Ci resta solo la speranza: un albero che si piega ma non si spezza

Leonardo Boff*

Nell’anno 2023 si sono verificati fatti in Brasile che ci perseguitano e ci costringono a pensare: c’è stato un fallito tentativo di colpo di stato, due spaventosi eventi estremi: grandi inondazioni nel Sud e devastanti siccità nel Nord, seguiti da immensi incendi. Tutto indica che questa situazione si ripeterà con frequenza.

A livello internazionale, il prolungarsi della guerra russo-ucraina, l’attacco terroristico della fazione militare di Hamas nella Striscia di Gaza, che ha provocato una reazione molto violenta da parte del governo di estrema destra israeliano e dei suoi alleati su tutta la popolazione palestinese, con una tendenza al genocidio. E il più grave, con il sostegno illimitato del presidente cattolico Joe Biden.

Forse un fatto che non può essere affatto ignorato è l’Earth Overshoot, annunciato dall’ONU [per il 2024] a fine agosto. In altre parole, tutti quei beni e servizi naturali che la Terra offre per la continuità della vita hanno raggiunto il loro limite. Abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza per soddisfare i consumi umani, ma soprattutto nei paesi ricchi e consumisti. Essendo viva, la Terra reagisce a modo suo, inviandoci sempre più malattie virali, eventi più estremi e surriscaldandosi sempre di più. Quest’ultimo fatto ha conseguenze imprevedibili, poiché abbiamo superato il punto critico. L’anno 2023 è stato il più caldo dopo migliaia di anni. La scienza e la tecnica ci aiutano solo a prevenire e mitigare gli effetti dannosi, ma non possono più evitarli. Questo cambiamento climatico è responsabilità dei paesi industrialisti e consumisti e pochissimo a causa della grande maggioranza povera del mondo. Pertanto è un grave problema etico.

C’è anche il rischio di un conflitto nucleare, poiché gli Usa non rinunciano a essere l’unico polo a controllare tutti gli spazi del pianeta, non accettando la multipolarità. Se si verificasse questa guerra nucleare su vasta scala, sarebbe la fine della specie umana e di gran parte della biosfera. Alcuni analisti pensano che sarà inevitabile; accadrà, non sappiamo né quando né come, ma le condizioni sono già date.

Inoltre, è importante riconoscere che siamo al culmine della crisi del modo di abitare il pianeta (devastandolo) e di organizzare le società, in cui regnano ingiustizie disumane. Papa Francesco ci ha messo in guardia innumerevoli volte: dobbiamo cambiare altrimenti, essendo tutti sulla stessa barca, nessuno si salverà.

Questi scenari oscuri hanno portato molte persone dell’umanità all’impotenza e alla consapevolezza del fallimento della specie umana, in particolare con il completo declino del senso etico e umanistico che ci permette di assistere, a cielo aperto e davanti agli occhi di tutti, allo sterminio di un popolo nella Striscia di Gaza, principalmente, migliaia di bambini assassinati sotto i bombardamenti ininterrotti delle forze di guerra israeliane. Non sono pochi a chiedersi: meritiamo ancora di stare sulla faccia della Terra quando l’abbiamo sistematicamente decimata e violentiamo senza scrupoli i suoi figli e le sue figlie umane e gli organismi naturali che ci sostengono? O non è questo il presagio della nostra fine come specie? Vale la pena ricordare che stiamo entrati negli ultimi momenti del lungo processo di evoluzione, dotati di grande aggressività. Sarà che stiamo entrati per distruggere tragicamente il nostro mondo?

In questo contesto, le grandi utopie tacciono. La ragione moderna si è rivelata irrazionale nel costruire il principio di autodistruzione. Le stesse religioni, fonti naturali di significato, partecipano alla crisi del nostro paradigma di civiltà e, in molte di esse, prevale il fondamentalismo violento.

