Tornare alla “normalità” è condannarsi

Quando la pandemia di coronavirus sarà passata, non ci sarà permesso di tornare alla “normalità” come era prima. Perché questo significherebbe, innanzitutto, disinteresse per le migliaia di persone che sono morte a causa del virus e mancanza di solidarietà con le loro famiglie e i loro amici. In secondo luogo, sarebbe la dimostrazione che non abbiamo imparato nulla da quella che, più che una crisi, è stata una chiamata urgente a cambiare il nostro modo di vivere nel mondo, nostra unica Casa Comune. È stata una chiamata della stessa Terra vivente, quel super-organismo autoregolato del quale noi siamo la parte intelligente e cosciente.

Il sistema attuale minaccia le fondamenta (le basi) della vita

Ritornare alla precedente situazione del mondo, egemonizzato dal capitalismo neoliberale, incapace di risolvere le sue contraddizioni interne e il cui DNA è la sua voracità, con crescita illimitata a scapito dello sfruttamento eccessivo della natura e dell’indifferenza per la povertà e la miseria della grande maggioranza dell’umanità da essa prodotta, è dimenticare che questa struttura sta scuotendo le basi ecologiche che sostengono tutta la vita del pianeta. Ritornare alla precedente “normalità” (business as usual) vuol dire prolungare una situazione che potrebbe significare la nostra autodistruzione.

Se non facciamo una “radicale conversione ecologica”, secondo le parole di papa Francesco, la Terra vivente potrà reagire e contrattaccare con virus ancora più violenti in grado di far scomparire la specie umana. Questa non è solo un’opinione puramente personale, ma l’opinione di molti biologi, cosmologi ed ecologi che seguono sistematicamente il crescente degrado dei sistemi vitali e del sistema terrestre. Dieci anni fa (2010), come risultato della mia ricerca sulla cosmologia e sul nuovo paradigma ecologico, ho scritto il libro Proteger a Terra – Cuidar a vida: como escapar do fim do mundo ed. Record (Proteggere la Terra – Prendersi cura della vita: come sfuggire alla fine del mondo). Le previsioni che ho fatto allora sono state pienamente confermate dalla situazione attuale.

Il progetto capitalista e neoliberale è stato respinto

Una delle lezioni che abbiamo imparato dalla pandemia è questa: se gli ideali del capitalismo neoliberale – concorrenza, accumulazione privata, individualismo, il primato del mercato sulla vita e minimizzazione della presenza dello Stato – fossero stati completamente seguiti, la maggior parte dell’umanità sarebbe perduta. Ciò che ci ha salvato è stata la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti e tutte, la solidarietà e uno Stato sufficientemente attrezzato per offrire la possibilità di trattamento del coronavirus a tutte le persone; nel caso del Brasile, il Sistema Unico della Salute (SUS).

Abbiamo fatto delle scoperte: abbiamo bisogno di un contratto sociale mondiale, perché siamo ancora ostaggi dell’obsoleta sovranità di ciascun Paese. I problemi globali richiedono una soluzione globale, concordata da tutti i paesi. Abbiamo visto il disastro nella Comunità Europea, dove ogni paese aveva un proprio piano, senza prendere in considerazione la necessaria cooperazione con gli altri paesi. È stata una devastazione specialmente in Italia e in Spagna, e recentemente negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è totalmente privatizzato.

Un’altra scoperta è stata l’urgenza di avere un organismo di governo mondiale pluralistico per garantire alla intera comunità vivente (non solo, quindi, alla comunità umana ma alla comunità di tutti gli esseri viventi) il necessario per vivere decentemente. I beni e i servizi naturali sono scarsi e molti di essi non sono rinnovabili. Con questi dobbiamo soddisfare le esigenze fondamentali del sistema vitale, pensando anche alle generazioni future. È il momento di creare un reddito di base universale per tutte le persone, costante invito del coraggioso uomo politico ed economista brasiliano Eduardo Suplicy.

Una comunità di destino condiviso

I cinesi hanno visto chiaramente questa esigenza nel promuovere “una comunità dal destino condiviso per tutta l’umanità”, un testo incorporato nel rinnovato articolo 35 della Costituzione cinese. Questa volta, o ci salveremo tutti, o ci uniremo al corteo di coloro che vanno nella fossa comune. Per questo dobbiamo urgentemente cambiare il nostro modo di rapportarci con la natura e con la Terra, non come signori, cavalcando su di essa, dilapidandola, ma come parti consapevoli e responsabili, mettendoci al suo fianco e ai suoi piedi, custodi di tutta la vita.

Alla famosa TINA (There Is No Alternative), “non c’è (un’altra) alternativa” della cultura del capitale, dobbiamo confrontarci con un’altra TINA (There Is a New Alternative), “c’è una nuova alternativa”. Se nella prima alternativa la centralità era occupata dal profitto, dal mercato e dal dominio della natura e da altro (ad es. l’imperialismo), in questa seconda sarà la vita nella sua grande diversità, anche quella umana, con le sue molteplici culture e tradizioni, che organizzerà il nuovo modo di abitare la Casa Comune. Questo è imperativo e rientra nelle nostre possibilità umane: abbiamo la scienza e la tecnologia, abbiamo un fantastico accumulo di ricchezza monetaria, ma la stragrande maggioranza dell’umanità e, quel che è peggio, di capi degli Stati non hanno la consapevolezza di questa necessità né la volontà politica di attuarla. Forse, di fronte al rischio reale della nostra scomparsa come specie, avendo raggiunto per la Terra i limiti di sopportabilità, l’istinto di sopravvivenza ci renderà socievoli, fraterni e tutti collaborativi e solidali tra di noi. Il tempo della competizione è finito. Ora è il momento della cooperazione.

