Ci salveremo in base dal principio-speranza

Leonardo Boff

La grande inondazione che sta devastando il Rio Grande do Sul è uno dei segnali più inequivocabili, dato dalla Madre Terra, degli effetti estremamente dannosi del cambiamento climatico. Ci siamo già dentro. Non ha senso che i negazionisti si rifiutino di accettare questi dati. I fatti parlano da soli. Tra poco raggiungeranno la vita di tutte le persone, ricchi e poveri, come è successo nella maggior parte delle città fluviali di quel Stato.

C’è stata una sorprendente accelerazione del processo di riscaldamento globale e non è stata rispettata la decisione dell’Accordo di Parigi del 2015, secondo cui ci si aspettava una drastica riduzione dei gas ad effetto serra per non aumentare la temperatura di 1,5 ºC entro il 2030. Non è stato fatto quasi nulla: nel 2022 sono state immesse nell’atmosfera 37,5 miliardi di tonnellate di CO² e nel 2023 sono state 40,8 miliardi di tonnellate. Tutto è stato eccessivo. Per questo motivo, alcuni climatologi sostengono l’anticipazione dei limiti del riscaldamento rispetto a quanto era prima previsto nel 2030. Intorno al 2026-2028 il clima della Terra si stabilizzerebbe intorno ai 38-40 ºC e in alcuni luoghi con valori più elevati.

La nostra temperatura corporea è di circa 36,5 ºC. Immaginate se di notte la temperatura ambiente si mantenesse intorno ai 38 ºC? Molti, tra gli anziani e i bambini, non sarebbero in grado di farcela e potrebbero addirittura morire. E per tutti sarà una grande agonia. Per non parlare della perdita della biodiversità e delle colture alimentari, necessarie alla sopravvivenza.

La persona che vide chiaramente lo stato della Terra era un rappresentante dei popoli originari, coloro che si sentono Terra e parte della natura, il leader Yanomami Dário Kopenawa: «La Terra è nostra madre e soffre da molto tempo. Come un essere umano che prova dolore, lo sente quando gli invasori, lagroindustria, le compagnie minerarie e petrolifere abbattono migliaia di alberi e scavano in profondità nel suolo, nel mare. Lei sta chiedendo aiuto e lancia avvertimenti affinché le popolazioni non indigene smettano di strappare la pelle della Terra».

In quanto continuiamo strappando la pelle alla Terra e peggiorando il cambiamento climatico, il potenziale di speranza ha raggiunto il suo limite.

Gli scienziati hanno chiarito che la scienza e la tecnica non potranno invertire questa situazione, ma solo avvisare dell’arrivo di eventi estremi e mitigarne le sue conseguenze disastrose. Siamo arrivati ​​all’attuale situazione globale semplicemente perché gran parte della popolazione non conosce la situazione reale della Terra e la maggior parte dei capi di Stato e degli amministratori delegati delle grandi imprese hanno preferito continuare la logica sia della produzione illimitata, strappata dalla natura, sia del consumo senza limiti, piuttosto che ascoltare gli avvertimenti delle scienze della Terra e della vita. I compiti di casa non sono stati fatti. Ora è arrivato il conto amaro.

Ciò che è accaduto nel Sud del Brasile è solo l’inizio. I disastri ecologici si ripeteranno con più frequenza e con modalità sempre più gravi in ​​tutte le parti del pianeta.

Dove andiamo a prendere l’energia per credere e sperare ancora? Come è stato saggiamente detto: «quando non c’è più motivo di credere, allora comincia la fede; quando non c’è più motivo di sperare, allora comincia la speranza» [don Primo Mazzolari]. Come disse giustamente l’autore dell’epistola agli Ebrei (intorno all’anno 80): «La fede è il fondamento di ciò che si spera e la convinzione delle realtà che non si vedono» (11,1). La fede vede ciò che non si vede con i semplici occhi carnali. La fede vede, con gli occhi dello spirito che è la nostra profondità, la possibilità di un mondo che deve ancora venire, il quale – in gestazione ma ancora invisibile – è tra noi. Per questo la fede si apre alla speranza, che va sempre oltre ciò che è dato e verificato. La fede e la speranza fondano il mondo delle utopie che aspirano a realizzarsi storicamente.

