Grande Fronte di Valori Etico-Sociali

GRANDE FRONTE DI VALORI ETICO-SOCIALI

Stiamo vivendo tempi politicamente e socialmente drammatici. Mai si erano visti nella nostra storia odio e rabbia così diffusi, principalmente attraverso i media sociali. È stato eletto come Presidente una figura spaventosa che ha incarnato la dimensione d’ombra e concentrato della nostra storia.

Lui ha contagiato buona parte dei suoi elettori e è riuscito a tirare a galla il dia-bolico (che separa e divide) che sempre accompagna il sim-bolico (quello che unisce e aggrega) in modo così distruttivo che il dia-bolico ha inondato la coscienza di molti e indebolito il sim-bolico al punto tale da dividere le famiglie e rompere con gli amici e liberare la violenza verbale e anche fisica, diretta soprattutto contro le minoranze politiche che in realtà sono maggioranze numeriche, contro la popolazione negra, oltre ai nativi e agli abitanti dei quilombos, e altri in condizione sessuale differenziata.

Abbiamo bisogno di un leader o di un collegio di leaders, con carisma capace di pacificare, di portare pace e armonia sociale: una persona di che sappia sintetizzare i problemi. Questa figura non sarà il presidente eletto, perché gli mancano tutte queste caratteristiche. Al contrario, rafforza la dimensione d’ombra, presente in tutti noi, ma che noi, attraverso l’educazione civile, l’etica, la morale e la religione, controlliamo sotto l’egida della dimensione di luce. Gli antropologi c’insegnano che tutti noi siamo sapiens e simultaneamente demens, oppure, nel linguaggio di Freud siamo affiancati dal principio di vita (eros) o dal principio di morte (thanatos).

La sfida di ogni persona e di ogni società è vedere come si equilibrano queste energie che non possono essere negate, dando l’egemonia al sapiens e al principio di vita. In caso contrario noi potremmo divorarci l’un l’altro.

Oggi giorno nel nostro paese abbiamo perso questo punto di equilibrio. Se vogliamo convivere e costruire una società minimamente umana, dobbiamo potenziare la forza della positività, facendo il contrappunto alla forza della negatività. È urgente eviscerare la luce, la tolleranza, la solidarietà, la cura e l’amore alla verità che stanno scolpiti nella nostra essenza umana. Ma come farlo?

I saggi dell’umanità, senza dimenticare la sapienza degli altri popoli originari, ci testimoniano che c’è un solo cammino. Questo e non altri. Questo cammino fu ben formulato dal poverello di Assisi quando cantò: dove c’è odio che io porti l’amore, dove c’è discordia che io porti l’unione, dove c’è tenebra che io porti la luce e dove c’è errore che io porti la verità. Specialmente la verità è stata sequestrata dal ex-capitano, in mezzo a un discorso di minacce e di odio, contrari allo spirito di Gesù. Le minacce e odio trasformano la verità in una spaventosa falsità ingiuriosa. Qui vengono a tono i versi del grande poeta spagnolo Antonio Machado: “La tua verità, no: la verità. E vieni con me a cercarla. La tua conservala per te”. La verità genuina ci deve unire e non separare, perché nessuno possa tenerla in esclusiva solo per sé. Tutti abbiamo accesso alla verità in un modo o in un altro senza pretendere di averne il possesso.

Insieme con un fronte politico ampio, in difesa della democrazia e dei diritti sociali abbiamo bisogno di aggregare un altro fronte ampio di tutte le tendenze politiche, ideologiche e spirituali intorno a valori capaci di tirarci fuori dalla presente crisi.

Questo è importante: dobbiamo usare quello strumentario che loro mai potranno usare: l’amore, la solidarietà, la fraternità, il diritto di ciascuno di possedere un pezzetto di Terra, della Casa Comune che Dio ha destinato a tutti, di una casa decente, di coltivare la com-passione verso chi soffre, il rispetto, la comprensione, la rinuncia a ogni spirito di vendetta, il diritto di essere felici e la verità trasparente. Valgono i tre “T” del Papa Francesco: Terra, Tetto e Travaglio, come diritti fondamentali.

