Perdersi per incontrarsi: il monaco, il gatto e la luna

L’uomo moderno ha perso il senso della contemplazione, la capacità di meravigliarsi davanti alle acque cristalline di un ruscello, di osservare un cielo stellato e di estasiarsi davanti agli occhi brillanti di un bambino che lo osserva indagatore. Non sa più che cosa sia la freschezza di un pomeriggio d’autunno. Incapace di restare solo, senza cellulare, senza Internet, senza televisione e hi-phi. Ha paura di udire la voce che viene da dentro, quella che mai mentisce, che ci consiglia, si congratula, ci giudica e sempre ci accompagna. Questa piccola storia è raccontata da mio fratello Waldemar. Lui sta provando personalmente a vivere come vivevano i monaci nel deserto: ci restituisce la nostra dimensione perduta. Quel che è profondamente vero possiamo dirlo bene – come attestano gli antichi saggi – in piccole storie e raramente attraverso concetti. A volte quando immaginiamo che ci siamo perduti, è allora che noi ci incontriamo. Quello che questa storia vuole insegnare è una sfida per tutti:

C’era una volta un eremita che viveva molto al di là delle montagne di Iguazim proprio di fronte al deserto di Acaman. Là aveva preso dimora da 30 anni. Alcune capre gli davano il latte ogni giorno e un palmo di terra di quella valle fertile gli dava il pane. Vicino alle capre svettavano rami di vite. A far da tetto, foglie di palma. Le api facevano il miele tutto l’anno.

“Sono trent’anni che vivo da queste parti – sospirò una sera il monaco Porfirio- saranno trent’anni buoni” – e, seduto su un sasso, lo sguardo perso nelle acque del ruscello che giocavano tra i ciottoli , si trattenne su questo pensiero per lunghe ore. “Tret’anni e non mi sono incontrato. Mi sono perso per tutto e per tutti, nella speranza di incontrarmi. Ma mi sono perso definitivamente”.

Il giorno dopo, prima che il sole nascesse, il monaco Porfirio, con un fagotto sulle spalle, i sandali mezzo rotti ai piedi, dopo la preghiera dei pellegrini, si mise in cammino giù per le montagne di Iguazaim. Lui sempre saliva sulle montagne, quando spinto da forze estranee, il suo mondo interiore minacciava di sfasciarsi. Andava a visitare AbbaTebaìno, eremita più ricco di esperienza e più saggio, padre di una generazione di uomini del deserto. Lui viveva sotto una grande roccia dove si potevano vedere laggiù in basso i campi di grano della villaggio di Icanaum.

“Abba, mi sono perso per incontrarmi. Mi sono perso irrimediabilmente. Non so chi sono, né perché io sto al mondo e per chi perché io per che cosa sto al mondo. Ho perso il meglio di me, il mio proprio io. Ho cercato la pace della contemplazione, ma ho da lottare contro una falange di fantasmi. Ho fatto tutto per meritare la pace. Guarda il mio corpo, contorto come una radica, emaciato per tanti digiuni. Sto qui a pezzi e avvilito, vinto dalla stanchezza della ricerca”.

Nel cuore della notte, sotto una luna enorme, che illuminava il profilo delle montagne, Abba Tebaìno seduto all’ingresso della grotta, rimase ad ascoltare con tenerezza infinita le confidenze del fratello Porfirio. In uno di questi intervalli, dove le parole spariscono e solo resta la presenza, un gattino che viveva da molti anni con Abba, venne trascinandosi pian piano fino ai suoi piedi scalzi. Miagolò, leccò la punta destra del saio, si sdraiò e si mise con grande occhi di bambino, a contemplare la luna che saliva silenziosa al cielo con le anime dei giusti. E dopo molto tempo, cominciò l’Abba Tebaìno:

“Porfirio, figlio mio caro, tu devi essere come il gatto; lui non cerca niente per sé, ma aspetta tutto da me. Tutte le mattine, aspetta al mio fianco una crosta di pane e un poco di latte in questa scodella secolare. circa, spera tutto. È disponibilità. Abbandono. Puramente e semplicemente. Vive per l’altro. È dono, è grazia, è gratuità. Qui vicino a me, sdraiato contempla innocente e ingenuo, arcaico come l’essere, il miracolo della luna che sale enorme e benedetta. Non cerca se stesso, nemmeno nell’intima vanità di auto purificazione o di compiacenza di autorealizzazione. Lui si è perduto irrimediabilmente, per me e per la luna… È la condizione che lui vuole essere quello che è, e di incontrarsi”.

