Che Papa dobbiamo sperare, che non sia un Benetto XVII?

(Intervista fatta  a Leonardo Boff per la Folha de São Paulo (edizione integrale)

1. Comme ha ricevuto la rinuncia di Benedetto XVI?

R. Fin dal principio mi faceva tanta pena, perché, per quello che io conoscevo, specialmente a causa della sua timidezza, immaginavo lo sforzo che doveva fare per salutare il popolo, salutare le persone, baciare bambini. Avevo la certezza che un giorno lui avrebbe approfittato di qualche occasione sensata, come i limiti fisici della sua salute e il minore vigore mentale per rinunciare.
Anche se ha dimostrato di essere un Papa autoritario, non era attaccato alla poltrona. Io mi sono sentito alleggerito perché la Chiesa era senza leadership spirituale che risveglia speranza e coraggio. Abbiamo bisogno di un diverso profilo di Papa più pastore che  professore, non un uomo della istituzione-Chiesa, ma un rappresentante di Gesù che ha detto: “se qualcuno viene da me io non  lo mando via” (Gv. 6,37), che sia omosessuale,prostituta, transessuale.

2. Com’è la personalità dei Benedetto 16º, visto che lei ha vantato una certa amicizia con lui?

R. Ho conosciuto Benedetto 16º nei miei anni di studio in Germania tra il 1965-1970. Sono andato a sentire molte conferenze sue ma io non sono stato suo alunno. Lui ha letto la mia tese di dottorato: “ Il posto della Chiesa nel mondo secolarizzato” e gli è piaciuta  al punto che ha trovato un’editrice disposta a pubblicarla, un pesta lardo di più di 500 pagine. In seguito abbiamo lavorato insieme nella rivista internazionale “Concilium”. Gli editori si riunivano tutti gli anni la settimana di Pentecoste  in qualche posto in Europa. Io curavo le edizioni in portoghese. Tra il 1975-1180. Mentre gli altri facevano la siesta, io e lui si passeggiava e si conversava discutendo temi di teologia, oppure si parlava della fede in America Latina, o si commentava San Bonaventura e Sant’Agostino, materie in cui lui è specialista e io a tutt’oggi li consulto spessissimo.  Dopo, dal 1984, siamo entrati in un momento conflittuale. Lui come mio giudice al processo dell’ex Santo Uffizio, mosso contro il mio libro «Chiesa: carisma e potere» (Vozes, 1981). Lì dovetti sedermi sul seggiolino dove Galileo Galilei e Giordano Bruno tra gli altri si erano seduti.

Mi impose un periodo di “silenzio rispettoso”; dovetti lasciare la cattedra mi si proibì di pubblicare qualsiasi cosa.

Come persona è ‘finissimo’ timido e estremamente intelligente.

3. Lui come cardinale è stato il suo inquisitore dopo essere stato suo amico: come vedeva questa situazione?

R. Quando lui è stato nominato presidente della Congregazione per la dottrina della fede (ex Santo Offizio), io ne fui profondamente felice. Pensavo tra me e me: finalmente avremo un teologo alla guida di una istituzione che ha la fama più brutta che si possa immaginare. Quindici giorni dopo mi rispose, ringraziando e disse: vedo qui nella Congregazione varie pendenze a suo riguardo e dobbiamo risolverle subito.

Il fatto è che praticamente a ogni libro che pubblicavo venivano da Roma domande di chiarificazione alle quali io tardavo a rispondere. Nulla viene da Roma se prima non è stato inviato a Roma. Avevamo qui dei vescovi conservatori e persecutori di teologi della liberazione che inviavano le lamentele della loro ignoranza teologica a Roma col pretesto che la mia teologia poteva far male ai fedeli. A questo punto io mi resi conto: ormai gli lui è stato contaminato dal bacillo romano che fa sì che tutti quelli che lavorano lì in Vaticano rapidamente trovano mille  ragioni per essere moderati e persino conservatori. Così rimasi più che sorpreso, veramente deluso.

