Un esercizio differente del papato è possibile

La grave crisi morale che attraversa tutto il corpo  istituzionali della Chiesa ha fatto sì che il conclave eleggesse qualcuno che ha autorità e coraggio per fare profonde riforme nella Curia romana e inaugurare una forma di esercizio del potere papale che sia più conforme allo spirito di Gesù e al passo con la coscienza dell’umanità . Francesco è il suo nome.

La figura del papa è forse il più grande simbolo del Sacro nel mondo Occidentale. Le società che attraverso la secolarizzazione hanno esiliato il Sacro, in mancanza di leaders di riferimento e con la nostalgia della figura del padre come colui che orienta, crea fiducia e indica il sentiero, hanno concentrato nella figura del Papa queste ansie ancestrali degli umani che potevano essere lette sulle facce dei fedeli in piazza San Pietro. Per questo è importante analizzare il tipo di esercizio del potere che il Papa Francesco eserciterà. Nella sua prima allocuzione ha detto che lui “presiederà nella carità” e non come quelli del passato che avevano potere giudiziale su tutte le chiese. Per i cristiani è irrinunciabile il ministero di Pietro come colui che deve “confermare i fratelli e le sorelle nella fede” secondo il mandato del Maestro. Roma dove stanno sepolti Pietro e Paolo, è stata fin dai primordi, per le altre chiese,  il riferimento per l’unità, per l’ortodossia e per lo zelo.

Questa prospettiva è accolta pure dalle rimanenti chiese non cattoliche. La questione è tutta su come si esercita la tale funzione. Il papa Leone Magno (440-461), nel vuoto del potere imperiale, dovette assumere la governance di Roma. Prese il titolo di Papa e di Sommo Pontefice che erano dell’imperatore, incorporò lo stile imperiale del potere monarchico assoluto e centralizzato, con i suoi simboli,  paramenti e stile di palazzo. I testi attinenti a Pietro che in Gesù avevano un senso di servizio e di primato di amore furono interpretati come stretto potere giuridico. Tutto culminò con Gregorio VII che con il suo “Dictatus papae” (la dittatura del Papa) si arrogò i due poteri, quello religioso e quello della società civile. Nacque una grande istituzione Totale ostacolo al cammino della libertà dei cristiani e della società. A partire da qui il Papa emerge come un monarca assoluto con la pienezza di tutti poteri come il canone 331 esprime chiaramente. Solleva  la pretesa di subordinare al suo potere tutte le chiese.

Quest’esercizio assolutista è stato sempre messo in questione, specialmente dai Riformatori. Ma non si è mai addolcito. Come riconosceva Giovanni Paolo II, questo stile di esercitare la funzione di Pietro è il maggior ostacolo all’ecumenismo e all’accettazione da parte dei cristiani che vengono dalla cultura moderna dei diritti e della democrazia. Per supplire a questa mancanza, gli ultimi due papi hanno organizzato una spettacolarizzazione della fede, con viaggi e eventi di massa come quello degli giovani da realizzarsi a Rio de Janeiro.

Questa forma monarchica e assolutista rappresenta una deviazione dall’intenzione originaria di Gesù e adesso con Francesco deve essere ripensato alla luce dell’intenzione di Gesù. Sarà un papato pastorale e di servizio alla carità e all’unità e non più un papato del potere giuridico assolutista. Il concilio Vaticano II ha stabilito igli strumenti per una riformulazione nel governo della Chiesa: il sinodo dei vescovi, svuotato e fatto finora strumento consultivo, mentre invece era stato pensato come strumento deliberativo. Nascerebbe un organo esecutivo che con il Papa governerebbe la Chiesa. È stata creata dal concilio la collegialità dei vescovi, vale a dire, le conferenze continentali e nazionali guadagnerebbero più autonomia per permettere un radicamento della fede nelle culture locali sempre in comunione con Roma. Rappresentanti del popolo di Dio, cardinali e vescovi, clero e laici e perfino donne aiuterebbero a eleggere un papa per tutta la cristianità. Si fa urgente una riforma della Curia nella linea del decentramento. Certamente quello che farà Papa Francesco. Perché il Segretariato per le religioni non cristiane non  potrebbe funzionare in Asia? il dicastero dell’unità dei cristiani a Ginevra, vicino al Consiglio Mondiale delle chiese? Quello delle missioni, in qualche città dell’Africa? Quello dei diritti umani e della giustizia in America Latina?