Un silenzio profondo discese sopra la bocca della roccia.

La mattina dopo, prima che nascesse il sole, i due eremiti cantarono i salmi di mattutino. Le loro lodi echeggiarono sulle montagne e fecero rabbrividire gli estremi confini dell’universo. Dopo si dettero il bacio della partenza. Il fratello Porfirio con un fagottino sulle spalle e sandali mezzo rotti ai piedi, ritornò alla sua valle, al sud del deserto di Acaman. Aveva capito che per incontrarsi doveva perdersi nella più pura e semplice gratuità.

Gli abitanti del villaggio vicino raccontano che, molti anni dopo, in una profonda e tranquilla notte di luna piena, videro in cielo un grande chiarore. Il monaco Porfirio che saliva, insieme alla luna, nell’immensità infinita di quel cielo che era tutto un delirio di stelle scintillanti ormai non aveva più bisogno di perdersi perché si era definitivamente incontrato”.

Waldemar Boff (uno dei miei 10 fratelli) ha studiato negli USA, è educatore popolare e contadino.

Traduzione di Romano Baraglia

Brasile1964: l’uso dei militari da parte dei settori conservatori e reazionari.

Sono passati 50 anni dal golpe. La Commissione Nazionale della Verità ha messo in luce la violenza che ha comportato. Nessun cittadino onesto può rimanere indifferente . È necessario segnalare chiaramente che l’assalto al potere è stato un crimine contro la Costituzione e una usurpazione della sovranità popolare, fonte di diritto in uno Stato democratico. Il primo atto istituzionale del 9 aprile 1964 si sbarazzava di questo principio della sovranità popolare quando dichiarava che “la rivoluzione vittoriosa come Potere costituente si legittima da se stessa”. Nessun potere si legittima da se stesso; soltanto lo fanno i dittatori che mettono sotto i piedi qualsiasi diritto. Il golpe militare si configura come occupazione violenta di tutti gli apparati dello Stato per montare, a partire di questi, un ordine retto da atti istituzionali, attraverso la repressione e lo Stato di terrore.

Era sufficiente che qualcuno venisse sospettato di essere sovversivo per essere trattato come tale. Anche detenuti nelle prigioni e sequestrati per errore come innocenti contadini, venivano subito seviziati e torturati. Molti non hanno resistito e la loro morte equivale a un assassinio. Non dobbiamo trascurare i più dimenticati tra i dimenticati che furono 246 contadini morti o spariti dal ‘64 al ’79. Adesso si sta scoprendo la eliminazione di molti indigeni, ritenuti ostacolo alla crescita economica. Su qualcuno di loro furono lanciate perfino bombe al Napalm.

Quello che i militari hanno commesso è stato un crimine di lesa-patria. Riferiscono come scusa che si trattava di uno stato di guerra, una parte voleva imporre il comunismo e l’altra difendeva l’ordine democratico. Questa affermazione non sta in piedi. Il comunismo non ha mai rappresentato tra noi una minaccia reale perché qualsiasi manifestazione in questo senso è stata sempre brutalmente repressa, non senza l’appoggio della C.I.A. e degli Stati Uniti. Nella isteria del tempo di guerra fredda, tutti coloro che volevano riforme nella prospettiva di coloro che erano storicamente condannati e offesi – le grandi maggioranze operaie e contadine – erano subito etichettati come comunisti e marxisti, anche se erano vescovi come l’insospettabile dom Helder Câmara.