Inaugurazione di una civiltà biocentrica

Credo che inaugureremo una civiltà biocentrica, attenta e rispettosa della vita, “la terra della buona speranza”, come dicono alcuni. Sarà possibile realizzare il “bien vivir y convivir” dei popoli andini: l’armonia di tutti e tutte con tutti gli altri e tutte le altre, in famiglia, nella società, con gli altri esseri viventi, con le acque, con le montagne e persino con le stelle nel cielo.

Come ha giustamente detto l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “avremo una scienza non al servizio del mercato, ma il mercato al servizio della scienza”, e io aggiungerei, con la scienza al servizio della vita.

Non usciremo dalla pandemia di coronavirus nel modo in cui ci siamo arrivati. Ci saranno sicuramente dei cambiamenti significativi, forse anche strutturali. Il noto leader indigeno, Ailton Krenak della Valle del Rio Doce (Brasile), ha giustamente detto: “Non so se usciremo da questa esperienza nello stesso modo in cui ci siamo entrati. È come una scossa per vedere ciò che conta davvero; il futuro è qui e ora, potremmo non essere vivi domani; speriamo di non tornare alla normalità” (giornale “O Globo” del 01/05/2020)

Logicamente, non possiamo immaginare che le trasformazioni avvengano da un giorno all’altro. È comprensibile che le fabbriche e le catene di produzione vogliano tornare alla logica precedente. Ma non saranno più accettabili. Dovranno subire un processo di riconversione in cui l’intero apparato della produzione industriale e agroindustriale dovrà acquisire il fattore ecologico come elemento essenziale. La responsabilità sociale delle imprese non è sufficiente. Dovrà essere imposta la responsabilità sociale ecologica.

Si cercheranno energie alternative ai combustibili fossili, con un minore impatto sugli ecosistemi. Si farà più attenzione all’atmosfera, alle acque e alle foreste. La protezione della biodiversità sarà fondamentale per il futuro della vita e del cibo, sia per l’uomo che per l’intera comunità degli essere viventi.

Che tipo di Terra vogliamo per il futuro?

Sicuramente ci sarà un grande dibattito di idee su quale futuro vogliamo e su quale tipo di mondo vogliamo abitare; su quale sarà la struttura più appropriata per la fase attuale della Terra e dell’umanità stessa, la fase della pianificazione e della percezione sempre più chiara che non abbiamo un’altra casa comune da abitare se non questa. E che abbiamo un destino comune, felice o tragico. Per essere felici, dobbiamo occuparcene in modo che tutti, tutte e tutto possa starci bene dentro, inclusa la natura.

Alcuni temono un processo di radicale violenza da parte dei “padroni del potere economico e militare” per assicurare i loro privilegi e i loro capitali. Sarebbe una forma diversa di dispotismo perché sarebbe basato su cyber media e su intelligenza artificiale con i suoi complessi algoritmi, un sistema di sorveglianza su tutte le persone del pianeta. La vita sociale e le libertà potrebbero essere costantemente minacciate. Ma ogni potere avrà sempre un contropotere. Ci sarebbero grandi scontri e conflitti a causa dell’esclusione e della miseria di milioni di persone che, nonostante la sorveglianza, non si accontenterebbero delle briciole che cadono dalle tavole dei ricchi epuloni.

Non pochi propongono una glocalizzazione, cioè l’accento viene posto sul “locale”, ossia in ciascuna regione con le proprie specificità geologiche, fisiche, ecologiche e culturali ma aperta al “globale” che coinvolge tutta l’umanità. In questo bio-regionalismo si potrebbe realizzare un vero sviluppo sostenibile, sfruttando i beni e i servizi offerti localmente. Praticamente tutto avverrà nella regione, con aziende più piccole, con una produzione agroalimentare ecologica, senza la necessità di lunghi trasporti che consumano energia e inquinano. La cultura, l’arte e le tradizioni rivivranno come una parte importante della vita sociale. La governance sarà partecipativa, riducendo le disuguaglianze e rendendo minore la povertà, sempre possibile, nelle società complesse. Questa è la tesi che il cosmologo Mark Hathaway ed io difendiamo nel nostro libro comune Il Tao della Liberazione (2010) che è stato ben accolto nell’ambiente scientifico e tra gli ecologisti al punto che Fritjof Capra, fisico e ecologista norteamericano-austriaco, si è offerto di fare per noi un’interessante prefazione.

Altri vedono la possibilità di un eco-socialismo planetario, capace di realizzare ciò che il capitalismo, per la sua essenza competitiva ed escludente, è incapace di fare: un contratto sociale globale, egualitario e inclusivo, rispettoso della natura in cui il noi (spirito comunitario e sociale) e non l’io (individualismo) sarà l’asse portante delle società e della comunità mondiale. L’eco-socialismo planetario ha trovato nel franco-brasiliano Michael Löwy il suo enunciatore più brillante. Avremo, come riafferma la Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco “sulla cura della Casa Comune”, uno stile di vita veramente sostenibile e non solo uno sviluppo sostenibile.

Alla fine, passeremo da una società industriale/consumista a una società che sostiene la vita con un consumo sobrio e solidale; da una cultura di accumulo di beni materiali a una cultura umanistico-spirituale in cui beni non materiali come la solidarietà, la giustizia sociale, la cooperazione, i legami affettivi e, non ultimi, l’amore e la logique du coeur saranno alla sua base.

Non sappiamo quale tendenza prevarrà. L’essere umano è complesso e indecifrabile, è mosso dalla benevolenza ma anche dalla crudeltà. È completo ma non ancora in construzzione. Imparerà, attraverso errori e successi, che la migliore struttura per la umana convivenza con tutti gli altri esseri viventi sulla Madre Terra deve essere guidata dalla logica dell’universo stesso: essa è strutturata, come ci dicono noti cosmologi e fisici quantistici, secondo complesse reti di interrelazioni. Tutto è relazione. Nulla esiste al di fuori della relazione. Ciascuno aiuta l’altro mutuamente a continuare ad esistere e a poter evolvere insieme. L’essere umano stesso è come un rizoma (bulbo di radici) di relazioni in tutte le direzioni.

