L’umanità ha ancora un futuro?

Leonardo Boff

È consuetudine alla fine di ogni anno fare un bilancio, una sorta di lettura cieca che cattura solo ciò che è rilevante. Ci sarebbero troppe cose da ricordare. Osserviamo solo che è in atto un lento e inarrestabile degrado del nostro modo di abitare la Terra. Il riscaldamento globale aumenta ogni anno e sta già mostrando i suoi effetti catastrofici in tutto il mondo con grandi inondazioni, tifoni e incendi fenomenali. Abbiamo assistito a una disastrosa alluvione nel Rio Grande do Sul, che ha distrutto parti di intere città, oltre a danneggiare l’agricoltura.

Si dice che siamo entrati in una nuova era geologica, l’Antropocene, ovvero che il meteorite che sta distruggendo la natura non sia altro che l’umanità stessa. Altri vanno oltre e aggiungono che siamo nell’era del Necrocene, ovvero la morte di massa (necro) di specie, nell’ordine delle 70-100 mila al anno, secondo il noto biologo Edward Wilson. Negli ultimi tempi, il numero di incendi è cresciuto così tanto in tutto il mondo che si parla già di Pirocene (pyros in greco significa fuoco), la fase più avanzata e pericolosa dell’Antropocene. A questo si aggiunge la perversa disuguaglianza sociale, poiché l’1% dei ricchi possiede più ricchezza di oltre la metà dell’umanità (4,7 miliardi), il che è un’infamia e una negazione dell’umanità.

Di fronte a un tale livello di degrado generalizzato, mai visto prima della presenza degli esseri umani nel processo evolutivo, molti, compresi grandi nomi della scienza, si chiedono se non siamo vicini alla possibile fine della specie umana. E a ragione, perché non si tratta di fantasmi ma di segnali inquietanti. Il premio Nobel per la biologia del 1974, Christian de Duve, nel suo meticoloso libro Vital Dust, life as a cosmic imperative (Basic Books 1995), afferma che al giorno d’oggi “l’evoluzione biologica marcia a un ritmo accelerato verso una grave instabilità; in un certo senso, la nostra epoca assomiglia a una di quelle importanti rotture dell’evoluzione, segnate da estinzioni di massa”. Lo scienziato Norman Myers ha calcolato che solo in Brasile, negli ultimi 35 anni, quattro specie si sono estinte ogni giorno. Théodore Monod, un qualificato naturalista, ha lasciato come testamento un testo riflessivo intitolato: “E se l’avventura umana dovesse fallire?” (2000). Egli afferma: “siamo capaci di comportamenti insensati e dementi; d’ora in poi, si può temere tutto, assolutamente tutto, compreso l’annientamento della razza umana”.

Da quando l’essere umano è emerso come homo habilis più di due milioni di anni fa, ha squilibrato il suo rapporto con la natura. Fino a quarantamila anni fa, i danni ecologici erano insignificanti. Ma da quella data in poi, iniziò un assalto sistematico alla biosfera. In poche centinaia di anni, i cacciatori estinsero i mammut, i bradipi giganti e altri mammiferi preistorici. Nell’era industriale (1850), sono stati sviluppati strumenti che hanno reso possibile il dominio/devastazione della natura. Attualmente, questo processo si è aggravato al punto che i nove elementi (planetary bounderies) che sostengono la vita stanno rapidamente collassando, rendendo di fatto impossibile la civiltà.

Siamo nell’era glaciale da 2 milioni di anni. L’attuale fase interglaciale calda è iniziata 11.400 anni fa (periodo dell’Olocene). Secondo gli schemi passati, dovremmo entrare in un nuovo periodo di raffreddamento. Tuttavia, la nostra specie ha profondamente alterato la natura dell’atmosfera. Diversi gas serra come il CO₂, il metano e altri importanti gas stanno riscaldando l’intero pianeta. Entro il 2035, non si potrebbero raggiungere i due gradi in più della temperatura, poiché ciò sarebbe disastroso per gran parte dell’umanità e per la natura. Già ora, nel 2025, abbiamo raggiunto +1,77 °C.

A questi problemi si aggiungono la mancanza di acqua potabile (solo il 3% è dolce) e la sovrappopolazione della specie umana, che ha già occupato l’83% del pianeta, depredandolo. Gli esseri umani riusciranno a vivere insieme in un’unica Casa Comune? Non siamo esseri pacifici, ma estremamente aggressivi, privi di cooperazione e cura. L’astronomo reale inglese Sir Martin Rees, nel suo libro “Final Hour: Environmental Disaster Threatens Humanity’s Future” (2005), stima che, se le cose continuano così, potremmo annientarci in questo secolo.