Contro di loro si riteneva necessaria non soltanto la vigilanza ma per molti la persecuzione, la prigione, l’interrogatorio umiliante, il pau-de-arara feroce, gli affogamenti disperanti. I cosiddetti «suicidi» camuffavano soltanto un puro e semplice assassinio. E in nome della lotta al pericolo comunista, si adottò la pratica comunista-stalinista della brutalizzazione dei detenuti. In alcuni casi è stato ammesso il metodo nazista di bruciare i cadaveri come ha ammesso un agente del Dops di San Paolo, Cláudio Guerra.

È spaventoso e costituisce perfino un problema filosofico la mancanza di rimorsi che il colonnello in congedo Paolo Magalhães recentemente ha manifestato alla Commissione Nazionale della Verità, di avere lavorato nella Casa della Morte di Petrópolis e di avere torturato, assassinato, mutilato cadaveri e aver occultato il corpo del deputato Rubens Paiva. Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio nazista ad Auschwitz che secondo i suoi stessi calcoli nella sua autobiografia mandò alle camere a gas circa di 1 milione di ebrei, anche lui non mostrava nessun pentimento. Si divertiva sparando a caso sui prigionieri e piangeva come un bambino se arrivando in casa veniva a sapere che il suo uccellino preferito era morto. Mistero di iniquità.

Lo Stato dittatoriale militare, per quante opere possa avere realizzato (“il miracolo economico” riguardò soltanto un 10% della popolazione dei più ricchi nel quadro di una spaventosa situazione salariale”), fece regredire politicamente e culturalmente il Brasile. Cacciò via o obbligò all’esilio le nostre più brillanti intelligenze e i nostri artisti più creativi. Affogò leadership politiche e dette la stura al proliferare dei succubi che, opportunisti e sprovvisti di etica e brasilidade, si vendettero al potere dittatoriale in cambio di favori che vanno dalle stazioni radio a canali di televisione. E molti di loro sono ancora lì politicamente attivi e occupano alte cariche di amministrazione dello Stato democratico.

Coloro che hanno fatto il colpo di Stato devono essere responsabilizzati moralmente e per questo crimine collettivo contro il popolo brasiliano, come vari giuristi stanno chiedendo. I militari credono di essere stati loro i principali protagonisti di questa impresa niente affatto gloriosa. Nella loro povertà di analisi, a malapena sospettano che furono, di fatto, usati da forze molto maggiori delle loro. L’ha detto recentemente Tarso Genro, governatore del Rio Grande do Sul, in una intervista al Boletim Carta Maior (30 marzo 2014: “I militari non si sono appropriati del potere per loro stessi. È stato un progetto politico dei settori più conservatori e reazionari (borghesia nazionale e latifondiaria) che hanno avuto nelle forze armate un appoggio e un protagonismo molto grande”.

René Armand Dreifuss ha scritto nel 1980 la sua tesi di dottorato per l’Università di Glasgow dal titolo 1964: La conquista dello Stato, azione politica, potere e colpo di classe (Vozes, 1981). Si tratta di un libro di 814 pagine delle quali 326 sono copie di documenti originali. Da questi documenti rimane dimostrato: quello che è accaduto in Brasile non è stato un golpe militare, ma un golpe di classe con l’uso di forza militare.

A partire dagli anni 60 del secolo passato, si è formato il complesso IPES/IBAD/GLC. Spiego: l’Istituto di Ricerche e Studi Sociali (IPES) e l’Istituto Brasiliano di Azione Democratica e Rilevamento della Congiuntura. Componevano una rete nazionale che disseminava idee golpiste, composta da grandi impresari multinazionali, nazionali, alcuni generali, banchieri, organi di stampa, la maggioranza elencati nel libro di Dreifuss. Ciò che li unificava – dice l’autore -unificava dice l’autore “erano le loro relazioni economiche multinazionali e associate, oppure la loro posizione e il loro schieramento anticomunista e la loro ambizione di aggiornare e riformulare lo Stato” (p. 163) perché fosse funzionale ai loro interessi corporativi. Ispiratore di questo gruppo è stato il machiavellico generale Golbery di Couto e Silva, che già nel 1962 estivo preparava un lavoro strategico sull’assalto al potere (p.186).

