert ausgelöscht werden könnten.

Trotz dieser düsteren Aussichten Ende 2025 bewahre ich die Hoffnung, dass die Menschheit mit ihrer Intelligenz, ihrem mitfühlenden Verstand und ihrem Überlebensinstinkt sich für den Fortbestand des Lebens auf diesem Planeten und nicht für den kollektiven Selbstmord entscheiden wird.

Natürlich müssen wir Geduld mit der Menschheit haben. Sie ist noch nicht so weit. Sie hat noch viel zu lernen. Im Verhältnis zur kosmischen Zeit (13,7 bilionen Jahre) hat sie weniger als eine Minute zu leben. Doch mit ihr hat die Evolution einen Sprung vom Unbewussten zum Bewussten gemacht. Und mit dem Bewusstsein kann sie über ihr eigenes Schicksal entscheiden. Aus dieser Perspektive stellt die gegenwärtige Situation eher eine Herausforderung als eine Katastrophe dar, eine Reise zu einer höheren Ebene und kein Sturz in die Selbstzerstörung.

Nun liegt es an uns, die Liebe zum Leben in seiner majestätischen Vielfalt zu zeigen, Mitgefühl für alle Leidenden zu haben, rasch für soziale Gerechtigkeit zu sorgen und die Große Mutter Erde zu lieben. Die jüdisch-christlichen Schriften ermutigen uns: „Wähle das Leben, so wirst du leben“ (5. Mose 30,28). Lasst uns schnell handeln, denn wir haben nicht viel Zeit zu verlieren.

Leonardo Boff
29.12.2025
Autor von: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008;Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024.

Über den Amazonas: was er ist und was nicht

Leonardo Boff

Auf der COP 30 in Belém rückte der Amazonas aufgrund seiner Bedeutung für das Klimagleichgewicht und die Verlangsamung der globalen Erwärmung in den Mittelpunkt. Über den Amazonas wurden alle möglichen Meinungen geäußert. Schauen wir uns einmal an, was er ist und was er nicht ist.

Zunächst einmal muss gesagt werden, dass der Amazonas das größte Wasser- und Gen-Erbe der Erde beherbergt. Von einem unserer besten Wissenschaftler, Enéas Salati, wissen wir: „Auf wenigen Hektar des Amazonas-Regenwaldes gibt es mehr Pflanzen- und Insektenarten als in der gesamten Flora und Fauna Europas.“ Dieser üppige Wald ist jedoch äußerst empfindlich, da er auf einem der kargsten und ausgelaugtesten Böden der Erde wächst. Wenn wir die Abholzung nicht eindämmen, könnte sich der Amazonas in wenigen Jahren in eine riesige Savanne verwandeln. Darauf weist uns der renommierte Experte Carlos Nobre immer wieder hin.

Es handelt sich nicht um unberührtes Neuland. Dutzende indigene Völker, die dort lebten und leben, haben sich als echte Umweltschützer betätigt. Ein großer Teil des gesamten Amazonas-Regenwaldes, insbesondere der Auen, wurde von den Indigenen bewirtschaftet, die „Ressourceninseln” förderten und günstige Bedingungen für die Entwicklung nützlicher Pflanzenarten wie Babassu, Palmen, Bambus, Kastanienwälder und Früchte aller Art schufen, die für sich selbst und für diejenigen, die zufällig dort vorbeikamen, gepflanzt oder gepflegt wurden. Die berühmten „schwarzen Böden der Indianer” sind ein Hinweis auf diese Bewirtschaftung.

Die Vorstellung, dass der Indio ein genuin natürliches Wesen sei, ist eine falsche Ökologisierung, die aus der Vorstellung der Stadtbewohner resultiert, die von der Künstlichkeit des Lebens ermüdet sind. Er ist ein kulturelles Wesen. Wie der Anthropologe Viveiros de Castro bestätigt: „Der Amazonas, den wir heute sehen, ist das Ergebnis jahrhundertelanger sozialer Interventionen, ebenso wie die dort lebenden Gesellschaften das Ergebnis jahrhundertelanger Koexistenz mit dem Amazonas sind”. Dasselbe sagt er in seinem lehrreichen Buch E.E.Moraes „Wenn Amazonas in den Pazifik mündete“Quando o Amazonas corria para o Pacífico” (Vozes 2007): „Es gibt nur noch wenig unberührte und vom Menschen unveränderte Natur im Amazonasgebiet”. 1.100 Jahre lang beherrschten die Tupi-Guarani ein riesiges Gebiet, das sich von den Ausläufern der Anden am Amazonas bis zu den Becken des Paraguay und Paraná erstreckte.Ein wahrer Reich.

