Venerdì Santo: Gesù è ancora crocifisso nei crocifissi della storia

In questo tempo del coronavirus che sta causando paura e portando morte a molte persone in tutto il mondo, la celebrazione del Venerdì Santo assume un speciale significato. C’è Qualcuno che ha anche sofferto e, in mezzo a dolori terribili, è stato crocifisso, Gesù di Nazareth. Sappiamo che tra tutti coloro che soffrono si stabilisce un misterioso legame di solidarietà. Il Crocifisso, sebbene attraverso la risurrezione è stato fatto l’uomo nuovo e il Cristo cosmico, continua, proprio per questa ragione, a soffrire e ad essere crocifisso in solidarietà con tutti i crocifissi della storia. Così sarà oggi e fino alla fine dei tempi.

Gesù non è morto perché tutti dobbiamo morire. Fu assassinato a seguito di un doppio processo giudiziario, uno da parte dell’autorità politica romana e l’altro dall’autorità religiosa ebraica. La sua condanna era dovuta al suo messaggio del Regno di Dio, che implicava una rivoluzione assoluta in tutte le relazioni, alla sua nuova immagine di Dio come “Padre” (Abba) pieno di misericordia, alla libertà che predicava e viveva di fronte alle dottrine e le tradizioni che pesavano sulle spalle delle persone, al suo amore incondizionato, in particolare verso i poveri per i quali aveva compassione ed i malati che curava e, infine, per presentarsi come il Figlio di Dio. Questi atteggiamenti hanno rotto con lo status quo politico-religioso dell’epoca. Hanno deciso di eliminarlo.

Né morì semplicemente perché Dio lo voleva, il che sarebbe in contraddizione con l’immagine amorevole di Dio che ha annunciato. Ciò che Dio voleva, questo sì, era la sua fedeltà al messaggio del Regno e a Lui, sebbene ciò implicasse la morte. La morte è stata il risultato di questa fedeltà di Gesù a suo Padre e alla sua causa, il Regno, fedeltà che è uno dei più grandi valori di una persona.

Quelli che lo hanno crocifisso non potevano definire il senso di questa condanna. Lo stesso Crocifisso ha definito il suo significato: un’espressione di amore estremo e di donazione senza riserve per raggiungere la riconciliazione e il perdono per tutti coloro che lo hanno crocifisso e la solidarietà con tutti coloro che sono stati crocifissi nella storia, in particolare quelli che sono crocifissi innocentemente. È la via della liberazione e della salvezza umana e divina.

Affinché quella morte fosse davvero la morte, come l’ultima solitudine umana, attraversò la tentazione più terribile che chiunque potesse attraversare: la tentazione della disperazione. Ciò è evidente nel suo grido sulla croce. Lo scontro ora non è con le autorità che lo hanno condannato. È con suo Padre.

Il Padre con il quale ha vissuto una profonda intimità filiale, il Padre che aveva annunciato come misericordioso e con la bontà di una Madre, il Padre, il cui progetto, il Regno, aveva proclamato e anticipato nella sua prassi liberatrice, questo Padre ora, nel momento supremo della croce, sembra averlo abbandonato. Gesù attraversa l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, poco prima del momento finale, Gesù grida a gran voce: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal più profondo vuoto del suo spirito, sorgono domande terrificanti che costituiscono la più terribile tentazione, peggio delle tre di Satana nel deserto.

La mia lealtà al Padre era assurda? La lotta per il Regno, la grande causa di Dio, non aveva senso? Sono stati vani i pericoli che correvo, le persecuzioni subite, il degradante processo capitale a cui sono stato sottoposto e la crocifissione che sto soffrendo?

Gesù è nudo, indifeso, totalmente vuoto davanti al Padre che tace. Questo silenzio rivela tutto il suo mistero. Gesù non ha nulla a cui aggrapparsi.

Per i criteri umani, ha completamente fallito. La sua certezza interiore svanì. Ma anche se il terreno scompare sotto i suoi piedi, continua a fidarsi del Padre. Poi grida a gran voce: “Mio Dio, mio Dio!” Nel pieno della disperazione, Gesù si concede al Mistero davvero senza nome. Sarà la sua unica speranza e sicurezza. Non ha più alcun sostegno in se stesso, solo in Dio. L’assoluta speranza di Gesù è comprensibile solo assumendo la sua assoluta disperazione.

La grandezza di Gesù fu sopportare e superare questa terribile tentazione. Ma questa tentazione gli procurò un totale spogliarsi di se stesso, un essere nudo e un vuoto assoluto. Solo in questo modo la morte è davvero completa, nelle parole del Credo, una “discesa all’inferno” dell’esistenza, senza nessuno che ci accompagni. D’ora in poi, nessuno sarà solo nella morte. Lui sarà con noi perché ha sperimentato la solitudine di questo “inferno” del Credo.

Le ultime parole di Gesù mostrano la sua consegna, non rassegnata ma libera: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19:30) “E con un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15:37).

Questo vuoto totale è il presupposto per la pienezza totale. Il vuoto richiede di essere riempito. Questo è avvenuto attraverso la sua resurrezione. È la risposta del Padre alla fedeltà del Figlio, a colui che ha passato per questo mondo “facendo del bene” (At 10,39), guarendo alcuni e resuscitando altri. Questa resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro, ma l’irruzione dell’uomo nuovo (novissimus Adam: 2Cor 15,45), le cui latenti virtualità implosero ed esplosero in piena realizzazione e fioritura.