La Chiesa cattolica potrebbe trasformarsi in una istanza non autoritaria di valori universali, della cura per la Terra e per la vita sotto grave minaccia, contro la cultura del consumo, in favore di una sobrietà condivisa, enfatizzando la solidarietà e la cooperazione a partire dagli ultimi contro lo stress della concorrenza. La questione centrale non è più la Chiesa ma l’umanità e la civiltà che possono scomparire. In che modo la Chiesa aiuta nella loro preservazione?Tutto questo è possibile e realizzabile senza rinunciare in nulla alla sostanza del fede cristiana. Importa che il Papa Francesco sia un Giovanni XXIII del terzo mondo, un “Papa buono”. Solo così potrà riscattare la credibilità perduta e essere un faro di spiritualità e di speranza per tutti.

Il collasso della sua teologia: principale ragione delle demissioni di Benedetto XVI?

È sempre rischioso scegliere un teologo per fare il Papa. Lui potrebbe trasformare la sua teologia personale in teologia universale della chiesa e imporla a tutto il mondo. Sospetto che questo sia il caso di Benedetto XVI, prima come Cardinale, nominato Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-l’inquisizione) e infine Papa. Un simile procedimento non è legittimo e si trasforma in fonte di condanne ingiuste. Effettivamente ha condannato più di 100 teologi   e  teologhe, perché non si inquadravano nella sua lettura teologica della Chiesa e del mondo. Tra le ragioni della sua rinunzia, il Papa allega «diminuzione di vigore del corpo e dello spirito» della “sua incapacità” di affrontare le questioni che rendevano difficile l’esercizio della Sua missione.

Dietro a questa formulazione, penso che si occulti il motivo più profondo della sua rinuncia: la percezione del collasso della sua teologia e il fallimento del modello di Chiesa che voleva implementare. Una monarchia assoluta non è così assoluta al punto di fiaccare l’inerzia delle invecchiate strutture curiali. Le tesi della sua teologia sono sempre state problematiche per la comunità teologica. Tre di queste hanno finito per essere rifiutate dai fatti: il concetto di Chiesa come «piccolo mondo riconciliato»; la città degli uomini acquista valore unicamente passando attraverso la mediazione della città di Dio; e il famoso “subsistit” che significa: solo nella Chiesa cattolica sussiste la vera Chiesa di Cristo; tutte le altre “chiese” non possono essere designate chiese. Questa comprensione angusta di una intelligenza acuta ma ostaggio di se stessa, non aveva  forza intrinseca e adesione sufficienti per essere implementata. Benedetto XVI avrebbe riconosciuto il collasso e coerentemente rinunciato? Ci sono ragioni per questa ipotesi.

Il Papa emerito ha avuto Sant’Agostino come maestro e ispiratore. Di Agostino ha assunto la prospettiva di base, cominciando con la sua peregrina  teoria del peccato originale (si trasmette attraverso l’atto sessuale della generazione). Questo fa sì che tutta l’umanità sia una “massa  dannata”. Ma dentro di essa, Dio, attraverso Cristo, ha instaurato una cellula salvatrice, rappresentata dalla chiesa. Essa è “un piccolo mondo riconciliato” in rappresentanza (Vertretung) del resto del’umanità perduta. Non è necessario che abbia molti membri. Bastano pochi, purché siano puri e santi. Ratzinger la completava con la seguente riflessione: la chiesa fu costituita da Cristo e dagli apostoli. Perciò è apostolica. Fa poco caso dei discepoli, delle donne e delle masse che seguivano Gesù. Per lui non contano. Sono raggiunte dalla rappresentanza (Vertretung) che il piccolo mondo riconciliato assume.