A cosa aggrapparsi? Lo spirito umano rifiuta l’assurdo e cerca sempre un significato che renda la vita piacevole. Ci resta un solo sostegno: la speranza. Essa è come un albero: si piega ma non si spezza. Come ci è stato mostrato antropologicamente, la speranza è più di una semplice virtù accanto alle altre. Essa rappresenta, indipendentemente dallo spazio e dal tempo storico, quel motore interiore che ci fa costantemente proiettare sogni di giorni migliori, utopie realizzabili, percorsi non ancora intrapresi che potrebbero significare una via d’uscita verso un altro tipo di mondo.

È attribuita a Sant’Agostino, il maggiore genio intellettuale e cristiano dell’Occidente, africano del V secolo dell’era cristiana, la seguente affermazione che alla fine potrebbe incoraggiarci: “Ogni essere umano è abitato da tre virtù: la fede, l’amore e la speranza. Il saggio dice: se perdiamo la fede, non moriamo. Se falliamo nell’amore, possiamo sempre trovarne un altro. Ciò che non possiamo perdere è la speranza. Perché l’alternativa alla speranza è il suicidio per l’assoluta mancanza di senso del vivere”.

Nonostante ciò, la speranza ha due belle sorelle: l’indignazione e il coraggio. Attraverso l’indignazione rifiutiamo tutto ciò che ci sembra male e perverso. Con il coraggio, esercitiamo tutta la nostra forza per trasformare ciò che è male in bene e ciò che è perverso in benefico.

Non abbiamo altra alternativa che innamorarci di queste due belle sorelle della speranza: indignarci e respingere con fermezza questo tipo di mondo che impone tanta sofferenza alla Madre Terra, a tutta l’umanità e alla natura. Se non possiamo superarlo, almeno resistiamo e smascheriamo la sua disumanità. E avere il coraggio di aprire cammini, soffrire per la nascita di qualcosa di nuovo e alternativo. E credere che la vita ha un senso e ad essa spetta di scrivere l’ultima pagina del nostro pellegrinaggio su questa Terra.

*Leonardo Boff ha scritto Terra madura uma teologia da vida, São Paulo, Editora Planeta, 2023; Cuidar da Terra- proteger a vida: como evitar o fim do mundo, Rio de Janeiro, Record 2010. (traduzione dal portoghe

La fine di tutte le cose: un bilancio del Tutto

Leonardo Boff

Quando arriva la fine dell’anno è consuetudine fare un bilancio sull’anno, nelle sue luci e nelle sue ombre. Questa volta rinunciamo a questo compito e ci domandiamo qualcosa di veramente radicale: come sarà la fine di tutte le cose?

Sappiamo, più o meno, quando ebbe inizio l’universo, 13,7 miliardi di anni fa. Possiamo sapere quando finirà, se per caso finirà? La risposta dipende dall’opzione di fondo che assumiamo. Due tendenze sono oggi predominanti nelle scienze dell’universo e della Terra: la visione quantitativa e lineare e la visione qualitativa e complessa.

La prima attribuisce centralità alla materia visibile (5%) e oscura (95%), agli atomi, ai geni, ai tempi, agli spazi e al tasso di usura dell’energia (entropia). Comprende l’universo come la somma globale degli esseri realmente esistenti.

La seconda, la qualitativa, considera le relazioni tra gli elementi, la forma in cui si strutturano gli atomi, i geni e l’energie. Non basta dire: questo apparecchio di televisione è composto da questi e quest’altri elementi. Ciò che lo rende un televisore è la sua organizzazione, collegata a una fonte di energia e di cattura delle immagini. In questa visione, l’universo è formato dall’insieme di tutte le relazioni.

Ognuna di queste opzioni si basa su qualcosa di reale e non immaginario e proietta la propria comprensione sul futuro dell’universo.

La visione quantitativa dice: siamo in un universo come un sistema chiuso, seppure in continua espansione ed equilibrato dalle quattro forze fondamentali: la gravità, la elettromagnetica, la nucleare debole e forte. Non sappiamo se l’universo si espande sempre di più fino a diluirsi completamente, oppure se raggiunge un punto critico e, a quel momento, comincia a ritrarsi su se stesso fino al punto iniziale, estremamente denso di energia e di particelle concentrate. Al big bang iniziale (grande esplosione) si contrapporrebbe il big crush terminale (grande schiacciamento).