Ora il Crocifisso è il Risorto, presente in tutte le cose, il Cristo cosmico delle epistole di San Paolo e di Teilhard de Chardin. Ma la sua resurrezione non è ancora completa. Mentre i suoi fratelli e le sue sorelle rimangono crocifissi, la pienezza della risurrezione è in corso e ha ancora un futuro. Come insegna San Paolo, “lui è il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29; 2 Cor 15,20). Perciò, con la sua presenza di Risorto, accompagna la Via Crucis dei dolori delle sue sorelle e fratelli umiliati e offesi.

Viene crocifisso nei milioni di persone che ogni giorno soffrono la fame nelle favelas, dove sono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro disumane. Crocifisso in quelli in terapia intensiva che stanno combattendo, senza aria, contro il coronavirus. Crocifisso in chi è emarginato nelle campagne e nelle città, in quelli discriminati per essere neri, indigeni, fuggiti dalle schiavitù, poveri e di un diverso orientamento e sessuale.

Continua a essere crocifisso in quelli perseguitati per la loro sete di giustizia, in coloro che rischiano la vita in difesa della dignità umana, in particolare quella degli invisibili. Crocifisso in tutti coloro che combattono, senza successo immediato, contro i sistemi che succhiano il sangue degli operai, dilapidano la natura e producono profonde ferite nel corpo di Madre Terra. Non ci sono abbastanza stazioni su questa via dolorosa per descrivere tutti i modi in cui il Crocifisso/Risorto continua a essere perseguitato, imprigionato, torturato e condannato.

Ma nessuno di loro è solo. Gesù cammina, soffre e resuscita in tutti questi suoi compagni di tribolazione e di speranza. Ogni vittoria della giustizia, della solidarietà e dell’amore sono beni del Regno che si sta già realizzando nella storia, un Regno di cui saranno i primi eredi.

*Leonardo Boff, teologo, ha scritto: Pasione de Cristo – pasione del mundo, Vozes 2007,Trotta 2002.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Cómo cuidar de sí y de los demás en tiempos del coronavirus

Vivimos tiempos dramáticos bajo el ataque del coronavirus, una especie de guerra contra un enemigo invisible, contra el cual todo el arsenal destructivo de armas nucleares, químicas y biológicas fabricadas por los poderes militaristas son totalmente inútiles e incluso ridículas. El Micro (virus) está derrotando a lo Macro (nosotros).

Tenemos que cuidarnos personalmente y cuidar a los demás, para que podamos salvarnos juntos. Aquí no valen los valores de la cultura del capital, no la competencia, sino la cooperación, no la ganancia sino la vida, no la riqueza de unos pocos y la pobreza de las grandes mayorías, no la devastación de la naturaleza, sino su cuidado. Estamos en el mismo barco y sentimos que somos seres que dependemos unos de otros. Aquí todos somos iguales y con el mismo destino feliz o trágico.

                ¿Qué somos como humanos?

En estos momentos de aislamiento social forzado, tenemos la oportunidad de pensar sobre nosotros mismos y en lo que realmente somos. ¿Sabemos quiénes somos? ¿Cuál es nuestro lugar en el conjunto de seres? ¿Para qué existimos? ¿Por qué podemos ser infectados por el coronavirus e incluso morir? ¿Hacia dónde vamos? Al reflexionar sobre estas preguntas impostergables, vale la pena recordar a Blaise Pascal (+1662). Nadie mejor que él, matemático, filósofo y místico, para expresar el ser complejo que somos:

“Qué es el ser humano en la naturaleza? Una nada frente al infinito y un todo frente a la nada, un medio entre la nada y el todo, pero incapaz de ver la nada de donde viene y el infinito hacia dónde va” (Pensées § 72). En él se cruzan los cuatro infinitos: lo infinitamente pequeño, lo infinitamente grande, lo infinitamente complejo (Teilhard de Chardin) y lo infinitamente profundo.

En verdad no sabemos bien quien somos. O mejor, desconfiamos de alguna cosa en la medida en que vivimos y acumulamos experiencias. En uno somos muchos. Además de aquello que somos, existe en nosotros aquello que podemos ser: un manojo inagotable de virtualidades escondidas dentro de nosotros. Nuestro potencial es lo más seguro en nosotros. De ahí nuestra dificultad para construir una representación satisfactoria de quienes somos. Pero esto no nos exime de elaborar algunas claves de lectura que, de alguna manera, nos guíen en la búsqueda de lo que queremos y podemos ser.

En esta búsqueda el cuidado de sí mismo juega un papel decisivo. Especialmente en este momento dramático, cuando estamos expuestos a un enemigo invisible que puede matarnos o a través de nosotros causar la enfermedad o la muerte a los otros. En primer término no es una mirada narcisista sobre el propio yo, lo cual lleva generalmente a no conocerse a sí mismo sino a identificarse con una imagen proyectada de uno mismo y, por lo tanto, alienada y alienante.

Fue el filósofo Michel Foucault quien, con su exhaustiva investigación Hermenéutica del sujeto (1984), trató de rescatar la tradición occidental del cuidado del sujeto, especialmente en los sabios de los siglos II/III, como Séneca, Marco Aurelio, Epicteto y otros. El gran lema era el famoso “ghôti seautón”: “conócete a ti mismo”. Este conocimiento no se entendía de una manera abstracta sino concreta: reconócete en lo que eres, trata de profundizar en ti mismo para descubrir tus potencialidades; trata de realizar lo que realmente eres.

