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Tornare alla “normalità” è condannarsi

15/05/2020

Quando la pandemia di coronavirus sarà passata, non ci sarà permesso di tornare alla “normalità” come era prima. Perché questo significherebbe, innanzitutto, disinteresse per le migliaia di persone che sono morte a causa del virus e mancanza di solidarietà con le loro famiglie e i loro amici. In secondo luogo, sarebbe la dimostrazione che non abbiamo imparato nulla da quella che, più che una crisi, è stata una chiamata urgente a cambiare il nostro modo di vivere nel mondo, nostra unica Casa Comune. È stata una chiamata della stessa Terra vivente, quel super-organismo autoregolato del quale noi siamo la parte intelligente e cosciente.

Il sistema attuale minaccia le fondamenta (le basi) della vita

Ritornare alla precedente situazione del mondo, egemonizzato dal capitalismo neoliberale, incapace di risolvere le sue contraddizioni interne e il cui DNA è la sua voracità, con crescita illimitata a scapito dello sfruttamento eccessivo della natura e dell’indifferenza per la povertà e la miseria della grande maggioranza dell’umanità da essa prodotta, è dimenticare che questa struttura sta scuotendo le basi ecologiche che sostengono tutta la vita del pianeta. Ritornare alla precedente “normalità” (business as usual) vuol dire prolungare una situazione che potrebbe significare la nostra autodistruzione.

Se non facciamo una “radicale conversione ecologica”, secondo le parole di papa Francesco, la Terra vivente potrà reagire e contrattaccare con virus ancora più violenti in grado di far scomparire la specie umana. Questa non è solo un’opinione puramente personale, ma l’opinione di molti biologi, cosmologi ed ecologi che seguono sistematicamente il crescente degrado dei sistemi vitali e del sistema terrestre. Dieci anni fa (2010), come risultato della mia ricerca sulla cosmologia e sul nuovo paradigma ecologico, ho scritto il libro Proteger a Terra – Cuidar a vida: como escapar do fim do mundo ed. Record (Proteggere la Terra – Prendersi cura della vita: come sfuggire alla fine del mondo). Le previsioni che ho fatto allora sono state pienamente confermate dalla situazione attuale.

Il progetto capitalista e neoliberale è stato respinto

Una delle lezioni che abbiamo imparato dalla pandemia è questa: se gli ideali del capitalismo neoliberale – concorrenza, accumulazione privata, individualismo, il primato del mercato sulla vita e minimizzazione della presenza dello Stato – fossero stati completamente seguiti, la maggior parte dell’umanità sarebbe perduta. Ciò che ci ha salvato è stata la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti e tutte, la solidarietà e uno Stato sufficientemente attrezzato per offrire la possibilità di trattamento del coronavirus a tutte le persone; nel caso del Brasile, il Sistema Unico della Salute (SUS).

Abbiamo fatto delle scoperte: abbiamo bisogno di un contratto sociale mondiale, perché siamo ancora ostaggi dell’obsoleta sovranità di ciascun Paese. I problemi globali richiedono una soluzione globale, concordata da tutti i paesi. Abbiamo visto il disastro nella Comunità Europea, dove ogni paese aveva un proprio piano, senza prendere in considerazione la necessaria cooperazione con gli altri paesi. È stata una devastazione specialmente in Italia e in Spagna, e recentemente negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è totalmente privatizzato.

Un’altra scoperta è stata l’urgenza di avere un organismo di governo mondiale pluralistico per garantire alla intera comunità vivente (non solo, quindi, alla comunità umana ma alla comunità di tutti gli esseri viventi) il necessario per vivere decentemente. I beni e i servizi naturali sono scarsi e molti di essi non sono rinnovabili. Con questi dobbiamo soddisfare le esigenze fondamentali del sistema vitale, pensando anche alle generazioni future. È il momento di creare un reddito di base universale per tutte le persone, costante invito del coraggioso uomo politico ed economista brasiliano Eduardo Suplicy.

Una comunità di destino condiviso

I cinesi hanno visto chiaramente questa esigenza nel promuovere “una comunità dal destino condiviso per tutta l’umanità”, un testo incorporato nel rinnovato articolo 35 della Costituzione cinese. Questa volta, o ci salveremo tutti, o ci uniremo al corteo di coloro che vanno nella fossa comune. Per questo dobbiamo urgentemente cambiare il nostro modo di rapportarci con la natura e con la Terra, non come signori, cavalcando su di essa, dilapidandola, ma come parti consapevoli e responsabili, mettendoci al suo fianco e ai suoi piedi, custodi di tutta la vita.