Die Beziehungen zwischen den Indigenen und dem Wald sind nicht natürlicher, sondern kultureller Natur und bestehen aus einem komplexen Geflecht von Wechselbeziehungen. Sie empfinden und erleben die Natur als Teil ihrer Gesellschaft und Kultur, als Erweiterung ihres persönlichen und sozialen Körpers. Für sie ist die Natur ein lebendiges Wesen voller Absichten. Sie ist nicht wie für uns moderne Menschen etwas Objektives, Stummes und Geistloses. Die Natur spricht, und die Indigenen verstehen ihre Stimme und ihre Botschaft. Deshalb lauschen sie stets der Natur und passen sich ihr in einem komplexen Spiel von Wechselbeziehungen an. Sie haben ein subtiles sozioökologisches Gleichgewicht und eine dynamische Integration gefunden, obwohl es auch Kriege und regelrechte Ausrottungen gab, wie die der Sambaquieiros und anderer Stämme.

            Aber es gibt wichtige Lehren, die wir angesichts der aktuellen Umweltbedrohungen von ihnen lernen müssen. Es ist wichtig, die Erde nicht als etwas Unbelebtes mit unbegrenzten Ressourcen zu verstehen, das das kapitalistische Projekt des unbegrenzten Wachstums unterstützt. Sie ist in ihren natürlichen Gütern und Dienstleistungen begrenzt. Als etwas Lebendiges muss die Mutter der Indianer in ihrer Integrität respektiert werden. Wenn ein Baum gefällt wird, wird ein Entschuldigungsritual durchgeführt, um das Bündnis der Geschwisterlichkeit und der gegenseitigen Zugehörigkeit wiederherzustellen.

Wir brauchen eine symphonische Beziehung zur Lebensgemeinschaft, denn wie sich gezeigt hat, hat Gaia ihre Belastungsgrenze bereits überschritten. Wir brauchen mehr als eineinhalb Erden, um den menschlichen Konsum und den krankhaften Konsum der wohlhabenden Klassen zu befriedigen.

Allerdings müssen wir zwei Mythen widerlegen. Der erste lautet: Der Amazonas als die Lunge der Welt. Experten behaupten, dass sich der Amazonas-Regenwald in einem Klimaxzustand befindet. Das bedeutet, dass er sich in einem optimalen Lebenszustand befindet, in einem dynamischen Gleichgewicht, in dem alles genutzt wird und sich daher alles im Gleichgewicht befindet. So wird die von den Pflanzen durch die Wechselwirkungen der Nahrungskette gebundene Energie vollständig genutzt. Der tagsüber durch die Photosynthese der Blätter freigesetzte Sauerstoff wird nachts von den Pflanzen selbst und den anderen Lebewesen verbraucht. Deshalb ist der Amazonas nicht die Lunge der Welt.

Aber sie fungiert als großer Filter für Kohlendioxid. Im Prozess der Photosynthese wird eine große Menge Kohlenstoff absorbiert. Nun ist Kohlenstoff der Hauptverursacher des Treibhauseffekts, der die Erde erwärmt. Würde der Amazonas eines Tages vollständig abgeholzt, würden jährlich etwa 50 Milliarden Tonnen Kohlenstoff in die Atmosphäre gelangen. Es käme zu einem Massensterben von Lebewesen.

Der zweite Mythos: Der Amazonas als Kornkammer der Welt. So dachten die ersten Entdecker wie von Humboldt und Bonpland und die brasilianischen Planer zur Zeit der Militärherrschaft (1964-1983). Das ist nicht der Fall. Untersuchungen haben gezeigt, dass „der Wald von sich selbst lebt” und   zum großen Teil „für sich selbst” (vgl. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regenwälder, 1986, 39). Er ist üppig, aber auf humusarmem Boden. Das scheint ein Paradoxon zu sein. Der große Amazonas-Experte Harald Sioli hat es gut erklärt: „Der Wald wächst tatsächlich auf dem Boden und nicht aus dem Boden” (A Amazônia 1985, 60). Und er erklärt es so: Der Boden ist nur die physische Stütze eines komplizierten Wurzelgeflechts. Die Pflanzen verflechten sich mit ihren Wurzeln und stützen sich gegenseitig an der Basis. Es entsteht ein riesiges, ausgewogenes und rhythmisches Gleichgewicht. Der ganze Wald bewegt sich und tanzt. Wenn daher ein Baum gefällt wird, reißt er mehrere andere mit sich.

Der Wald bewahrt seinen üppigen Charakter, weil es einen geschlossenen Nährstoffkreislauf gibt. Nicht der Boden nährt die Bäume, sondern die Bäume nähren den Boden. Das Wasser aus den Blättern und Stämmen wäscht und transportiert die Exkremente der baumbewohnenden Tiere und größeren Tierarten sowie der unzähligen Insekten, die in den Baumkronen leben. Über die Wurzeln gelangt die Nahrung zu den Pflanzen und sorgt so für die überwältigende Üppigkeit des Amazonas-Regenwaldes. Es handelt sich um ein geschlossenes System mit einem komplexen und empfindlichen Gleichgewicht. Jede noch so kleine Abweichung kann katastrophale Folgen haben.