Nulla impedisce, tuttavia, che il nostro universo attuale sia l’espansione di un altro universo precedente che si era ritratto. Sarebbe come un pendolo, che oscilla indefinitamente tra espansione e contrazione.

Altri avanzano l’ipotesi che l’universo non conosca né espansione totale né contrazione completa. Batterebbe come un cuore incommensurabile. Attraverserebbe dei cicli: quando la materia raggiungesse un certo grado di densità, si espanderebbe, quando, al contrario, raggiungesse un certo grado di raffinatezza, si contrarrebbe in un movimento perpetuo di avanti e indietro senza fine.

In ogni caso, secondo questa comprensione, basata sulla quantità, l’universo ha una fine inevitabile a causa della legge universale dell’entropia. Secondo questa legge le cose si consumano in modo inarrestabile: le nostre case si deteriorano, i nostri vestiti si logorano, spendiamo il nostro capitale energetico fino a esaurirlo tutto e allora moriremmo. Le galassie si sfaldano in immense nebulose, il nostro Sole, in 5 miliardi anni avrà bruciato tutto l’idrogeno, poi, per altri 4 miliardi di anni, tutto l’elio. In questo sinistro evento, avrà bruciato tutti i pianeti attorno a sé, inclusa la Terra. E la sua fine sarà una “nana bianca”[1].

In altre parole, tutti, l’universo, la Terra e ciascuno di noi, camminiamo incessantemente verso la morte termica, uno scenario di oscurità, in uno spazio praticamente vuoto, permeato da alcuni fotoni e neutrini perduti. Un collasso totale di tutta la materia e di tutta l’energia. Una fine infausta per tutte le cose.

Ma sarà questa l’ultima parola, terrificante e senza alcuna speranza? Non esisterà un’altra possibile lettura dell’evoluzione dell’universo che venga incontro al nostro desiderio di vivere e che tutto permanga in essere?

Sì, esiste questa lettura, basata non sulle quantità, ma sulle qualità dell’universo, messa in luce dai progressi delle varie scienze contemporanee. Essa ha propiziato tre mutazioni che hanno modificato la nostra visione della realtà e del suo futuro.

La prima è stata la teoria della relatività di Einstein, coniugata con la meccanica quantistica di Heisenberg e Bohr. Esse ci fanno capire che materia ed energia sono equivalenti. In fondo, tutto sarebbe energia sempre strutturata in campi, essendo la materia stessa una forma condensata di energia. L’universo è un gioco incessante di energie, in eruzione dall’Energia di Fondo (il vuoto quantico o l’Abisso che dà origine a tutto ciò che esiste), e in permanente interazione tra loro, dando origine a tutti gli esseri.

La seconda, derivata dalla prima, è stata la scoperta del carattere probabilistico di tutti i fenomeni. Ciascun essere rappresenta la concretizzazione di una probabilità. Ma anche se è così, lui continua a contenere dentro di sé innumerevoli altre probabilità che potrebbero venire a galla. E quando vengono a galla, lo fanno all’interno della seguente dinamica: ordine-disordine-nuovo ordine. Pertanto, la vita sarebbe emersa in un momento di elevata complessità della materia, lontana dall’equilibrio (in una situazione di caos) e che si è auto-ordinata, inaugurando un nuovo ordine che acquisiva sostenibilità e capacità di auto-riproduzione.

La terza, l’ecologia integrale, coglie e articola i livelli più distinti della realtà vedendoli come emergenze dell’unico e immenso processo cosmogenico, alla base di tutti gli esseri nell’universo. Esso ha carattere sistemico, pan-relazionale ed è aperto a forme sempre più complesse, ordinate, capaci di realizzare significati sempre più alti e consapevoli. Questa sarebbe la freccia del tempo e lo scopo dell’universo: non semplicemente dare la vittoria al più forte (adattabile di Darwin), ma anche realizzare virtualità per i più deboli (Swimme).