Questo modello teologico e ecclesiologico non spiega il vasto mondo globalizzato. Volle pertanto fare dell’Europa “il mondo riconciliato” per riconquistare l’umanità. Ha fallito perché il progetto non è stato assunto da nessuno e anzi è stato messo in ridicolo. La seconda tesi presa pure da Sant’Agostino, è la sua lettura della storia: il confronto tra città di Dio e città degli uomini. Nella città di Dio c’è la grazia e la salvezza: essa è l’unico pedaggio che dà accesso alla salvezza. La città degli uomini è costruita dallo sforzo umano. Ma siccome già contaminato, tutto il suo umanesimo e i rimanenti valori, non riescono a salvare perché non sono passati attraverso la mediazione della città di Dio (Chiesa). Di conseguenza il cardinale Ratzinger condanna duramente la teologia della liberazione perché questa cerca la liberazione attraverso i poveri stessi diventati soggetto autonomo della loro storia. Ma siccome non si articola con la città di Dio e la sua cellula, la Chiesa, è insufficiente e vana.

La terza è una interpretazione personale che dà del concilio Vaticano II quando parla della Chiesa di Cristo. La prima elaborazione conciliare diceva che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo. Le discussioni, che tenevano conto dell’ecumenismo, sostituirono la copula ‘è’ con ‘sussiste’ per permettere che pure altre chiese cristiane, a modo loro, realizzassero la Chiesa di Cristo. Questa interpretazione sostenuta nella mia tesi dottorale meritò una esplicita condanna del cardinale Ratzinger nel suo famoso documento Dominus Jesus (2000). Afferma che “sussiste” deriva da “sussistenza” che può essere una sola e questo è quanto avviene nella Chiesa cattolica. Le altre “chiese” possiedono “soltanto” elementi ecclesiali. Sia io che altri noti  teologi abbiamo mostrato che questo senso non esiste in latino. Il senso è sempre concreto: “prendere consistenza”, “realizzarsi oggettivamente”. Questo era il “senso dei padri”, il senso dei padri conciliari. Queste tre tesi centrali sono state rifiutate dai fatti: dentro al “piccolo mondo riconciliato” ci sono troppi pedofili perfino tra cardinali e ladri di denaro della Banca vaticana.

La seconda, che la città degli uomini non ha densità salvatrice davanti a Dio, fatica nell’equivoco di restringere l’azione della città di Dio esclusivamente al campo della Chiesa. La città degli uomini è attraversata dalla città di Dio, non sotto la forma della coscienza religiosa ma sotto la forma di etica e di valori umanitari. Il concilio Vaticano II ha garantito l’autonomia delle realità terrestri che hanno valore indipendentemente dalla Chiesa. Contano per Dio. La città di Dio (la Chiesa) si realizza attraverso la fede esplicita, con la celebrazione e attraverso i sacramenti. La città degli uomini attraverso l’etica e la politica.

La terza, per cui sarebbe soltanto la Chiesa cattolica l’unica esclusiva Chiesa di Cristo e ancor più, che fuori di lei non c’è salvezza, tesi medievale risuscitata dal cardinale Ratzinger, fu semplicemente ignorata come offensiva alle rimanenti chiese. Invece che “fuori la Chiesa non c’è salvezza” si introdusse il discorso del Papa e dei teologi “l’universale offerta di salvezza a tutti gli esseri umani e al mondo”.

Nutro il serio sospetto che, tale fallimento e collasso del suo edificio teologico gli abbia tolto “il necessario vigore del corpo e dello spirito” al punto, come confessa, di “sentire incapacità” di esercitare il suo ministero. Prigioniero della sua stessa teologia, non gli è rimasta alternativa se non quella onesta di rinunciare.