4. Lei come ha ricevuto la punizione del “silenzio rispettoso”?

R. Dopo l’interrogatorio e la lettura della mia difesa scritta che sta come appendice nella nuova edizione di «Chiesa: carisma e potere (Record), 2008» sono 15 cardinali che opinano e decidono. Ratzinger è soltanto uno di loro. Dopo sottomettono la decisione al Papa. Credo che fu un voto a favore perché conosceva altri libri miei di teologia, tradotti in tedesco e mi aveva detto che gli erano piaciuti, finché, una volta, davanti al Papa in una udienza a Roma fece un riferimento e li elogiò.

Io ricevetti il “silenzio rispettoso” come un cristiano legato alla Chiesa farebbe: con tutta calma lo accolsi. Ricordo che disse: “È meglio camminare con la Chiesa che  con la mia  teologia, ma da solo”. Per me fu relativamente facile accettare l’imposizione perché la presidenza della CNBB mi aveva sempre appoggiato e due cardinali, Dom Aloysio Lorscheider e Dom Paolo Evaristo Arns mi accompagnarono a Roma e parteciparono, in un scondo tempo, al dialogo con il cardinale Ratzinger e con me. Eravamo tre contro uno. Qualche volta mettemmo cardinale Ratzinger a disagio perché i cardinali brasiliani lo rassicuravano che le critiche contro la teologia della liberazione che lui aveva fatto in un documento uscito recentemente erano l’eco dei detrattori non un’analisi obiettiva. E chiesero un nuovo documento positivo; raccolse l’idea è realmente lo fece due anni dopo. E persino chiesero a me e al mio fratello teologo  Clodovis, che stava a Roma, che scrivessimo uno schema e lo consegnassimo alla Sacra Congregazione. In un giorno e una notte lo scrivemmo e lo consegnammo.

5. Lei ha lasciato la Chiesa nel 1992. Ha conservato qualche dispiacere di tutto questo affaire in Vaticano?

R. Io non ho mai lasciato la Chiesa. Ho lasciato una funzione dentro ad essa, quella di prete. Ho continuato come teologo e professore di teologia in varie cattedre qui e fuori del paese. Coloro che comprendono la logica di un sistema autoritario e chiuso, che poco si apre al mondo, e non coltiva il dialogo e lo scambio (i sistemi viventi vivono nella misura in cui si aprono e scambiano) sanno che se  qualcuno, come me, non si allinea totalmente a tale sistema, sarà vigilato, controllato e eventualmente punito. Somiglia al regime di Sicurezza Nazionale che abbiamo conosciuto in America latina sotto i regimi militari, in Brasile, in Argentina, in Cile e in Uruguay. Dentro questa logica l’allora presidente della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-Santo Uffizio, ex-Inquisizione), il cardinale J.Ratzinger condannò, obbligò al silenzio, privò della cattedra o trasferì più di 100 teologi. In Brasile siamo stati due: la teologa Ivone Gebara e io. Per intendere la suddetta logica, e lamentela, so che quelli sono condannati a fare quello che fanno con la maggiore volontà. Ma come diceva Biagio Pascal: “Mai il male viene fatto così bene come quando si fa con buona volontà”. Solamente che questa buona-volontà non è buona, perché crea vittime. Io non conservo nessuna amarezza e nessun risentimento, anzi ho provato compassione e misericordia per quelli che si muovono dentro questa logica, che a mio modo di vedere dista anni luce  dalla pratica di Gesù. Tra l’altro son cose del secolo passato, già passato. E cerco di evitare di tornare indietro a quel tempo.