Es importante afirmar en primer lugar que el ser humano es un sujeto y no una cosa. No es una sustancia constituida de una vez por todas (Foucault, Hermenéutica del sujeto, 2004), sino un nudo de relaciones siempre activo que, a través del juego de relaciones, se está construyendo continuamente. Nunca estamos listos, siempre nos estamos formando.

Todos los seres en el universo, según la nueva cosmología, tienen una cierta subjetividad porque siempre están relacionando e intercambiando información. Por eso tienen historia y un cierto nivel de conocimiento inscrito en su ADN. Este es un principio cosmológico universal. Pero el ser humano lleva a cabo su propia modalidad de este principio relacional, que es el hecho de ser un sujeto consciente y reflexivo. Sabe que sabe;  sabe que no sabe; para ser completos, no sabe que no sabe, como decía irónicamente Miguel de Unamuno.

Este nudo de relaciones se articula desde un centro, alrededor del cual organiza los sentimientos, ideas, sueños y proyecciones. Este centro es un yo, único e irrepetible. Representa, en el lenguaje del más sutil de todos los filósofos medievales, el franciscano Duns Scotus (+1203), la “ultima solitudo entis”, la “última soledad del ser”.

Esta soledad significa que el yo es insustituible e irrenunciable. Pero recordemos: debe entenderse en el contexto del nudo de relaciones dentro del proceso global de interdependencias, de modo que la soledad no sea la desconexión de los demás. Significa la singularidad y la especificidad inconfundible de cada uno. Por lo tanto, esta soledad es para la comunión, es estar solo en su identidad para poder estar con el otro diferente y ser uno-para-el-otro y con-el-otro. El yo nunca está solo.

                  Cuidar de sí: acogerse jovialmente

El cuidado de sí mismo implica, en primerísimo lugar, acogerse a sí mismo tal como se es, con las capacidades y las limitaciones que siempre nos acompañan. No con amargura como quien no consigue evitar o modificar su situación existencial, sino con jovialidad. Acoger la estatura, el rostro, el pelo, las piernas, pies, senos, la apariencia y modo de estar en el mundo, en resumen, acoger nuestro cuerpo.

Cuanto más nos aceptemos así como somos, menos clínicas de cirugía plástica necesitaremos. Con las características físicas que tenemos, debemos elaborar nuestra manera de ser y nuestra mise-en-scène en el mundo.

Podemos cuestionar la construcción artificial de una belleza fabricada que no está en consonancia con una belleza interior. Hay el riesgo de perder la luminosidad y sustituirla por una vacía apariencia de brillo.

Más importante es acoger los dones, las habilidades, el poder, el coeficiente de inteligencia intelectual, la capacidad emocional, el tipo de voluntad y de determinación con la que cada uno viene dotado. Y al mismo tiempo, sin resignación negativa, los límites del cuerpo, de la inteligencia, de las habilidades, de la clase social y de la historia familiar y nacional en que está insertado.

Tales realidades configuran la condición humana concreta y se presentan como desafíos a ser afrontados con equilibrio y con la determinación de explotar lo más que podamos las potencialidades positivas y saber llevar, sin amargura, las negativas.

El cuidado de sí mismo exige saber combinar las aptitudes con las motivaciones. Me explico: no basta tener aptitud para la música si no nos sentimos motivados para desarrollar esta capacidad. De la misma manera, no nos ayudan las motivaciones para ser músico si no tenemos aptitudes para eso, sea en el oído sea en el domino del instrumento. De nada sirve querer pintar como van Gogh si solamente se consigue pintar paisajes, flores y pájaros que a duras penas llegan a ser expuestos en la plaza en la feria del domingo. Desperdiciamos energías y recogemos frustraciones. La mediocridad no engrandece a nadie.

Otro componente del cuidado consigo mismo es saber y aprender a convivir con la paradoja que atraviesa nuestra existencia: tenemos impulsos hacia arriba, como la bondad, la solidaridad, la compasión y el amor. Y simultáneamente tenemos en nosotros tendencias hacia abajo, como el egoísmo, la exclusión, la antipatía e incluso al odio. En la historia reciente de nuestro país tales dimensiones contradictorias han aparecido hasta de forma virulenta, envenenando la convivencia social.

Estamos hechos con estas contradicciones, que nos vienen dadas con la existencia. Antropológicamente se dice que somos al mismo tiempo sapiens y demens, gente de inteligencia y lucidez y junto a esto, gente de rudeza y violencia. Somos la convergencia de las oposiciones.

Cuidar de sí mismo impone saber renunciar, ir contra ciertas tendencias en nosotros y hasta ponerse a prueba; pide elaborar un proyecto de vida que dé centralidad a estas dimensiones positivas y mantenga bajo control (sin reprimirlas porque son persistentes y pueden volver de forma incontrolable) las dimensiones sombrías que hacen agónica nuestra existencia, es decir, siempre en combate contra nosotros mismos.

Cuidar de sí mismo es amarse, acogerse, reconocer nuestra vulnerabilidad, saberse perdonar y desarrollar la resiliencia, que es la capacidad de pasar página y aprender de los errores y contradicciones.