Queste tre correnti ci offrono un’altra visione del futuro della vita e dell’universo. Ilya Prigone ha mostrato l’esistenza di strutture dissipative, che dissipano l’entropia, in parole più semplici, che trasformano i rifiuti in una nuova fonte di energia e di un ordine diverso. In questa comprensione, l’universo è ancora nella genesi, poiché non ha finito di nascere. Esso è aperto, auto-organizzante, creativo, si espande creando lo spazio e il tempo. La freccia del tempo è irreversibile ed è caricata di proposito. Dove andremo? Noi non sappiamo. Si immagina che esista un Grande Attrattore che ci sta attraendo nella sua direzione.

Se nel sistema che privilegia la quantità e nel sistema chiuso prevaleva l’entropia, qui nel sistema aperto che enfatizza la qualità opera la sintropia, cioè la capacità di trasformare il disordine in un nuovo ordine, i rifiuti in una nuova fonte di energia e di vita. Cosi, ad esempio, quasi tutto ciò che esiste sulla Terra ci arriva dai rifiuti del sole (i raggi che emette).

Questa visione è più coerente con la propria dinamica interna dell’universo. Esso avanza creando il futuro. La vita cerca in tutti i modi di perpetuarsi. I nostri desideri più permanenti sono di vivere più a lungo e meglio. La morte stessa sarebbe un’invenzione intelligente della vita stessa per liberarsi dai limiti spazio-temporali e poter proseguire nel gioco delle relazioni del tutto con tutto, aprendosi a un Futuro assoluto.

Ecco perché la vita attraversa il tempo verso l’eternità per continuare la sua traiettoria di futuro ed espansione. In una visione teologica, alla Teilhard de Chardin, è allora che imploderemo ed esploderemo nella Realtà Suprema (Punto Omega) che ha creato ogni cosa. Tutti gli esseri conosceranno la propria fine, non come termine, ma come meta raggiunta. Qual è la fine di tutti gli esseri? Raggiungere il proprio fine, la propria piena realizzazione e cadere così tra le braccia di Dio-Padre-e-Madre e vivere una vita che non conosce più entropia, solo futuro sempre aperto e senza fine.

E allora sarà il puro Essere nel ridente splendore della sua gloria.

Leonardo Boff ha scritto De onde veio? O universo, a vida, o espírito e Deus, Animus/Anima, Petrópolis 2022; con il cosmologo Mark Hathaway, O Tao da Libertação, uma ecologia da transformação, Orbis Books, NY, Vozes. Petrópolis 2010 in italiano Campo dei Fiori.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


[1] In astronomia è il prodotto finale dell’evoluzione della vita di una stella.

Natale: Netanyhau (Erode) e la strage degli innocenti a Gaza

        Leonardo Boff

Ai giorni nostri assistiamo all’aggiornamento del racconto biblico: un re feroce, geloso del suo potere, ordina l’uccisione di tutti i bambini sotto un anno. L’Erode di oggi si chiama Benjamin Netanyhau. Nella sua furia vendicativa, le sue forze militari, aeree, marittime e terrestri hanno ucciso migliaia di bambini, molti dei quali giacciono sotto le macerie, oltre a migliaia di altri civili che non appartengono nemmeno al gruppo di Hamas. Non possiamo lasciare che questa tragedia offuschi la radiosa celebrazione del Natale. È troppo preziosa per non essere ricordata e celebrata.

Torniamo alla storia che ci riempie di incanto, anche a distanza di più di venti secoli. Giuseppe e Maria, sua moglie, incinta di nove mesi, sono in viaggio da Nazaret, dal nord della Palestina al sud, a Betlemme. Sono poveri come la maggior parte degli artigiani e dei contadini del Mediterraneo. Alle porte di Betlemme, devastata nei nostri giorni dalle truppe di Netanyahau, Maria entra nel travaglio del parto: si tiene la pancia perché la lunga camminata ha accelerato il processo di gestazione. Bussano alla porta di una locanda. Odono quello che i poveri della storia sentono sempre: «non c’è posto per voi nell’albergo» (Lc 2,7).

Abbassano la testa e si allontanano preoccupati. Come potrà dare luce alla sua creatura? Gli resta, nelle vicinanze, una stalla per animali. Lì c’è una mangiatoia con paglia, un bue e un asinello che, stranamente, restano tranquilli a guardare. Lei dà alla luce un bambino tra gli animali. Fa freddo. Lo avvolge nei panni e lo dispone sulla paglia. Piange rumorosamente come tutti i neonati.