6. Lei come valuta il pontificato di Benedetto 16º? Ha saputo governare le crisi interne ed esterne della Chiesa?

R. Benedetto 16º è stato un eminente teologo ma un Papa frustrato. Non aveva il carisma per dirigere, e animare la comunità, come invece l’aveva Giovanni Paolo II. Purtroppo sarà marchiato, informa  riduttiva, come il Papa dove proliferavano i pedofili, quando gli omosessuali non erano riconosciuti e le donne erano umiliate come negli Stati Uniti, con la negazione di cittadinanza a una teologia fatta partire dal genere. E anche e in generale nella storia come il Papa che ha censurato pesantemente la Teologia della Liberazione, interpretata alla luce dei suoi detrattori, e non alla luce delle pratiche pastorali  liberatrici di vescovi, preti, teologi, religiosi, religiose e laici che avevano fatto una seria opzione per i poveri contro la povertà e a favore della vita e della libertà per questo motivo giusto e nobile furono incompresi dai loro fratelli nella fede, e molti di loro furono presi, torturati e uccisi dagli organi di sicurezza dello Stato militare. Tra loro c’erano vescovi come Dom Angelelli, in Argentina e Dom Oscar Romero a El Salvador. Dom Helder fu il martire che non ammazzarono. Ma la Chiesa è maggiore che non i suoi papi ed essa continuerà, tra ombre e luci, a prestare un servizio all’umanità, nel senso di mantenere viva la memoria di Gesù, di offrire una fonte possibile di senso della vita, che va al di là di questa vita.

Oggi sappiamo da Vatileaks che dentro alla curia romana si ingaggia una feroce disputa per il potere, specialmente tra l’attuale segretario di Stato Bertone e l’emerito ex-segretario Sodano. Tutti e due hanno i loro alleati. Bertone, approfittando dei limiti del Papa, ha praticamente messo in piedi un governo parallelo. Gli scandali dei documenti segreti trafugati dalla scrivania del Papa e della Banca vaticana, usata dai miliardari italiani, alcuni mafiosi, per lavare denaro sporco e mandarlo all’estero, hanno scosso molto il Papa. Lui è andato a poco a poco isolandosi sempre di più. La sua rinuncia è dovuta ai limiti dell’età e agli acciacchi ma aggravata da queste crisi interne che lo hanno indebolito e che lui non ha saputo o potuto stroncare a tempo.

7. Il papa Giovanni XXIII disse che la Chiesa non può diventare un museo, ma deve essere una casa con porte e finestre aperte. Lei pensa che Benedetto 16º non ha tentato ancora una volta di trasformare la Chiesa in qualcosa come un museo?

R. Benedetto XVI è un nostalgico della sintesi medievale. Lui ha reintrodotto il latino nella messa, ha scelto  paramenti e guardaroba su modelli rinascimentali  e di altri periodi del passato, ha mantenuto abiti e cerimonie di palazzo; a quelli a cui dava la comunione, offriva innanzitutto l’anello papale da baciare e dopo dava l’Ostia cosa che non si faceva più da tempo. La sua visione era di tipo restaurativo e nostalgico di una sintesi tra cultura e fede come esiste molto visibile nella sua terra natale, la Baviera, cosa che esplicitamente commentava. Quando nell’università dove lui ha studiato, e io pure, a Monaco, vide un manifesto che annunciava me come professore visitatore per fare lezioni sulle nuove frontiere della teologia della liberazione chiese al rettore che rimandasse sine die l’invito già accettato. I suoi idoli teologici sono Sant’Agostino e San Bonaventura che mantennero sempre una sfiducia su tutto quello che veniva dal mondo, contaminato dal peccato e  bisognoso di essere riscattato dalla Chiesa. È una delle ragioni che spiegano la sua opposizione alla modernità che la vede sotto l’ottica del secolarismo e del relativismo e fuori dal campo dell’influenza del cristianesimo che ha aiutato a formare l’Europa.