La cospirazione dunque stava in marcia da molto tempo. Approfittando della confusione politica creata intorno dalla rinuncia del presidente Jânio Quadros e dall’ostinata opposizione al presidente João Goulart, che proponeva riforme di base e principalmente la riforma agraria, e perciò ritenuto come portatore di un progetto comunista, questo gruppo colse l’occasione appropriata per realizzare il loro progetto. Chiamò i militari perché facessero il golpe e dessero l’assalto allo Stato. Fu pertanto un golpe della classe dominante, nazionale multinazionale che usava e si serviva del potere militare.

Conclude Dreifuss: “Quello che è avvenuto il 31 marzo del 1964 non è stato un mero golpe militare; è stato un movimento civile-militare, il complesso IPES/IBAD e ufficiali della ESG (scuola superiore di guerra) organizzarono la presa del potere dall’apparato dello Stato” (p.397).

In particolare afferma: “La le storie del blocco di potere multinazionale e associati cominciato con il 1 aprile del 64 quando i nuovi interessi realmente erano diventati interessi dello Stato, riaggiornando il regime e riformulando gli obiettivi” (p. 489). Tutto l’apparato di controllo e repressione era azionato in nome della Sicurezza Nazionale, che in verità, significava Sicurezza del Capitale.

I militari intelligenti nazionalisti di oggi dovrebbero rendersi conto che come furono perfidamente usati da quelle élites oligarchiche antipopolari che non cercavano di realizzare gli interessi generali del Brasile ma invece alimentare la loro ansia privata di accumulazione vorace sotto la protezione del regime autoritario dei militari.

La Commissione Nazionale della Verità presterebbe un servizio chiarificatore per il paese se portasse la luce tutta questa trama. Essa semplicemente compirebbe la sua missione di essere commissione di verità completa. Non solo verità di fatti individualizzati di violenza contro i diritti umani, ma della verità di fatto maggiore, della dominazione di una classe potente, (anti)nazionale, associata alla multinazionale, perché sotto l’egida del potere discrezionale dei militari, potesse tranquillamente realizzare i suoi obiettivi corporativi escludenti. Questo ci è costato 21 anni di umiliazione di privazione della libertà e ha perpetrato assassinii e scomparsa di persone e imposto una pesante sofferenza collettiva

Infine sarà bene ascoltare le parole di dell’avvocata Rosa Cardoso, avvocato difensore della prigioniera politica Dilma Roussel e oggi integrante della Commissione Nazionale della Verità in un’intervista al Boletim Carta Maior 20 febbraio 2014: “In primo luogo voglio dire che fino ad oggi le Forze Armate devono chiedere perdono alla società brasiliana con il quale starebbero assumendo una posizione civile e democratica, che, in fin dei conti, è quello che ci si aspetta dai militari del secolo 21º. Purtroppo fino a oggi non riceviamo nessun segnale nessun messaggio che ci indichi che ci sia qualche desiderio da parte dei militari, di chiedere scusa e di fare un’autocritica politica sopra il loro comportamento”. Questo è il debito che hanno con tutto il popolo brasiliano e un giorno dovranno saldarlo.

Come oggi, il 1 aprile del 2014, 50 anni fa, il golpe civil-militare e giorno di pianto per le vittime della repressione ma anche un giorno di sollevare la testa, perché la truculenza non può soffocare i sentimenti di dignità né abbattere gl’ideali democratici che hanno trionfato e vanno affermandosi sempre di più nella nostra coscienza nazionale.

Dedico questo articolo al mio collega di seminario Arno Preis pieno di fame di giustizia, morto per i militari a Paraiso do Norte-GO, il 15 febbraio 1972.

 

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

 

Reintegrarsi nello lo spazio e nel tempo

A partire dagli anni ’70 del secolo passato era chiaro per gran parte della comunità scientifica che la Terra non è soltanto un pianeta dove esiste la vita. La Terra appare con una composizione bilanciata di elementi, temperatura, struttura chimica dell’atmosfera e del mare, che solamente un organismo vivo può fare quello che lei fa. La Terra non è un semplice contenitore di vita. Lei è viva. E’ un superorganismo vivente, chiamato dagli Andini Pacha Mama e dai moderni Gaia, il nome greco per la terra viva.