Traduzione: Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

Contro la dimenticanza dello Spirito Santo

Nell’articolo precedente su lo stesso tema de lo spirito, ci siamo sforzati di riscattare la dimensione di “spirito” vastamente affogata nella cultura consumista e materialista della modernità. Adesso vogliamo riscattare la figura dello Spirito Santo, sempre lasciata a margine o dimenticata nella Chiesa latina. Siccome si tratta di una chiesa di potere, mal convive con il carisma proprio dello Spirito Santo. Lui è la fantasia di Dio e il motore delle trasformazioni, proprio tutto quello che la vecchia istituzione gerarchica non desidera. Ma lui sta ritornando.
Il concilio Vaticano II afferma con enfasi: “lo spirito di Dio dirige il corso della storia con ammirabile provvidenza, rinnova la faccia della Terra e è presente nell’evoluzione” (Gaudium et Spes, 26/281). Lui sta sempre in azione. Ma appare più intensamente quando succedono cesure instauratrici del nuovo. Quattro cesure, vicino a noi, meritano di essere menzionate: la realizzazione del concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965); la conferenza episcopale dei vescovi latinoamericani a Medellin (1968); la nascita della chiesa della liberazione; il rinnovamento carismatico cattolico.

Con il Vaticano secondo (1962-1965) la Chiesa ha raccordato il suo passo con il mondo moderno e con le sue libertà. Soprattutto ha stabilito un dialogo con la tecno-scienza, con il mondo del lavoro, con la secolarizzazione, con l’ecumenismo, con le religioni e con i diritti umani fondamentali. Lo Spirito ha ringiovanito con aria nuova l’edificio crepuscolare della chiesa.

A Medellin (1968) ha sintonizzato il passo con il sotto-mondo della povertà e della miseria che caratterizzava e ancora caratterizza il continente latino americano. Con la forza dello spirito, i pastori latinoamericani fecero un’opzione per i poveri e contro la povertà e decisero di implementare una pratica pastorale che fosse di liberazione integrale: liberazione non solo dai nostri peccati personali e collettivi, ma liberazione dal peccato di oppressione, dall’impoverimento delle masse, dalla discriminazione dei popoli indigeni, dal disprezzo per i discendenti dei popoli africani e dal peccato di dominazione patriarcale degli uomini sulle donne fin dal neolitico.

Da questa pratica è nata la Chiesa della liberazione. Essa mostra il suo volto attraverso l’appropriazione della lettura della Bibbia da parte del popolo, attraverso un nuovo modo di essere Chiesa mediante le comunità ecclesiali di base, le varie pastorali sociali (degli indigeni, degli afro discendenti, della terra, della salute, dei bambini e altre) e della loro corrispondente riflessione che è la teologia della liberazione.

Questa chiesa della liberazione ha allevato cristiani impegnati politicamente dalla parte degli oppressi e contro le dittature militari, soffrendo persecuzioni, imprigionamenti, torture e assassinii. Forse è una delle poche chiese che può contare con tanti martiri come suor Doroti Stang e perfino vescovi come Angelelli in Argentina e Oscar Arnulfo Romero a El Salvador.

La quarta irruzione è stata il sorgere del rinnovamento carismatico cattolico a partire dal 1967 negli Usa e in America Latina a partire dagli anni 70 del secolo 20º. Questo ha portato di ritorno la centralità della preghiera, della spiritualità, della vivenza dei carismi dello spirito. Furono create comunità di preghiera, per la coltivazione dei doni dello Spirito Santo e per l’assistenza ai  poveri e malati. Questo rinnovamento ha aiutato a superare la rigidezza dell’organizzazione ecclesiale, la freddezza delle dottrine, ha rotto il monopolio della parola tenuto dal clero, aprendo spazi per l’espressione libera dei fedeli.