8. La Chiesa cambierà, secondo lei, la dottrina sull’uso del preservativo e in generale la morale sessuale?

R. La Chiesa dovrà mantenere le sue convinzioni, alcune che  stima irrinunciabili come la questione dell’aborto e della non manipolazione della vita. Ma dovrebbe rinunciare allo status di esclusività come se fosse l’unica portatrice di verità. E egli deve intendersi dentro lo spazio democratico, nel quale la sua voce si fa sentire insieme ad altre voci. E le rispetta e perfino si dispone a imparare da loro. E quando viene sconfitta nei suoi punti di vista, dovrebbe offrire loro la sua esperienza e tradizione per migliorare fin dove possibile e rendere più leggero il peso dell’esistenza. In fondo essa , la su voce, ha bisogno di essere più umana, umile e avere più fede, nel senso di non avere paura. Quello che si oppone alla fede non è l’ateismo, ma la paura. La paura paralizza e isola le persone dalle altre persone. La Chiesa ha bisogno di camminare insieme all’umanità perché l’umanità è il vero popolo di Dio. Essa lo mostra più coscientemente ma non se ne appropria con esclusività.

9. Che cosa dovrebbe fare un futuro papa per evitare l’emigrazione di tanti fedeli verso altre chiese, specialmente verso le pentecostali?

R. Benedetto XVI ha frenato il rinnovamento della Chiesa incentivato dal concilio Vaticano secondo. Lui non accetta che nella Chiesa ci siano rotture. Così ha preferito una visione lineare, rinforzando la tradizione. Ma avviene che la tradizione a partire dal secolo 18º e 19ºsi oppose a tutte le conquiste moderne, della democrazia, della libertà religiosa e di altri diritti. Lui ha tentato di ridurre la Chiesa ha una fortezza contro queste modernità. E vedeva nel Vaticano secondo il cavallo di Troia attraverso il quale poteva sarebbero potuti entrare. Lui non ha rinnegato il Vaticano II  ma lo ha interpretato alla luce del Vaticano I completamente centrato sulla figura del Papa con un potere monarchico, assolutista e infallibile. Così si è prodotto una grande centralizzazione di tutto a Roma sotto la direzione del Papa che poveraccio, deve dirigere una popolazione cattolica della grandezza della Cina. Tale opzione ha portato grande conflitto nella Chiesa e perfino tra interi episcopati come quello tedesco e francese e ha contaminato l’atmosfera interna della Chiesa con sospetti, creazioni di gruppi, emigrazione di molti cattolici dalla comunità e con accuse di relativismo e di magistero parallelo. In altre parole nella Chiesa non si viveva più la fraternità franca e aperta, un focolare spirituale comune a tutti.

Il profilo del prossimo Papa, nel mio a mio modo di vedere, non dovrebbe essere di un uomo di potere o dell’istituzione. Dove c’è potere non esiste amore e sparisce la misericordia. Dovrebbe essere un pastore, vicino ai fedeli e a tutti gli esseri umani, poco importa la sua situazione morale e etnica e politica. Dovrebbe prendere come motto la frase di Gesù che ho già citato prima: «se qualcuno viene da me, io non lo manderò via», perché accoglieva tutti, da una prostituta come Maddalena fino al teologo come Nicodemo. Dovrebbe essere un uomo dell’Occidente che ormai è visto come un accidente nella storia. Ma un uomo del vasto mondo globalizzato che sente la passione dei sofferenti e il grido della terra devastata dalla voracità consumista. Non dovrebbe essere un uomo di certezze ma uno che stimolasse tutti a cercare i migliori sentieri.

Logicamente si rientrerebbe con il Vangelo ma senza spirito di far proseliti, con la coscienza che lo spirito arriva sempre prima del missionario e il verbo illumina tutti coloro che vengono a questo mondo, come dice l’evangelista San Giovanni. Dovrebbe  essere un uomo profondamente spirituale e aperto a tutti i sentieri religiosi per mantenere viva tutti insieme la fiamma sacra che esiste in ogni persona: la misteriosa presenza di Dio. E infine un uomo di profonda bontà, sullo stile di papa Giovanni 23º, con tenerezza verso gli umili e con fermezza profetica per denunciare chi promuove l’accertamento e fa della violenza e della guerra strumenti di dominazione degli altri e del mondo.