Se posso esprimerlo in termini teologici: è l’immagine e somiglianza della Divinità che emerge come la relazione intima di tre Infiniti, ciascuno singolare (le singolarità non si sommano), Padre, Figlio e Spirito Santo, che esistono eternamente l’uno per l’altro, con l’altro, nell’altro e attraverso l’altro, costituendo una comunione divina di amore, bontà e bellezza infinita.

Tempi di crisi come il nostro, di passaggio da un tipo di mondo all’altro, sono anche tempi di grandi sogni e utopie. Sono questi che ci spingono verso il futuro, includendo il passato ma lasciando il nostro segno nel terreno della vita. È facile calpestare l’impronta lasciata dagli altri, ma non ci conduce a nessun cammino di speranza. Dobbiamo lasciare la nostra orma, contraddistinta dalla inesauribile speranza della vittoria della vita, perché il sentiero si fa camminando e sognando. Quindi, camminiamo.

*Leonardo Boff ecoteologo, filosofo, ha scritto: Proteger a Terra- cuidar da vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio 2010.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Post-pandemia: ¿lo nuevo o la radicalización de lo anterior?(II)

Hay muchos analistas que predicen que la post-pandemia podría significar una radicalización extrema de la situación anterior, un retorno al sistema de capital y al neoliberalismo, buscando dominar el mundo con el uso de la vigilancia digital (big data) sobre cada persona del planeta, algo que ya está en marcha en China y en Estados Unidos. Ahí entraríamos en la era de las tinieblas, con el riesgo, sugerido por Raquel Carson,en su famoso libro “La primavera silenciosa” de nuestra autodestrucción. De ahí la exigencia de una conversión ecológica radical, cuya centralidad debe ser ocupada por la Tierra, por la vida y por la civilización humana: una biocivilización.

Los posibles riesgos en el post-covid-19

No debemos sin embargo subestimar la fuerza de la violencia sistémica. Sigmund Freud, al contestar una carta de Albert Einstein de 1932 en la que le preguntaba si era posible superar la violencia y la guerra, dejaba una aporía. Respondió, considerando que no podía decir qué instinto podría prevalecer: si el instinto de muerte (thánatos) o el instinto de vida (eros). Están siempre en tensión y no podemos estar seguros de cual triunfará al final. Terminaba resignado: “Hambrientos, pensamos en el molino que muele tan lentamente que podemos morir de hambre antes de recibir la harina”.

Hay una opinión nada optimista de uno de los más grandes intelectuales estadounidenses, crítico severo del sistema imperialista, Noam Chomsky, que dice: «El coronavirus es suficientemente grave, pero vale la pena recordar que se está acercando algo mucho más terrible, estamos corriendo hacia el desastre, hacia algo mucho peor que cualquier otra cosa que haya sucedido en la historia humana y Trump y sus lacayos están al frente de esto, en la carrera hacia el abismo. Hay dos amenazas inmensas que estamos encarando. Una es la creciente amenaza de la guerra nuclear, exacerbada por la tensión de los regímenes militares, y la otra, por supuesto, es el calentamiento global. Las dos pueden resolverse, pero no hay mucho tiempo; el coronavirus es terrible y puede tener terribles consecuencias, pero será superado, mientras que las otras no lo serán. Si no resolvemos esto, estaremos condenados».

Chomsky ha afirmado que el presidente Trump está lo suficientemente demente como para desatar una guerra nuclear, sin importarle lo que le pueda pasar a toda la humanidad.

No obstante esta visión dramática del prestigioso lingüista y pensador, nuestra esperanza es que si la humanidad corriera un grave peligro de destruirse realmente, prevalecerá el instinto de vida. Pero a condición de que hayamos construido una forma diferente de habitar la Casa Común, sobre otras bases que no sean ni las del pasado ni las del presente.

Algunas buenas lecciones de la pandemia de Covid-19

De todos modos, el coronavirus nos ha mostrado que no somos “pequeños dioses” que pretenden poder todo; que somos frágiles y limitados; que la acumulación de bienes materiales no salva la vida; que la globalización financiera sola, en el molde competitivo del capitalismo, impide crear, como proponen los chinos, “una comunidad de destino común para toda la humanidad”; que tenemos que crear un centro global y plural para gestionar los problemas mundiales; que la cooperación y la solidaridad de todos con todos y no el individualismo son los valores centrales de una geosociedad.

Que se deben reconocer y respetar los límites del sistema-Tierra que no tolera un proyecto de crecimiento ilimitado; que debemos cuidar la naturaleza como nos cuidamos a nosotros mismos, porque somos parte de ella y nos proporciona todos los bienes y servicios necesarios para la vida; que debemos buscar una economía circular que cumpla las famosas tres erres (R): reducir, reutilizar y reciclar todo lo que ha entrado en el proceso de producción.

Que la economía ha de ser de subsistencia digna y universal y no de acumulación de algunos a expensas de todos los demás y de la naturaleza; que este tipo de economía de subsistencia disminuye las necesidades para dar lugar a la sobriedad y reducir así en gran medida las desigualdades sociales; que el nuevo orden económico no habría de regirse por las ganancias sino por la racionalidad económica con un sentido social y ecológico.

Que sería altamente racional y humanitario crear un renta mínima universal; que la atención médica es un derecho humano universal (One World-One Health) que no podemos desatander; que es importante garantizar un estado que regule el mercado, que promueva el desarrollo necesario y esté equipado para satisfacer las demandas colectivas, ya sean de salud o desastres naturales.

Que debemos incentivar el capital humano-espiritual, siempre ilimitado, basado en el amor, la solidaridad, la búsqueda de la justa medida, la fraternidad, la compasión, el sentir el encanto del mundo y en la búsqueda incansable de la paz.