Questi quattro eventi sono ben valutati teologicamente unicamente quando li osserviamo con l’ottica dello Spirito Santo. Lui irrompe sempre nella storia e in forma innovatrice nella Chiesa che allora si fa generatrice di speranze e di allegria di vivere la fede. Oggi viviamo forse la maggiore crisi della storia dell’umanità. Questa è la crisi maggiore perché può essere l’ultima. In effetti, ci siamo dati gli strumenti dell’autodistruzione. Abbiamo costruito una macchina di morte che può ucciderci tutti e liquidare tutta la nostra civiltà, costruita con tanta fatica in migliaia migliaia di anni di lavoro creativo. E insieme a noi potrà perire gran parte della biodiversità. Se questa tragedia avverrà, la Terra continuerà la sua traiettoria, coperta di cadaveri, devastata e impoverita, però senza di noi.

Per questo motivo, diciamo che con la nostra tecnologia di morte abbiamo inaugurato una nuova era geologica: l’Antropocene. Voglio dire, l’essere umano sta mostrando di somigliare alla grande meteora che passa radente minacciando la vita. Lui è capace di preferire l’autodistruzione di se stesso e il danno perverso della Terra viva, di Gaia, piuttosto che mutare lo stile di vita, di relazione con la natura e con la Madre Terra. Come un tempo nella Palestina, i giudei preferirono Barabba a Gesù. Gli attuali nemici della vita potranno preferire Erode ai santi innocenti. Di fatto appariranno come il Satana della Terra invece di essere l’angelo Custode della creazione.

È in questo momento che invochiamo, imploriamo e gridiamo la preghiera liturgica della festa di Pentecoste: “Veni, sancte Spiritus, et emitte caelitus lucis tuae radium”: vieni, Spirito Santo e manda dal cielo un raggio della tua luce”.

Se lo Spirito non torna, corriamo il rischio che la crisi smetta di essere una opportunità di purificazione e degeneri in tragedia senza ritorno. Nelle comunità ecclesiali si canta: “vieni, o Spirito Santo e rinnova la faccia della terra”
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Leonardo Boff è teologo, filosofo e scrittore.

Traduzione: Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com

L’erosione delle fonti di senso

E’ già stato detto, e a ragione, che l’essere umano è divorato da due tipi di fame: di pane e di spiritualità. La fame di pane è saziabile. La fame di spiritualità, invece, è insaziabile. È fatta di valori impalpabili, e non materiali come la comunione, la solidarietà, l’amore, la compassione, l’apertura verso tutto quello che è degno e sacro, il dialogo e la preghiera al Creatore.

Questi valori sospirati in segreto dagli esseri umani, non conoscono limiti nella loro crescita. C’è una richiesta infinita che sta nascosta dentro di noi. Soltanto un infinito reale può farci riposare. L’eccessiva centralizzazione nell’accumulazione e nello sfruttamento dei beni materiali, finisce per produrre un gran vuoto e una grande delusione. Questo è quanto hanno concluso gli analisti dell’Università di Losanna. Qualcosa in noi richiede gridando qualcosa di più grande e più umanizzante.

È in questa dimensione che si pone la questione del senso della vita. È una necessità umana cercare un senso coerente. Il vuoto e l’assurdo producono angustie e il sentimento di essere soli e sradicati. Ora, la società industriale e consumista, montata sulla ragione funzionale, ha messo al centro l’individuo e i suoi interessi privati. Con ciò, ha frammentato la realtà, ha dissolto qualunque canone sociale, a carnevalizzato le cose più sacre e ironizzato su convinzioni secolari, chiamate “grandi saghe”, considerate metafisiche essenzialiste, proprie di società di altri tempi. Adesso funziona l’«anything goes», il passi per i vari tipi di razionalità, di posture e letture della realtà. Si è creato il relativismo che afferma che niente ha valore definitivamente.

E tutto ciò è stato chiamato post modernità che per me rappresenta la fase più avanzata e decadente della borghesia ricca mondiale. Non soddisfatta di distruggere il presente, vuole distruggere anche il futuro. Essa si caratterizza per un assoluto disimpegno nella trasformazione e per un confessato disinteresse per una umanità migliore. Tale atteggiamento si traduce in una assenza dichiarata di solidarietà per il destino tragico di milioni che lottano per avere una vita minimamente degna, per avere abitazioni migliori di quelle degli animali, per poter accedere ai beni culturali che arricchiscano la loro la visione del mondo. Nessuna cultura sopravvive senza che una saga conferisca dignità, coesione, coraggio e senso alla camminata collettiva di un popolo. La postmodernità nega irrazionalmente questo dato originario.