Che negli accordi stipulate dai cardinali in conclave e nelle tensioni  delle tendenze prevalga un nome con un simile profilo. Come agisca lo spirito Santo lì dentro è un mistero. Lui non ha nessuna voce e nessun’altra testa che quella  dei cardinali. Che lo Spirito non venga loro a mancare.

Traduzione: Romano Baraglia

Bagnare le radici

Nella vita sperimentiamo un paradosso curioso: quanto più avanziamo in età, tanto più regrediamo ai tempi dell’infanzia. Pare che la vita ci inviti a unire i due estremi e cominciare a fare la sintesi finale. O chissà, il tramonto della vita con la perdita inevitabile di vitalità e i limiti non circoscrivibili di quest’ultima fase, inconsciamente ci portano a cercare un appoggio là dove tutto è iniziato. La stanca esistenza viene a bagnare le radici in quegli inizi di anni passati per tentare ancora una volta di ringiovanire e arrivare bene alla traversata finale.

È quello che è successo a me in questa prima settimana di febbraio. Sono tornato alla terra, alle vecchie terre (“terre vecchie”, come diciamo in famiglia): Concordia, nella regione interna dello Stato di Santa Catarina. La città e quelle vicine sono conosciute in tutto il Brasile per i loro prodotti: chi non ha comprato polli della Sadia di Concordia, prosciutto della Perdigão di Herval do Oeste, salami di Aurora di Chapecó e salsicce della Seara? Questi depositi di carni in frigo distano pochi Km l’uno dall’altro. È una regione ricca, di contadini italiani, tedeschi e polacchi, luoghi dove, a quanto pare, il Brasile ha funzionato bene. Tutto è praticamente integrato, le case sono eleganti e colorate, il benessere generalizzato e non si conoscono favelas come quelle moltissime che circondano la maggioranza delle città del paese.

Innanzitutto abbiamo visitato i sopravvissuti della famiglia. Da parte di mia madre, solo una zia carica di anni e di dolori, dal lato di mio padre, più nessuno. Restano cugini e cugine. La maggioranza è andata nelle città, uno lavora a Montreal, come creatore di giochi Internet, un altro è diplomatico, gli altri in professioni liberali. Alcuni sono rimasti sul posto.

Poi abbiamo visitato i luoghi cari dell’infanzia: ogni collinetta ogni curva della strada ogni salita o discesa e vasti orizzonti da tutte le parti si intravedono le montagne di Rio Grande do sul e gli altopiani di Campos Gerais di Santa Caterina. Lo sguardo infantile esagera nelle proporzioni. Quello che a noi sembrava una salita faticosa e ripida, non è più che una semplice discesa o salita. I monti immensi sono soltanto colline. ma sono rimaste uguali le profonde conche, pietre da ogni parte che rendevano penoso il lavoro dei contadini: la coltivazione del grano e del granoturco. Le viti così abbondanti, pergolati e filari in ogni casa in pratica sono scomparse, siccome il vino di qualità è diventato accessibile.

Qui noi ci sentiamo parte di quel paesaggio, qui stanno le nostre radici il luogo a partire dal quale abbiamo cominciato ad alimentare sogni, a contemplare le stelle nelle fredde notti d’inverno e a prendere posto nel mondo. Curiosamente quando ho davanti agli occhi i luoghi ritenuti importanti come l’Assemblea generale del’ ONU o Harvard mi abbandono al tempo della pietra scheggiata da cui io sono venuto; rammento il ragazzotto scalzo e pieno di pulci del deserto, che io sono stato, alimentato con molta polenta e letture di libri a tempo e fuori tempo. Per quanto splendidi paesaggi io abbia avuto occasione di contemplare, nessuno è interiormente più bello di quello della mia infanzia. Perché essa è unica al mondo. Tutto quello che è unico nell’universo non torna mai a succedere e per questo è intrinsecamente bello.

