AVER CURA DI MADRE TERRA E AMARE TUTTI GLI ESSERI

L’amore è la forza più grande che esista nell’universo, negli esseri viventi e tra gli umani. Perché l’amore è una forza di attrazione, di unione e di trasformazione. Già l’antico mito greco lo formulava con eleganza: “Eros, il Dio dell’amore si alzò per creare la Terra. Prima, tutto era silenzio, vuoto e immobile. Adesso tutto è vita, allegria, movimento”. L’amore è l’espressione più alta della vita, che sempre irradia e chiede premure, perché senza le cure dovute, s’indebolisce, s’ammala e muore.

Humberto Maturana, cileno, uno dei maggiori esponenti della biologia contemporanea, ha mostrato con i suoi studi sull’autopoiesi – vale a dire sull’autorganizzazione della materia da cui risulta la vita – come l’amore sorge all’interno del processo evoluzionistico. Nella natura – afferma Maturana – si verificano due tipi di connessioni (che lui chiama accoppiamenti) degli esseri con l’ambiente e tra di loro: una necessaria, legata alla sussistenza stessa, l’altra spontanea, vincolata a relazioni gratuite, per affinità elettive e per puro piacere, nel fluire della vivenza stessa.

Quando quest’ultima avviene, anche in stadi primitivi dell’evoluzione di miliardi di anni fa, lì nasce la prima manifestazione dell’amore, fenomeno cosmico e biologico. Nella misura in cui l’universo si inflaziona e si complessifica, questa connessione spontanea e amorosa tende a incrementarsi. A livello umano, diviene sempre più forte e diventa il motore principale delle azioni umane.

L’amore si orienta sempre attraverso l’altro. Significa un’avventura abramica, quella di abbandonare la propria realtà e andare incontro al diverso e stabilire una relazione di alleanza, di amicizia e di amore con lui.

Il limite più disastroso del paradigma occidentale ha a che fare con l’altro, perché lo vede prima come ostacolo che come opportunità d’incontro. La strategia è stata ed è la seguente: o incorporarlo, o sottometterlo o eliminarlo, come ha fatto con le culture dell’Africa e dell’America Latina. Questo si applica pure alla natura. La relazione non è di appartenenza reciproca e di inclusione, ma di sfruttamento e sottomissione. Negando l’altro, si perde l’opportunità dell’alleanza, del dialogo e del mutuo apprendistato. Nella cultura occidentale ha trionfato il paradigma dell’identità. Con esclusione della differenza. E questo ha generato molta arroganza e violenza.

L’altro gode di un vantaggio: permette di sorgere all’ethos che ama. Fu vissuto dal Gesù storico e dal paleocristianesimo, prima di costituirsi in istituzione con dottrine e riti. L’etica cristiana è stata influenzata più dai maestri greci che dal sermone della montagna e dalla pratica di Gesù. Il paleocristianesimo, al contrario, dà assoluta centralità all’amore dell’altro, che per Gesù è identico all’amore verso Dio. L’amore è talmente centrale che chi lo possiede, ha tutto. Lui testimonia che questa sacra convinzione che Dio è amore (1Gv 4,8), che l’amore viene da Dio (1Gv 4,7) e che l’amore non morirà mai (1Co 13,8). Questo amore incondizionato e universale include anche il nemico (Lc 6,35). L’ethos che ama si esprime nell’ aurea legge, presente in tutte le tradizioni dell’umanità: “Ama il prossimo come te stesso”; “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Papa Francisco ha riscattato il Gesù storico: per lui sono più importanti amore e misericordia che dottrina e disciplina.

Secondo il cristianesimo Dio stesso si è fatto altro attraverso l’incarnazione. Senza passare attraverso l’altro che ha fame, è povero, pellegrino e nudo non si può né incontrare Dio, né raggiungere la pienezza di vita (Mt 25,31-46). Questo uscire da se stessi verso l’altro per amarlo in lui stesso, amarlo senza ritorno, in forma incondizionata fonda l’ethos il più inclusivo possibile, il più umanizzante che si possa concepire. Quest’amore ha un movimento solo, va all’altro, a tutte le cose e a Dio.