Qui vale il principio-speranza. Il filosofo tedesco Ernst Bloch ha coniato l’espressione principiosperanza. Esso rappresenta un motore interiore sempre in funzione, alimentando l’immaginario e il potenziale inesauribile dell’esistenza umana e della storia. Il Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti afferma: «la speranza ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, a prescindere dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive» (n. 55). Assumere oggi questo principio-speranza, in questa nuova fase della Terra, è estremamente urgente.

Il principio-speranza è la nicchia di tutte le utopie. Esso permette di proiettare continuamente nuove visioni, nuovi percorsi non ancora intrapresi e sogni realizzabili. Il senso dell’utopia è sempre quello di farci muovere [Eduardo Galeano], per superare sempre le difficoltà e migliorare la realtà. Come esseri umani, siamo esseri utopici. È il principio-speranza che potrà salvarci e aprire una nuova direzione per la Terra e i suoi figli e figlie.

Qual è la nostra utopia minima, praticabile e necessaria? Essa implica, innanzitutto, la ricerca dell’umanizzazione dell’essere umano. Egli si è disumanizzato in quanto è diventato l’angelo sterminatore della natura. Solo recupererà la sua umanità solo se inizierà a vivere a partire da ciò che è nella sua natura: un essere di amorevolezza, di cura, di comunione, di cooperazione, di com-passione, di essere etico e di essere spirituale che si responsabilizza per le proprie azioni in modo che siano vantaggiose per tutti. Poiché non abbiamo creato spazio per questi valori e principi, siamo stati spinti nella crisi attuale che può portarci nell’abisso.

Questa utopia realizzabile e necessaria si concretizza sempre, se abbiamo tempo, nelle contraddizioni, inevitabili in tutti i processi storici. Ma essa significherà un nuovo orizzonte di speranza che alimenterà il cammino dell’umanità verso il futuro.

In questa ottica nasce una nuova etica. Forze seminali stanno emergendo ovunque, cercando e già sperimentando un nuovo modello di comportamento umano ed ecologico. Rappresenterà quella che Pierre Teilhard de Chardin, dal suo esilio in Cina nel 1933, chiamava di noosfera. Sarebbe quella sfera in cui le menti e i cuori (noos in greco) entrerebbero in una nuova sintonia sottile, caratterizzata dall’amorevolezza, dalla cura, dalla reciprocità tra tutti, dalla spiritualizzazione e dalle intenzioni collettive.

In mezzo a tanto sconforto e malinconia per la grave situazione del mondo, crediamo e speriamo in questo.

Leonardo Boff ha scritto: Il sogno della casa comune. Riflessioni di un vecchio teologo e pensatore, Castelvecchi 2019; Abitare la Terra. Quale via per la fraternità universale?, Castelvecchi 2021; Cuidar da Casa Comum: pistas para protelar o fim do mundo, Vozes 2024 .

[traduzione dal portoghese di Gianni Alioti]

Il conto è arrivato: la tragedia climatica nel Rio Grande do Sul

            Leonardo Boff

Interrompo la mia riflessione sui vettori dell’attuale crisi sistemica e sulle possibili vie d’uscita a causa della tragedia ambientale del Rio Grande do Sul. Le forti piogge e le catastrofiche inondazioni, con le acque che hanno invaso intere città, distruggendole in parte, costringendo centinaia di famiglie a lasciare la loro casa, provocando migliaia di sfollati, dispersi e morti, ci devono far riflettere.

Esprimiamo innanzitutto la nostra profonda solidarietà alle persone colpite da questa calamità di proporzioni bibliche; esprimiamo la nostra compassione perché, come insegnava San Tommaso nella Somma Teologica, «di per sé la compassione è la più grande delle virtù, perché appartiene alla compassione che uno si doni all’altro e, per di più, vada incontro alla debolezza dell’altro». Tutto il Paese si è mobilitato. Il popolo brasiliano ha mostrato il meglio di sé, la sua capacità di solidarietà e la sua disponibilità ad aiutare, al di là dei malvagi che sfruttano le disgrazie per i propri fini e attraverso menzogne e calunnie.

Sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una semplice catastrofe naturale solo perché fenomeni simili si verificano di tanto in tanto. Questa volta, la natura della tragedia ha un’origine diversa. Ha a che fare con la nuova fase in cui è entrato il pianeta Terra: l’avvio di un nuovo stadio caratterizzato da un aumento del riscaldamento globale. Tutto di origine antropica, cioè prodotto dall’essere umano, ma più precisamente dal capitalismo anglosassone devastatore degli equilibri naturali.