E invece in qualsiasi parte del mondo, le persone stanno elaborando significati per la loro vita e sofferenza, cercando stelle-guida che le orientino e aprano loro il cammino per un futuro speranzoso. Possiamo vivere senza fede, ma non senza speranza. Senza di lei si sta a un passo dalla violenza, dalla banalizzazione della morte e, al limite, dal suicidio.

Ora, le istanze che storicamente rappresentavano la costruzione permanente di senso, sono entrate modernamente in una fase di erosione. Nessuno, nemmeno il Papa, né Sua Santità il Dalai Lama possono dire sicuramente che cosa è buono o cattivo in questa frazione planetaria della storia umana.

Le filosofie e altri cammini spirituali rispondevano a questa domanda fondamentale dell’umano. Ma esse, in gran parte, si sono fossilizzate e hanno perso l’impulso creatore. Fanno ragionamenti sempre più sofisticati su quello che già si conosce, sempre nuovamente ripensato e ridetto, ma prive del coraggio per progettare nuove visioni, sogni promettenti e utopie mobilizzatrici. Viviamo un “malessere da civiltà”, simile a quello del tramonto dell’impero romano, descritto da Sant’Agostino in “La città di Dio”. I nostri “dei” come i loro ormai non sono più credibili. I nuovi “dei”che stanno spuntando all’orizzonte non sono forti quanto basta per essere riconosciuti, venerati e direttamente guadagnarsi gli altari.

Queste crisi saranno superate soltanto quando si farà una nuova esperienza dell’Essere essenziale da dove ci proviene una spiritualità viva. Vediamo alcuni luoghi dove i “nuovi dei” si annunciano e una nuova percezione dell’Essere compare. Per quanto siano numerose le critiche che le dobbiamo fare nel suo aspetto economico e politico, la globalizzazione è, prima di tutto, un fenomeno antropologico: l’umanità si scopre una specie, che abita l’unica Casa Comune, la Terra, con un destino comune. Tale fenomeno esige una governance globale per gestire i problemi collettivi. È qualcosa di nuovo.

I Fori Sociali Mondiali che dall’anno 2000 hanno cominciato a realizzarsi a partire da Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, rivelano una particolarissima irruzione di senso. Per la prima volta nella storia moderna, i poveri del mondo intero, facendo contrappunto alle riunioni dei ricchi nella città svizzera di Davos, sono riusciti ad accumulare tanta forza e capacità di articolazione che a migliaia hanno finito per incontrarsi prima in Porto Alegre, e in seguito in altre città del mondo, per presentare le loro esperienze di resistenza e di liberazione, per scambiare esperienze su come creano microalternative al sistema di dominazione imperante, come alimentano un sogno collettivo per gridare: un altro mondo è possibile, un altro mondo è necessario. È qualcosa di nuovo.

Nelle varie edizioni dei Forum Sociali Mondiali, ai livelli regionale e internazionale, si notano polloni del nuovo paradigma di umanità, capace di organizzare in forma differente la produzione, il consumo, la preservazione della natura e l’inclusione di tutta l’umanità nel progetto collettivo che garantisca un futuro di vita e di speranza per tutti. Da questo la sua importanza: dal fondo della sprotezione umana sta spuntando un fumo che rimanda a un fuoco interiore della spazzatura al quale sono state condannate le grandi maggioranze dell’umanità. Questo fuoco è inestinguibile. Esso si trasformerà in brace e luce per illuminare un nuovo senso per l’umanità.
Magari! Dio voglia!

*Leonardo Boff è autore di Tempo de trascendência, Vozes, 2010.

Traduzione: Romano Baraglia-romanobaraglia@gmail.com