In occidente è san Francesco di Assisi che meglio esprime quest’etica amorosa e cordiale. Lui unisce le due ecologie, quella interioreche integra le sue emozioni e desideri, e quella esteriore, facendosi fratello di tutti gli esseri. Eloi Leclerc, uno dei migliori pensatori francescani del nostro tempo. sopravvissuto ai compi di sterminio di Buchenwald commenta: “Invece di irrigidirsi e chiudersi in un superbo isolamento, Francesco si lascia spogliare, si fa piccolo piccolo e si mette con grande umiltà in mezzo alle creature. Prossimo e fratello delle più umili tra di loro. Confraternizza con la terra stessa col suo humus originale, con le sue radici oscure. Ecco che la nostra sorella e Madre-Terra apre davanti ai suoi occhi meravigliati il sentiero di una fraternità senza limiti, senza frontiere. Una fraternità che abbraccia tutta la creazione. L’umile Francesco diventa fratello del sole, delle stelle, del vento, delle nuvole, del’acqua, del fuoco, di tutto quello che vive e perfino della morte”.

Questo è il risultato di un amore che abbraccia tutti gli esseri, vivi e inerti, con dolcezza, tenerezza e amore. L’ethos che ama fonda un nuovo senso del vivere. Amare l’altro, sia un essere umano, sia un qualsiasi altro rappresentante della comunità di vita significa dar loro ragione di esistere. Non c’è motivo d’esistere. Esistere è pura gratuità . Amare l’altro è volere che esista, perché l’amore fa diventare l’altro importante. “Amare un persona è dirgli: tu non potrai morire mai” (G. Marcel); “Tu devi esistere, tu non puoi andartene via”.

Quando qualcuno o qualcosa si fanno importante per l’altro, nasce un valore che mobilita tutte le energie vitali. Perciò, quando qualcuno ama, ringiovanisce e ha la sensazione di cominciare la vita di nuovo. L’amore è fonte di suprema gioia.

Solamente questo ethos che ama è all’altezza delle sfide di fronte alla Madre-Terra devastata e minacciata nel suo futuro. Questo amore ci potrà salvare tutti, perché abbraccia e trasforma i distanti in prossimi e i prossimi in fratelli e sorelle.

Leonardo Boff è autore de O cuidado necessario, Vozes 2013.

 

Traduzione di Romano Baraglia

 

1964: o uso dos militares pelos grupos civis reacionários

Os 50 anos do golpe militar, pela violência que implicou, agora devidamente tirada a limpo pela Comissão Nacional da Verdade, não pode deixar nenhum cidadão honesto indiferente. Importa assinalar claramente que o assalto ao poder foi um crime contra a constituição e uma usurpação da soberania popular, fonte do direito num Estado democrático. O primeiro Ato Institucional de 9/4/1964 alijou esste princípio da soberania popular ao declarar que “a revolução vitoriosa como Poder Constituinte se legitima por si mesma”. Nenhum poder se legitima por si mesmo; só o fazem ditadores que pisoteiam qualquer direito. O golpe militar configurou uma ocupação violenta de todos os aparelhos de Estado para, a partir deles, montar uma ordem regida por atos institucionais, pela repressão e pelo Estado de terror.

Bastava a suspeita de alguém ser subversivo para ser tratado como tal. Mesmo detidos e sequestrados por engano como inocentes camponeses, para logo serem seviciados e torturados. Muitos não resistiram e sua morte equivale a um assassinato. Não devemos deixar passar ao largo, os esquecidos dos esquecidos que foram os 246 camponeses mortos ou desaparecidos entre 1964-1979. E agora está sendo descoberta a eliminação de muitos indígenas, tidos como empecilho ao crescimento econômico. Sobre alguns deles foram lançadas até bombas de napalm.

O que os militares cometeram foi um crime lesa-pátria. Alegam que se tratava de um estado de guerra, um lado querendo impor o comunismo e o outro defendendo a ordem democrática. Esta alegação não se sustenta. O comunismo nunca representou entre nós uma ameaça real pois qualquer manifestação neste sentido foi brutalamente reprimida, não sem o apoio da CIA dos EUA. Na histeria do tempo da guerra-fria, todos os que queriam reformas na perspectiva dos historicamente condenados e ofendidos – as grandes maiorias operárias e camponesas – eram logo taxados de comunistas e de marxistas, mesmo que fossem bispos como o insuspeito Dom Helder Câmara.