Der Humus ist in der Regel nicht dicker als 30 bis 40 Zentimeter. Bei starken Regenfällen wird er weggespült. Nach kurzer Zeit kommt der Sand zum Vorschein. Der Amazonas ohne Wald könnte sich in eine riesige Savanne verwandeln. Deshalb kann der Amazonas niemals die Kornkammer der Welt sein. Aber er wird weiterhin der Tempel der größten Artenvielfalt bleiben.

        Ich schließe mit einem Zitat von Euclides da Cunha, einem klassischen Schriftsteller der brasilianischen Literatur und einem der ersten Analysten  der Realität des Amazonasgebiets zu Beginn  des 20. Jahrhunderts, der sagte: „Die menschliche Intelligenz würde die Last der gewaltigen Realität des Amazonasgebiets nicht ertragen können. Sie muss mit ihr wachsen, sich an sie anpassen, um sie zu beherrschen” (Um paraíso perdido: Vozes l976,15).  Chico Mendes, Märtyrer des ökologischen Kampfes im Amazonasgebiet und typischer Vertreter der Waldvölker, sah mit äußerster Klarheit diese Notwendigkeit, dass der Mensch mit dem Wald wachsen muss, indem er behauptete, dass nur eine Technologie, die sich den Rhythmen des Amazonasgebiets unterwirft, und eine Entwicklung, die sich am Abbau der unermesslichen Waldreichtümer orientiert, dieses ökologische Erbe der Menschheit bewahren können. Alles andere ist unangemessen und bedrohlich.

Leonardo Boff  schrieb Schrei der Erde-Schrei der Armen, Patmos 2002; mit Mark Hathaway, Befreite Schöpfung: Kosmologie, Ökologie,Spiritualität,Butzon&Bercker 2016.

Cos’è e cosa non è l’Amazzonia

Leonardo Boff

Alla COP 30 di Belém, l’Amazzonia ha acquisito centralità per la sua importanza nell’equilibrio climatico e nel rallentamento dell’aumento del riscaldamento globale. Sono state espresse opinioni di ogni tipo sull’Amazzonia. Vediamo cos’è e cosa non è.

Prima di qualsiasi considerazione, vale la pena di dire che l’Amazzonia ospita il più grande patrimonio idrico e genetico del Pianeta. Da uno dei nostri migliori studiosi, Enéas Salati, sappiamo: “In pochi ettari di foresta amazzonica esiste un numero di specie di piante e insetti maggiore di quello di tutta la flora e la fauna d’Europa”. Ma questa lussureggiante foresta è estremamente fragile, poiché sorge su uno dei terreni più poveri e dilavati della Terra. Se non controlliamo la deforestazione, nel giro di pochi anni, l’Amazzonia potrebbe trasformarsi in un’immensa savana. È su questo che il grande esperto in materia, Carlos Nobre, ci mette continuamente in guardia.

Essa non è una terra vergine e intoccabile. Decine di popolazioni indigene che lì hanno vissuto e vivono ancora, si sono comportate da veri e propri ecologisti. Gran parte dell’intera foresta pluviale amazzonica, in particolare la pianura alluvionale, è stata gestita da popolazioni indigene, promovendo “isole di risorse”, creando condizioni favorevoli allo sviluppo di specie vegetali utili come il babaçu, la palma, il bambù, gli alberi di noci brasiliane e frutti di ogni tipo, piantati o curati per sé stessi e per chi passava di là. La famosa “terra nera degli indios” si riferisce a questa gestione.

L’idea che l’indio sia autenticamente naturale rappresenta un’ecologizzazione errata della sua natura, un prodotto dell’immaginario urbano, affaticato dall’artificializzazione della vita. Egli è un essere culturale. Come attesta l’antropologo Viveiros de Castro: “L’Amazzonia che vediamo oggi è il risultato di secoli di intervento sociale, così come le società che la abitano sono il risultato di secoli di convivenza con l’Amazzonia“. Lo stesso dice nel suo istruttivo libro E.E. Moraes “Quando o Amazonas sfociava nel Pacifico” (Vozes 2007): “In Amazzonia rimane poca natura incontaminata e inalterata dagli umani“. Per 1.100 anni i Tupi-Guarani hanno dominato un vasto territorio che si estendeva dalle pendici andine del Rio delle Amazzoni ai bacini dei fiumi Paraguay e Paraná.