Ma quello che mi marca ogni volta che visito i parenti sono le feste che improvvisano: si mangiano molti prodotti regionali “i radicci”, vari tipi di biscotti, dolci tedeschi, paste, formaggi e salami fatti in casa e immancabilmente carni da churrasco.

La maggioranza di quelli che sono rimasti nelle campagne hanno poca scolarizzazione: parlano un intreccio delizioso di dialetto veneto e di portoghese. La cantilena è la stessa, con forte accento italiano del quale io stesso mai mi sono liberato. Le mani ruvide per il lavoro e le facce marchiate dalla lotta per la vita fanno una forte impressione. Ed esiste tra tutti una benevolente cordialità da fare piangere. Gli abbracci sono da spezzare le costole e i baci delle cugine più anziane della nostra età, sono lunghi e schioccati. Qualcuna mi riporta perfino l’odore di mia madre, lo stesso sguardo, lo stesso modo di tener le mani sui fianchi. Chi resisterà all’emozione?

I tempi tornano all’inizio misterioso della camminata della vita. Ma dobbiamo proseguire. Essi ci accompagnano, stanno insieme a noi nel nostro cuore, adesso leggero e ringiovanito perché ha bagnato le radici nell’essenza della vita che sono il sangue, l’affetto, l’amore.

Traduzione: Romano Baraglia

romanobaraglia@gmail.com

Quale tipo di Papa? Tensioni interne della Chiesa attuale

Non mi propongo di presentare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI cosa fatta da altri con competenza. Per i lettori è forse più interessante conoscere meglio una tensione sempre viva dentro la Chiesa e che segna il profilo di ciascun Papa. La questione centrale è questa: qual è la posizione e la missione della Chiesa nel mondo? Anticipo subito che una concezione equilibrata deve poggiare su due pilastri fondamentali: il Regno è il Mondo.

Il Regno è il messaggio centrale di Gesù, la sua utopia di una rivoluzione assoluta che riconcilia la creazione con se stessa e con Dio.

Il mondo è il luogo dove la Chiesa realizza il suo servizio al Regno e dove essa stessa si costruisce.

Se pensiamo la Chiesa come troppo legata al Regno si corre il rischio di spiritualismo e di idealismo; se troppo vicina al mondo, si rischia di cadere nella tentazione di mondanizzazione e politicizzazione. Quello che importa è saper articolare Regno-Chiesa-Mondo. La Chiesa appartiene al Regno e anche al mondo. Possiede una dimensione storica con le sue contraddizioni e una trascendente. Come vive questa tensione dentro al mondo e alla storia? Abbiamo a disposizione due modelli differenti e a volte in conflitto tra di loro: testimonianza e dialogo.

Il modello della testimonianza afferma con convinzione: abbiamo il deposito della fede, che contiene tutte le verità necessarie alla salvezza; abbiamo i sacramenti che comunicano la grazia; abbiamo una morale ben definita; abbiamo la certezza che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo, l’unica vera; abbiamo il Papa che gode di infallibilità nelle questioni di fede e morale; abbiamo una gerarchia che governa il popolo dei fedeli; abbiamo la promessa dell’assistenza permanente dello Spirito Santo; questo va testimoniato a fronte di un mondo che non si sa dove va e che da solo mai arriverà alla salvezza. I cristiani di questo modello, dal Papa fino ai semplici fedeli, si sentono pervasi di una missione di salvezza unica. In questo sono fondamentalisti e poco dediti al dialogo. Perché dialogare? Abbiamo tutto. Il dialogo è per facilitare la comprensione è anche un gesto di civiltà.

Il modello del dialogo parte da altri presupposti. Il Regno è più ampio che la Chiesa e conosce pure una realizzazione non religiosa, sempre dove ci sono verità, amore e giustizia. Il Cristo risorto ha dimensioni cosmiche e spinge l’evoluzione verso il buon fine; lo Spirito sta sempre presente nella storia e nelle persone oneste; lui arriva prima del missionario, visto che stava già presente nei popoli sotto forma di solidarietà, amore e compassione. Dio non ha abbandonato i suoi e a tutti offre un’opportunità di salvezza perché gli altri al di fuori dal cuore un giorno potessero vivere felici nel Regno del liberti.