Contra eles não cabia apenas a vigilância, mas para muitos a perseguição, a prisão, o interrogatório aviltante, o pau-de-arara feroz, os afogamentos desesperadores. Os alegados “suicídios” camuflavam apenas o puro e simples assassinato. Em nome do combate ao perigo comunista, se assumiu a prática comunista-estalinista da brutalização dos detidos. Em alguns casos se incorporou o método nazista de incinerar cadáveres como admitiu o ex-agente do Dops de São Paulo, Cláudio Guerra. Causa espanto e constitui até um problema filosófico a falta de remorsos que o coronel reformado Paulo Magalhães recentemente manifestou à Comissão Nacional da Verdade de ter atuado na Casa da Morte de Petrópolis, de ter torturado, assassinado, mutilado cadáveres e ter ocultado o corpo do deputado Rubens Paiva. Rudof Höss, comandante do campo de extermínio nazista em Auschwitz que segundo seus próprios cálculos em sua autobiografia mandou para as câmaras de gás cerca de um milhão de judeus, também não mostrava nenhum arrependimento. Divertia-se atirando ao leu sobre os prisioneiros e chorava com uma criança ao chegar em casa ao saber que seu passarinho preferido havia morrido. É o mistério da iniquidade.

O Estado ditatorial militar, por mais obras que tenha realizado ( “o milagre econômico” foi apropriado apenas por 10% da população, pelos mais ricos, no quadro de um espantoso arrocho salarial), fez regredir política e culturalmente o Brasil. Expulsou ou obrigou ao exílio nossas mais brilhantes inteligências e nossos artistas mais criativos. Afogou lideranças políticas e ensejou o surgimento de súcubos que, oportunistas e destituídos de ética e de brasilidade, se venderam ao poder ditatorial em troca benesses que vão de estações de rádio a canais de televisão. E muitos deles estão ai, politicamente ativos e ocupando altos cargos da administração do Estado democrático.

Os que deram o golpe de Estado devem ser responsabilizados moralmente por esse crime coletivo contra o povo brasileiro, como vários juristas o estão pedindo. Os militares se imaginam que foram eles os principais protagonistas desta façanha nada gloriosa. Na sua indigência analítica, mal suspeitam que foram, de fato, usados por forças muito maiores que as deles. Disse-o recentemente Tarso Genro, governador do Rio Grande do Sul, numa entrevita ao Boletim Carta Maior (30/3/2014):O poder não foi apropriado diretamente pelos militares para eles próprios. Foi um projeto político dos setores mais conservadores e reacionários (burguesia nacional e os latifundiários) que tiveram nas forças armadas um apoio e um protagonismo muito grande”.

René Armand Dreifuss escreveu em 1980 sua tese de doutorado na Universidade de Glasgow com o título: 1964: A conquista do Estado, ação política, poder e golpe de classe (Vozes 1981). Trata-se de um livro com 814 páginas das quais 326 são cópias de documentos originais. Por estes documentos fica demonstrado: o que houve no Brasil não foi um golpe militar, mas um golpe de classe com uso da força militar.

A partir dos anos 60 do século passado, se formou o complexo IPES/IBAD/GLC. Explico: o Instituto de Pesquisas e Estudos Sociais (IPES), o Instituto Brasileiro de Ação Democrática (IBAD) e o Grupo de Levantamento de Conjuntura (GLC). Compunham uma rede nacional que disseminava idéias golpistas, composta por grandes empresários multinacionais, nacionais, alguns generais, banqueiros, órgãos de imprensa, jornalistas, intelectuais, a maioria listados no livro de Dreifuss. O que os unificava, diz o autor “eram suas relações econômicas multinacionais e associadas, o seu posicionamento anticomunista e a sua ambição de readequar e reformular o Estado”(p.163) para que fosse funcional a seus interesses corporativos. O inspirador deste grupo foi o maquiavélico General Golbery de Couto e Silva que já em “em 1962 preparava um trabalho estratégico sobre o assalto ao poder”(p.186).

A conspiração pois estava em marcha, há bastante tempo. Aproveitando-se da confusão política criada ao redor da renúncia do Presidente Jânio Quadros e da obstinada oposição ao Presidente João Goulart, que propunha reformas de base e principalmente a reforma agrária, e por isso, tido como o portador do projeto comunista, este grupo viu a ocasião apropriada para realizar seu projeto. Chamou os militares para darem o golpe e tomarem de assalto o Estado. Foi, portanto, um golpe da classe dominante, nacional e multinacional, usando o poder militar.

Conclui Dreifuss: “O ocorrido em 31 de março de 1964 não foi um mero golpe militar; foi um movimento civil-militar; o complexo IPES/IBAD e oficiais da ESG (Escola Superior de Guerra) organizaram a tomada do poder do aparelho de Estado”(p. 397).