Dobbiamo attrarre i fedeli delle chiese pentecostali attraverso questi valori che sono pure evangelici, contro i loro pastori che in verità sono lupi. Quando si renderanno conto di questi valori che li umanizzano e li avvicinano al Dio vero che sta sopra tutti e dentro tutti e il cui nome vero è amore e misericordia, e non di minacce di inferno, i fedeli si libereranno dalla schiavitù di un discorso che tende più al portafoglio delle persone più che al bene della loro anime.

L’odio non si vince con più odio, né la violenza con maggior violenza. Soltanto le mani che si intrecciano con altre mani, solo le spalle che si offrono come sostegno agli invalidi, solo amore incondizionato permetteranno di far maturare nelle parole dell’ingiustamente odiato Paulo Freire, una società meno disgraziata, dove non sia difficile l’amore.

Qui si trova il segreto di quella cosa che trasformerebbe il Brasile in una grande nazione ai tropici, che potrà aiutare nell’irrefrenabile processo di mondializzazione per ottenere un viso umano, gioviale, allegro, di grande ospitalità, tollerante, tenero e fraterno.

*Leonardo Boff è filosofo, teologo, scrittore del Libro A oração de são Francisco: uma mensagem de paz para o mundo atual, Vozes 2009, Cittadella, Assisi 2010.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

 

Gran frente de valores ético-sociales

Estamos viviendo tiempos política y socialmente dramáticos. En nuestra historia nunca se había visto un odio y una rabia tan difundidos, principalmente a través de los medios sociales. Ha sido elegido para presidente una figura aterradora que encarna la dimensión de sombra y de lo reprimido de nuestra historia.

Él ha contaminado a buena parte de sus electores. Esta figura ha logrado traer a la luz lo dia-bólico (lo que separa y divide) que siempre acompaña a lo sim-bólico (lo que une y congrega) de forma tan avasalladora que lo dia-bólico ha inundado la conciencia de muchos y debilitado lo sim-bólico hasta el punto de dividir familias, romper con amigos y liberar violencia verbal y también física. Esta se dirige especialmente contra minorías políticas, que en realidad son mayorías numéricas, como la población negra, además de indígenas, quilombolas y otros de condición sexual diferenciada.

Necesitamos un líder o una unión de líderes, con el carisma capaz de pacificar, de traer paz y armonía social: una persona de síntesis. El presidente electo no será esta persona, pues le faltan todas esas características. Por el contrario, refuerza la dimensión de sombra, presente en todos nosotros, pero que mediante la civilidad, la ética, la moral y la religión la controlamos con la dimensión de luz. Los antropólogos nos enseñan que todos nosotros somos sapiens y simultáneamente demens, o en el lenguaje de Freud, estamos atravesados por el principio de vida (eros) y por el principio de muerte (thanatos).

El desafío de cada persona y de cualquier sociedad es ver cómo se equilibran estas energías, que no pueden ser negadas, dando la hegemonía a lo sapiens y al principio de vida. De lo contrario nos devoraríamos unos a otros.

En los tiempos actuales en nuestro país hemos perdido este punto de equilibrio. Si queremos convivir y construir una sociedad mínimamente humana, debemos potenciar la fuerza de la positividad haciendo contrapunto a la fuerza de la negatividad. Es urgente desentrañar la luz, la tolerancia, la solidaridad, el cuidado y el amor a la verdad que están arraigados en nuestra esencia humana. ¿Cómo hacerlo?

Los sabios de la humanidad, sin olvidar la sabiduría de los pueblos originarios, nos atestiguan que hay un solo camino y no hay otro. Este fue bien formulado por el poverello de Asís cuando cantó: donde haya odio que yo lleve amor, donde haya discordia que yo lleve unión, donde haya tinieblas que yo lleve luz y donde haya error que yo lleve verdad.