Nonostante questo quadro desolante alla fine del 2025, continuo a sperare che l’umanità, con la sua intelligenza, la sua ragione compassionevole e il suo senso di sopravvivenza, decida per la continuazione della vita su questo pianeta e non per il suicidio collettivo.

Certo, dobbiamo essere pazienti con l’umanità. Non è ancora pronta. Ha molto da imparare. In relazione al tempo cosmico, le rimane meno di un minuto di vita. Ma con essa, l’evoluzione ha compiuto un balzo in avanti, da incosciente si è fatta cosciente. E con la coscienza, può decidere quale destino desidera per sé stessa. Da questa prospettiva, la situazione attuale rappresenta una sfida piuttosto che un disastro, un viaggio verso un livello superiore e non un tuffo nell’autodistruzione.

Ora tocca a noi mostrare amore per la vita nella sua maestosa diversità, provare com-passione per tutti coloro che soffrono, realizzare rapidamente la necessaria giustizia sociale e amare la Grande Madre, la Terra. Le Scritture giudaico-cristiane ci incoraggiano: “Scegli la vita e vivrai” (Dt 30,28). Affrettiamoci, perché non abbiamo molto tempo da perdere.

Leonardo Boff ha scritto: Homem: satã ou anjo bom, Record 2008; Cuidar da Casa Comum:pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024 (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Fascismo contro democrazia in Brasile e nel mondo

Leonardo Boff

Innegabilmente, nel mondo e anche in Brasile, si sta verificando una tendenza crescente a comportamenti politici autoritari, dalla destra classica all’estrema destra, con chiari segni di fascismo. L’icona di questa ascesa autoritaria e fascistoide è senza dubbio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il suo sciovinismo MAGA (Make America Great Again). Trump adotta metodi violenti, come dimostra il suo sostegno alla guerra genocida di Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, i bombardamenti dell’Iran e l’attacco al Venezuela con il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie, ponendo il paese sotto l’amministrazione statunitense, come se fosse un protettorato.

Il fascismo è nato e nasce in un contesto specifico di anomia, disordine sociale e crisi generalizzata, come abbiamo visto in Brasile sotto il governo di Jair Bolsonaro e, in una certa misura, in tutte le parti dell mondo. È un dato di fatto che l’egemonia degli Stati Uniti si sta sgretolando (mondo unipolare), con l’emergere di altri forti centri di potere (mondo multipolare). Il mondo con regole sta scomparendo, le certezze consolidate si stanno indebolendo. Nessuno può vivere in pace in una situazione del genere.

Sociologi e storici come Eric Vögelin (Order and History, 1956); L. Götz, Entstehung der Ordnung 1954; Peter Berger, Rumor of Angels: Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, 1973), hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una naturale tendenza all’ordine. Ovunque si stabiliscano, creano rapidamente un ordine e il loro habitat. Un chiaro esempio ce lo fornisce il Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST): ovunque occupino terre, stabiliscono, in primo luogo, un certo ordine, preservando le fonti d’acqua, conservando la foresta esistente, costruendo un centro comunitario e distribuendo appezzamenti di terreno per abitazioni e produzione.

Quando questo ordine scompare, si usa comunemente la violenza per imporre l’ordine. L’opera di Thomas Hobbes del 1651, “Leviatano”, ha elaborato il quadro teorico di questa esigenza di ordine creata dall’uso della forza. Tutti gli imperi, da quello romano a quello russo e all’attuale impero americano, soprattutto sotto Trump, non nascondono la loro eccezionalità e si avvicinano allo Stato descritto da Hobbes, citando sempre ragioni di sicurezza.

La nicchia del fascismo, quindi, trova la sua origine in questo disordine. Così, la fine della Prima Guerra Mondiale generò il caos sociale, soprattutto in Germania e in Italia. Il suo superamento fu l’istituzione di un sistema autoritario di dominio che ha catturato la rappresentanza politica attraverso un unico partito di massa, organizzato gerarchicamente, inquadrando tutte le istanze – politiche, economiche e culturali – in un’unica direzione. Ciò fu possibile solo attraverso un capo (il Duce in Italia e il hrer in Germania) che organizzò uno Stato corporativo autoritario e fondato sul terrore.

