Fasi della tragica aggressività ecologica dell’essere umano

Se riduciamo i 13,7 miliardi di anni di esistenza dell’universo, a un solo anno, l’attuale essere umano, sapiens sapiens, è apparso nel processo di evoluzione il 31 dicembre, a 23 ore, 58 minuti e 10 secondi, conforme ai calcoli di diversi cosmologi. Pertanto siamo apparsi sulla Terra a meno di un minuto dalla fine dell’anno cosmico. Che senso ha essere arrivati ​​così tardi nel processo cosmico? Per coronare un simile processo o per distruggerlo? Questa è una questione aperta. Quello che possiamo constatare è la nostra crescente distruttività dell’ambiente in cui viviamo, della natura e della nostra Casa Comune. Vediamo alcune fasi della nostra aggressività. Ci lascia con domande inquietanti.

  1. L’interazione con la natura

All’inizio i nostri antenati, che si perdono nell’ombra di tempi immemorabili, avevano un rapporto armonioso con la natura. Intrattenevano un’interazione non distruttiva: prendevano solo ciò che la natura offriva loro in abbondanza. Quel tempo è durato alcuni millenni, cominciando in Africa, dove gli esseri umani sono apparsi 8-9 milioni di anni fa. Per questo, siamo tutti, in qualche modo, africani. Lì si sono formate le nostre strutture corporee, psichiche, intellettuali e spirituali, che sono presenti nell’inconscio di tutti gli esseri umani fino ai giorni nostri.

2. L’intervento nella natura

Più di due milioni di anni fa, entrò in scena nel processo di antropo-genesi (la genesi dell’essere umano in evoluzione) l’uomo esperto (homo habilis). Qui avvenne una prima svolta. È iniziato quello che oggi è culminato in modo estremo.

L’uomo esperto inventò gli strumenti con i quali operava un intervento nella natura: un bastone appuntito, una pietra affilata e altre risorse simili. Ciò che la natura gli offriva spontaneamente non era sufficiente. Con l’intervento, poteva ferire e uccidere un animale con l’estremità appuntita di un bastone o poteva tagliare piante con strumenti di pietra affilati.

Questo intervento è durato millenni. Ma con l’introduzione dell’agricoltura e dell’irrigazione si sviluppò molto più intensamente. Ciò avvenne intorno a 10-12 mila fa (diverso nelle diverse regioni), nell’era chiamata neolitico. Si deviarono acque dei fiumi, come il Tigri e l’Eufrate in Medio Oriente, il Nilo in Egitto, l’Indo e il Gange in India e il fiume Giallo in Cina. Migliorarono i raccolti, si allevarono animali e uccelli da macellare, specialmente galline, maiali, buoi e pecore. La popolazione umana crebbe rapidamente. È il momento in cui gli esseri umani smisero di essere nomadi e diventarono sedentari. Si crearono paesi e città, in genere, lungo i fiumi sopra menzionati o attorno all’immenso lago interno, l’Amazzonia, che da migliaia di anni sfociava nel Pacifico.

3. L’aggressione alla natura

Dall’intervento si è passati all’aggressione della natura. Si verificò quando si usarono strumenti di metallo, lance, asce e armi per uccidere animali e persone. L’aggressione si specializzò fino a culminare nell’era industriale del XVIII secolo in Europa, a partire dall’Inghilterra. Fu inventato un vasto macchinario che consentì di estrarre enormi ricchezze dalla natura. Un passo decisivo nell’aggressione fu compiuto nei tempi moderni, quando emerse la tecno-scienza con un’immensa capacità di sfruttamento della natura a tutti i livelli e fronti.

Si partiva dal presupposto che l’essere umano si sentiva “padrone e proprietario” della natura e non parte di essa. L’idea-forza che lo guidava era la volontà di potenza, intesa come capacità di dominare tutto: altre persone, classi sociali, popoli, continenti, la natura, la materia, la vita e la propria Terra nel suo insieme.