La specie umana rappresenta la capacità di Gaia di avere un pensiero riflesso e una coscienza sintetizzatrice e amorosa. Noi umani, uomini e donne, rendiamo possibile alla Terra di apprezzare la sua bellezza lussureggiante, a contemplare la sua intricata complessità e a scoprire spiritualmente il mistero che la permea.

Quello che gli esseri umani sono in relazione alla Terra, la Terra lo è in relazione al cosmo da noi conosciuto. Il cosmo non è un oggetto sopra il quale abbiamo scoperto la vita. Il cosmo è, secondo molti cosmologi contemporanei (Gioswami, Swimme e altri) un soggetto vivente che si trova in un processo permanente di genesi. Ha camminato 13,7 miliardi di anni, si è attorcigliato su se stesso e ha maturato sino al punto che in un angolo, nella via lattea, nel sistema solare, nel pianeta Terra è emersa la coscienza riflessa di se stessa, da dove è venuta, dove va e qual è l’energia potente che la sostiene.

Quando un eco-agronomo studia la composizione chimica di un suolo, è la stessa terra che studia se stessa. Quando un astronomo dirige il telescopio verso le stelle, è lo stesso universo che osserva se stesso.

Il cambiamento che questa lettura deve produrre nelle mentalità e nelle istituzioni è paragonabile soltanto a quello che è avvenuto nel secolo XVI mentre si scopriva che la terra era rotonda e girava intorno al sole. Soprattutto la trasformazione che le cose non sono ancora fatte e finite, stanno nascendo continuamente, aperte a nuove forme di autorealizzazione. Conseguentemente la verità la incontriamo in un riferimento aperto e non in un codice chiuso e prestabilito. Rimane nella verità soltanto chi cammina nel processo di manifestazione della verità.

E’ necessario prima di tutto realizzare la reintegrazione nel tempo. Noi non abbiamo l’età che si conta a partire dal giorno della nostra nascita. Noi abbiamo l’età del cosmo. Abbiamo cominciato a nascere 13,7 miliardi di anni fa quando hanno cominciato a organizzarsi tutte quelle energie e materiali che entrano nella costituzione del nostro corpo e della nostra psiche. Quando tutto ciò è maturato, allora siamo nati davvero e sempre aperti ad altri futuri perfezionamenti.

Se sintetizziamo l’orologio cosmico di 13,7 miliardi di anni nello spazio di un anno solare, come ha fatto ingegnosamente Carl Sagan nel suo libro I dragoni dell’Eden (N.Jork 1977, 14-16) e volendo appena sottolineare alcuni date che ci interessano, avremmo il seguente quadro:

Il primo di gennaio è avvenuto il big bang. Il primo maggio è sorta la via lattea. Il 9 di settembre nasce il sistema solare. Il 14 settembre la formazione della Terra. Al 25 di settembre ha origine la vita. Il 30 dicembre, apparizione dei primi ominidi antenati degli umani. Il 31 di dicembre fanno il loro ingresso i primi uomini e le prime donne. Durante gli ultimi dieci secondi del 31 dicembre inaugurano la storia dell’Homo Sapiens/demens dal quale discendiamo direttamente. La nascita di Cristo sarebbe avvenuta precisamente alle 23,59 minuti e 53 secondi. Il mondo moderno sarebbe nato al 58° secondo dell’ultimo minuto dell’anno. E noi individualmente nell’ultima frazione di secondo prima della mezzanotte.

In altre parole sono soltanto 24 ore che la Terra e universo hanno la coscienza di se stessi. Se Dio dicesse a un angelo: ”cerca nello spazio e identifica nel tempo Silvia, o Edson o Denise” certamente non ci riuscirebbe perché questa Silvia, Edson e Denise sono meno che un pugno di sabbia che sta vagando negli spazi interstellari e cominciarono ad esistere meno di un secondo fa. Ma Dio sì, perché Lui ascolta il pulsare del cuore di tutti i suoi figli e figlie e perché in loro l’universo converge in autocoscienza, amorizzazione e celebrazione.