Come forma di legittimazione simbolica, si sono coltivati i miti nazionali, gli eroi del passato e le antiche tradizioni, generalmente all’interno di un contesto di grandi liturgie politiche che inculcavano l’idea di una rigenerazione nazionale. Questa visione era così tentatrice che catturò, per un certo tempo, il più grande filosofo del XX secolo, Martin Heidegger, che divenne rettore dell’Università di Friburgo in Brisgovia. Soprattutto in Germania, i seguaci di Hitler abbracciarono la convinzione che la razza bianca tedesca fosse “superiore” alle altre, con il diritto di sottomettere e persino eliminare le razze inferiori.

Attualmente negli Stati Uniti, il suprematismo della razza bianca trova in questa visione la sua base pratica. In Brasile, la strategia del governo Bolsonaro è stata perversa: distruggere un intero passato, sia nella cultura e nella legislazione sociale e ambientale, sia nei costumi, e attuare un regime con chiari indicatori di pensiero pre-illuminista, ispirato dal lato oscuro della storia.

Il termine fascismo fu usato per la prima volta da Benito Mussolini nel 1915, quando creò il gruppo “Fasci d’Azione Rivoluzionaria“. Il termine fascismo deriva dal fascio di verghe (fasci), strettamente legate tra loro, con un’ascia attaccata a un lato. Una verga può essere spezzata, un fascio, è quasi impossibile. Nel 1922/23 fondò il Partito Nazionale Fascista, che durò fino alla sua sconfitta nel 1945. In Germania, fu fondato nel 1933 con Adolf Hitler che, una volta diventato cancelliere, creò il Nazionalsocialismo, il partito nazista che impose al paese una dura disciplina, sorveglianza e terrore.

Il fascismo si presentò come anti-comunista, anti-capitalista, come una corporazione che trascende le classi e crea una totalità sociale chiusa. La sorveglianza, la violenza diretta, il terrore e lo sterminio degli oppositori sono caratteristiche del fascismo storico di Mussolini e di Hitler e, nel nostro caso, di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e nel governo di Figueiredo e Medici in Brasile.

Il fascismo non è mai scomparso del tutto, poiché ci sono sempre stati gruppi che, spinti dall’archetipo fondamentale dell’ordine, vogliono imporlo, anche con la violenza. In nome di quest’ordine, il governo Bolsonaro ha fatto emergere il lato oscuro della nostra anima brasiliana, usando la violenza simbolica (fake news) e reale, difendendo la tortura e i torturatori, l’omofobia e altre forme di distorsioni sociali.

Il fascismo è sempre stato criminale. Ha creato la Schoah (eliminazione di milioni di ebrei e altri). Ha usato la violenza come mezzo per relazionarsi con la società, motivo per cui non ha mai potuto e non potrà mai consolidarsi a lungo. È la più grande perversione della socialità che appartiene all’essenza dell’essere umano sociale. In Brasile, ha assunto una forma tragica: il governo di Jair Bolsonaro si è opposto al vaccino contro il Covid-19, ha incoraggiato gli assembramenti di persone, ha ridicolizzato l’uso delle mascherine e non ha mostrato alcuna empatia per i familiari, lasciando morire più di 300 mila delle 716.626 vittime.

Volendo perpetuare il suo potere, Bolsonaro ha forgiato un’organizzazione criminosa con alti ufficiali militari e altri, tentando un colpo di stato con l’eventuale assassinio delle massime autorità per imporre la sua cruda visione del mondo. Ma furono denunciati, processati e condannati dalla Corte Suprema Federale, e così ci siamo liberati da un periodo di oscurità e crimini efferati.

Nelle elezioni generali del 2026, probabilmente emergerà il fascismo che sussiste. Questo fascismo si combatte con più democrazia e con il popolo in piazza. Dobbiamo affrontare le ragioni dei fascisti con una ragione sensata e con il coraggio di riaffermare i rischi che tutti corriamo. Dobbiamo lottare duramente contro coloro che usano la libertà per eliminare la libertà. Dobbiamo unirci per preservare le vite e la democrazia.