                Cuidar de sí mismo: preocuparse de su propio modo de ser

Por estar expuestos a fuerzas contradictorias que conviven tensamente en nosotros, necesitamos vivir el cuidado como preocupación por nuestro propio destino. La vida puede conducirnos por caminos que pueden significar felicidad o desgracia: esas fuerzas pueden apoderarse de nosotros y podemos llenarnos de resentimientos y amarguras que nos incitan a la violencia. Tenemos que aprender a autocontrolarnos. Especialmente en estos tiempos de confinamiento social. Puede ser ocasión de desarrollar iniciativas creativas, de ejercitar la fantasía imaginativa que nos alejen de los peligros y nos abran espacio hacia una vida de decencia.

Hoy vivimos bajo la cultura del capital que continuamente nos demanda ser consumidores de bienes materiales, de entretenimientos y de otras estratagemas, más enfocados a quitarnos nuestro dinero que a satisfacer nuestros deseos más profundos. Cuidar de sí es preocuparse de no caer en esa trampa. Es dejar huella de tu pisada en la tierra, no pisar en la huella hecha por otro.

Cuidar de sí mismo como preocupación acerca del sentido de la propia vida significa: ser crítico, poner muchas cosas bajo sospecha para no permitir ser reducido a un número, a un mero consumidor, a un miembro de una masa anónima, a un eco de la voz de otro.

Cuidar de sí mismo es preocuparse del lugar de uno mismo en el mundo, en la familia, en la comunidad, en la sociedad, en el universo y en el designio de Dios. Cuidar de sí mismo es reconocer que, en la culminación de la historia, Dios te dará un nombre que es sólo tuyo, que te define y que solo Dios y tú conoceréis.

En la sociedad que nos masifica, es decisivo que cada uno pueda decir su yo, tener su propia visión de las cosas, no ser solamente un mero repetidor de lo que nos es comunicado por los muchos medios de comunicación de los que disponemos.

El cuidado implica cultivar y velar por nuestros sueños. El valor de una vida se mide por la grandeza de sus sueños y por su empeño, contra viento y marea, en realizarlos. Nada resiste a la esperanza tenaz y perseverante. La vida es siempre generosa; a quienes insisten y persisten acabará dándoles la oportunidad necesaria para concretar su sueño. Entonces irrumpe el sentimiento de realización, que es más que la felicidad momentánea y fugaz. La realización es fruto de una vida, de una perseverancia, de una lucha nunca abandonada de quien vivió la sabiduría predicada por don Quijote: no hay que aceptar las derrotas antes de dar todas las batallas. El modo de ser que resulta de este cuidado con la autorrealización es una existencia de equilibrio que genera serenidad en el ambiente y el sentimiento en los demás de sentirse bien en compañía de tal persona. La vida irradia, pues en eso reside su sentido: no en vivir simplemente porque no se muere, sino en irradiar y disfrutar de la alegría de existir.

              Cuidado como precaución con nuestros actos y actitudes

El cuidado como preocupación por nosotros mismos nos abre al cuidado como precaución en estos tiempos del coronavirus. Precavernos de no exponernos a coger el virus avasallador ni de trasmitirlo a los demás. Aquí el cuidado lo es todo, particularmente ante los más vulnerables que son las personas mayores de 65 años, nuestros abuelos y parientes mayores.

Alarguemos la perspectiva. En una perspectiva ecológica, hay actitudes y actos de falta de cuidado que pueden ser gravemente destructores, como la práctica de usar intensivamente pesticidas agrícolas, deforestar una amplia región para dar paso al ganado o al agronegocio, destruir la vegetación ribereña de los ríos. Las consecuencias no van a ser inmediatas, pero a medio y largo plazo pueden ser desastrosas, como la disminución del caudal del río, la contaminación del nivel freático de las aguas, el cambio del clima y de los regímenes de lluvias y de estiaje.

Aquí se impone una cuidadosa precaución para que la salud humana de toda una colectividad no sea afectada, como está ocurriendo en este momento en todo el mundo.

Con la introducción de las nuevas tecnologías, como la biotecnología y la nanotecnología, la robótica, la inteligencia artificial, mediante las cuales se manipulan los elementos últimos de la materia y de la vida, se pueden ocasionar daños irreversibles o producir elementos tóxicos, nuevas bacterias y series de virus, como el actual, el coronavirus, que comprometan el futuro de la vida (cf. T. Goldborn, El futuro robado, LPM 1977).

Como nunca antes en la historia, el futuro de la vida y las condiciones ecológicas de nuestra subsistencia están bajo nuestra responsabilidad. Esta responsabilidad no puede ni debe ser delegada a empresas con sus científicos en sus laboratorios para que decidan sobre el futuro de todos sin consultar con la sociedad. Aquí prevalece la ciudadanía planetaria. Cada ciudadano es convocado a informarse, a seguir y a decidir colectivamente qué caminos nuevos y más prometedores deben abrirse para la humanidad y para el resto de la comunidad de vida y no solo para el mercado y las empresas.

Nuestras relaciones merecen también especial precaución-cuidado. Deben ser siempre abiertas y constructoras de puentes. Tal propósito implica superar las extrañezas y los prejuicios. Aquí es importante ser vigilantes y trabar una fuerte lucha contra nosotros mismos y los hábitos culturales establecidos. Albert Einstein, sabedor de las dificultades inherentes a este esfuerzo, consideraba no sin razón, que es más fácil desintegrar un átomo que remover un prejuicio de la cabeza de una persona.