Un mapa para rescatar la vida: la Carta de la Tierra

Estas son, entre otras, algunas de las lecciones que podemos sacar del coronavirus. Citando la Carta de la Tierra (UNESCO), uno de los documentos oficiales más inspiradores para la transformación de nuestra forma de estar en el planeta Tierra, «se necesitan cambios fundamentales en nuestros valores, instituciones y formas de vida… Nuestros desafíos ambientales, económicos, políticos, sociales y espirituales están interconectados y juntos podemos forjar soluciones inclusivas» (Preámbulo c).

¿Qué visión del mundo y qué valores incluir?

Saber y tener conocimiento de los datos de la realidad no es todavía hacer. ¿Qué nos impulsa a actuar? ¿Qué visión del mundo (cosmología) y qué valores (ética) deberíamos incluir? Nos orienta un texto importante de la parte final de la Carta de la Tierra, en cuya redacción también participé.

Como nunca antes en la historia, el destino común nos llama a buscar un nuevo comienzo. Esto requiere un cambio de mente y de corazón. Exige un nuevo sentido de interdependencia global y de responsabilidad universal. Debemos desarrollar y aplicar con imaginación la visión de un modo de vida sostenible a nivel local, nacional, regional y mundial” (El camino por delante).

Observemos que no se trata sólo de mejorar el camino andado. Este nos llevará a las crisis cíclicas que ya conocemos y eventualmente al desastre. Se trata de “buscar un nuevo comienzo”. Se nos reta a reconstruir la “Tierra, nuestro hogar, que está viva con una comunidad de vida única” (CT, Preámbulo a). Sería engañoso cubrir las heridas de la Tierra con venditas, pensando que podemos curarla. Tenemos que revitalizarla y rehacerla para que sea la Casa Común.

“Esto requiere un cambio de mente”. Un cambio de mente significa una nueva mirada sobre la Tierra, tal como la nueva cosmología y biología la presentan. Ella es un momento del proceso evolutivo que tiene ya 13.700 millones de años y la Tierra 4.300 millones de años. Después del big bang, todos los elementos físico-químicos se forjaron durante más de tres mil millones de años en el corazón de las grandes estrellas rojas. Al explotar, lanzaron en todas las direcciones estos elementos que formaron la galaxia, las estrellas como el Sol, los planetas y la Tierra.

Ella está viva con una vida que irrumpió hace 3.800 millones de años, un superorganismo sistémico que se autoorganiza y se autocrea continuamente. En un momento avanzado de su complejidad, hace unos 8-10 millones de años, una parte de ella comenzó a sentir, pensar, amar y adorar. Surgió el ser humano, hombre y mujer. Él es Tierra consciente e inteligente, por eso se llama homo, hecho de humus.

Esta cosmovisión cambia nuestra concepción de la Tierra. La ONU, el 22 de abril de 2009, la reconoció oficialmente como la Madre Tierra porque genera y nos da todo. Por eso la Carta de la Tierra dice: “Respetar la Tierra y la vida en toda su diversidad y cuidar de la comunidad de la vida con comprensión, compasión y amor” (CT 1 y 2). La Tierra como suelo la podemos comprar y vender. A la Madre, sin embargo, no la compramos ni vendemos; la amamos y la veneramos. Tales actitudes deben ser transferidas a la Tierra, nuestra Madre. Esta es la nueva mente que tenemos que hacer nuestra.

“Requiere un cambio de corazón”. El corazón es la dimensión del sentimiento profundo (pathos), de la sensibilidad, el amor, la compasión y los valores que guían nuestra vida. Especialmente en el corazón se encuentra el cuidado, que es una forma amistosa y afectuosa de relacionarse con la naturaleza y sus seres. Tiene que ver con la razón sensible o cordial, con el cerebro límbico, que surgió hace 220 millones de años cuando los mamíferos irrumpieron en la evolución. Todos ellos, como el ser humano, tienen sentimientos, amor y cuidado a sus crías. Eso es el pathos, la capacidad de afectar y ser afectado, la dimensión más profunda del ser humano.

La razón  (logos), la mente a la cual nos hemos referido anteriormente, apareció hace sólo 8-10 millones de años con el cerebro neocortical y en la forma avanzada como homo sapiens (el hombre actual) hace unos cien mil años. Este, en la modernidad, se ha desarrollado exponencialmente, dominando nuestras sociedades y creando la tecnociencia, los grandes instrumentos de dominación y transformación de la faz de la Tierra, creando inclusive una máquina de muerte con armas nucleares y otras que pueden acabar con la vida humana y la de la naturaleza.

La inflación de la razón, el racionalismo, ha creado una especie de lobotomía: el ser humano tiene dificultad para sentir al otro y su sufrimiento. Necesitamos completar la inteligencia racional, necesaria para resolver las necesidades de supervivencia de nuestra vida, pero hay que completarla con inteligencia emocional y sensible para que seamos más completos y asumamos con pasión la defensa de la Tierra y de la vida.

Necesitamos el corazón para que nos lleve a escuchar tanto el grito de la Tierra como el grito del pobre, y a forjar como dice el Primer Ministro chino Xi Jinping: “una sociedad moderadamente abastecida” o como decimos nosotros: una sociedad con un consumo sobrio, frugal y solidario (continua)

*Leonardo Boff es ecoteólogo y filósofo ya ha escrito: El ser humano, Satán o Ángel bueno, Record 2008.

 

 

 

Luiz Cesare Vieira: O Banquete dos sete Sábios

Texto: O autor, Luiz Cesare Vieira é um catarinense que vive em Florinápolis e possui um blog muito interessante Recanto das Letras que convido a visitá-lo pois vale a pena e se aprende muito.https://www.recantodasletras.com.br/cronicas/6943950 Agradeço a inclusão que fez de meu nome, sabendo que há muitíssimo mais pessoas no mundo que merecem este título de sábios, mais do que eu. Mas aqui vai minha admiração pelo belíssimo texto, que sem perder-se em louvações, vai direto ao pensamento: Lboff
O BANQUETE DOS SETE SÁBIOS
Há muitos anos, por volta do ano 100 d.C. o historiador Plutarco relatou um banquete seguido de symposium na casa do tirano Periandro, reunindo nada menos que os sete sábios consagrados da Grécia: Tales, Pítaco, Bias, Sólon, Cleobulo, Míson e Quílon. Sem dúvidas, o maior evento do século VI a.C.