Leonardo Boff: articolo pubblicato sulla rivista LIBERTÀ dell’Instituto Conhecimento Libertà – San Paolo.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Natale: l’umanizzazione di Dio

Leonardo Boff

La tradizione teologica ha accentuato esageratamente il significato della incarnazione del Figlio di Dio, celebrata nel Natale, come la divinizzazione dell’essere umano. In verità, teologicamente, ciò che si vuole enfatizzare è un fatto ancora maggiore: l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Tutte le Scritture affermano come San Giovanni apostolo: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato.” (1,18). Dio, attraverso Gesù di Nazareth, ha fatto sua la nostra umanità, qualcosa di veramente inaudito. Pertanto, c’è qualcosa di Divino nel nostro essere umano, uomo e donna, che non può mai essere distrutto. È la nostra suprema dignità: portatori e portatrici di Dio. Per questo motivo, non può esserci tristezza quando la vita divina nasce in noi.

Il Natale è la celebrazione di questo evento benedetto. I Vangeli chiamano Gesù il Sole di Giustizia. La nascita di Gesù coincideva esattamente con la festa romana del Giorno del Sole Invitto (Sol Invictus). Questo giorno, per l’emisfero nord, è il più corto dell’anno e con la notte più lunga. Gli antichi temevano che il sole non sarebbe più sorto. Quando nasceva nuovamente, si celebrava la sua vittoria sulle tenebre. Gesù è presentato come il Sole invincibile che sconfiggerà tutte le tenebre della vita.

Se Gesù è Dio che si è fatto uomo, potremmo pensare che sia nato in un luogo ben sistemato, come in un palazzo, in una dimora molto confortevole o in un famoso reparto maternità. In definitiva, sarebbe un omaggio a qualcuno che è Dio, come facciamo con le persone importanti che ci visitano, come presidenti, celebrità famose e il Papa stesso.

Dio non ha voluto nulla di tutto ciò. Dobbiamo rispettare e amare il modo in cui Dio ha voluto entrare in questo mondo: nascosto, partecipando al destino di chi bussa alla porta di notte, al freddo, con una donna incinta, che tiene nel suo grembo il bambino che sta per nascere e che deve sentire queste dure parole: “non c’è posto per voi”.

Così Giuseppe e Maria se ne vanno e occupano, nell’urgenza, una stalla vicina. Lì c’era paglia, una mangiatoia, un bue e un asinello il cui respiro riscaldava il fragile e tremante corpo del neonato.

Dio, dunque, entrò in questo mondo silenziosamente, dalla porta di servizio. Chi viveva nella capitale, a Roma o a Gerusalemme, e altre persone importanti non lo sapevano nemmeno.

C’è una lezione da imparare da questo: quando Dio vuole manifestarsi non usa spettacoli grandiosi, ma il semplice silenzio delle piccole cose. Dobbiamo, quindi, capire che lui è venuto per tutti, ma in modo speciale, partendo dai poveri e dai semplici, perché era povero e povero è rimasto per tutta la vita, nella semplicità e nella privazione. Se fosse nato tra i ricchi, avrebbe lasciato fuori i poveri. Nascendo tra i poveri, è sempre vicino a loro, e a partire da loro può raggiungere anche chi si trova in una posizione migliore nella società. In questo modo, nessuno è escluso dall’essere toccato dalla presenza di Dio.

Al momento della nascita del bambino Gesù non c’erano solo persone comuni come i pastori, considerati spregevoli per il continuo contatto con gli animali. I Vangeli narrano che dall’Oriente vennero i re Magi. I primi cristiani conclusero che i Magi fossero uomini saggi, i cui nomi sono stati tramandati: Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Melchiorre era di razza bianca, Gaspare di razza gialla e Baldassarre di razza nera. Così loro rappresentavano tutta l’umanità.

I doni che offrirono sono simbolici. L’oro significa che riconobbero Gesù come re. L’incenso significa che Gesù è divino. La mirra esprime il dolore e la sofferenza. Il significato è il seguente: Gesù è un vero re, ma non come i re di questo mondo che dominano le persone. Gesù, al contrario, si prende cura di loro. Gesù è una persona divina che non deve essere esaltata e proclamata al punto da essere allontanata da noi. Al contrario, è un Dio con noi – Emmanuele – che vuole convivere e camminare al fianco di ogni essere umano.

La mirra amara esprime la modalità con cui Gesù fu re, dando la sua vita per il popolo e come abbia vissuto la sua divinità accettando la morte in croce per amore di tutti gli esseri umani.

Il grande poeta Manuel Bandeira ha espresso bene questa logica del Natale nella sua poesia

Racconto di Natale

Il nostro Bambino

È nato a Betlemme

È nato semplicemente

Per volere il bene.

È nato sulla paglia

Il nostro Bambino

Ma sua Madre sapeva

Che Lui era divino

Viene per soffrire

La morte in Croce.

Il nostro Bambino

Suo nome è Gesù.