Cada vez que encontramos a alguien, estamos ante una manifestación nueva, ofrecida por el universo o por Dios, un mensaje que solamente esa persona puede pronunciar y que puede significar una luz en nuestro camino.

Pasamos una única vez por este planeta. Si puedo hacer algún bien a otra persona, no debo postergarlo ni descuidarlo, pues difícilmente la encontraré otra vez en el mismo camino. Esto vale como disposición de fondo de nuestro proyecto de vida.

Es importante que nos preocupemos de nuestro lenguaje. Somos los únicos seres capaces de hablar. Mediante el habla, como nos enseñaron Maturana y Wittgenstein, organizamos nuestras experiencias, ponemos orden en las cosas, y creamos la arquitectura de los saberes. Bien cantan los miembros de las Comunidades Eclesiales de Base de Brasil: La palabra no fue hecha para dividir a nadie/la palabra es un puente por donde va y viene el amor.

Por la palabra construimos o destruimos, consolamos o desolamos, creamos sentidos de vida o de muerte. Las palabras antes de definir un objeto o dirigirse a alguien, nos definen a nosotros mismo. Dicen quienes somos y revelan en qué mundo habitamos.

                  Cuidado de nuestra relación principal: la amistad y el amor

Hay un cuidado especial que debemos cultivar sobre dos realidades fundamentales en nuestra vida: la amistad y el amor. Mucho se ha escrito sobre ellas. Aquí nos restringiremos a lo mínimo. La amistad es esa relación que nace de una afinidad desconocida, de una simpatía totalmente inexplicable, de una proximidad afectuosa hacia otra persona. Entre los amigos se crea algo así como una comunidad de destino. La amistad vive del desinterés, de la confianza y de la lealtad. La amistad tiene raíces tan profundas que, aunque pasen muchos años, cuando los amigos y amigas vuelven a encontrarse se anulan los tiempos y se reanudan los lazos y hasta el recuerdo de la última conversación mantenida.

Cuidar de las amistades es preocuparse de la vida, penas y alegrías de la amiga o del amigo. Es ofrecerle un hombro cuando la vulnerabilidad le visita y el desconsuelo le roba sus estrellas guía. En el sufrimiento y en el fracaso existencial, profesional o amoroso es donde se comprueban los verdaderos amigos o amigas. Son como una torre fortísima que defiende el castillo de nuestras vidas peregrinas.

La relación más profunda y la que trae las más importantes realizaciones de felicidad o las más dolorosas frustraciones es la experiencia del amor. Nada es más precioso y apreciado que el amor. Nace del encuentro entre dos personas que un día cruzaron sus miradas, sintieron una atracción mutua y respondieron sus corazones. Resolvieron fundir sus vidas, unir sus destinos, compartir las fragilidades y los quereres de la vida.

Todos estos valores, por ser los más preciosos, son los más frágiles porque son los más expuestos a las contradicciones de la existencia humana. Cada cual es portador de luz y de sombras, de historias familiares y personales diferentes, cuyas raíces alcanzan arquetipos ancestrales, marcados ellos también por experiencias felices o trágicas que dejaron marca en la memoria genética de cada uno.

El amor es un ars combinatoria de todos estos factores, hecho con sutileza, que demanda capacidad de comprensión, de renuncia, de paciencia y de perdón, y al mismo tiempo de disfrute común del encuentro amoroso, de la intimidad sexual, de la entrega confiada de uno al otro, experiencia que sirve de base para entender la naturaleza de Dios, pues Él es amor incondicional y esencial.

Cuanto más capaz de una entrega total se es, mayor y más fuerte es el amor. Tal entrega supone un coraje extremo, una experiencia de muerte pues no se retiene nada y uno se zambulle totalmente en el otro.

El hombre posee especial dificultad para este gesto extremo, tal vez por la herencia del machismo, patriarcalismo y racionalismo de siglos que carga dentro de sí y que limita su capacidad para esta confianza extrema.

La mujer es más radical: va hasta el extremo de la entrega en el amor, sin resto y sin reservas. Por eso su amor es más pleno y realizador, y, cuando se frustra, la vida revela contornos de tragedia y de un vacío existencial abismal.

El mayor secreto para cuidar del amor reside en esto: cultivar sencillamente la ternura, La ternura vive de gentileza, de pequeños gestos que revelan el cariño, de signos pequeños, como recoger una concha en la playa y llevarla a la persona amada y decirle que en aquel momento la recordó con mucho cariño.

Tales «banalidades» tienen un peso mayor que la más preciosa joya. Así como una estrella no brilla sin una atmósfera a su alrededor, de la misma manera el amor no vive y sobrevive sin un aura de afecto, de ternura y de cuidado.

El cuidado es un arte. Como pertenece a la esencia de lo humano, siempre está disponible. Y como todo lo que vive necesita sustento, también él necesita ser alimentado. El cuidado se alimenta de una preocupación vigilante por su futuro y por el del otro.

Eso a veces se hace reservando momentos de reflexión sobre sí mismo, haciendo silencio a su alrededor, concentrándose en alguna lectura que alimente el espíritu y, no en último lugar, entregándose a la meditación y a la apertura a Aquel mayor que tiene el sentido de nuestras vidas y conoce todos nuestros secretos.

                      Conclusión: el cuidado es todo

El cuidado es todo, pues sin él, ninguno de nosotros existiría. Quien cuida ama, quien ama cuida. Cuidémonos los unos a los otros, particularmente en estos momentos dramáticos de nuestras vidas, pues ellas corren peligro y pueden afectar el futuro de la vida y de la humanidad sobre este pequeño planeta que es la única Casa Común que tenemos.