L’inglese Francis Bacon espresse questo scopo dicendo: “Bisogna torturare la natura come il torturatore tortura la sua vittima, fino a quando non confessa tutti i suoi segreti”. Qui l’aggressione ottenne lo status ufficiale. Era e continua ad essere applicata fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza era il presupposto (falso) che le risorse naturali fossero illimitate. Questo permetteva di forgiare un progetto di sviluppo che fosse anche illimitato. Oggi sappiamo che la Terra è limitata e finita e che non può sopportare un progetto di crescita illimitata. Ma questa convinzione è ancora dominante.

4. La distruzione della natura

Negli ultimi decenni, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945), l’aggressione sistematica ha assunto dimensioni di vera e propria distruzione degli ecosistemi e della biodiversità. La stessa Madre Terra ha cominciato ad essere attaccata su tutti i suoi fronti. Per soddisfare l’attuale consumo umano, abbiamo bisogno di una Terra e mezza, quello che produce l’Earth Overshoot, che quest’anno è avvenuto il 22 luglio.

Secondo eminenti scienziati, abbiamo inaugurato una nuova era geologica, l’antropocene, in cui gli esseri umani emergono come la più grande minaccia per la natura e la vita. Si è raggiunto il punto in cui il nostro processo industriale e lo stile di vita consumistico decimano circa 100.000 organismi viventi all’anno. A partire da questa vera tragedia biologica si parla di necrocene, cioè dell’era della morte (necro) di massa di vite naturali e anche di vite umane. Interi ecosistemi ne sono colpiti, compresa l’Amazzonia. Alcuni, infine, fanno già riferimento al pirocene (Pyros in greco è fuoco). Il cambio di regime climatico e l’inarrestabile riscaldamento inaridiscono il suolo e riscaldano anche le pietre a tal punto che rami e foglie secche prendono fuoco che si propaga, generando enormi incendi già sperimentati in tutta l’Europa, in Australia, in Amazzonia e in altri luoghi. .

Chi fermerà l’impeto e la furia distruttiva dell’essere umano che ha già costruito i mezzi della propria autodistruzione con armi chimiche, biologiche e nucleari? Solo l’intervento divino? Dio, secondo le Scritture, è il Signore della vita e l’«amante appassionato della vita». Interverrà? Le domande rimangono aperte.

Leonardo Boff, teologo, filosofo, scrittore, professore e membro della ‘Iniciativa Internacional da Carta da Terra’.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

É preciso desmilitarizar a República

 Roberto Amaral foi jornalista, advogado,professor universitário e Ministro de Ciência e Tecnologia do Brasil (2003 ss) no primeiro governo de Lula. É um crítico dos rumos neoliberais da política econômica. Foi um dos fundadores do PSB.Conhece a fundo a história política do Brasil e escreveu vários livros sobre sobre a história política do Brasil. Escreve semanalmente um artigo na sua coluna PENSAR BRASIL.

Publicamos o presente artigo pois nos faz entender por que a elite dominante se opõe ferozmente ao Presidente eleito Luiz Inácio Lula da Silva. Não aceita alguém que vem do andar de baixo e que representa os anseios ancestrais das grandes maiorias marginalizadas e vergonhosamente desprezadas. Este artigo nos permite entender por que grande parte da eleite econômica (nem toda) se sentia representada pela política de extrema-direita, anti-democrática do presidente Jair Bolsonaro, a quem nunca negaram apoio, apesar dos crimes cometidos contra o povo durante a pandemia e suas ameaças de golpe e de ruptura institucional. A elite dominante, descendente do espírito da Casa Grande nunca se deu bem com a democracia, predre regime ditatoriais e militares e muito menos com o povo que o relega ainda hoje à situação de Senzala social. Daí a importância da eleição de Lula que deverá enfrentar a lógica tirânica e selvagem do capitalismo nacional que nunca se civilizou e é considerado um dos mais exploradores dos operários e devastadores da natureza, do mundo como o tem dito ninguém mais que Noam Chomsky, um dos mais lúcidos analistas da cena mundial a partir do coração do Império norte-americano. LBoff
                         