La missione della Chiesa consiste nell’essere segno di questa storia di Dio dentro alla storia umana e pure strumento della sua implementazione insieme ad altri cammini spirituali.

Se la storia, sia quella religiosa che quella secolare è impastata di Dio, dobbiamo dialogare tutti: scambiarsi, imparare l’uno dagli altri, rende il cammino umano verso la promessa felice più facile e sicuro.

Il primo modello di testimonianza è quello della Chiesa in Africa, Asia e in America Latina, fino ad essere complice delle decimazioni e della dominazione di molti popoli indigeni, africani e asiatici. Era il modello del papa Giovanni Paolo II, che percorreva il mondo impugnando la croce come testimonianza che da lì veniva la salvezza.

Era il modello, ancora più radicalizzato di Benedetto XVI
che negò il titolo di «chiesa» alle chiese evangeliche, offendendole duramente; attacò direttamente la modernità perché la vedeva negativamente como relativista e secolaristica. Logicamente non le negò tutti i valori, ma vedeva in essi, come fonte, la fede cristiana. Ridusse la Chiesa a una isola isolata o a una fortezza, circondata da tutte le parti da nemici contro i quali bisogna defendersi.

Il modello di dialogo è del Concilo Vaticano II, di Paolo VI, di Medellin e di Puebla in America Latina. Vedevano il cristianesimo non come un deposito, sistema chiuso con il rischio che rimanesse fossilizzato, ma come una fonte di acque vive cristalline che possono essere canalizzate attraverso molte condutture culturali, un luogo di apprendistato mutuo perché tutti sono portatori di Spirito Creatore e dell’essenza del sogno di Gesù.

Il primo modello, della testimonianza, ha spaventato molti cristiani che si sentivano infantilizzati e non valorizzati nei loro saperi di professionali; non sentivano più la Chiesa come un focolare spirituale e, sconsolati, si allontanavano dall’instituzione ma non dal cristianesimo come valore e utopia generosa de Gesù.

Il secondo modello, quello del dialogo, ha avvicinato molti perché si sentivano in casa, aiutandoli a costruire una chiesa-apprendista e aperta al dialogo con tutti. L’effetto era il sentimento di libertà e di creatività. Così vale la pena esse cristiani.

Questo modello di dialogo diventa urgente nel caso che l’istituzione-chiesa volesse uscire dalla crisi in cui si è messa e che ha raggiunto il punto d’onore: la moralità (pedofili) e la spiritualità (furto di documenti segreti e problemi gravi di trasparenza nella Banca vaticana).

Dobbiamo discernere con intelligenza quello che ora serve meglio al messaggio cristiano all’interno di una crisi ecologica e sociale con gravissime conseguenze. Il problema centrale non è la Chiesa ma il futuro della Madre Terra, della vita e della nostra civiltà. La Chiesa come aiuta in questa traversata? Solo dialogando e sommando le forze con tutti.

*Leonardo Boff è autore di Chiesa: carisma e potere, libro messo soto accusa dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger.

Traduzione: Romano Baraglia

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Particella Dio o di Dio? Implicazioni filosofiche e teologiche

Fin dagli anni 60 del secolo passato, i fisici teorici si facevano la domanda: come possono le particelle elementari senza massa, nate con il big bang, acquistare massa, dopo miliardesime frazioni di secondo? qual è stata la particella o il campo magnetico che ha conferito massa alle particelle virtuali facendo così irrompere la materia che compone tutto l’universo? Sappiamo, e lo dico in modo estremamente terra terra, che la materia (secondo Einstein è energia altamente condensata) è composta da particelle elementari: topquarks e leptoni. Quando questi si mettono insieme danno origine ai protoni e ai neutroni. Questi, a loro volta, si uniscono e formano il nucleo atomico. I leptoni, di carica negativa, sono attratti dal nucleo atomico, con carica positiva e insieme formano gli atomi. Di atomi si compongono tutti gli esseri esistenti. Pertanto topquarks e leptoni sono mattoncini di base  con i quali tutto l’universo e noi stessi siamo costruiti.