Ci sono negazionisti in tutti gli ambiti, soprattutto tra gli amministratori delegati delle grandi aziende e tra coloro che si sentono a proprio agio nella loro posizione di privilegio. Ma la valanga di sconvolgimenti climatici, l’irruzione di eventi estremi, le ondate di calore intenso e di gravi siccità, i grandi incendi, i tornado e le terribili alluvioni sono fenomeni innegabili che investono anche i più recalcitranti, pure loro costretti a riflettere.

Considerando la storia del pianeta, che esiste già da oltre 4 miliardi di anni, constatiamo che il riscaldamento globale è parte dell’evoluzione e della dinamica dell’universo, il quale è sempre in movimento adattandosi ai cambiamenti energetici che si verificano durante il processo cosmogenico. Così, il pianeta Terra ha vissuto molte fasi, alcune di freddo estremo e altre di caldo estremo come avvenuto 14 milioni di anni fa. In questo periodo di estremo calore, l’essere umano non esisteva ancora, essendo comparso in Africa solo 7-8 milioni di anni fa, mentre l’attuale Homo sapiens solo 200.000 anni fa.

Gli stessi esseri umani hanno attraversato varie fasi nel loro dialogo con la natura: inizialmente predominava un’interazione pacifica con essa; poi si è passati a intervenire attivamente sui suoi ritmi, deviando i corsi dei fiumi per l’irrigazione e tagliando territori per le strade; infine si è proceduto a una vera  aggressione della natura, esattamente a partire dal processo industrialista che ha sfruttato le risorse naturali per la ricchezza di pochi a scapito della povertà delle grandi maggioranze: un’aggressione che attraverso tecnologie estremamente efficienti ha condotto a una vera distruzione della natura, alla devastazione di interi ecosistemi, attraverso la deforestazione per la produzione di materie prime, l’uso improprio del suolo a causa dei pesticidi, la contaminazione dell’acqua e dell’aria. Siamo nel bel mezzo di una fase di distruzione delle basi naturali che sostengono la nostra vita. Chiamiamola con il suo nome: il modello di produzione/devastazione del sistema capitalista anglosassone oggi globalizzato, con il suo mantra la massimizzazione del profitto attraverso lo sfruttamento eccessivo dei beni e dei servizi naturali, in un quadro di spietata concorrenza senza alcun accenno di collaborazione.

Questo processo ha avuto un costo pesante, che non è stato nemmeno preso in considerazione dagli operatori di tale sistema. I danni naturali e sociali erano considerati un effetto collaterale che non rientrava nei conti delle imprese. Spettava allo Stato, non a loro, occuparsi di questi tassi di iniquità.

La Terra vivente ha cominciato a reagire inviando virus, batteri, malattie di ogni tipo, tifoni, tempeste rovinose e un aumento della sua temperatura naturale. È entrata in ebollizione. Abbiamo imboccato una strada senza ritorno. Si tratta dei gas serra: CO2, metano (28 volte più dannoso della CO2), protossido di azoto e zolfo, tra altri. 40,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica sono state rilasciate nell’atmosfera solo nel 2023, secondo il rapporto della COP 28 svoltasi a Dubai.

Diamo un’occhiata ai livelli di crescita di questo gas: nel 1950 le emissioni erano pari a 6 miliardi di tonnellate; nel 2000 a 25 miliardi; nel 2015 sono salite a 35,6 miliardi; nel 2022 a 37,5 miliardi e infine nel 2023, come abbiamo detto, a 40,9 miliardi di tonnellate. Questo volume di gas funziona come una serra, impedendo ai raggi del sole di ritornare nell’universo e così creando uno strato caldo che provoca il riscaldamento dell’intero pianeta. Senza contare che l’anidride carbonica (CO2) rimane nell’atmosfera per circa 100-110 anni.

Come può la Terra digerire un tale inquinamento? L’accordo di Parigi della COP 2015 aveva stabilito delle quote per la riduzione di questi gas attraverso la creazione di energie alternative (eolica, solare, mareomotrice). Non è stato fatto nulla di concreto. Ora è arrivato il conto da pagare per tutta l’umanità: un riscaldamento irreversibile che renderà inabitabili alcune regioni del pianeta in Africa, Asia e anche tra di noi.