Desde Platão os sete sábios eram o tema da época e permaneceu por séculos. Reuni-los para uma conversa sapiencial era um sonho dourado. Para mediar o colóquio Periandro convidou outro sábio, o velho adivinho Diócles, frequentador assíduo de sua casa. Das palavras trocadas no lustroso encontro e transmitidas por Diócles, Plutarco legou à humanidade o livro Banquete dos Sete Sábios.

Quase dois mil anos depois o destino me outorgou a tarefa de perdurar a tradição de Plutarco. Teria que reunir sete sábios para iluminar a humanidade extraviada em soturnos becos virais. Tarefa difícil identificar sete sábios.

Emprestei de Diógenes a lanterna e conclui a lista. Alain Touraine (94 anos); Noan Chomsky (92 anos); Antonio Negri (87 anos); Pepe Mujica (84 anos); David Harvey (84 anos); Leonardo Boff (81 anos); Boaventura Santos (80 anos). Divergências quanto aos nomes são normais, na lista da Grécia mais de 20 revezaram o núcleo dos 7. Idade importa? Sim, mas sabedoria é construção do espírito, não o mero acúmulo dos anos. Todos acederam ao convite.

Mais por tradição do que precisão escolhi um velho adivinho para presidir o colóquio. Tirésias é seu nome. O local, um antigo castelo de Sintra, Portugal, transformado em pousada. Maio é só flores em Portugal.

Na manhã marcada para o encontro, Boaventura e Boff chegaram antes da hora e no bom português puxaram conversa sobre velhice.

– Entramos na etapa derradeira da vida, Boaventura, perdemos o vigor e nos despedimos lentamente de todas as coisas.

– Pois é, como dizia Camões: “Mais vivera se não fora, para tão grande ideal, tão curta a vida”. E pulando para São Paulo: “Na medida em que definha o homem exterior, rejuvenesce o homem interior”.

– Pleno acordo. O eu profundo. Precisamos de muitos anos de velhice para encontrar a palavra essencial que nos defina. Quem sou eu, qual é o meu lugar no desígnio do mistério?

– Verdade, Boff, a velhice é a última chance que a vida nos oferece para acabar de crescer. Eu acho que vivemos para rasgar novos horizontes e criar sentido de vida. Só é velho quem acha que o mundo decidiu tudo por nós. A velhice não pode ser mera repetição.

– Sim, devemos estar sempre em gênese. Nunca estamos prontos…

– Falemos também do envelhecimento social da humanidade. A partir da década de 80 com o “there is no alternative”, as portas do futuro foram cerradas…

Entram na sala Chomsky, Mojica, Touraine, Harvey e Negri.
Cumprimentos, saudações, sinceros elogios mútuos. A cordialidade e a fraternidade, como o ar, encheram o ambiente. Sentaram na ampla mesa decorada com candelabros e tomaram o vinho branco de aperitivo. Era perto do meio dia.

Tirésias, o vate cego ao abrir o symposium propôs a idade como critério da sequência das falas. Ninguém concordou e Mojica, florista e político, voz lenta e tranquila, falou.

– A morte vestida em forma de vírus escolhe os mais velhos para levar primeiro à sua terra de indolências e sonhos ressequidos. Desmazelos na gestão sanitária e olhos vendados à ciência gera a “devastação dos velhos”, nas emocionantes palavras do brasileiro Lima Duarte. Proponho uma homenagem aos que se foram e repúdio aos governantes que “lavam as mãos, mas o fazem numa bacia de sangue”.

Aplausos! Chomsky reforçou Mujica e com a voz gasta de centenário embate continuou.

– Se deixarmos nosso destino na mão de bufões como Trump e Bolsonaro será o fim. O Coronavírus é muito sério, mas há algo mais terrível nos levando direto para o abismo: guerra nuclear e aquecimento global. A crise civilizacional está instalada. Uma palavra sobre o isolamento. Acho que as redes sociais atomizaram e isolaram as pessoas de modo extraordinário. Nas universidades existem placas alertando “olhe para frente”, porque os jovens estão grudados em si mesmos. A crise colocou as pessoas em situação real de isolamento social. Enfim, temos que ver o lado bom do Coronavírus, se a crise pode fazer as pessoas pensarem sobre o mundo que queremos…

Touraine, pensador incansável, sem muitas ilusões sobre o futuro, interrompeu.

– Vivemos sim num mundo sem líderes e há um colapso do movimento operário. O que vemos é um mundo sem ideias, sem direção, sem estratégia, sem linguagem: é o silêncio. Se o vírus vai mudar alguma coisa? Acho que não. Haverá outras catástrofes, temo a ecológica.

– “Produção social do comum”, eu diria que estas deveriam ser as palavras de ordem – observou Negri com a convicção de um revolucionário – uma reforma anticapitalista, para que as fábricas produzam de forma diferente, coisas diferentes. Cito a luta democrática dos coletes amarelos pelo comum. Não falo em decrescimento, mas outro crescimento. Não voltaremos a viver na floresta, mas com a floresta.

A última frase foi o mote para Boff entrar na conversa, palavras escritas no coração.

– O problema é este, nós esquecemos que somos pedaços da Terra, que somos Terra pensante, e quando a atacamos, a depredamos por cobiça e para enriquecer, atacamos a nós mesmos. Seremos capazes de captar o sinal que o Coronavírus está passando ou continuaremos a fazer mais do mesmo, ferindo a terra? Acho que é uma oportunidade de criarmos uma sociedade do cuidado, da gentileza e da alegria de viver, em harmonia com a mãe Terra.