Especialmente la verdad ha sido secuestrada por el excapitán dentro de un discurso de amenazas y de odio, contrario al espíritu de Jesús, transformando la verdad en una horrible falsedad e injuria. Cabe citar los versos del gran poeta español Antonio Machado: “Tu verdad, no, la Verdad. Y ven conmigo a buscarla. La tuya, guárdatela”. La verdad genuina nos debe unir y no separar, pues nadie tiene su propiedad exclusiva. Todos participamos de ella, de un modo u otro sin espíritu de posesión.

Junto con un frente político amplio en defensa de la democracia y de los derechos sociales necesitamos aunar otro frente amplio, de todas las tendencias políticas, ideológicas y espirituales, en torno a valores capaces de sacarnos de la presente crisis.

Esto es importante: debemos usar aquellas herramientas que ellos jamás podrán usar, como el amor, la solidaridad, la fraternidad, el derecho de cada uno a poseer un pedacito de Tierra de la Casa Común que Dios ha destinado a todos, una vivienda decente, a cultivar la compasión hacia los que sufren, el respeto, la comprensión, la renuncia a todo espíritu de venganza, el derecho a ser feliz y la verdad transparente. Valen las tres “tes” del Papa Francisco: Tierra, Techo y Trabajo, como derechos fundamentales.

Debemos atraer a los fieles de las iglesias pentecostales a través de estos valores, que son también valores evangélicos, en contra de sus pastores que son verdaderos lobos. Al darse cuenta de estos valores que los humanizan y los acercan al Dios verdadero que está por encima y dentro de todos, y cuyo verdadero nombre es amor y misericordia y no amenazas de infierno, los fieles se liberarán de la servidumbre de un discurso que busca más el bolsillo de las personas que el bien de sus almas.

El odio no se vence con más odio, ni la violencia con más violencia todavía. Sólo las manos que se entrelazan con otras manos, sólo los hombros que se ofrecen a los debilitados, sólo el amor incondicional nos permitirá gestar, en las palabras del injustamente odiado Paulo Freire, una sociedad menos malvada donde no sea tan difícil el amor.

Aquí se encuentra el secreto que haría de Brasil una gran nación de los trópicos que, en el irrefrenable proceso de mundialización, podría ayudar a adquirir un rostro humano, jovial, alegre, hospitalario, tolerante, tierno y fraterno.

*Leonardo Boff es filósofo, teólogo y escritor, autor del libro La oración de San Francisco: un mensaje de paz para el mundo actual, Sal Terrae 2009.

Traducción de Mª José Gavito Milano

O caráter iracundo de Ciro Gomes o leva a ofender as pessoas

Talves alguns se interessem pela polêmica travada entre Ciro Gomes, ex-candidato à Presidência e eu. Muitos possivelmente não em acesso à Folha de São Paulo que me entrevistou pela competente jornalista Géssica Brandino. Aqui vai a minha resposta ao Ciro Gomes, cuja importância política sempre reconheci. Lboff

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Leonardo Boff diz que entende excesso de Ciro Gomes por seu caráter ‘iracundo’

Ex-candidato à Presidência Ciro Gomes o chamou de

Géssica Brandino FSP 2/11/2018 caderno Poder

São Paulo

O teólogo, filósofo e escritor, Leornardo Boff, 88, respondeu às declarações do ex-candidato à Presidência Ciro Gomes, que em entrevista à Folha o chamou de “um bosta” e “bajulador”, além de insinuar que ele não havia criticado o mensalão e o petrolão.

“Minha posição é dos filósofos, dentre os quais me conto: nem rir nem chorar, procurar entender. Entendo seu excesso a partir de seu caráter iracundo, embora na entrevista afirma que ‘tem sobriedade e modéstia'”, disse.