Ci sono pastori che vegliano di notte a guardia del loro gregge. Secondo i criteri di purezza legale dell’epoca, i pastori sono considerati impuri e quindi disprezzati, poiché erano sempre in mezzo agli animali, al loro sangue ed ai loro escrementi. Diversa era la visione idilliaca dei greci e dei romani che idealizzavano la figura dei pastori. Ma sono questi poveri e impuri pastori ebrei i primi a vedere il Puer divinus, il bambino divino.

Sorprendentemente, una luce li avvolse e udirono una voce dall’Alto che annunciava loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore […] Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Mentre si mettevano in cammino, in fretta, udirono un canto meraviglioso, a più voci, provenire dall’Alto: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,8-18). Arrivano e si conferma tutto ciò che era stato loro comunicato: lì c’era un bambino, tremante, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia, in compagnia di animali.

Qualche tempo dopo, ecco che tre saggi provenienti dall’Oriente scendono lungo il sentiero. Sapevano interpretare le stelle. Arrivano. Sono estasiati dal mistero della situazione. Individuano nel bambino colui che potrà guarire l’esistenza umana ferita. Si inchinano, riverenti, e lasciano doni simbolici: oro, incenso e mirra. Con il cuore leggero e meravigliati, ripresero la via del ritorno, evitando la città di Gerusalemme, dove regnava un “Netanyhau” terribilmente bellicoso, pronto a ordinare la morte di chiunque avesse visitato il bambino divino.

Lezione: Dio è entrato nel mondo, nel cuore della notte, senza che nessuno lo sapesse. Non c’è sfarzo né gloria, che immagineremmo adatti ad un bambino che è Dio. Ma ha preferito arrivare fuori città, tra gli animali. Non risulta nelle cronache dell’epoca, né a Betlemme, né a Gerusalemme, tanto meno a Roma. Tuttavia, sta lí Colui che l’universo portava dentro di sé da miliardi di anni, quella «luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,10). Dio non è venuto per divinizzare l’essere umano, Lui è venuto per umanizzarsi insieme a noi.

Dobbiamo rispettare e amare il modo come Dio ha voluto entrare in questo mondo: anonimo come anonime sono le grandi maggioranze povere e disprezzate dell’umanità. Ha voluto cominciare là dal basso per non lasciare fuori nessuno. La loro situazione umiliata e offesa era quella che Dio stesso voleva far propria.

Ma ci sono anche saggi e uomini che studiano le stelle dell’universo, i cosmologi, che colgono dietro le apparenze il mistero di tutte le cose. Intravvedono in questo bambino dal corpo tremante, che bagna i panni, piagnucola e cerca, affamato, il seno della madre, il Significato Supremo del nostro viaggio e dell’universo stesso. Anche per loro è Natale.

È vero quello che si dice: “Ogni bambino vuole essere un uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere Dio. Solo Dio ha voluto essere un bambino”.

Questo è un lato, di buon auspicio: un raggio di luce in mezzo alla notte oscura. Un poco di luce ha più diritto di tutte le tenebre.

Ma c’è un altro lato, oscuro e anch’esso tragico, citato in precedenza. Esiste un “Netanyhau” che non ha paura di uccidere persone innocenti. Giuseppe, attento, ben presto se ne rende conto: vuole far uccidere il bambino appena nato. Fugge in Egitto con Maria e il bambino nel grembo che dorme, cerca il seno e torna a dormire.

Migliaia di bambini furono assassinati nelle terre della Striscia di Gaza. Allora si udì uno dei lamenti più commoventi di tutte le Scritture: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2,18).

Gli Erodi si perpetuano nella storia, anche per quattro anni in Brasile sotto il ‘non-eleggibile’ e attualmente in Palestina. Nonostante, ci sarà sempre una stella, come quella di Betlemme, ad illuminare i nostri cammini. Per quanto malvagi siano gli Erode, non possono impedire al sole di sorgere ogni mattina portandoci speranza, soprattutto colui che fu chiamato “Il Sole della speranza”.