 
  “Por ora, a cor do Governo é puramente militar, e deverá ser assim. O fato foi deles, deles só, porque a colaboração do elemento civil foi quase nula. O povo assistiu àquilo bestializado, atônito, surpreso, sem conhecer o que significava. Muitos acreditaram seriamente estar vendo uma parada.”
– Aristides Lobo (Diário Popular, 18/11/1889)
   
Roberto Amaral*
 
Implantada por um golpe militar, a República brasileira sucede um Império anacrônico, sem pretender romper com sua ordem econômico-social, fundada no escravismo e na lavoura. Com ela sobrevive a sociedade patrimonialista, excludente, profundamente desigual e conservadora que hoje nos espanta. Despida de republicanismo (doutrina que jamais chegou ao povo e era desconhecida pelas tropas que desfilaram pelas ruas do Rio de Janeiro em 1889), a república nascente conservaria as duas características básicas da monarquia, a cuja natureza reacionária seus líderes não se opunham de fato: a ausência de povo e de representação, fragilidade que a perseguirá por quase um sesquicentenário, o tempo de sua vida até aqui. A reforma, na realidade, jamais foi objetivo dos oficiais golpistas; pretendendo derrubar um gabinete malquisto por eles, terminaram destronando o imperador longevo – pelo qual, aliás,  o país nutria reconhecida empatia.   
 
A República, um projeto das elites que não cogitou do concurso do povo, se impõe para que, mudando-se o regime, em nada fosse alterado o mando: o Brasil agrário da monarquia sobreviverá na República da lavoura exportadora do café, herdeira das exportações de madeira, açúcar e ouro, matriz da sociedade exportadora de grãos, carne e minérios in natura.  No império e na república, continuamos cumprindo o papel de fornecedores das mercadorias   que o mundo rico demanda. Para cumprir com seu destino chega descasada da democracia, exatamente um século após a matriz cunhada pela revolução francesa. Nos estertores do século XIX continuávamos sendo um país cuja política desconhecia a participação popular: sem povo, sem partidos, fizéramos a independência e construíramos o império; sem povo deveríamos fazer a república sereníssima. Entre nós, a res publica é capturada pelo interesse privado. Somos conservadores até com relação à classe-dominante:  herdeira da casa-grande, é a mesma desde o Brasil-Colônia.
 
Contra o unitarismo monárquico, no entanto abraçado pelos jacobinos que articularam o golpe, a constituinte fundadora da República (1891), dominada pelos representantes da ordem descaída, optou pelo federalismo defendido pelo latifúndio e pelo escravismo, que, assim, sem serem frustrados pela História, como veríamos, esperavam conservar o mandonismo local, aquele sentado na grande propriedade. A terra continuava vencendo. A República vai consolidar-se como o regime da hegemonia das oligarquias, que só conheceria seu declínio com o golpe de 1930, sobretudo com o Estado Novo (1937-1945) que, por sinal, investirá contra o federalismo. E hoje, ainda lutando pela consolidação do nosso limitado processo democrático, podemos registrar dois fracassos rotundos: o da República, jungida aos interesses privados, e o do federalismo, inviabilizado pelos escandalosos desníveis regionais, caldo de cultura de uma crise em gestação.
 
Mal saído do escravismo, cujas marcas conservaria até os dias que correm, o país dava os primeiros passos na aventura capitalista preso aos interesses da terra dominantes desde a colônia: a República era a solução das elites para a crise política agudizada pela Abolição. Na República, como no império, sob os traficantes de escravos e senhores de engenho ou sob o cutelo dos “coronéis”, o país continuaria sem projeto, sem rumo, preso às forças do atraso que obstaculizavam a industrialização. Numa história recorrente, o antigo regime colonial se projeta no império agrarista, que por seu turno sobreviveria numa república indiferente à manifestação da soberania popular, eis que dominada por um sistema eleitoral escandalosamente fundado na fraude. Como falar de República em sociedade pervadida pela desigualdade social e a exclusão das grandes massas da cidadania? Em vez da ruptura que abriria as portas ao progresso, impõe-se a conciliação que mantém a ordem do passado. Daí a indiferença com a qual foi recebida a fratura política aparentemente tão radical. Para a classe-dominante, a transição de regime não passaria da simples troca de um imperador vitalício por um presidente eleito pro-tempore. No fundamental,  tudo continuaria como dantes no quartel de Abranches. E assim continuou. 
 