Apesar da fala de Ciro, Boff defendeu a participação do político numa “espécie de colégio de líderes, vindos das várias partes de nosso país continental, para que as resistências e oposições tenham sua base em vários estados e não apenas naqueles econômica e politicamente mais relevantes”.

Um dos iniciadores da teologia da libertação, Boff falou com a Folha por email e fez uma análise sobre o papel da esquerda após a eleição de Jair Bolsonaro.

“Creio que agora a situação é tão dramática que precisamos de uma Arca de Noé onde todos nós possamos nos abrigar, abstraindo das diferentes extrações ideológicas, para não sermos tragados pelo dilúvio da irracionalidade”, afirmou.

Boff também disse a situação requer uma autocrítica. “Penso que todos os partidos têm que se reinventar sobre bases éticas e morais mais sustentáveis. Toda crise acrisola, nos faz pensar e crescer”.

O teólogo, que fez uma declaração de voto em Fernando Haddad no dia 24 de outubro, a quatro dias do segundo turno, afirmou ser amigo-irmão de Lula e criticou a decisão judicial que barrou a candidatura do ex-presidente, o que teria demonstrado, segundo ele, que o petista é “um prisioneiro político vivendo numa solitária”.

Como o senhor responde às declarações do ex-candidato à Presidência Ciro Gomes durante entrevista à Folha? Considero Ciro Gomes uma das maiores e imprescindíveis lideranças do Brasil. Ele é importante para a manutenção da democracia e dos direitos sociais. Ele ajuda a alargar os horizontes dos problemas que enfrentamos com o seu olhar próprio. O que faz e diz é dito e feito com paixão. Entretanto, a paixão necessária nem sempre é um bom conselheiro. Creio que foi o caso de sua crítica a mim chamando-me com um qualificativo que não o honra. Minha posição é dos filósofos, dentre os quais me conto: nem rir nem chorar, procurar entender. Entendo seu excesso a partir de seu caráter iracundo, embora na entrevista afirma que “tem sobriedade e modéstia”. Sigo a sentença dos mestres espirituais: “se não entender o que alguém diz a seu respeito tenha pelo menos misericórdia”, virtude central do cristianismo assumida, decididamente, pelo Papa Francisco. Procuro viver essa virtude.

Ciro questionou sua opinião sobre o mensalão e o petrolão]

Sobre o “mensalão” e o “petrolão” sempre fui crítico. Mostrei-o em meus artigos publicados no Jornal do Brasil online, onde escrevi, semanalmente, durante 18 anos. Todos eles estão no meu blog onde pode conferir (www.leonardoboff.wordpress.com). Aconselho ao ex-ministro que leia o livro que publiquei a partir da atual crise brasileira: “Brasil: concluir a refundação ou prolongar a dependência”, com 265 páginas, editado pela Editora Vozes neste ano. Leia, por favor, o capítulo “Os equívocos e erros do PT e o sonho de Lula”, das páginas 89-96 e em outras passagens. Um intelectual, ciente de sua missão, não pode deixar de criticar malfeitos, venham de onde vierem. Assim o fiz em todo o tempo.

Na entrevista Ciro o chama de bajulador]

Não me incluo entre os eventuais bajuladores de Lula. Nunca fui filiado ao PT por convicção, pois, o ofício do pensar filosófico e teológico não pode se restringir à parte, donde vem partido, mas deve procurar pensar o todo e a parte dentro do todo. Somos eu e Frei Betto (também não filiado ao PT) amigos de Lula de longa data, desde o tempo em que organizava as greves e a resistência à ditadura militar. Portanto, bem antes de ser político e Presidente. Todas as vezes que o encontrávamos em Brasília, eu e minha companheira Márcia, fazíamos-lhe críticas, por vezes tão duras por parte de Márcia que tinha que dar chutes em sua perna, por debaixo da mesa, para se moderar. Tanto ele como nós fazíamos as críticas como amigos sinceros fazem entre si. Os amigos se criticam olhos nos olhos para construir, os adversários o fazem pelas costas para destruir. E assim o entendia Lula. Somos amigos-irmãos que têm os mesmos sonhos e os mesmos propósitos fundamentais., Frei Betto era igualmente duro na crítica, não obstante a grande amizade que os unia e une.