Alla famosa TINA (There Is No Alternative), “non c’è (un’altra) alternativa” della cultura del capitale, dobbiamo confrontarci con un’altra TINA (There Is a New Alternative), “c’è una nuova alternativa”. Se nella prima alternativa la centralità era occupata dal profitto, dal mercato e dal dominio della natura e da altro (ad es. l’imperialismo), in questa seconda sarà la vita nella sua grande diversità, anche quella umana, con le sue molteplici culture e tradizioni, che organizzerà il nuovo modo di abitare la Casa Comune. Questo è imperativo e rientra nelle nostre possibilità umane: abbiamo la scienza e la tecnologia, abbiamo un fantastico accumulo di ricchezza monetaria, ma la stragrande maggioranza dell’umanità e, quel che è peggio, di capi degli Stati non hanno la consapevolezza di questa necessità né la volontà politica di attuarla. Forse, di fronte al rischio reale della nostra scomparsa come specie, avendo raggiunto per la Terra i limiti di sopportabilità, l’istinto di sopravvivenza ci renderà socievoli, fraterni e tutti collaborativi e solidali tra di noi. Il tempo della competizione è finito. Ora è il momento della cooperazione.

Inaugurazione di una civiltà biocentrica

Credo che inaugureremo una civiltà biocentrica, attenta e rispettosa della vita, “la terra della buona speranza”, come dicono alcuni. Sarà possibile realizzare il “bien vivir y convivir” dei popoli andini: l’armonia di tutti e tutte con tutti gli altri e tutte le altre, in famiglia, nella società, con gli altri esseri viventi, con le acque, con le montagne e persino con le stelle nel cielo.

Come ha giustamente detto l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “avremo una scienza non al servizio del mercato, ma il mercato al servizio della scienza”, e io aggiungerei, con la scienza al servizio della vita.

Non usciremo dalla pandemia di coronavirus nel modo in cui ci siamo arrivati. Ci saranno sicuramente dei cambiamenti significativi, forse anche strutturali. Il noto leader indigeno, Ailton Krenak della Valle del Rio Doce (Brasile), ha giustamente detto: “Non so se usciremo da questa esperienza nello stesso modo in cui ci siamo entrati. È come una scossa per vedere ciò che conta davvero; il futuro è qui e ora, potremmo non essere vivi domani; speriamo di non tornare alla normalità” (giornale “O Globo” del 01/05/2020)

Logicamente, non possiamo immaginare che le trasformazioni avvengano da un giorno all’altro. È comprensibile che le fabbriche e le catene di produzione vogliano tornare alla logica precedente. Ma non saranno più accettabili. Dovranno subire un processo di riconversione in cui l’intero apparato della produzione industriale e agroindustriale dovrà acquisire il fattore ecologico come elemento essenziale. La responsabilità sociale delle imprese non è sufficiente. Dovrà essere imposta la responsabilità sociale ecologica.

Si cercheranno energie alternative ai combustibili fossili, con un minore impatto sugli ecosistemi. Si farà più attenzione all’atmosfera, alle acque e alle foreste. La protezione della biodiversità sarà fondamentale per il futuro della vita e del cibo, sia per l’uomo che per l’intera comunità degli essere viventi.

Che tipo di Terra vogliamo per il futuro?

Sicuramente ci sarà un grande dibattito di idee su quale futuro vogliamo e su quale tipo di mondo vogliamo abitare; su quale sarà la struttura più appropriata per la fase attuale della Terra e dell’umanità stessa, la fase della pianificazione e della percezione sempre più chiara che non abbiamo un’altra casa comune da abitare se non questa. E che abbiamo un destino comune, felice o tragico. Per essere felici, dobbiamo occuparcene in modo che tutti, tutte e tutto possa starci bene dentro, inclusa la natura.