Quello a cui stiamo assistendo nel Rio Grande do Sul è solo l’inizio di un processo che, se manteniamo l’attuale tipo di civiltà distruttrice della natura, non potrà che peggiorare. Gli stessi climatologi hanno lanciato l’allarme: la scienza e la tecnologia si sono svegliate troppo tardi rispetto al cambiamento climatico. Ora non si può più evitarlo, si può solo avvisare dell’arrivo di eventi estremi e mitigarne gli effetti dannosi.

La Terra e l’umanità dovranno adattarsi a questo cambiamento climatico. Anziani, bambini e molti organismi viventi avranno difficoltà ad adattarsi e andranno incontro a grandi sofferenze, persino alla morte. La Madre Terra vivrà d’ora in poi trasformazioni mai viste prima. Alcune di esse potrebbero decimare la vita di migliaia di persone. Se non facciamo attenzione, l’intero pianeta potrebbe diventare ostile alla vita della natura e alla nostra vita. Alla fine, potremmo persino scomparire. Sarebbe il prezzo della nostra irresponsabilità, disumanità e negligenza nei confronti della natura che ci dà tutto per vivere. Non riusciremo a pagare il conto.

Tradução: Claudia Fanti

Il silenzio di Dio e la morte degli innocenti: Dio, perché taci?

       Leonardo Boff

Viviamo a livello globale in un mondo tragico, pieno di incertezze, di minacce e di domande per le quali non abbiamo risposte che ci soddisfano. Nessuno può dirci dove stiamo andando: verso il prolungamento dell’attuale modo di abitare la Terra, devastandola in nome di un maggiore arricchimento di pochi. O cambieremo di direzione?

Nel primo caso, la Terra sicuramente non riuscirà a reggere la voracità della società dei consumi (già ora abbiamo bisogno di una Terra e mezza per far fronte agli attuali livelli di consumo dei paesi ricchi) e ci troveremo di fronte a una crisi dopo l’altra, come il Corona-virus e il riscaldamento globale già inarrestabile (ogni anno rilasciamo nell’atmosfera 40 miliardi di tonnellate di gas serra). Potremmo non avere alcuna via d’uscita e andremo incontro al peggio.

Oppure, costretti dalla situazione, recupereremo la ragione sensibile e sensata, in quanto è ormai impazzita, definiremo una nuova direzione più amichevole verso la natura e la Terra, più giusto e partecipativo verso tutti gli esseri umani. Lavoreremo a partire dal territorio, disegnato dalla natura, perché questo possa essere sostenibile e creare una vera partecipazione di tutti. Allora inizierà un nuovo tipo di storia con un futuro per il sistema-vita e per il sistema-Terra.

Avremo tempo, coraggio e saggezza per questa conversione ecologica? L’essere umano è flessibile, è cambiato molto e si è adattato a climi diversi. Inoltre la storia non è lineare. All’improvviso appare l’inaspettato e l’impensabile (un salto verso l’alto nella nostra coscienza) che inaugurerebbe una nuova direzione per la storia.

Nell’attesa soffriamo per i mali che si stanno verificando sulla Terra: sono 17 i luoghi di guerra. Papa Francesco ha detto molte volte che siamo già nella terza guerra mondiale a pezzi. Non è impossibile che possa scoppiare un conflitto nucleare planetario e portare alla perdita dell’intera umanità.

In questo contesto, ci mettiamo nei panni di Giobbe e gridiamo a Dio in mezzo a tante morti di innocenti, di genocidi e di guerre altamente letali.

“Dio, dov’eri in quei momenti terrificanti in cui la furia genocida di Netanyahu decimò 13 mila bambini innocenti e più di 34 mila persone e madri nella Striscia di Gaza? Perché non sei intervenuto se potevi farlo? Più di 500 mila case, ospedali, scuole, università, moschee e chiese sono state rase al suolo. Perché non hai fermato quell’abbraccio omicida? Il tuo Figlio prediletto Gesù, ha saziato circa 5mila persone affamate. Perché permetti che centinaia e centinaia di persone muoiano di sete e di fame?

Dov’è la tua pietà? Non sono anche queste vittime tuoi figli e figlie, soprattutto cari, perché rappresentano tuo Figlio crocifisso”.

Ricordo con dolore le parole di Papa Benedetto XVI quando visitò il campo di sterminio ebraico di Auschwitz-Birkenau:

Quante domande sorgono in questo luogo. Dovera Dio in quei giorni? Perché Egli è rimasto in silenzio? Come ha potuto tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?