Questa gioia non ha precedenti: la nostra umanità, debole e mortale, da Natale in poi ha cominciato ad appartenere allo stesso Dio. Pertanto, qualcosa di nostro è già stato reso eterno dal Puer aeternus che ci garantisce che gli Erode della morte non trionferanno mai.

Buon Natale a tutti con grande compassione per le tante vittime a Gaza, con luce e gioia discreta.

Leonardo Boff è teologo e ha scritto O Sol da Esperança: Natal, histórias, poesias e símbolos, Mar de Ideias, Rio 2007; Natal: a humanidade e a jovialidade de nosso Deus, Vozes 2009.

Para encomendar: contato@leonardoboff.eco.br

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Il capitalismo attuale: preso dalla pulsione di morte?

         Leonardo Boff

La COP28, tenutasi a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si è conclusa come sono finite le precedenti: solo con un appello alla riduzione dei combustibili fossili; ma è stata eliminata l’espressione “progressiva eliminazione” dell’uso del petrolio, che lascia campo libero al suo utilizzo e alla sua esplorazione. È importante notare che i presidenti dei paesi più decisivi su questo tema, Stati Uniti e Russia, non si sono neppure presentati. Al contempo, è aumentato il numero dei lobbisti delle imprese petrolifere, del gas e del carbone.

Come ha osservato un’analista brasiliana (Cora Rónai), “questa COP28 è uno schiaffo in faccia all’Umanità, una presa in giro di coloro che realmente hanno a cuore gli effetti delle nostre azioni sul pianeta” (O Globo, 7/12, secondo quaderno, 8). In effetti le migliaia di persone presenti non hanno mostrato la sensibilità necessaria al dramma che comporterà l’aumento del riscaldamento del pianeta, che presto si avvicinerà ai due gradi Celsius o più. I profitti aziendali, la logica sistemica della concorrenza senza alcun accenno di cooperazione effettiva, il continuo assalto ai beni e ai servizi naturali, l’allentamento delle leggi che limitano gli interventi sulla natura e l’indebolimento dei controlli legali nelle società dominate dal sistema neoliberista-capitalista, sono tutti fattori che impediscono di cambiare rotta, al massimo si apportano correzioni interne al sistema, che sono come una sorta di cerotto sulle ferite senza aggredirne le cause.

Il mantenimento del sistema del capitale con le sue dinamiche insaziabili e la sua cultura che abbraccia tutti gli ambiti e ancor più la “Grande Trasformazione” (Polaniy) da una società di mercato a una società di mercato totale, tenderà a rendere il pianeta inabitabile. Anni fa, il genetista francese Albert Jacquard (J’acuse l’économie triomphante, 1986) notava il carattere suicida del sistema capitalista, la sua pulsione di morte, in quanto fondato sull’esaurimento delle condizioni che garantiscono la vita, il cui motore è la concorrenza che divora senza pietà i suoi concorrenti, sempre con la prospettiva di maggiori guadagni monetari.

Forse questa piccola [e antica storia] storia che viene dall’Iraq, distrutto da Bush e dai suoi alleati in una guerra ingiusta, iniziata nel 2003, può illuminarci sui rischi che ci attendono.

Si racconta che “un soldato dell’antica Bassora, nella guerra contro l’Iraq, devastato dall’esercito nordamericano, pieno di paura, andò dal re e gli disse: “Mio Signore, salvami, aiutami a fuggire da qui; ero nella piazza del mercato e ho trovato la Morte vestita tutta di nero che mi guardava con uno sguardo mortale; prestami il tuo cavallo reale affinché possa correre velocemente a Samara, che è lontana da qui; temo per la mia vita se rimango in città”.

Il re fece quello che volle. Più tardi il re trovò la Morte per strada e gli disse: “Il mio soldato era terrorizzato; mi ha raccontato che ti ha trovato e che lo hai guardato in modo molto strano. “Oh no”, rispose la Morte, “il mio sguardo era semplicemente stupefatto, perché mi chiedevo come sarebbe arrivato quest’uomo a Samara, così lontana da qui, perché lo aspettavo stanotte là. Infatti, lo trovò là di notte e gli diede l’abbraccio della morte”.