Especificamente afirma: ”A história do bloco de poder multinacional e associados começou a 1º de abril de 1964, quando os novos interesses realmente tornaram-se interesses do Estado, readequando o regime e o sistema político e reformulando a economia a serviço de seus objetivos”(p.489).  Todo o aparato de controle e repressão era acionado em nome da Segurança Nacional que, na verdade, significava a Segurança do Capital.

Os militares inteligentes e nacionalistas de hoje deveriam dar-se conta de como foram  perfidamente usados por aquelas elites oligárquicas e anti-populares que não buscavam realizar os interesses gerais do Brasil mas sim, alimentar sua voracidade particular de acumulação, sob a proteção do regime autoritário dos militares.

A Comissão Nacional da Verdade prestaria esclarecedor serviço ao país se trouxesse à luz toda esta trama. Ela simplesmente cumpriria sua missão de ser Comissão da Verdade completa. Não apenas da verdade de fatos individualizados de violência aos direitos humanos, mas da verdade do fato maior da dominação de uma classe poderosa, (anti)nacional, associada à multinacional, para, sob a égide do poder discricionário dos militares, tranquilamente, realizar seus objetivos corporativos e excludentes. Isso nos custou 21 anos de humilhação, de privação da liberdade, perpretou assassinatos e desaparecimentos e impôs um oneroso padecimento coletivo.

Por fim, cabe ouvir as palavras da advogada Rosa Cardoso, advogada e defensora da prisioneira política Dilma Rousseff e hoje integrante da Comisão Nacional da Verdade numa entrevista ao Boletim Carta Maior de 20/02/2014: ”Primeiro quero dizer que até hoje as Forças Armadas devem um pedido de perdão à sociedade brasileira, com o que estariam assumindo uma posição civilizada e democrática, que é, afinal de contas, o que se espera dos militares no século 21. Lamentavelmente, até agora, não recebemos nenhum sinal, nenhuma mensagem, que nos indique que haja algum desejo, por parte dos militares, de pedir desculpas e de fazer uma autocrítica política sobre seu comportamento”. Esta dívida eles a tem para com todo o povo brasileiro. E deverão um dia saldá-la.

O dia de hoje, primeiro de abril de 2014, 50 anos do golpe civil-militar, é um dia de pranto pelas vítimas da repressão mas também dia de ânimo porque a truculência não pode sufocar o sentimento de dignidade nem abater os ideais democráticos que triunfaram e estão se firmando mais e mais em nossa consciência nacional.

Dedico este artigo ao meu colega de seminário Arno Preis, cheio de fome de justiça, morto em Paraiso do Norte- GO no dia 15/2/1972; Leonardo Boff é teólogo, filósofo, presidente honorário do Centro de Defesa dos Direitos Humanos de Petrópolis.

 

 

Brazilians: a mystical and religious people

Brazilians are a spiritual and mystic people, whether or not that pleases the secularized intelligentsia, which generally has little or no relationship with the popular and social movements.

The Brazilian people did not pass through the modern school of the purveyors of suspicion, who have tried in vain to de-legitimize religion. To the people, God is not a problem, but the solution to their problems and the ultimate meaning of their living and dying. The people sense God accompanying them in their journey, they celebrate God in their everyday expressions, such as, “My God”, “Thanks be to God”, “God will repay you”, “Go with God”, “God willing” and “May God bless you”. Many are accustomed to ending a telephone conversation by saying, “Be with God”. If the Brazilians did not have God in their lives, they certainly would not have endured so many centuries of social ostracism with so much strength, humor and sense of struggle.

Christianity helped form the Brazilian identity. In Colonial and Imperial times, Christianity arrived with the missions (the institutional Church) and the devotion of the saints (popular Christianity). In modern times, it comes through liberation (Biblical circles, base communities and social pastorals) and the charismatics (gatherings for prayer and healing, great celebration-spectacles of healing through the media). Fundamentally, Colonial and Imperial Christianity educated the higher classes without questioning their goal of dominating and domesticating the popular classes to accept their place on the margins. Therefore, the role of Christianity was extremely ambiguous but always in function of the unequal and unjust status quo. Christianity was rarely prophetic. In the case of slavery, it clearly legitimated an evil order.