O 15 de novembro, movimento das elites sem raízes na organização social, foi, não obstante suas consequências institucionais e políticas, uma quase ópera-bufa, encenada por atores que, no seu conjunto, ignoravam o papel que lhes cabia desempenhar. O mais deslocado de todos era o velho marechal, retirado da cama de enfermo para se transformar em herói. A cena contempla momentos burlescos.
 
Convencido, após muita relutância, de que deveria atender ao chamamento político de seus comandados, posto em sua farda de gala com o auxílio do ordenança, Deodoro monta em um cavalo que lhe é trazido por um miliciano, atravessa a pequena distância que o leva ao Campo de Santana e, sem espada, mão direita levantada, saúda como saudavam os comandantes assumindo a tropa: “Viva o Imperador!”, a que a tropa (atendendo a um reflexo condicionado, como de hábito) ecoou: “Viva, para sempre!”. O capitão José Bevilaqua, positivista e seguidor de Benjamin Constant, narra o episódio a que assistiu:  “Chega  o momento supremo da proclamação. O general Deodoro hesita ainda ante nossas instâncias, a começar pelo Dr. Benjamin, Quintino, Solon, etc., etc. Rompemos em altos e repetidos vivas à República! Abafamos o viva ao Senhor D. Pedro II, ex-Imperador, levantado pelo general Deodoro, que dizia e repetia ser ainda cedo, mandando-nos calar! Por fim, o general, vencido, tira o boné, e grita também: Viva a República! A artilharia com a carga de guerra salva a República com 21 tiros!” (Vide MENDES, R. Teixeira. Benjamin Constant. Rio de Janeiro. Ed. do Apostolado Positivista do Brasil,1913. pp. 356-7).
 
 
Implantado, por um golpe militar levado a cabo pela oficialidade do exército sediada na então capital do Império, repita-se, o novo regime é a avenida pela qual trafegam rupturas constitucionais e irrupções militares que chegam aos nossos dias. Nasce com o golpe de 1889, a que se seguem o golpe frustrado de Deodoro (1891), o golpe de Estado de Floriano e a primeira ditadura republicana, conhecida como “ditadura da espada”,  e de permeio contabiliza duas revoltas da armada (uma contra Deodoro e outra contra Floriano, que assumira já confrontando a constituição republicana recém promulgada) e o levante das fortalezas de Santa Cruz e Laje (1892). Consolida-se o militarismo que havia sido atenuado pela assembleia constituinte (formada por representantes da lavoura, quase todos vindos do antigo regime) e influenciada pelo liberalismo de Rui Barbosa. 
 
Mas era só o começo de uma série de crises políticas e intervenções militares que parece não ter fim: duas cartas outorgadas (1937 e 1967); duas longevas ditaduras (a de 1930-1945, com o intermezzo constitucional de 1943-1937 e a de 1964-1985); após os levantes das fortalezas de Santa Cruz e Laje (1892) a  revolta da armada contra o presidente Floriano (1893), após a “ditadura da espada” (1891-1894), seguida pelo  massacre, pelo “exército pacificador de Caxias”, dos camponeses de Canudos (1896-7) e o massacre, pela Marinha, dos heróis (previamente anistiados) da Revolta da Chibata (1910);  três levantes militares (1922, 1924 e 1935);  a insurreição paulista de 1932; o putsch integralista de 1938; o golpe militar de 1945 que derrubou o Estado Novo que outro golpe militar havia implantado em 1937; o golpe de 1954 que depôs Getúlio Vargas; a tentativa de golpe para impedir a posse de Juscelino Kubitscheck (1955); o golpe militar para garantir a posse dos eleitos (o 11 de novembro de 1955); os motins da aeronáutica contra o governo JK (Jacareacanga em 1956 e Aragarças em 1959); a tentativa de golpe para impedir a posse de João Goulart (1961), o golpe parlamentar de 2016 e o continuado projeto de golpe sustentado pelos militares no governo Bolsonaro que se mantém de pé até hoje, podendo ameaçar a posse de Lula e acompanhar seu governo. 