Giobbe aveva ragione nel riconoscere che “Dio è così grande, che non lo comprendiamo” (Giobbe 36,26). Egli può essere e fare ciò che non capiamo, perché siamo limitati. Eppure Giobbe professa ostinatamente la sua fede, dicendo a Dio che, se anche lo avesse ucciso, avrebbe creduto ancora in lui (Giobbe 13,15). Indimenticabile è la testimonianza dell’ebreo prima di essere sterminato nel Ghetto di Varsavia nel 1943. Lasciò scritto su un pezzo di carta posto dentro una bottiglia: “Credo nel Dio d’Israele, anche se Egli ha fatto di tutto per non farmi credere in Lui. Ha nascosto il suo voltoSe, un giorno, qualcuno troverà questo foglietto e lo leggerà, capirà, forse, il sentimento di un ebreo che è morto abbandonato da Dio, il Dio in cui continuo a credere fermamente. .

Non pretendiamo di essere giudici di Dio. Ma possiamo amare il Figlio dell’Uomo nell’Orto degli Ulivi e sulla cima della croce. Gesù, quasi disperato, gridò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

I nostri lamenti non sono bestemmie, ma un grido doloroso e insistente a Dio: “Sveglia! Non tollerare più la sofferenza, la disperazione e il genocidio di innocenti. Sveglia, vieni a liberare coloro che hai creato nell’amore. Sveglia e vieni, Signore, per salvarli.

In mezzo a questa malinconia, la nostra speranza prevale, perché attraverso la risurrezione del nostro fratello Gesù di Nazaret, si è anticipata la nostra buona fine. Questo è ciò che ci dà un senso e ci impedisce di disperare di fronte alla drammatica situazione dell’umanità e della Terra.

Leonardo Boff ha scritto Paixão de Cristo-paixão do mundo, Vozes 2012.

(tradotto dal portoghese da Gianni Alioti)

Il genocidio israeliano: espressione suprema del paradigma moderno?

 

     Leonardo Boff

Andiamo dritti al punto. La ritorsione dello Stato di Israele per l’atto terroristico del 7 ottobre perpetrato da Hamas nella Striscia di Gaza è stata profondamente sproporzionata. Avevano un diritto legalmente garantito all’autodifesa. Ma con il pretesto di dare la caccia e uccidere i terroristi, hanno attivato il loro sofisticato arsenale bellico. Centinaia di edifici sono stati distrutti, migliaia di bambini innocenti, donne e innumerevoli civili sono stati assassinati. Non si tratta di una guerra, ma di un vero e proprio genocidio e pulizia etnica, come denunciato dal segretario delle Nazioni Unite, António Guterres. Egli ha affermato che “la Striscia di Gaza si è trasformata in un cimitero di bambini”. Oggi c’è già un consenso tra i migliori analisti e famosi umanisti.

Nessun organismo internazionale e nessun Paese è intervenuto in difesa dei palestinesi disperati, rivelando la completa insensibilità, in particolare dell’Unione Europea, alleata e succuba degli Stati Uniti. Intrisa di spirito di potere/dominio, non fa nulla, come se appartenesse alla guerra, a tutti i tipi di crimini, compreso il genocidio, come hanno fatto per secoli in tutto il mondo. Il presidente Joe Biden ha dichiarato sostegno incondizionato a Israele, il che equivale a dargli carta bianca per intraprendere una guerra illimitata di auto-difesa, utilizzando tutti i mezzi. L’umanità è terrorizzata di fronte al quadro di sterminio e di morte nella Striscia di Gaza.

Siamo di fronte a un’irrazionalità totale e a una spaventosa disumanità. Per quanto sia difficile da accettare, dobbiamo sospettare, soprattutto noi che viviamo nel Grande Sud, un tempo colonizzato e oggi sottoposto a una ri- colonizzazione, che l’attuale genocidio sarebbe inscritto nel paradigma occidentale moderno e globalizzato. Questo esiste da secoli ed è ancora in vigore. Perché questa domanda tanto dura?