Alcuni temono un processo di radicale violenza da parte dei “padroni del potere economico e militare” per assicurare i loro privilegi e i loro capitali. Sarebbe una forma diversa di dispotismo perché sarebbe basato su cyber media e su intelligenza artificiale con i suoi complessi algoritmi, un sistema di sorveglianza su tutte le persone del pianeta. La vita sociale e le libertà potrebbero essere costantemente minacciate. Ma ogni potere avrà sempre un contropotere. Ci sarebbero grandi scontri e conflitti a causa dell’esclusione e della miseria di milioni di persone che, nonostante la sorveglianza, non si accontenterebbero delle briciole che cadono dalle tavole dei ricchi epuloni.

Non pochi propongono una glocalizzazione, cioè l’accento viene posto sul “locale”, ossia in ciascuna regione con le proprie specificità geologiche, fisiche, ecologiche e culturali ma aperta al “globale” che coinvolge tutta l’umanità. In questo bio-regionalismo si potrebbe realizzare un vero sviluppo sostenibile, sfruttando i beni e i servizi offerti localmente. Praticamente tutto avverrà nella regione, con aziende più piccole, con una produzione agroalimentare ecologica, senza la necessità di lunghi trasporti che consumano energia e inquinano. La cultura, l’arte e le tradizioni rivivranno come una parte importante della vita sociale. La governance sarà partecipativa, riducendo le disuguaglianze e rendendo minore la povertà, sempre possibile, nelle società complesse. Questa è la tesi che il cosmologo Mark Hathaway ed io difendiamo nel nostro libro comune Il Tao della Liberazione (2010) che è stato ben accolto nell’ambiente scientifico e tra gli ecologisti al punto che Fritjof Capra, fisico e ecologista norteamericano-austriaco, si è offerto di fare per noi un’interessante prefazione.

Altri vedono la possibilità di un eco-socialismo planetario, capace di realizzare ciò che il capitalismo, per la sua essenza competitiva ed escludente, è incapace di fare: un contratto sociale globale, egualitario e inclusivo, rispettoso della natura in cui il noi (spirito comunitario e sociale) e non l’io (individualismo) sarà l’asse portante delle società e della comunità mondiale. L’eco-socialismo planetario ha trovato nel franco-brasiliano Michael Löwy il suo enunciatore più brillante. Avremo, come riafferma la Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco “sulla cura della Casa Comune”, uno stile di vita veramente sostenibile e non solo uno sviluppo sostenibile.

Alla fine, passeremo da una società industriale/consumista a una società che sostiene la vita con un consumo sobrio e solidale; da una cultura di accumulo di beni materiali a una cultura umanistico-spirituale in cui beni non materiali come la solidarietà, la giustizia sociale, la cooperazione, i legami affettivi e, non ultimi, l’amore e la logique du coeur saranno alla sua base.

Non sappiamo quale tendenza prevarrà. L’essere umano è complesso e indecifrabile, è mosso dalla benevolenza ma anche dalla crudeltà. È completo ma non ancora in construzzione. Imparerà, attraverso errori e successi, che la migliore struttura per la umana convivenza con tutti gli altri esseri viventi sulla Madre Terra deve essere guidata dalla logica dell’universo stesso: essa è strutturata, come ci dicono noti cosmologi e fisici quantistici, secondo complesse reti di interrelazioni. Tutto è relazione. Nulla esiste al di fuori della relazione. Ciascuno aiuta l’altro mutuamente a continuare ad esistere e a poter evolvere insieme. L’essere umano stesso è come un rizoma (bulbo di radici) di relazioni in tutte le direzioni.

Se posso esprimerlo in termini teologici: è l’immagine e somiglianza della Divinità che emerge come la relazione intima di tre Infiniti, ciascuno singolare (le singolarità non si sommano), Padre, Figlio e Spirito Santo, che esistono eternamente l’uno per l’altro, con l’altro, nell’altro e attraverso l’altro, costituendo una comunione divina di amore, bontà e bellezza infinita.

Tempi di crisi come il nostro, di passaggio da un tipo di mondo all’altro, sono anche tempi di grandi sogni e utopie. Sono questi che ci spingono verso il futuro, includendo il passato ma lasciando il nostro segno nel terreno della vita. È facile calpestare l’impronta lasciata dagli altri, ma non ci conduce a nessun cammino di speranza. Dobbiamo lasciare la nostra orma, contraddistinta dalla inesauribile speranza della vittoria della vita, perché il sentiero si fa camminando e sognando. Quindi, camminiamo.

*Leonardo Boff ecoteologo, filosofo, ha scritto: Proteger a Terra- cuidar da vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio 2010.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

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