Only starting with the 1950s did important sectors of the institution (Bishops, curates, men and women religious and the lay) begin a process of reorienting their social class from the center towards the periphery where the people lived. Talk began of integral human promotion and of a socio-historical liberation whose center is occupied by the oppressed who no longer accept their oppressed condition. Simultaneously poor and religious, they were inspired by their religion to resistance and liberation, towards a society with greater popular participation and more justice. And a new Christianity emerged, prophetic, liberating and committed to the necessary changes.

But the main cultural creation in Brazil is represented by popular Christianity. Left on the margins of the political and religious system, the poor, the Indigenous and the Blacks shaped their spiritual experience by using the code of the popular culture, one that follows the logic of the unconscious and the emotional more than the rational and doctrinaire. This way they developed a rich system of symbols, in the feasts of their important saints, an art form filled with color and music charged with the feelings associated with the noble tristesse. This popular Christianity does not represent the decay of official Christianity, but is a different, popular and synthesizing form of expressing the essence of the Christian message.

The Afro-Brazilian religions, the synthesis of Christian, Afro-Brazilian and Indigenous elements, represent a relevant creation of popular culture. With the exception of some evangelical fundamentalism, the people generally are neither dogmatic nor stubborn in their beliefs. The people are tolerant, because they believe that God is found on every path and that all paths end with God. Therefore the people are multi-confessional and are not ashamed of belonging to several religions. The synthesis is born within the heart of the people, in their profound spirituality. From there the people are weaving a rich religious fabric. Anthropologist Roberto da Matta clearly expresses this: «In the path towards God I can gather many things. I can be a Catholic and umbandista, devout of Ogum and of Saint George. The religious language of our country is, consequently, a language of relation and of re-linking. A language that seeks the middle term, the medium path, the possibility of saving the whole world and of encountering in all places something good and dignified.» (O que faz o brasil Brasil, Rocco, Rio de Janeiro 1984, 117).

Especially important is the contribution of the Afro religions (nago, camdonble, macumba, umbanda and others) that, starting from their own African matrix, elaborated here a rich syncretism. Each human being can be an eventual incorporator of the divinity to benefit the others. Socially denied, politically rejected, religiously persecuted, the Afro-Brazilian religions gave self-esteem back to the Black people, by affirming that the African orixas sent them to these lands to help the needy and to fill with axe (cosmic and sacred energy)the winds of Brazil. Despite being slaves, they fulfilled a transcendental mission of great historical significance.

The Blacks and the Indigenous lent and are lending a mystical mark to the Brazilian soul. The Blacks and Indigenous all know that they are accompanied by important saints, by the orixas, by the Preto Velho (umbanda) and the provident hand of God ,who does not allow everything to be lost and forever frustrated. There is solution to everything and a good way out. This is why there is levity, humor, and a sense of festivity in all the popular demonstrations.

The religious future of Brazil will probably not be its Catholic past. It possibly will be an original, synthesized creation, with a new ecumenical spirituality, that will coexist with the differences (the growing evangelical tradition, the Pentecostals, the kardecismo, the oriental religions) but in unity with the same perception of the Divine and of the Sacred that impregnates the cosmos, human history, and the life of each and every person.

Free translation from the Spanish sent by
Melina Alfaro, alfaro_melina@yahoo.com.ar,
done at REFUGIO DEL RIO GRANDE, Texas, EE.UU.

CUANDO LLEGUE LA GRAN TRIBULACIÓN LA TIERRA TENDRÁ AL FIN SU MERECIDO DESCANSO

Me parecen muy oportunas las reflexiones de Waldemar Boff, que trabaja la ecología con pequeños productores rurales junto al río Surui, en la Baixada Fluminense. Este es su texto:

«Nadie sabe con seguridad el día ni la hora. Y es que, casi sin darnos cuenta, estamos ya en medio de ella. Pero que está viniendo, lo está, cada vez con más intensidad y nitidez. Cuando suceda el gran vuelco, todo va a parecer como si fuese por sorpresa.

Aunque haya datos seguros que apuntan a la inevitabilidad de los cambios globales debidos al clima, con consecuencias que los científicos tratan de adivinar, pero que seguramente serán para peor, los intereses económicos de las grandes naciones y la falta de visión de sus dirigentes no les permiten tomar las medidas necesarias para mitigar los efectos y adaptar su modo de vida al estado febril de la Tierra.