Seguite questo ragionamento: qual è il sogno più grande e la maggiore utopia che davano e danno ancora senso al mondo moderno più di tre secoli fa? Era e continua ad essere lo sviluppo illimitato, la volontà di potenza come dominio sugli altri, sulle classi, sulle terre da conquistare, sulle altre nazioni, sulla natura, sulla materia fino all’ultimo quark top e sulla vita stessa nel suo ultimo gene e su tutta la natura nei suoi biomi e nella sua biodiversità. La centralità è occupata dalla ragione. È accettato solo ciò che soddisfa i suoi criteri. Più del “cogito, ergo sum” (penso, dunque sono) di Cartesio è il “conquero, ergo sum” (conquisto, quindi sono) di Hernan Cortez, conquistatore e distruttore del Messico che esprime la dinamica della modernità.

I Papi dell’epoca Nicola V (1447-1455) e Alessandro VI (1492-1503) conferirono legittimità divina allo spirito di dominio degli europei. In nome di Dio, concessero alle potenze coloniali dell’epoca, ai re di Spagna e Portogallo “la piena e libera facoltà di invadere, conquistare, combattere, vendere e sottomettere i pagani e appropriarsi e applicare a proprio uso e utilità, i regni, domini, possedimenti e beni loro scoperti e da scoprire… poiché è opera ben gradita alla divina Maestà che le nazioni barbare siano trucidate e ridotte alla fede cristiana” (P. Sues, La conquista spirituale dell’America Spagnola, documenti, Petrópolis 1992, p.227).

Francis Bacon e Cartesio, tra gli altri fondatori del paradigma della modernità, non pensavano diversamente dai Papi: l’essere umano deve essere “maestro e padrone della natura” che non ha alcun scopo, poiché è solo una mera cosa estesa (“res extensa” di Cartesio) collocata a nostra disposizione. Bisogna “mettere la natura su un letto di forza, spingerla a rivelare i suoi segreti; dobbiamo metterla al nostro servizio come una schiava” (Francis Bacon).

Per cosa tutto questo? Per essere destinati a svilupparci ed essere felici. La scienza e la tecnica, la tecno-scienza, erano e sono tuttora i grandi strumenti del progetto di dominio. Per sottomettere al dominio, dovevano squalificare gli assoggettati e i colonizzati: sono più dalla parte degli animali che degli umani, sono sub-umani. Ricordiamo la famosa discussione tra il grande Las Casas con Sepúlveda, l’educatore dei re spagnoli. Quest’ultimo sosteneva che i popoli originari dell’America Latina non erano umani e dubitava che possedessero la ragione. Qualcosa di simile l’ha affermato il ministro della Difesa israeliano, Y. Gallant, riguardo ai terroristi di Gaza: sono “animali-umani e devono essere trattati come tali”. I nazisti paragonavano gli ebrei a topi da sradicare.

L’uomo occidentale europeo, figlio del paradigma potere/dominio, ha enormi difficoltà a convivere con ciò che è diverso. La strategia abituale è quella di emarginarlo o di incorporarlo o, eventualmente, di eliminarlo. In questa visione del mondo, bisogna sempre definire chi è amico e chi è nemico. Tocca a lui diffamare, combattere e liquidare (il giurista hitleriano Carl Schmitt). Non c’è da meravigliarsi che gli europei cristianizzati abbiano provocato le principali guerre nel continente o nelle colonie, causando più di 200 milioni di morti. Il loro cristianesimo era solo un ornamento culturale, mai un’ispirazione del Nazareno per una relazione fraterna e per un’etica umanitaria.

Tutti, con ragione, si inorridiscono dell’Olocausto che mandò 6 milioni di ebrei nelle camere a gas dei nazisti. Ma diamo un’occhiata all’orribile Olocausto avvenuto in America Latina (Abya-Yala nella lingua del popolo centroamericano). Nello spirito di conquista-dominazione dell’America Latina, tra gli anni 1492-1532 e negli USA dal 1607 in poi, i colonizzatori europei commisero il più grande sterminio mai effettuato: quelli uccisi dalle malattie dei bianchi o assassinati furono 61 milioni di rappresentanti dei popoli originari: dei Caraibi (4 milioni), del Messico (23 milioni), delle Ande (14 milioni), del Brasile (4 milioni) e degli Stati Uniti (16 milioni). Ciò è confermato dalla più recente ricerca di Marcelo Grondin e Moema Wiezzer, “Abya Yala: genocídio, resistenência e sobrevivência dos povos originários das Américas” (Ed. Bambual, RJ, 2021). Questo nostro Olocausto, secondo lo storico e filosofo tedesco Oswad Spengler (1880-1936), delegittima ogni credibilità che gli europei e la Chiesa associata al progetto coloniale possano parlare di dignità e diritti umani. Si uccise con la spada e con la croce.