Após a eleição de Jair Bolsonaro, Fernando Haddad e Ciro Gomes têm disputado o protagonismo na liderança da oposição ao futuro governo. Ciro tem o direito de reivindicar esse papel?

Como não milito em nenhum partido, mas apoio a causa daqueles que pensam nos pobres e marginalizados, nos direitos das minorias políticas, e organizam políticas sociais de inclusão na sociedade. Estou convencido de que é essencial que haja uma grande frente política plural que se comprometa com os direitos citados acima. E que, tão imprescindível como essa, se constitua uma frente de valores ético-sociais utilizando ferramentas que eles não podem usar, como fraternidade, solidariedade, o direito de cada um ter um pedacinho de terra já que essa é a casa comum na qual todos devem caber, ter um teto, a renúncia a toda violência real ou simbólica, o direito de ser feliz numa sociedade na qual não seja tão difícil o amor. Sou a favor de uma espécie de colégio de líderes, vindos das várias partes de nosso país continental, para que as resistências e oposições tenham sua base em vários estados e não apenas naqueles econômica e politicamente mais relevantes.

Diante dessa disputa de protagonismo, como evitar a fragmentação da esquerda nesse cenário?

Infelizmente a fragmentação é uma característica das esquerdas, o que levou ao enfraquecimento das oposições. Creio que agora a situação é tão dramática que precisamos de uma Arca de Noé onde todos nós possamos nos abrigar, abstraindo das diferentes extrações ideológicas, para não sermos tragados pelo dilúvio da irracionalidade e das violências que poderão irromper a partir de uma liderança que tem como ídolo um torturador como Brilhante Ustra e que admira Hitler, o criador dos campos de extermínio em massa de milhões de pessoas.

O partido dos trabalhadores errou ao insistir na candidatura de Lula para a Presidência? 

Não me cabe dizer se errou ou não. O PT tinha esperança de que se fizesse justiça a Lula e o Judiciário obedecesse a declaração da ONU de que a  Lula teria garantido o direito de ser candidato. Mas o arbítrio imperante não obedeceu a uma regra de tão alta instância. Vetou sua candidatura e quanto o saiba, até lhe sequestrou o direito de votar. O que demonstra ser de fato um prisioneiro político vivendo numa solitária

Quais estratégias da esquerda precisarão ser revistas após o resultado das eleições?

Entramos numa fase, a meu juízo, de grandes desafios e tribulações, especialmente por parte da população mais vulnerável, dos homoafetivos e de outras minorias políticas, que, na verdade, são maiorias numéricas, como os negros e negras. E seguramente muitos intelectuais e artistas sofrerão perseguições e injúrias como já estão já ocorrendo. Temo uma onda de extermínio, vinda de cima, de grupos metidos com a droga e com violência organizada nas periferias de nossas cidades. Mas a situação modificada para pior, nos obrigará a todos a fazermos uma autocrítica e superar a perplexidade com a qual fomos tomados: por que chegamos a tal ponto de extremismo e de atitudes fascistas? Por que não fomos vigilantes? Onde erramos? Penso que todos os partidos têm que se reinventar sobre bases éticas e morais mais sustentáveis. Toda crise acrisola, nos faz pensar e crescer. Não deixemos que o caos seja somente caótico, mas como no universo, o caos pode ser gerador de formas mais complexas, no nosso caso, de formas mais altas de democracia e de consciência coletiva de nosso lugar no processo inevitável de planetização. Temos tudo para sermos uma grande nação nos trópicos, não imperial, mas aberta a todas as culturas, tolerante, jovial, hospitaleira, alegre. Com nossa riqueza ecológica somos destinados a ser  a mesa posta para as fomes do mundo inteiro.