*Leonardo Boff ha escrito Saber cuidar: ética de lo humano-compasión por la Tierra, Vozes muchas ediciones 2018 y La fuerza de la ternura, Mar de Ideias, Rio 2016.

Traducción de Mª José Gavito Milano

Maria Helena Machado:Os Profissionais de saúde em tempos de COVID19 – a realidade brasileira

Maria Helena Machado é socióloga e pesquisadora titular da ENSP-FIOCRUZ: machado@ensp.fiocruz.br

A pesquisadora da ENSP-FIOCRUZ faz neste artigo a apologia do SUS (Sistema Único de Saúde) até ha pouco tempo  vinha sendo combatido e ameaçado de privatização e agora se mostrando como o grande instrumento de assistência à saúde da maioria da população brasileira. Ele foi criado em 23 de setembro de 1988 no contexto da nova Constituição que garantia a saúde como um direito de todos e um dever do Estado. O artigo 196 é claro ao afirmar que o acesso ao SUS é universal, igualitário e gratuito. A autora mostra a realidade concreta seja da infra-estrutura hospitalar, do corpo médico, de enfermagem e dos centros de pesquisa.Os números são impressionantes, apesar de poderem ser ainda maiores para atender adequadamente toda a população.

Junco com esta parte objetiva e técnica é decisiva também a dimensão humanística dos que trabalham no SUS. A ética natural é o cuidado que se desdobra nas qualidades profundamente humanitárias da compaixão,da atenção afetiva, da assistência judiciosa quando o paciente perde sua autonomia, a preocupação por devolver-lhe a confiança na vida, ajudá-lo  a acolher sem amargura a condição humana sempre vulnerável e por fim acompanhá-lo no momento da grande travessia. Se for religioso poder sussurar-lhe ao ouvido as consoladores palavras das Escrituras judaico-cristãs:”se teu coração te censura, saiba que Deus é maior que teu coração e vá ao encontro dele”.

Nesses tempos de Corona-vírus é importante que tenhamos os cohecimentos fundamentais do que seja o SUS e o serviço que presta a milhões, enfatizando a competência, a generosidade e a total entrega de seus médicos/as e enfermeiros/as e demais servidores dos hospitais,das UPAS e de outros centros de saúde somando cerca de 3,5 milhões de operadores da saúde. Somos gratos a todos eles, particularmente nestes momentos em que eles, para servir os outros, correm riscos e os enfrentam com responsabilidade e de forma incansável.  Agradecemos à Dra.Maria Helena Machado por esta sua contribuição: Lboff

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O Brasil tem dois patrimônios no âmbito 😮 SUS  e os mais de 3 milhões e meio de Profissionais de Saúde que nele atuam.

Fruto de um processo histórico de três décadas o SUS assegura pela Constituição Federal saúde à toda a população brasileira. Á época de sua criação na década de 1980, o país contava com pouco mais de 18 mil estabelecimentos de saúde, 570 mil empregos de saúde e uma equipe bipolarizada entre médicos e atendentes de enfermagem (nível elementar de escolaridade). Trinta anos depois, o SUS é hoje o maior patrimônio público com mais de 200 mil estabelecimentos de saúde – hospitalares e ambulatoriais, 3 milhões e 500 mil trabalhadores empregados, sendo boa parte de nível superior. A equipe de saúde passa a ser multiprofissional constituída de médicos, enfermeiros, farmacêuticos, odontólogos, nutricionistas, fisioterapeutas, psicólogos, além de técnicos e auxiliares de saúde (enfermagem e demais áreas) (CNES, 2017).

É fato incontestável que o SUS, operado na rede pública (federal, estadual e municipal) e na rede privada/filantrópica conveniada, é sustentado e movido por um enorme contingente de trabalhadores. É fato também que estes trabalhadores são considerados essenciais ao sistema de saúde e imprescindíveis ao processo civilizatório de nosso país.

Ser profissional da saúde significa antes de tudo ser um profissional com vocação e missão especiais. A crise sanitária que impõe o Coronavirus nos ínsita a reafirmar essa premissa: Profissional de Saúde é um Bem Público: um Patrimônio de 3.500.000 de pessoas qualificadas e a serviço desse bem universal chamado Saúde.

É fato também que a sociedade moderna é alicerçada em uma sociedade de profissões, visto que a maioria das atividades humanas evoca profissionalismo para sua execução. O que seja saúde, doença, sanidade ou insanidade ou até mesmo o que é ordem ou desordem, são definidos no construto teórico das corporações profissionais. A saúde é um caso exemplar desse profissionalismo levado a sério.

Utilizando o construto teórico da sociologia das profissões pode-se afirmar que um profissional é um indivíduo que tem controle e domínio sobre um campo do saber que, em nome da primazia da racionalidade cognitiva e orientado para a aplicação desse conhecimento na solução de problemas da realidade dada. O saber tem valor privilegiado e define condutas técnicas e áreas de aplicabilidade da base cognitiva. Esse conhecimento especializado permite a ele exercer a autoridade sobre o paciente, sobre a população. Suas recomendações são levadas a sério não só pelo paciente, como pela população e especialmente pelas autoridades governamentais que prezam pela integridade e o bem estar dos indivíduos.