Per noi Lui accetta

L’umano destino:

Lodiamo la gloria

Di Gesù Bambino.

A Natale abbiamo il diritto di essere pieni di gioia, perché non siamo più soli. Dio cammina con noi, soffre con noi e gioisce con noi. È il dono più grande che Dio Padre potesse farci. Per questo ci scambiamo doni tra di noi per ricordare sempre questo dono che il Padre Celeste ci ha fatto, donandoci Gesù, il suo amato figlio.

Leonardo Boff è un teologo e ha scritto: O Sol da Esperança: Natal, Histórias, Poesias e Símbolos, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Petrópolis 1976.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Cos’è e cosa non è l’Amazzonia

Leonardo Boff

Alla COP 30 di Belém, l’Amazzonia ha acquisito centralità per la sua importanza nell’equilibrio climatico e nel rallentamento dell’aumento del riscaldamento globale. Sono state espresse opinioni di ogni tipo sull’Amazzonia. Vediamo cos’è e cosa non è.

Prima di qualsiasi considerazione, vale la pena di dire che l’Amazzonia ospita il più grande patrimonio idrico e genetico del Pianeta. Da uno dei nostri migliori studiosi, Enéas Salati, sappiamo: “In pochi ettari di foresta amazzonica esiste un numero di specie di piante e insetti maggiore di quello di tutta la flora e la fauna d’Europa”. Ma questa lussureggiante foresta è estremamente fragile, poiché sorge su uno dei terreni più poveri e dilavati della Terra. Se non controlliamo la deforestazione, nel giro di pochi anni, l’Amazzonia potrebbe trasformarsi in un’immensa savana. È su questo che il grande esperto in materia, Carlos Nobre, ci mette continuamente in guardia.

Essa non è una terra vergine e intoccabile. Decine di popolazioni indigene che lì hanno vissuto e vivono ancora, si sono comportate da veri e propri ecologisti. Gran parte dell’intera foresta pluviale amazzonica, in particolare la pianura alluvionale, è stata gestita da popolazioni indigene, promovendo “isole di risorse”, creando condizioni favorevoli allo sviluppo di specie vegetali utili come il babaçu, la palma, il bambù, gli alberi di noci brasiliane e frutti di ogni tipo, piantati o curati per sé stessi e per chi passava di là. La famosa “terra nera degli indios” si riferisce a questa gestione.

L’idea che l’indio sia autenticamente naturale rappresenta un’ecologizzazione errata della sua natura, un prodotto dell’immaginario urbano, affaticato dall’artificializzazione della vita. Egli è un essere culturale. Come attesta l’antropologo Viveiros de Castro: “L’Amazzonia che vediamo oggi è il risultato di secoli di intervento sociale, così come le società che la abitano sono il risultato di secoli di convivenza con l’Amazzonia“. Lo stesso dice nel suo istruttivo libro E.E. Moraes “Quando o Amazonas sfociava nel Pacifico” (Vozes 2007): “In Amazzonia rimane poca natura incontaminata e inalterata dagli umani“. Per 1.100 anni i Tupi-Guarani hanno dominato un vasto territorio che si estendeva dalle pendici andine del Rio delle Amazzoni ai bacini dei fiumi Paraguay e Paraná.

Tra gli indigeni e la foresta, le relazioni non sono naturali ma culturali, in un’intricata tela di reciprocità. Loro sentono e vedono la natura come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. Per loro la natura è un soggetto vivo, pieno di intenzionalità. Non è, come per noi moderni, qualcosa di oggettivato, muto e senza spirito. La natura parla e l’indigeno ne comprende la voce e il messaggio. Per questo motivo è sempre in ascolto della natura e si adatta ad essa in un complesso gioco di inter-retro-relazioni. Hanno trovato un sottile equilibrio socio-ecologico e un’integrazione dinamica, nonostante ci fossero anche guerre e veri e propri stermini come quelli del popolo sambaqui e di altre tribù.

Ma ci sono sagge lezioni che dobbiamo imparare da loro di fronte alle attuali minacce ambientali. È importante comprendere la Terra, non come qualcosa di inerte, con risorse illimitate che sopporta il progetto capitalista di una crescita illimitata. Essa è limitata nei suoi beni e servizi naturali. In quanto essere vivente, la Madre dell’indio deve essere rispettata nella sua integrità. Se un albero viene abbattuto, viene eseguito un rituale di scuse per salvare l’alleanza di fratellanza e appartenenza reciproca.