 

Servidão voluntária ou como se submeter à tirania pelo voto

Lineide Duarte-Plon é uma conhecida jornalista brasileira vivendo em Paris. Seus artigos, sempre muito argutos e  com um olhar mais distantanciado dos interesses locais  e por isso mais objetivo, com frequência  escreve sobre a situação do Brasil e do mundo e seus artigos aparecem também aqui, geralmente na Carta Maior. Publicamos aqui o artigo dela pois nos oferece as opiniões dos jornalistas franceses sobre as eleições em nosso pais, nada positivas e muito críticas: Lboff

Carta de Paris: Servidão voluntária ou como se submeter à tirania pelo voto

“O pesadelo se tornou realidade. O maior país da América Latina elegeu um presidente de extrema-direita”, escreveu Libération.

Por Leneide Duarte-Plon
01/11/2018 11:15

Somente os brasileiros que desconhecem a História e o que foi a ditadura militar podem entregar o destino do país aos militares pelo voto, acreditando que não houve ditadura, mas um “movimento”, que inaugurou uma época de ouro em que havia segurança e não existia corrupção.

No dia 28 de outubro, parte do povo brasileiro realizou voluntária e entusiasticamente a previsão do filósofo político e historiador Alexis de Tocqueville em seu livro “De la démocratie en Amérique”, de 1835:

“Sempre acreditei que esta espécie de servidão, regulada, doce e sem guerras (…) poderia se combinar melhor do que imaginamos com algumas formas exteriores da liberdade, e que seria impossível de ser estabelecida até mesmo sob a sombra da soberania do povo. Nossos contemporâneos são frequentemente perturbados por duas paixões contraditórias: sentem necessidade de ser conduzidos e desejo de continuar livres. Não podendo destruir nem um nem outro desses desejos contraditórios, eles se esforçam por satisfazê-los ao mesmo tempo. Imaginam um poder único, tutelar, todo-poderoso, mas eleito pelos cidadãos. Combinam, assim, a centralização e a soberania do povo. Isto lhes satisfaz. Eles se consolam de estar tutelados, pensando que escolheram, eles mesmos, seus tutores”.

Este texto escrito no século XIX é impressionante. Estamos vendo se desenhar no Brasil de hoje essa tutela militar através das urnas. Um povo indo para o abismo, festejando-o como uma vitória, pois ele mesmo escolheu seus tutores e a servidão que se instalará, sobretudo para os mais frágeis.

O capitão do ódio

Os jornais franceses não mediram palavras para falar da “Fulgurante ascensão do capitão do ódio”, como o “Libération” de 30 de outubro, cujo texto principal começa dizendo: “O pesadelo se tornou realidade. O maior país da América Latina elegeu por quatro anos um presidente de extrema-direita, que nunca procurou adocicar seu discurso de ódio e de exclusão contra os militantes de esquerda, os negros, as mulheres ou a comunidade LGBT”.

“Um ilusionista sem escrúpulos” escreveu Nicolas Bourcier, no jornal “Le Monde”. Ele diz em seu texto:

“Por muito tempo, o futuro presidente brasileiro não foi levado a sério, comparado mesmo a um gaiato de frases nauseabundas e nostálgico de um período ditatorial (1964-1985) que se acreditava apagado da memória”.

Bourcier continua:

“Enquanto os discursos anticomunistas dos militares brasileiros autores do golpe de Estado eram feitos, a seus olhos, em nome da democracia, o discurso bolsonarista é feito hoje em nome da ditadura. Um deslize semântico que traz em si mesmo a semente de tensões incalculáveis”.

No Libération de 30 de outubro, o jornalista François-Xavier Gomez escreveu que no dia 1° de janeiro, em Brasília, Jair Bolsonaro vai receber das mãos de Michel Temer a faixa presidencial. “Triste transferência de poder entre um deputado traidor que comandou o complô para afastar a presidente Dilma Rousseff e um extremista que exibe um ‘real desprezo pelas regras democráticas’, como definiu o cientista político Frédéric Louault”.