Insieme a queste particelle elementari agiscono le quattro forze originarie che ordinano tutto l’universo e la cui natura la scienza non è ancora riuscita ad decifrare. Esse lavorano insieme e sono responsabili dell’espansione, dell’ordinamento e della complessificazione di qualsiasi  processo cosmogenico: la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, quella nucleare debole e la forte. Peter Higgs (*1929), un tranquillo ricercatore di fisica teorica dell’Università di Edimburgo in Scozia (Regno Unito), suggerì che dovrebbe esistere una particella, un bosone, ossia un campo energetico, responsabile per la massa di tutte le particelle. Il fisico Leon Lederman  (Nobel per la fisica) l’ha chiamata particella di Dio. Altri l’hanno chiamata particella Dio, perché  è la creatrice di tutta la materia dell’universo.

Che sarebbe questo bosone Higgs o campo  Higgs ? i fisici lo immaginano come un fluido viscoso finissimo, che riempie tutto l’universo, simile all’etere di Aristotele e della fisica classica. Quando le particelle elementari senza massa, puramente virtuali, toccano questo bosone o interagiscono con il campo Higgs trovano resistenza, sono frenate, spinte e consolidate e immediatamente acquistano massa e peso.

Il giorno 4 luglio del 2012, nel LHC il grande collisore di atomi, fra la Svizzera e la Francia, dopo aver accelerato particelle in collisione, quasi alla velocità della luce, gli scienziati del Centro Europeo di Ricerca Nucleare (CERN) identificarono una particella che ha le caratteristiche attribuite a bosoni di Higgs. Si suppone che sia questo o un’altra particella simile, ma che effettivamente conferisce massa alle particelle elementari. Questa verifica conferma il modello standard dell’universo originato dal big bang; da questo la sua importanza.

Ma che cosa c’entra Dio con tutto questo? Se diciamo che questa particella è Dio, sicuramente la teologia non accetta perché farebbe di Dio una parte dell’universo. Lui è di più. È quell’Energia di fondo, quell’Abisso che rende possibile l’universo e lo sostiene, antecedente al big bang. Esso starebbe al di là del «muro di Planck», il limite non superabile, anteriore al tempo zero a partire dal quale nel tempo di dieci alla 43ª secondi  dopo il big bang sarebbe nata la materia dell’universo. Dietro a questo muro si scorge quell’Energia potente e amorevole che a tutto dà origine, irraggiungibile dalla fisica ma accessibile alla  mistica. Se diciamo che il bosone di Higgs è la particella di Dio possiamo teologicamente accettarlo; sarebbe il mezzo attraverso il quale Dio porterebbe all’esistenza le particelle materiali e così tutto l’universo: un atto esclusivamente divino.

Questa è la ontologia originaria di Dio. La particella di Dio ci mostra come si crea tutto quello che a noi è dato vedere. Filosoficamente e teologicamente  direi: essa ci rivela come Dio ha fatto nascere il mondo. È questo atto non lo troviamo al passato, ma si realizza ad ogni istante e in tutte le parti dell’universo e pure in noi che siamo completamente dipendenti  da questa particella di Dio. Caso contrario tutto cesserebbe di essere, tornerebbe nel nulla. Siccome la creazione è continua, eccoci qua.

Il libro Il Tao della liberazione: esplorando l’ecologia della trasformazione di M. Hathaway e di Leonardo Boff è stato premiato negli USA nel 2010 con la medaglia d’oro in scienza e cosmologia. In portoghese è pubblicato da Vozes (2012) e in traduzione in italiano.

Traduzione: Romano Baraglia
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