Abbiamo bisogno di una relazione sinfonica con la comunità della vita, perché, come è stato dimostrato, Gaia ha già superato il suo limite di sopportabilità. Abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza per soddisfare il consumo umano e il consumismo malsano delle classi opulente.

Tuttavia, dobbiamo sfatare due miti. Il primo è: l’Amazzonia come polmone del mondo. Gli esperti affermano che la foresta pluviale amazzonica è in uno stato di massimo sviluppo. Vale a dire, si trova in uno stato di vita ottimale, in un equilibrio dinamico in cui tutto viene utilizzato e quindi tutto è bilanciato. Pertanto, l’energia fissata dalle piante attraverso le interazioni della catena alimentare viene pienamente utilizzata. L’ossigeno rilasciato durante il giorno dalla fotosintesi nelle foglie viene consumato dalle piante stesse di notte e dagli altri organismi viventi. Ecco perché l’Amazzonia non è il polmone del mondo.

Ma essa agisce come un grande filtro per l’anidride carbonica. Nel processo di fotosintesi, viene assorbita una grande quantità di carbonio. Ora, il carbonio è la causa principale dell’effetto serra che riscalda la Terra. Se l’Amazzonia venisse mai completamente disboscata, circa 50 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno verrebbero rilasciate nell’atmosfera. Ci sarebbe una moria di massa di organismi viventi.

Il secondo mito: l’Amazzonia come granaio del mondo. Questo è ciò che pensavano i primi esploratori come von Humboldt e Bonpland, e i pianificatori brasiliani durante il regime militare (1964-1983). Non è vero. La ricerca ha dimostrato che “la foresta vive di sé stessa” e in gran parte “per sé stessa” (cfr. Baum, V., Das Ökosystem der tropischen Regeswälder, 1986, 39). È lussureggiante, ma in un terreno povero di humus. Sembra un paradosso. Lo ha chiarito bene il grande esperto amazzonico Harald Sioli: “la foresta, di fatto, cresce sul suolo e non dal suolo” (A Amazônia, Vozes 1985, pag.60). E lo spiega: il suolo è solo il supporto fisico di un’intricata rete di radici. Le piante si intrecciano con le loro radici e si sostengono mutuamente alla base. Si forma un’immensa, equilibrata e ritmica oscillazione. L’intera foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina con sé molte altre.

La foresta conserva il suo carattere lussureggiante perché esiste una catena chiusa di nutrienti. Non è il suolo che nutre gli alberi. Sono gli alberi che nutrono il suolo. L’acqua delle foglie e dei tronchi lava via gli escrementi degli animali arboricoli e di specie più grandi, così come la miriade di insetti che hanno il loro habitat tra le cime degli alberi. Attraverso le radici, la sostanza nutritiva arriva alle piante, garantendo l’estasiante esuberanza dell’Hylea amazzonica. Si tratta di un sistema chiuso, con un equilibrio complesso e fragile. Ogni piccola deviazione può avere conseguenze disastrose.

L’humus, di solito, non supera i 30-40 centimetri di spessore. Con le piogge torrenziali, viene trascinato via. In breve tempo, emerge la sabbia. L’Amazzonia senza la foresta può trasformarsi in un’immensa savana. Ecco perché l’Amazzonia non potrà mai essere il granaio del mondo. Ma continuerà a essere il tempio della più grande biodiversità.

Concludo con la testimonianza di Euclides da Cunha, uno scrittore classico della letteratura brasiliana e uno dei primi analisti della realtà amazzonica all’inizio del XX secolo, che commentò: “L’intelligenza umana non potrebbe sopportare il peso della prodigiosa realtà dell’Amazzonia. Dovrà crescere con essa, adattandosi ad essa, per poterla dominare” (Um paraiso perdido, Vozes 1976, pag.15). Chico Mendes, martire della lotta ecologica in Amazzonia e tipico rappresentante dei popoli della foresta, vide con estrema chiarezza la necessità dell’essere umano di crescere con la foresta, sostenendo che solo una tecnologia che si sottometta ai ritmi dell’Amazzonia e uno sviluppo guidato dall’estrazione della sua incommensurabile ricchezza forestale, preserveranno questo patrimonio ecologico dell’umanità. Tutto il resto è inadeguato e minaccioso.

Leonardo Boff ha scritto “Todos os pecados capitais antiecológicos:a Amazônia” in “Ecologia: grito da Terra, grito dos pobres”, Vozes 1995.135-181. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)