Tra gli indigeni e la foresta, le relazioni non sono naturali ma culturali, in un’intricata tela di reciprocità. Loro sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Per loro la natura è un soggetto vivo, pieno di intenzionalità. Non è, come per noi moderni, qualcosa di oggettivato, muto e senza spirito. La natura parla e l’indigeno ne comprende la voce e il messaggio. Per questo motivo è sempre in ascolto della natura e si adatta ad essa in un complesso gioco di inter-retro-relazioni. Hanno trovato un sottile equilibrio socio-ecologico e un’integrazione dinamica, nonostante ci fossero anche guerre e veri e propri stermini come quelli del popolo sambaqui e di altre tribù.

Ma ci sono sagge lezioni che dobbiamo imparare da loro di fronte alle attuali minacce ambientali. È importante comprendere la Terra, non come qualcosa di inerte, con risorse illimitate che sopporta il progetto capitalista di una crescita illimitata. Essa è limitata nei suoi beni e servizi naturali. In quanto essere vivente, la Madre dell’indio deve essere rispettata nella sua integrità. Se un albero viene abbattuto, viene eseguito un rituale di scuse per salvare l’alleanza di fratellanza e appartenenza reciproca.

Abbiamo bisogno di una relazione sinfonica con la comunità della vita, perché, come è stato dimostrato, Gaia ha già superato il suo limite di sopportabilità. Abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza per soddisfare il consumo umano e il consumismo malsano delle classi opulente.

Tuttavia, dobbiamo sfatare due miti. Il primo è: l’Amazzonia come polmone del mondo. Gli esperti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di massimo sviluppo. Vale a dire, si trova in uno stato di vita ottimale, in un equilibrio dinamico in cui tutto viene utilizzato e quindi tutto è bilanciato. Pertanto, l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare viene pienamente utilizzata. L’ossigeno rilasciato durante il giorno dalla fotosintesi nelle foglie viene consumato dalle piante stesse di notte e dagli altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma essa agisce come un grande filtro per l’anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi, viene assorbita una grande quantità di carbonio. Ora, il carbonio è la causa principale dell’effetto serra che riscalda la Terra. Se l’Amazzonia venisse mai completamente disboscata, circa 50 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno verrebbero rilasciate nell’atmosfera. Ci sarebbe una moria di massa di organismi viventi.

Il secondo mito: l’Amazzonia come granaio del mondo. Questo è ciò che pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland, e i pianificatori brasiliani durante il regime militare (1964-1983). Non è vero. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per sé stessa” (cfr. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, 1986, 39). È lussureggiante, ma in un terreno povero di humus. Sembra un paradosso. Lo ha chiarito bene il grande esperto amazzonico Harald Sioli: “la foresta, di fatto, cresce sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, pag.60). E lo spiega: il suolo è solo il supporto fisico di un’intricata rete di radici. Le piante si intrecciano con le loro radici e si sostengono mutuamente alla base. Si forma un’immensa, equilibrata e ritmica oscillazione. L’intera foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina con sé molte altre.

La foresta conserva il suo carattere lussureggiante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo. L’acqua delle foglie e dei tronchi lava via gli escrementi degli animali arboricoli e di specie più grandi, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat tra le cime degli alberi. Attraverso le radici, la sostanza nutritiva arriva alle piante, garantendo l’estasiante esuberanza dell’Hylea amazzonica. Si tratta di un sistema chiuso, con un equilibrio complesso e fragile. Ogni piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus, di solito, non supera i 30-40 centimetri di spessore. Con le piogge torrenziali, viene trascinato via. In breve tempo, emerge la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può trasformarsi in un’immensa savana. Ecco perché l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo. Ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Concludo con la testimonianza di Euclides da Cunha, uno scrittore classico della letteratura brasiliana e uno dei primi analisti della realtà amazzonica all’inizio del XX secolo, che commentò: “L’intelligenza umana non potrebbe sopportare il peso della prodigiosa realtà dell’Amazzonia. Dovrà crescere con essa, adattandosi ad essa, per poterla dominare” (Um paraiso perdido, Vozes 1976, pag.15). Chico Mendes, martire della lotta ecologica in Amazzonia e tipico rappresentante dei popoli della foresta, vide con estrema chiarezza la necessità dell’essere umano di crescere con la foresta, sostenendo che solo una tecnologia che si sottometta ai ritmi dell’Amazzonia e uno sviluppo guidato dall’estrazione della sua incommensurabile ricchezza forestale, preserveranno questo patrimonio ecologico dell’umanità. Tutto il resto è inadeguato e minaccioso.

Leonardo Boff ha scritto “Todos os pecados capitais antiecológicos:a Amazônia” in “Ecologia: grito da Terra, grito dos pobres”, Vozes 1995.135-181. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)