Em resumo, o saber profissional deve operar como uma espécie de caixa-preta que contém um conjunto de teorias e técnicas indecifráveis para leigos, mas ao mesmo tempo com suficiente visibilidade social para ser diferenciado dos vários saberes socialmente produzidos. O domínio e o monopólio deste saber constituem o fundamento da autonomia das profissões e do seu prestígio social. O conhecimento adquirido pelas profissões da saúde sobre a enfermidade e seu tratamento é no que se constitui a autoridade profissional, uma autoridade cultural que se manifesta pela construção de realidades.

Sendo então, por sua essencialidade e por serem doutos de sua habilidade cognitiva, detentores de saberes especializados e altamente treinados em escolas credenciadas, eles são inseridos no mercado de trabalho em postos de trabalho seja no setor público como no privado. Um mercado de trabalho complexo e altamente profissionalizado. Dados oficiais do IBGE, CNES, etc., atestam essa essencialidade quando registra, por exemplo, a presença de médicos e enfermeiros, mesmo com sinais de má distribuição regional ou até mesmo escassez nos 5.570 municípios, nas 27 unidades da Federação e nas 5 regiões geográficas do país, prestando assistência à população.

O enfrentamento da crise sanitária com o novo Coronavirus, em nosso país, tem sido possível por conta exatamente do SUS e de seus trabalhadores. Estamos falando de profissionais atuando na assistência direta à população nos hospitais e ambulatórios, na ciência e tecnologia produzindo e disponibilizando saberes, conhecimentos, tecnologia e insumos, na gestão pública, enfim, prestando serviços de alto valor social.

Contudo, sabemos das mazelas que o SUS vem enfrentando com crescimento da terceirização e da informalidade da inserção desses profissionais essenciais. As premissas preconizadas pela Organização Internacional do Trabalho no combate ao trabalho precário sendo aquele com contrato de trabalho desprotegido de amparo legal nunca foi tão atual e contemporâneo nesse mundo globalizado. A OIT elenca algumas dimensões inter-relacionadas de precariedade, contrapondo ao trabalho decente:

1) insegurança do mercado de trabalho pela ausência de oportunidades de trabalho;

2) insegurança do trabalho gerada pela proteção inadequada em caso de demissão;

3) insegurança de emprego gerada pela ausência de delimitações da atividade ou até mesma de qualificação de trabalho;

4) insegurança de integridade física e de saúde em razão das más condições das instalações e do ambiente de trabalho;

5) insegurança de renda, fruto da baixa remuneração e ausência de expectativa de melhorias salariais;

6) insegurança de representação quando o trabalhador não se sente protegido e representado por um sindicato.

Infelizmente, a realidade brasileira nos aproxima mais do trabalho precário, nos distanciando, inexoravelmente, do trabalho decente, preconizado pela OIT. Pesquisas recentes com categorias essenciais da saúde (médicos e enfermeiros, por exemplo) nos mostra que esses profissionais têm aumentado sua carga de trabalho diária, trabalhando interruptamente, com salários baixos e se comparados a realidades internacionais isso levaria a constrangimentos do “incomparável”. A adoção do multiemprego e o prolongamento da jornada de trabalho semanal, abdicando do descanso entre um trabalho e outro passa a ser realidade dada em todo o país, seja no setor público como no privado. O desgaste profissional, o estresse, o adoecimento, os acidentes de trabalho acabam assumindo dimensões insustentáveis.

Se estamos falando de um Bem Público é preciso voltar nossas atenções e refletir juntos a essencialidade do trabalho deles, representados aqui pelos Médicos e pela Enfermagem e todos os demais profissionais da saúde que compõem esse contingente de mais de 3 milhões e meio de trabalhadores, expressando nossa gratidão, nosso reconhecimento, nossa confiança e esperança que vencermos essa batalha sanitária.

Salve nosso SUS!
Salve nossos Trabalhadores da Saúde! Salve nossos Patrimônios nacionais!!

 

 

 

Coronavirus: Gaias Reaktion und Rache?

Alles hängt mit allem zusammen: Das ist jetzt ein Datenpunkt im kollektiven Bewusstsein derjenigen, die eine integrale Ökologie entwickeln, wie z. B. Brian Swimme, viele andere Wissenschaftler sowie Papst Franziskus, in seiner Enzyklika “Über die Sorge des gemeinsamen Hauses”. Alle Wesen des Universums und der Erde, einschließlich uns, der Menschen, sind Teil des komplizierten Netzes von Beziehungen, die in alle Richtungen gesponnen werden, sodass außerhalb dieser Beziehungen nichts existiert. Das ist auch die Grundthese der Quantenphysik von Werner Heisenberg und Niels Bohr.

Es war den ursprünglichen Völkern bekannt, wie es 1856 durch die weisen Worte des Duwamish Großvaters Seattle zum Ausdruck kam: “Eines sind wir sicher: Die Erde gehört nicht dem Menschen. Der Mensch gehört zur Erde. Alles ist miteinander verbunden wie das Blut, das eine Familie vereint; alles ist mit allem verbunden. Was die Erde verwundet, verwundet auch die Söhne und Töchter der Erde. Es war nicht der Mensch, der das Netz des Lebens strickte: Der Mensch ist nur ein Knoten im Netz des Lebens. Alles, was der Mensch gegen dieses Netz tut, wird auch dem Menschen selbst angetan.” Das heißt, es gibt eine intime Verbindung zwischen der Erde und dem Menschen. Wenn wir der Erde wehtun, verletzen wir uns auch selbst und umgekehrt.