Una pedagogia adeguata alla nuova cosmologia dovrebbe introdurci in queste dimensioni che ci evocano il sacro dell’universo e il miracolo della nostra stessa esistenza. E questo in ogni processo educativo, dalle elementari all’università.

In seguito è necessario reintegrare lo spazio dentro il quale noi ci troviamo. Vedendo la Terra dal di fuori della Terra scopriamo di essere l’anello di una immensa catena di esseri celesti. Ci troviamo in una dei cento miliardi di galassie, la Via Lattea. A una distanza di 28 mila anni luce dal suo centro; apparteniamo al sistema solare che è uno tra miliardi e miliardi di altre stelle, in un pianeta piccolo ma estremamente ricco di fattori favorevoli all’evoluzione, di forme sempre più complesse e dotate di autocoscienza di vita: la Terra.

Sulla Terra abbiamo scoperto un continente che è diventato indipendente circa 210 milioni di anni fa, quando la Pangea (ossia il continente unico della Terra) si è staccato e ha finito con l’assumere la configurazione attuale. Stiamo in questa città, in questa strada, in questa casa, in questa stanza, e davanti a questo tavolo del computer, a partire da qui mi relaziono e mi sento legato alla totalità di tutti gli spazi dell’universo.

Reintegrati nello spazio e nel tempo ci sentiamo come Pascal direbbe: un nulla davanti al Tutto e un Tutto davanti al nulla. E la nostra grandezza sta nel sapere e celebrare tutto questo.

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

AVER CURA DI MADRE TERRA E AMARE TUTTI GLI ESSERI

L’amore è la forza più grande che esista nell’universo, negli esseri viventi e tra gli umani. Perché l’amore è una forza di attrazione, di unione e di trasformazione. Già l’antico mito greco lo formulava con eleganza: “Eros, il Dio dell’amore si alzò per creare la Terra. Prima, tutto era silenzio, vuoto e immobile. Adesso tutto è vita, allegria, movimento”. L’amore è l’espressione più alta della vita, che sempre irradia e chiede premure, perché senza le cure dovute, s’indebolisce, s’ammala e muore.

Humberto Maturana, cileno, uno dei maggiori esponenti della biologia contemporanea, ha mostrato con i suoi studi sull’autopoiesi – vale a dire sull’autorganizzazione della materia da cui risulta la vita – come l’amore sorge all’interno del processo evoluzionistico. Nella natura – afferma Maturana – si verificano due tipi di connessioni (che lui chiama accoppiamenti) degli esseri con l’ambiente e tra di loro: una necessaria, legata alla sussistenza stessa, l’altra spontanea, vincolata a relazioni gratuite, per affinità elettive e per puro piacere, nel fluire della vivenza stessa.

Quando quest’ultima avviene, anche in stadi primitivi dell’evoluzione di miliardi di anni fa, lì nasce la prima manifestazione dell’amore, fenomeno cosmico e biologico. Nella misura in cui l’universo si inflaziona e si complessifica, questa connessione spontanea e amorosa tende a incrementarsi. A livello umano, diviene sempre più forte e diventa il motore principale delle azioni umane.

L’amore si orienta sempre attraverso l’altro. Significa un’avventura abramica, quella di abbandonare la propria realtà e andare incontro al diverso e stabilire una relazione di alleanza, di amicizia e di amore con lui.

Il limite più disastroso del paradigma occidentale ha a che fare con l’altro, perché lo vede prima come ostacolo che come opportunità d’incontro. La strategia è stata ed è la seguente: o incorporarlo, o sottometterlo o eliminarlo, come ha fatto con le culture dell’Africa e dell’America Latina. Questo si applica pure alla natura. La relazione non è di appartenenza reciproca e di inclusione, ma di sfruttamento e sottomissione. Negando l’altro, si perde l’opportunità dell’alleanza, del dialogo e del mutuo apprendistato. Nella cultura occidentale ha trionfato il paradigma dell’identità. Con esclusione della differenza. E questo ha generato molta arroganza e violenza.