Um dos artífices da campanha do capitão – que instalará no Brasil um laboratório mundial de governo autoritário ultra-neoliberal e excludente – o americano Steve Bannon, saudou a vitória de Jair Bolsonaro, que ele ajudou a eleger com sua experiência em disseminar fake news pelas redes sociais através de técnicas de captação de grupos. Prática completamente ilegal pois financiada por caixa 2 pago por empresários, que se sabiam cobertos pela justiça eleitoral conivente. Bannon foi o homem decisivo na eleição de Trump, através de sua empresa Cambridge Analytica.

Segundo o jornal francês “L’Humanité”, Bannon comemorou: “Numa parte do mundo onde existe um socialismo radical, caos na Venezuela, crise econômica, com o FMI que decide na Argentina, Bolsonaro representa o caminho de um capitalismo esclarecido e será um governo populista nacionalista”. Nacionalista? O que isso quer dizer na boca de Bannon? Defendendo os interesses dos EUA?

Muito ativo na Europa, Bannon quer formar a frente anti-União Europeia dos eurocéticos nacionalistas, a começar por Marine Le Pen e Matteo Salvini, com quem mantém contatos frequentes. Atribuem a ele a vitória do Brexit, uma das formas que os Estados Unidos usaram para implodir a União Europeia, que querem ver totalmente dependente tanto militar quanto economicamente.

O inimigo interno

Antes mesmo de tomar posse, o novo presidente do Brasil, que o jornalista Eric Nepomuceno chama de “troglodita desequilibrado”, começou a enviar mensagens de vídeo anunciando que vai limpar o Brasil dos “vermelhos”, dos “comunistas”, dos “petralhas”, isto é, dos que ele considera como indesejáveis: os brasileiros de esquerda.

Durante a ditadura, essas pessoas eram apontadas e combatidas como “subversivas”.

Os militares brasileiros importaram o conceito que os franceses definiram como “inimigo interno”, durante a Guerra da Argélia. Para os franceses e seu teórico Roger Trinquier (no livro “La guerre moderne”), o “inimigo interno” eram os que lutavam pela independência da Argélia. Para os militares brasileiros, todos os que combatiam a ditadura.

Em discurso proferido em Caracas, quando comandante do Estado Maior do Exército, em 1973, o general Breno Borges Fortes deixou claro quem os militares viam como “inimigo interno”:

“Ele se disfarça de sacerdote ou professor, de aluno ou de camponês, de vigilante defensor da democracia ou de intelectual avançado, de piedoso ou de extremado protestante; vai ao campo, às escolas, às fábricas e às igrejas, à cátedra e à magistratura; usará, se necessário, o uniforme ou o traje civil; enfim, desempenhará qualquer papel que considerar conveniente para enganar, mentir e conquistar a boa fé dos povos ocidentais. Daí porque a preocupação dos Exércitos em termos de segurança interna frente ao inimigo principal: este inimigo para o Brasil continua sendo a subversão provocada e alimentada pelo movimento comunista internacional” (Jornal da Tarde de 10 de setembro de 1973, citado no meu livro “A tortura como arma de guerra, da Argélia ao Brasil”).

As principais vítimas da ditadura eram, pois, membros do Partido Comunista, de partidos de esquerda e até mesmo teólogos da Libertação, além de intelectuais e artistas.

O Brasil foi também um modelo do exercício do poder controlado pelos militares. Todos os postos importantes eram ocupados por oficiais das Forças Armadas, com a missão de fazer grandes obras públicas. Eles controlavam toda a vida política e econômica.

Em 2019, eles terão a missão de garantir a entrega de todas as empresas do Estado, muitas vezes de interesse estratégico, a grandes grupos estrangeiros.

Em suma, o governo “nacionalista” de que falou Bannon.