Como visto, a preeminência sobre a vida civil e a ruptura da ordem democrática são a marca indelével da caserna insubordinada na vida republicana, e assim ela chega aos nossos dias, valendo-se das armas – que a nação lhe entrega para a defesa da soberania – para promover seguidos atos de desestabilização institucional contra os interesses do país. 

Na raiz de tantos males a impunidade, o outro nome da “conciliação” que permeia uma história dominada pela cada-grande.   
 
À insolência das notas dos atuais comandantes das forças militares do Estado brasileiro sobre o processo eleitoral, coordenadas pelo ainda ministro da defesa, soma-se recente carta de antigo comandante do exército, missivista do golpismo desde sua agressão à autonomia do STF.  De qualquer forma é estranho que, privado da fala e dos movimentos, possa ditar e escrever uma declaração pública em que estimula a insurreição contra a soberania do voto e trata como patriota uma escória que vai à porta dos quartéis pedir mais um novo golpe.
 
A questão republicana mais urgente – sem dúvida o desafio político-institucional de maior relevo – é a erradicação do militarismo a que tanto deve a tragédia nacional. Não se trata, tão-só, da efetiva subordinação do soldado ao poder civil. Trata-se de seu rigoroso enquadramento disciplinar. Ou seja, da repressão à sua permanente insubordinação, tanto mais repugnante quanto se opera mediante o uso ilegal da força contra pessoas e instituições desarmadas. 

É chegada a hora de colocar o guizo no gato. Este, o desafio republicano.
  
 
 

 

Pasada la sombría noche, tiene lugar el sueño de un otro Brasil 

Hemos vivido los últimos casi 4 años bajo un gobierno que no amaba al pueblo y que consideraba el país como una especie de capitanía hereditaria familiar. Pero ahora, según un famoso cántico de Camões en Os Lusíadas, el nuevo tiempo “trae serena claridad, esperanza de puerto y salvamento”. Por eso cabe esperar y soñar. He aquí algunos puntos de nuestra positividad.

1. El pueblo brasilero se habituó a “enfrentar a vida” y a conseguir todo “en la lucha y en la amarra”, es decir, superando dificultades y con mucho trabajo. ¿Por qué no iba a “enfrentar” también el último desafío de hacer los cambios necesarios para crear relaciones más igualitarias y acabar con la exclusión y la corrupción, refundando la nación?

2. El pueblo brasilero aún no ha acabado de nacer. Lo que heredamos fue la Empresa Brasil, con una élite esclavista y una masa de destituidos. Pero del seno de esta masa nacieron líderes y movimientos sociales con conciencia y organización. ¿Su sueño?

Reinventar Brasil. El proceso comenzó desde abajo y no hay modo de detenerlo, ni por los sucesivos golpes sufridos, como el golpe civil-militar de 1964 y el de 2013 parlamentario-jurídico-mediático, ni por todo el descalabro de la fase bolsonarista.

3. A pesar de la pobreza, de la marginación y de la perversa desigualdad social, los pobres inventaron sabiamente caminos de supervivencia. Para superar esta anti-realidad, el Estado y los políticos necesitan escuchar y valorar lo que el pueblo ya sabe y ha inventado. Sólo entonces habremos superado la división élites-pueblo y seremos una nación no dividida sino cohesionada.

4. El brasilero tiene un compromiso con la esperanza.

Es la última que muere. Por eso, está seguro de que Dios escribe derecho con renglones torcidos. La esperanza es el secreto de su optimismo, que le permite relativizar los dramas, bailar su carnaval, apoyar a su equipo de fútbol y mantener encendida la utopía de que la vida es bella y que mañana puede ser mejor. La esperanza nos remite al principio-esperanza de Ernst Bloch que es más que una virtud; es una pulsión vital que siempre nos hace suscitar nuevos sueños, utopías y el proyecto de un mundo mejor.