Ouviu-se badalos de um sino. Era ele, Tirésias, anunciando a hora do banquete. Os garçons serviram o tradicional bacalhau à portuguesa. Chomsky propôs um brinde “ao encontro; à Plutarco e às superações da humanidade!”.

Finda a comensalidade se recolheram à sala contígua para continuar o symposium. Boaventura, eterno militante do pensamento por um outro mundo, interveio.

– Acedo às preocupações gerais sobre o clima. Enquanto a crise da pandemia pode ser revertida, a crise ecológica é irreversível, no máximo mitigada. Gostaria de colocar outro ponto: a dificuldade, acrescida com a pandemia, dos políticos e intelectuais em mediar com a realidade. Ao contrário, medeiam entre si em pequenas divergências políticas e ideológicas. Intelectuais escrevem sobre o mundo, mas não com o mundo. A realidade tornou-se inacessível, e extraordinariamente inacessível na pandemia. Estou certo que nos próximos tempo a cruel pedagogia do vírus nos dará mais lições.

Chegou a hora de Harvey, o tempo todo muito atento, se manifestar.

– A forma espiral de acumulação infinita de capital está em colapso. Como o capitalismo, já antes em crise, poderá absorver os impactos da pandemia? Depende do tempo. Exércitos de trabalhadores precários estão sendo demitidos. Foram investidos bilhões em infraestrutura do turismo e este local de acumulação de capital está morto, incontáveis os desempregados. Ironia final: a única coisa que pode salvar o capitalismo é um consumismo em massa financiado pelo governo. Isso exigirá socializar toda a economia dos Estados Unidos, por exemplo, sem chamar isso de socialismo.

Mujica tomou um gole de vinho, pediu licença “dores nas costas” e falou de pé.

– Navegamos sem bússola e nos perdemos na globalização, impulsionados pelos ventos do mercado e da tecnologia, sem consciência política dos meios e fins. Diria, meus amigos, se eu pudesse acreditar em Deus, que a pandemia é um aviso para os sapiens. Temo notícias ruins nos curto e médio prazos. O autoritarismo terá sua primavera, assim como a especulação financeira; dramáticas tensões políticas entre Oriente e Ocidente; nacionalismos xenófobos e baixos salários surgirão. Os escalões mais baixos da classe média ameaçada questionarão os governos e serão o clamor das ruas. Eu me pergunto, como humanos atingimos o limite biológico de nossa capacidade política? Seremos capazes de nos redirecionarmos como espécie e não como classe ou país?

O symposium seguiu até às 17h. Tirésias anotou tudo. Os sete sábios se despediram com a certeza e a emoção de que não se veriam mais. O tempo ficou curto para eles, mas iriam até o fim, havia novos horizontes a serem rasgados com urgência..

luiz cezare vieira
Enviado por luiz cezare vieira em 11/05/2020
Reeditado em 13/05/2020
Código do texto: T6943950
Classificação de conteúdo: seguro

Homenagem ao corpo de enfermagem e médico

       Homenagem ao corpo de enfermagem e médico

                           Leonardo Boff

Hoje é um dia sagrado, o dia das enfermeiras e dos enfermeiros e assistentes. São aqueles operadores de saúde que junto com o corpo médico estão doando suas vidas, face ao ataque feroz do covid-19, para salvar outras vidas. São 12 milhões de enfermeiros/as, centenas afetados pelo vírus e muitos vitimados por ele.São fiéis ao juramento que fizeram,um dia, de que um médico,uma médica, uma enfermeira e um enfermeiro jamais abandonam seu paciente. Hoje mais que homenageá-las e homenageá-los é um dia de gratidão, de reverência e de devoção por tudo o que estão fazendo. Não tenho outras palavras senão o silêncio reverente. Lboff

        Como acontece a prática do cuidado?

Vera Regina Waldow, uma extraordinária enfermeira gaúcha que por sua prática e livros enfatizou o cuidado como a ética natural desta profissão/missão. Estudou esta questão em detalhe e discutindo com a melhor literatura nacional e internacional. Seu sonho é que “a enfermagem seja conhecida e reconhecida como prática de cuidado” (Cuidar, expressão humanizadora da enfermagem,Vozes 2004). Em suas palavras:

Cuidar consiste em uma forma de viver, de ser, de se expressar; é uma postura ética e estética frente ao mundo; é um compromisso com o estar-no-mudo e contribuir com o bem-estar geral, na preservação da natureza, na promoção das potencialidades, da dignidade humana e de nossa espiritualidade; é contribuir na construção da história, do conhecimento da vida (Cuidar,89).

Note-se a amplitude do conceito, especialmente abrindo-se para a preservação da natureza e para a espiritualidade, campos novos da diligência da medicina e da enfermagem.

Continua Waldow diz com experiência e acerto:

Os objetivos de cuidar envolvem, entre outros, aliviar, confortar, ajudar, favorecer, promover, restabelecer, restaurar, dar, fazer etc. O cuidado é imprescindível em todas as situações de enfermidade, incapacidades e durante o processo de morte; mesmo na ausência e alguma enfermidade e no cotidiano dos seres humanos, o cuidado é também imprescindível, tanto como uma forma de viver como de se relacionar (Cuidar, 89).

O cuidado é fundamental na Atenção Primária de Saúde (APS), pois a maioria dos casos de doença podem ser resolvidos por esta atenção sem chegar ao hospital. Se bem repararmos, o cuidado seja como desvelo, atenção, gesto amoroso seja como sentir-se afetivamente envolvido e preocupado pelo outro pelos laços que estabeleceu com ele, está ligado à vida e à sobrevivência e às relações com o outro, inclusive com a natureza cuja integridade e vitalidade é fundamental para a saúde pessoal e coletiva.