Sulla base di questo tipo di dominio è emerso il capitalismo, come modo di produzione escludente, la sua attuale finanziarizzazione e la sua cultura. È un crimine contro la natura e l’umanità che 8 persone, secondo Oxfam International 2022, possiedano la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Questa assurda accumulazione tollera che ogni anno si lasci morire di fame o di malattie derivate dalla fame, migliaia e migliaia di bambini.

È in questo contesto che, penso, debba essere compreso l’attuale genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Benjamin Netanyahau. Starebbe inscritto nella logica del paradigma occidentale. Dopo l’ultima guerra mondiale (1939-1945) si sono costruite armi di distruzione di massa, al punto di aver creato il principio dell’autodistruzione. La ragione è diventata totalmente irrazionale. La marcia dell’irrazionalità sta prendendo il sopravvento sul corso del mondo, al di là di quanto sta accadendo tra Israele e la Striscia di Gaza. Con lucidità, Papa Francesco nella sua enciclica Come prendersi cura della nostra casa comune (Laudato Sì del 2015) ha visto nel paradigma tecnocratico dominante la radice dell’attuale e minacciosa crisi ecologica globale (n.101 ss).

Qual è stato il grande errore del paradigma della volontà di potenza (potere-dominio)? È stato quello di attribuire esclusivamente tutto il peso e tutto il valore alla ragione strumentale-analitica. Ha represso tutte le altre forme di conoscenza esercitate dall’umanità: la sensibilità, l’amore, la ragione simbolica tra le altre. Questa esclusione ha creato la dittatura della ragione. È scoppiato il razionalismo e la demenza della ragione. Perché solo una ragione demenziale può devastare la Terra, sorella e Madre che tutto ci dona, fino a mostrare i suoi limiti invalicabili. Peggio ancora, la ragione folle si è creata i mezzi per il suo completo sterminio.

Ma qual è stato l’errore più grande? È stato l’aver represso ed eliminato la parte più ancestrale ed essenziale della nostra realtà. In nome dell’oggettività della visione della ragione, ha eliminato l’emozione e il cuore. Ciò ha delegittimato la nostra dimensione di sensibilità, la nostra capacità di affetto. È il cuore che sente, ama e stabilisce legami di cura con gli altri e con la natura. Non si sente il battito del cuore che identifica valori e fonda un’etica cordiale e umanitaria.

Ha detto bene papa Francesco nel suo primo viaggio, a Lampedusa, dove arrivavano i fuggitivi dalle guerre del Medio Oriente o dell’Africa: «l’uomo moderno ha perso la capacità di piangere e di sentire gli altri come suoi simili». Poiché Netanyahu e il suo governo non riconoscono l’umanità nei terroristi di Hamas, hanno praticamente deciso di sterminarli con i mezzi letali più moderni. Non siamo arrivati ​​così all’estremo del paradigma della modernità? È probabile che ciò scateni una guerra globale nella quale l’umanità e gran parte della natura potrebbero scomparire.

Come uscire da questa impasse? Innanzitutto, abbiamo bisogno di salvare i diritti del cuore. Non basta il logos, serve anche il pathos. Dobbiamo riempirci di venerazione di fronte alla grandezza dell’universo e di rispetto di fronte al mistero di ogni essere umano, fatto fratello e sorella e compagno/a di avventura terrena. Non neghiamo la ragione necessaria per renderci conto della complessità delle società contemporanee. Ma rifiutiamo il dispotismo della ragione. Questa deve essere arricchita dalla ragione sensibile e cordiale. Una mente e un cuore uniti possono equilibrarsi a vicenda ed evitare così le tragedie delle guerre e dei genocidi nella nostra sanguinosa storia, in particolare quella che, sconvolti, stiamo vivendo in Terra Santa e, specialmente, il genocidio commesso nella Striscia di Gaza. Che il cielo ascolti il ​​pianto dei bambini che sotto le macerie hanno perso il padre, la madre, i fratelli e le sorelle. Sono diventati sopravvissuti alla grande tribolazione (cfr Ap 7,14) e ci riempiono di compassione.

Leonardo Boff ha scritto Direitos do coração, Paulus, São Paulo 2015.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)