5. El miedo es inherente a la vida porque “vivir es peligroso” (Guimarães Rosa) y comporta riesgos. Estos nos obligan a cambiar y refuerzan la esperanza. Lo que el pueblo, no las élites, más quiere es cambiar para que la felicidad y el amor no sean tan difíciles. Para eso necesita articular constantemente la indignación ante las cosas malas y el valor para cambiarlas. Si es verdad que somos lo que amamos, entonces construiremos una “patria amada e idolatrada” que aprenderemos a amar.

6. Lo opuesto al miedo no es el valor. Es la fe en que las cosas pueden ser distintas y que, organizados, podemos avanzar. Brasil ha mostrado que no solo es bueno en carnaval y en fútbol. También puede ser bueno en la resistencia indígena, negra, en la agricultura, en la arquitectura, en la música y en su inagotable alegría de vivir.

7. El pueblo brasilero es religioso y místico. Más que pensar en Dios, siente a Dios en su cotidianidad, que se revela en las expresiones: “gracias a Dios”, “Dios le pague”, “queda con Dios”. Dios para él no es un problema, sino la solución de sus problemas. Se siente amparado por santos y santas y por espíritus buenos como los orixás que anclan su vida en medio del sufrimiento.

8. Una de las características de la cultura brasilera es la jovialidad

y el sentido del humor, que ayudan a aliviar las contradicciones sociales. Esa alegría jovial nace de la convicción de que la vida vale más que cualquier otra cosa. Por eso debe ser celebrada con fiesta y ante el fracaso mantener el humor que lo relativiza y lo vuelve soportable. El efecto es la levedad y el entusiasmo que tanta gente admira en nosotros.

9. Hay un casamiento, que todavía no se ha hecho en Brasil, entre el saber académico y el saber popular. El saber popular es “un saber hecho de experiencias”, que nace del sufrimiento y de las mil maneras de sobrevivir con pocos recursos. El saber académico nace del estudio, bebiendo de muchas fuentes. Cuando esos dos saberes se unan, habremos inventado otro Brasil. Y seremos todos más aptos para enfrentar los nuevos desafíos.

10. El cuidado pertenece a la esencia de lo humano y de toda la vida. Sin el cuidado enfermamos y morimos. Con cuidado, todo se protege y dura mucho más. El desafío hoy es entender la política como cuidado de Brasil, de su gente, especialmente de los más pobres y discriminados, de la naturaleza, de la Amazonia, de la educación, de la salud, de la justicia. Ese cuidado es la prueba de que amamos nuestro país.

11. Una de las marcas del pueblo brasilero es su capacidad de relacionarse con todo el mundo, de sumar, juntar, sincretizar y sintetizar. Por eso, en general, no es intolerante ni dogmático. Le gusta convivir con lo diferente. Estos valores son fundamentales para una planetización de rostro humano. Estamos mostrando que ella es posible y la estamos construyendo. Lamentablemente, en los últimos años, especialmente en las elecciones presidenciales de 2022, surgió, contra nuestra tradición, una ola de fake news, de odio, discriminación, fanatismo, homofobia y desprecio por los pobres (aporofobia, el lado sombrío de la cordialidad, según Buarque de Holanda) que nos muestran que somos, como todos los humanos, sapiens y demens, y ahora más demens. Pero se trata siempre de una enfermedad y no de la sanidad de las religiones, iglesias y movimientos. Pero eso seguramente pasará y predominará la convivencia más tolerante y apreciadora de las diferencias. 

12. Brasil es la mayor nación neolatina del mundo.

Tenemos todo para ser también la mayor civilización de los trópicos, no imperial, sino solidaria con todas las naciones, porque incorporó en sí representantes de 60 pueblos diferentes que vinieron aquí. Nuestro reto es mostrar que Brasil puede ser, de hecho, una pequeña anticipación simbólica de un paraíso no totalmente perdido y siempre recuperable: la humanidad unida, una y diversa, sentados a la mesa en comensalidad fraterna, disfrutando de los buenos frutos de nuestra bonísima, grande y generosa Madre Tierra.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil: ¿concluir la refundación o prolongar la dependencia? Vozes 2018. 

Traducción de MªJosé Gavito Milano