              As atitudes de cuidado

Compendiando, sumariamente, as atitudes que o cuidado ao enfermo pede, podemos elencar as seguintes:

Compaixão: é a capacidade de colocar-se no lugar do outro e sentir com ele. Não dar-lhe a impressão que está só e entregue à sua dor

Toque da carícia essencial: tocar o outro é devolver-lhe a certeza de que pertence à nossa humanidade e o toque da carícia é uma manifestação de amor. Muitas vezes, a doença é um sinal de que o paciente quer se comunicar, falar e ser ouvido(Dahlke, A doença como linguagem da alma,Cultrix 2000). Sente enorme dificuldade de fazê-lo. Pelo toque se sente escutado e procura um sentido escondido atrás da doença que o enfermeiro ou a enfermeira ou médico podem ajudá-lo a descobrir (Paes Campos, Quem cuida do cuidador, Vozes, 2005,38; J.Y.Leloup. Uma arte de cuidar,Vozes 2007, 61-65).

Diz acertadamente uma enfermeira do Paraná Darci Aparecida Martins:

Quando te toco, te cuido, quando te cuido te toco…Se és um idoso te cuido quando estás cansado; te toco quando te abraço; te toco quando estás chorando; te cuido quando não estás mais andando (A enfermagem e a arte de cuidar, Paulus 2005,45-46).

Assistência judiciosa: O paciente precisa de ajuda e a enfermeira ou o enfermeiro deseja cuidar. A convergência destes dois movimentos gera a reciprocidade e a superação do sentimento de uma relação desigual. Criar-lhe um suporte que lhe permita manter relativa autonomia. A assistência deve ser judiciosa: tudo o que o paciente pode fazer, incentivá-lo a fazer e assisti-lo somente quando já não o pode fazer por si mesmo.

Devolver-lhe a confiança na vida: O que o paciente mais deseja é resgatar seu equilíbrio perdido, é voltar a ser saudável. Dai ser decisivo devolver-lhe a confiança na vida em suas energias interiores, físicas, psíquicas e espirituais pois elas atuam como verdadeiras medicinas. Incentivar gestos simbólicos, carregados de afeto. Não raro, os desenhos que a filhinha fez para o pai doente, suscita nele tanta energia e comoção que equivale a um coquetel de vitaminas.

Fazê-lo acolher a condição humana. Normalmente o paciente se interroga, perplexo: por que isso foi acontecer comigo, exatamente agora em que tudo na vida estava dando certo? Por que, jovem ainda, sou acometido desta grave doença? Por que sou arrancado das relações familiares, sociais e do trabalho por causa da contaminação do coronavírus? Tais questionamentos remetem a uma reflexão humilde sobre a condition humaine que é, em todo o momento, exposta a riscos e à vulnerabilidades inesperadas.Estas questões,penso, muitos que estão em quarentena ou mesmo internados estão colocando.

Quem é sadio sempre pode ficar doente. E toda doença remete à saúde que é o valor de referência maior. Mas não conseguimos saltar por cima de nossa sombra e não há como não acolher a vida assim como é: sadia e enferma, bem sucedida e fragilizada, ardendo por vida e tendo que aceitar eventuais doenças e, no limite, a própria morte. É nestes momentos em que os pacientes fazem profundas revisões de vida, não se contentam apenas com as explicações científicas (sempre necessárias), dadas pelos médicos, mas anseiam por um sentido que surge a partir de um diálogo profundo com seu Self ou da palavra sábia de um sacerdote, de um pastor ou de uma mãe de santo, ou de uma pessoa espiritual. Resgatam, então, valores cotidianos que antes sequer anotavam, redefinem seu desenho de vida e amadurecem. A palavra tranquila e serena da enfermeira ou do enfermeiro pode dar-lhe paz e sossego.Quem sai curado do coronavírus será seguramente muito diferente do que quando entrou, agradecido à  ao corpo de saúde, à vida e a seus pequenos detalhes.

Acompanhá-lo na grande travessia. Há um momento inevitável que todos, mesmos a pessoa mais idosa do mundo, devem morrer. É a lei da vida, sujeita à morte É uma travessia decisiva. Ela deve ser preparada por toda uma vida que se guiou por valores morais generosos, responsáveis e benfazejos.

Mas para a grande maioria, a morte é sofrida como um assalto e um sequestro diante dos quais se sente impotente. E dá-se conta de que, finalmente, deve se entregar.

A presença discreta, respeitosa da enfermeira ou do enfermeiro, pegando-lhe a mão, sussurrando-lhe palavras de conforto e de coragem, convidando-o a ir ao encontro da Luz e da Fonte da vida podem fazer que o moribundo saia da vida sereno e agradecido pela existência que viveu.

Sussurar-lhe ao ouvido, se possui uma referência religiosa, as palavras tão consoladoras de São João: Se teu coração te acusa, saiba que Deus é maior que teu coração”(3,20). Pode entregar-se tranquilamente a Deus cujo coração é de puro amor e de misericórdia infinita,

Aqui o cuidado se revela muito mais como arte que como técnica e supõe no operador de saúde densidade de vida, sentido espiritual e um olhar que alcança para além da vida e da morte(L.Boff, Vida para além da morte,Vozes 2008).

Atingir este estágio é uma missão a que o enfermeiro e enfermeira e também  os médicos e médicas devem buscar para serem plenamente servidores da vida.

Pode servir-lhe de inspiração as sábias palavras de Norman Cousins (1915-1990) jornalista e escritor, um dos maiores defensores do desarmamento nuclear e que no dia mesmo em que os americanos lançaram a primeira bomba atômica sobre Hiroshima a 6 de agosto de 1945 ousou escrever um editorial com o título:

“O homem moderno é obsoleto”. Ai manifestava profunda culpa por este ato de insanidade e concluía: A tragédia da vida não é a morte, mas aquilo que deixamos morrer dentro de nós enquanto vivemos. Quantos não sofrem por não poderem velar por seus entes queridos falecidos e ver como são levados sozinhos ao sepultamento, não raro, em valas comuns. Não há lágrimas suficientes para tanta dor.