Das ist die gleiche Wahrnehmung, die die Astronauten von ihrer Raumsonde und dem Mond genossen: Die Erde und die Menschheit sind eine einzige und einzigartige Einheit. Isaac Asimov drückte es 1982 gut aus, als er auf Anfrage der New York Times die 25 Jahre des Weltraumzeitalters zusammenfasste: “Sein Vermächtnis ist die Bestätigung, dass die Erde und die Menschheit aus der Perspektive der Raumsonde eine einzige Einheit bilden (New York Times, 9. Oktober 1982)”. Wir sind die Erde. Der Mensch, „homo“, kommt vom Humus, der fruchtbaren Erde. Der biblische Adam bedeutet Sohn und Tochter der fruchtbaren Erde. Nach dieser Bestätigung ging uns nie wieder das Bewusstsein dafür verloren, dass das Schicksal der Erde und der Menschheit untrennbar vereint ist.

Leider sehen wir das, was Papst Franziskus in seiner ökologischen Enzyklika beklagt, bestätigt: “Wir haben unser gemeinsames Haus noch nie so sehr misshandelt und verwundet wie in den letzten zwei Jahrhunderten” (Nr. 53). Die Gier der Anhäufung von Reichtum ist so verheerend, dass einige Wissenschaftler sagen, wir hätten eine neue geologische Ära eingeleitet: das Anthropozän. Es ist nämlich der Mensch selbst, der das Leben bedroht und das sechste massive Aussterben beschleunigt, das wir bereits erleben. Die Aggression ist so heftig, dass jedes Jahr mehr als tausend Spezies von Lebewesen verschwinden und damit etwas Schlimmerem weichen als das Anthropozän, dem Nekrozän: der Ära der Massenproduktion des Todes. Da die Erde und die Menschheit miteinander verbunden sind, entsteht das Massensterben nicht nur in der Natur, sondern auch in der Menschheit selbst. Millionen von Menschen sterben an Hunger, Durst, Kriegsopfern oder sozialer Gewalt überall auf der Welt. Und wir sind unbekümmert und unternehmen nichts dagegen.

James Lovelock, der die Theorie der Erde als selbstregulierenden superlebenden Organismus, Gaia, präsentierte, schrieb ein Buch mit dem Titel „Gaias Rache“ (La venganza de Gaia, Planeta 2006). Er schlussfolgerte, dass die aktuellen Krankheiten wie Dengue, Chikungunya, das Zica-Virus, SARS, Ebola, Masern, das aktuelle Coronavirus und das allgemeine Verkümmern der menschlichen Beziehungen, die durch eine tiefe soziale Ungleichheit/Ungerechtigkeit und das Fehlen einer minimalen Solidarität gekennzeichnet sind, die Reaktion von Gaia auf die Vergehen sind, die wir ihr ständig zufügen. Ich würde nicht sagen, wie Lovelock es tut, dass es alles “die Rache von Gaia” ist, denn sie als die große Mutter, die sie ist, rächt sich nicht, sondern gibt uns starke Signale, dass sie krank ist (Taifune, Schmelzen des Polareises, Dürren und Überschwemmungen usw.); und am Ende, weil wir die Lektion nicht lernen, ergreift sie Repressalien, wie die oben genannten Krankheiten.

Ich erwähne das Buch/Testament von Theodore Monod, dem vielleicht einzigen großen zeitgenössischen Naturforscher: „Und wenn das menschliche Abenteuer scheitern sollte“ (Y si la aventura humana fallase, Paris, Grasset 2000): “Wir sind fähig zu sinnlosem und dementem Verhalten. Von nun an könnte alles passieren, wirklich alles, einschließlich der Vernichtung der menschlichen Rasse; das könnte der gerechte Preis für unseren Wahnsinn und unsere Grausamkeit sein» (S.246).

Das bedeutet nicht, dass alle Regierungen der Welt resignieren und aufhören werden, gegen das Coronavirus zu kämpfen und die Menschen zu schützen, oder dringend nach einem Impfstoff zu suchen, um es zu bekämpfen, trotz seiner ständigen Mutationen. Neben einer wirtschaftlichen und finanziellen Katastrophe könnte dies eine menschliche Tragödie mit einer unkalkulierbaren Zahl von Opfern bedeuten.

Aber die Erde wird mit diesen kleinen Entschädigungen nicht zufrieden sein. Sie plädiert für eine andere Haltung ihr gegenüber: eine, die ihre Rhythmen und Grenzen respektiert, die sich um ihre Nachhaltigkeit kümmert, und von uns ist gefordert, dass wir uns mehr wie die Söhne und Töchter von Mutter Erde fühlen, der Erde selbst, die fühlt, denkt, liebt, verehrt und sich kümmert. So wie wir uns um uns selbst kümmern, müssen wir uns um sie kümmern. Die Erde braucht uns nicht. Wir brauchen die Erde. Vielleicht will sie uns nicht mehr sehen und möchte lieber weiter um die Sonne kreisen, aber ohne uns, weil wir öko- und geofeindlich waren.

Da wir intelligente Wesen und Liebhaber des Lebens sind, können wir den Lauf unseres Schicksals ändern. Möge uns der Schöpfergeist in diesem Sinne stärken.

Leonardo Boff  Ökologe -Theologe -Philosoph von der Erdcharta Kommission