Podemos imaginar un escenario plausible en el que los huracanes barrerán regiones enteras. Olas gigantescas se tragarán ciudades y civilizaciones, yendo a morir a los pies de las montañas. Sequías prolongadas harán que se cambien todas las riquezas por un simple vaso de agua sucia. El calor y el frio extremos harán que recordemos con nostalgia las historias de las abuelas que hablaban de la brisa de la tarde y del cálido fuego del hogar en el invierno, siempre previsible, y de los frutos madurados al calor de un sol de verano benéfico. Se comerá solo para sobrevivir, siempre poco y de dudoso gusto.

Pero todo esto no será lo peor. La madre, enflaquecida, no conseguirá enterrar a la hija, y el nieto matará al abuelo por un cacho de pan. El perro y el gato, amigos del hombre, serán buscados por todas partes como última posibilidad de saciar el hambre. Lo vivos envidiarán a los muertos y no habrá quien llore la muerte de los niños. El hambre llegará a tal punto que, como en la Jerusalén sitiada, los hambrientos aguardarán la próxima víctima de la muerte para disputarle la carne deshilachada.

“El país será devastado y las ciudades se convertirán en escombros. Durante el tiempo que quede devastada, la Tierra descansará por los sábados que no descansó cuando habitabais en ella” (Lev 26,33-35).

¿Pero será el fin de toda la biosfera? No. Por causa de los justos y sensatos, Dios abreviará esos días y no destruirá toda la vida sobre la Tierra, manteniendo la promesa que hiciera a nuestro padre Noé. Pero es necesario que el ser humano pase por esa tribulación para que despierte de su egocentrismo y reconozca en definitiva que él es parte de la comunidad de la vida y su principal guardián.

¿Qué hacer para prepararnos para esos tiempos? Primeramente, reconocer que ya vivimos en ellos. Hoy ya no se sabe cuando vendrá la primavera o el otoño. Ya no contamos con los meses de frío y de calor. Ya no sabemos cuándo habrá lluvia o hará sol.

Después, es importante quedarse en silencio, vigilando y observando las señales que indican la aceleración de los procesos de cambio. Y sobre todo es imprescindible convertirse, cambiar de hábitos de vida, un cambio personal, profundo y definitivo. Solo entonces estaríamos en condiciones morales de pedir a otros que hicieran lo mismo. Pero, como en tiempo de los profetas, pocos oirán, algunos escarnecerán y la mayoría se mantendrá indiferente permitiéndose toda suerte de libertades como en los tiempos de Noé.

Deberíamos también volver a las raíces, volver a empezar, como tantas veces lo hizo la humanidad arrepentida, reconociendo que somos apenas criaturas y no Creador, que somos compañeros y no señores de la naturaleza; que para ser felices es indispensable someternos a las grandes leyes de la vida y oír con atención la voz de nuestra conciencia. Si obedecemos a esas leyes mayores, recogeremos los frutos de la Tierra y la alegría del alma. Si las desobedecemos, heredaremos una civilización como esta en la que estamos viviendo, llena de avidez, guerras y tristezas.

Para los tiempos de carestía que vendrán es fundamental recuperar las artes y técnicas ancestrales de plantar, recoger, comer; cuidar de los animales y servirse de ellos con respeto; hacer utensilios y herramientas con arte y tecnología local; seleccionar y plantar las hierbas que curan y los granos que nutren; recoger para tejer; preservar las fuentes de agua, encontrar los lugares apropiados para cavar los pozos y aprender a guardar las aguas de lluvia. Es entrar en la facultad de la economía de la escasez, de la sobriedad compartida y de la belleza despojada. De ese saber recuperado y enriquecido surgiría la civilización del contentamiento, una biocivilización, la Tierra de la buena esperanza.

Después de esa larga temporada de lágrimas y esperanzas, superaremos esa estúpida guerra de religiones, esa intolerable disputa de dioses. Más allá de los profetas y tradiciones, más allá de las morales y liturgias, quien sabe, volveremos a adorar bajo múltiples nombres y formas al único Creador de todas las cosas y Padre-Madre de todos los vivientes en el gran Espíritu que une e inspira todo, entrelazados amorosamente en una única fraternidad universal. Y podremos en fin organizar verdaderamente la unión de todos los pueblos del mundo y un auténtico parlamento de todas las religiones».

Waldemar Boff ha estudado  filosofía y sociología en Estados Unidos, anima el SEOP (Servicio de Educación y Organización Popular) en la Baixada Fluminense.

Traducción de Mª José Gavito Milano