L’altro gode di un vantaggio: permette di sorgere all’ethos che ama. Fu vissuto dal Gesù storico e dal paleocristianesimo, prima di costituirsi in istituzione con dottrine e riti. L’etica cristiana è stata influenzata più dai maestri greci che dal sermone della montagna e dalla pratica di Gesù. Il paleocristianesimo, al contrario, dà assoluta centralità all’amore dell’altro, che per Gesù è identico all’amore verso Dio. L’amore è talmente centrale che chi lo possiede, ha tutto. Lui testimonia che questa sacra convinzione che Dio è amore (1Gv 4,8), che l’amore viene da Dio (1Gv 4,7) e che l’amore non morirà mai (1Co 13,8). Questo amore incondizionato e universale include anche il nemico (Lc 6,35). L’ethos che ama si esprime nell’ aurea legge, presente in tutte le tradizioni dell’umanità: “Ama il prossimo come te stesso”; “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Papa Francisco ha riscattato il Gesù storico: per lui sono più importanti amore e misericordia che dottrina e disciplina.

Secondo il cristianesimo Dio stesso si è fatto altro attraverso l’incarnazione. Senza passare attraverso l’altro che ha fame, è povero, pellegrino e nudo non si può né incontrare Dio, né raggiungere la pienezza di vita (Mt 25,31-46). Questo uscire da se stessi verso l’altro per amarlo in lui stesso, amarlo senza ritorno, in forma incondizionata fonda l’ethos il più inclusivo possibile, il più umanizzante che si possa concepire. Quest’amore ha un movimento solo, va all’altro, a tutte le cose e a Dio.

In occidente è san Francesco di Assisi che meglio esprime quest’etica amorosa e cordiale. Lui unisce le due ecologie, quella interioreche integra le sue emozioni e desideri, e quella esteriore, facendosi fratello di tutti gli esseri. Eloi Leclerc, uno dei migliori pensatori francescani del nostro tempo. sopravvissuto ai compi di sterminio di Buchenwald commenta: “Invece di irrigidirsi e chiudersi in un superbo isolamento, Francesco si lascia spogliare, si fa piccolo piccolo e si mette con grande umiltà in mezzo alle creature. Prossimo e fratello delle più umili tra di loro. Confraternizza con la terra stessa col suo humus originale, con le sue radici oscure. Ecco che la nostra sorella e Madre-Terra apre davanti ai suoi occhi meravigliati il sentiero di una fraternità senza limiti, senza frontiere. Una fraternità che abbraccia tutta la creazione. L’umile Francesco diventa fratello del sole, delle stelle, del vento, delle nuvole, del’acqua, del fuoco, di tutto quello che vive e perfino della morte”.

Questo è il risultato di un amore che abbraccia tutti gli esseri, vivi e inerti, con dolcezza, tenerezza e amore. L’ethos che ama fonda un nuovo senso del vivere. Amare l’altro, sia un essere umano, sia un qualsiasi altro rappresentante della comunità di vita significa dar loro ragione di esistere. Non c’è motivo d’esistere. Esistere è pura gratuità . Amare l’altro è volere che esista, perché l’amore fa diventare l’altro importante. “Amare un persona è dirgli: tu non potrai morire mai” (G. Marcel); “Tu devi esistere, tu non puoi andartene via”.

Quando qualcuno o qualcosa si fanno importante per l’altro, nasce un valore che mobilita tutte le energie vitali. Perciò, quando qualcuno ama, ringiovanisce e ha la sensazione di cominciare la vita di nuovo. L’amore è fonte di suprema gioia.

Solamente questo ethos che ama è all’altezza delle sfide di fronte alla Madre-Terra devastata e minacciata nel suo futuro. Questo amore ci potrà salvare tutti, perché abbraccia e trasforma i distanti in prossimi e i prossimi in fratelli e sorelle.

Leonardo Boff è autore de O cuidado necessario, Vozes 2013.

 

Traduzione di Romano Baraglia