Quem cuida do cuidador e da cuidadora?

As primeiras e mais ancestrais cuidadoras são nossas mães e avós que desde o início da humanidade cuidaram de sua prole. Caso contrário, ninguém de nós estaria aqui para falar de cuidado.

Não poderíamos, entretanto, concluir nossas reflexões sem fazermos uma menção ao arquétipo do cuidado na saúde que foi a enfermeira inglesa Florence Nithingale (1820-1910).          Humanista e profundamente religiosa, decidiu melhorar os padrões da enfermagem em seu pais. Com estudos em ciências, matemática, filosofia e línguas, primeiramente, visitou lugares onde se praticava uma enfermagem alternativa, voltada para o paciente como na Alemanha, em Roma e em Paris. Depois, resolveu pôr em prática sua visão de cuidado. Desenrolava-se cruel a guerra da Crimeia na Turquia, onde se aplicavam bombas de fragmentação que produziam muitos feridos.

Em 1854 com outras 28 companheiras Florence se deslocou para campo de guerra. Aplicando no hospital militar, estritamente a prática do cuidado em 6 meses reduziu de 42% para 2% o número de mortos. Esse sucesso granjeou-lhe notoriedade.

De volta a seu pais e depois nos USA criou uma rede hospitalar que aplicava o cuidado e, por escritos e palestras, anunciava que o cuidado deveria ser o eixo norteador da enfermagem e sua ética natural. Até os dias de hoje, mesmo com as mutações havidas e a flexibilização da disciplina que ela impunha, Florence Nithingale continua um referência inspiradora.

Há uma questão ligada ao cuidado que deve realisticamente ser abordada. O operador da saúde é por essência um curador. Cuida dos outros como missão e como opção ética. Mas quem cuida do cuidador se perguntava o médico dr. Eugênio Paes Campos num livro em que narra as experiências de uma unidade de cuidado, refletidas à luz das contribuições de R. W. Winnicott (Op.Cit.Vozes 2005).

Pessoalmente temos sustentado a tese que o ser humano é, por sua natureza e essência, um ser de cuidado. Sente a predisposição de cuidar dos outros e sente a necessidade de ser ele também cuidado. Cuidar e ser cuidado são existenciais (estruturas permanentes) indissociáveis.

Constata-se com frequência que a atitude de cuidado que envolve afetivamente o operador da saúde e o enche de preocupações para com o paciente é muito exigente. Especialmente se o cuidado constitui, como deve ser, não um ato esporádico mas uma atitude permanente e consciente. Esse é o caso no Brasil e no mundo inteiro contra o ataque avassalador do coronavírus.

Desponta então no operador/a de saúde a vulnerabilidade humana. Não dispomos da onipotência divina. Somos mortais, sujeitos ao cansaço, ao estresse e à vivência de pequenos fracassos e decepções. Sentimo-nos sós. Precisamos ser cuidados, caso contrário, nossa vontade de cuidar se enfraquece. Que fazer então?

Logicamente, cada pessoa precisa enfrentar com sentido de resiliência (saber dar a volta por cima) esta situação dolorosa. Mas esse esforço não substitui o desejo de ser cuidado. É então que a comunidade de base do cuidado, os demais operadores de saúde, médicos e o corpo de enfermagem devem entrar em ação.

Esta comunidade deve ser previamente estabelecida, fundada na comum vontade de assumir a postura do cuidado, de trabalhar articulada, respeitando-se, apoiando-se e, se for necessário, a se cuidarem reciprocamente.

O enfermeiro ou a enfermeira sente necessidade de ser novamente bebê que é cuidado pela mãe. A pessoa precisa se sentir acolhida e revitalizada, exatamente, como uma criança sente quando é cuidada pela mãe. Outras vezes sente necessidade do cuidado como suporte, sustentação e proteção, coisa que o pai proporciona ao seu bebê.

Alguém do grupo assume estas funções de mãe e de pai cuidadores. Cria-se então o “holding”do psicólogo  inglês W.R. Winnicott, quer dizer, aquele conjunto de cuidados e fatores de animação oferecidos pelo pai e pela mãe. Estas funções de pai-mãe e bebê são sustentadas pelo cuidado. O cuidado é revitalizado por esta circularidade, assumida pela comunidade de base de cuidado e volta então o estímulo para continuar no cuidado pelos pacientes ( C. Berriel Veronezze e Tania Mara Silva Benfica, Grupos terapêuticos, 2010, 65-78).

Quando esta comunidade existe e reinam relações horizontais de confiança e de mútua cooperação, se superam os constrangimentos, nascidos da necessidade de ser cuidado. Há que aceitar como dado de realidade que quem cuida precisa ser cuidado. E deve-se aprender a fazê-lo, para que ninguém se sinta humilhado ou diminuído, ao contrário, ajude a estreitar os laços e criar o sentimento de uma comunidade não só de trabalho mas uma comunidade de destino.

Feliz é o hospital e bem-aventurados são aqueles pacientes que podem contar com uma comunidade de base de cuidadores. Não haverá operadores de saúde “prescrevedores” de receitas e aplicadores de fórmulas mas “cuidadores” de vidas enfermas que buscam saúde. Ai seguramente há muito mais energia que flui e que influencia enormemente na cura dos pacientes.

Hoje sob a situação mundial dramática do ataque feroz do covid-19, devemos apoiar, sustentar e, por que não, rezar ao Espírito Criador de toda vida para as mantenha saudáveis, a elas e aos médicos e médicas e sempre corajosas e corajosos em amor aos outros acometidos pelo vírus.

Leonardo Boff, é teólogo, filósofo e escreveu: O cuidado necessário, na vida e na saúde, Vozes 2013.