Questa storia si applica al momento attuale. Prevediamo la morte, la fine del nostro tipo di mondo basato sullo sfruttamento eccessivo della natura. Ma non abbiamo rallentato l’accelerazione di una crescita illimitata, anche se la scienza ci assicura che abbiamo già raggiunto i limiti sopportabili della Terra e che non ce la fa più. La voracità del consumismo dei paesi opulenti, generalmente situati nel Grande Nord, esige più di una Terra e mezza per soddisfare le sue richieste.

Abbiamo poco tempo e ancor meno saggezza. Abbiamo inaugurato già la nuova fase della Terra, in ebollizione e surriscaldata (l’antropocene, il necrocene e il pirocene). La maggior parte degli stessi climatologi si sono trasformati in tecno-fatalisti e rassegnati. La scienza e la tecnica, testimoniano, sono arrivate troppo tardi. Non possiamo più fermare il nuovo corso di riscaldamento della Terra. Sì, possiamo avvisare l’umanità dell’arrivo sempre più frequente di eventi estremi e mitigarne i suoi effetti dannosi, ma ci sfugge la possibilità di evitarli.

Le conseguenze per tutta l’umanità, in particolare per i paesi insulari del Pacifico, minacciati di scomparsa, e specialmente per i più svantaggiati e poveri, saranno gravi, maggiori o minori dipendendo dalle regioni. Ma migliaia saranno le vittime. Molti dovranno emigrare, perché i loro territori sono diventati troppo caldi, distruggendo i raccolti. Dilaga la fame e la sete, i bambini e gli anziani non riescono ad adattarsi e finiscono per morire. Tali fenomeni costringeranno i pianificatori a ridefinire il layout delle città, in particolare quelle situate sulle rive degli oceani le cui acque saliranno in modo significativo.

Utilizziamo esempi comuni. Una volta lanciata, una testata nucleare, proveniente da una grande altezza, non può più essere fermata. Una volta rotte le dighe della compagnia mineraria Vale a Brumandinho-MG, è diventato impossibile fermare la valanga di migliaia di tonnellate di rifiuti, argilla e acqua che, criminosamente, hanno ucciso 172 persone e devastarono la regione.

È quello che sta accadendo con la Terra. La “colonia” umana nei confronti dell’organismo terrestre si sta comportando come un gruppo di cellule cancerogene. Ad un certo momento hanno perso la connessione con altre cellule, cominciano a replicarsi in modo caotico, a invadere i tessuti circostanti e a produrre sostanze tossiche che finiscono per avvelenare l’intero organismo. Non abbiamo fatto così, occupando l’83% del pianeta?

Il sistema economico e produttivo si è già sviluppato da tre secoli senza tener conto della sua compatibilità con il sistema ecologico. Oggi, tardivamente, ci rendiamo conto che l’ecologia e il modo di produzione industrialista che implica il saccheggio sistematico della natura sono contraddittori. O cambiamo oppure arriveremo a Samara, dove ci aspetta qualcosa di sinistro.

Tutti questi problemi richiederebbero una governance globale, per pensare globalmente, soluzioni globali. Non siamo ancora maturi per questa ovvia esigenza. Continuiamo ad essere vittime del sovranismo obsoleto di ogni nazione e, in questo modo, ciecamente, ingrossiamo il corteo di coloro che camminano verso la fossa comune. Oxalà svegliamoci in tempo.

Leonardo Boff ha scritto Terra Madura: uma teologia da vida, Planeta, São Paulo 2023; Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale? Castelvecchi, Roma 2021 (traduzione dal portoghese



















































































(traduzione
dal portoghese




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         Leonardo
Boff

 

La COP28, tenutasi a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si
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Come ha osservato unanalista brasiliana (Cora Rónai), questa COP28 è uno
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Umanità, una presa in giro di coloro che realmente hanno a cuore gli effetti delle
nostre azioni sul pianeta
(O Globo, 7/12,
secondo
quaderno, 8). In effetti le migliaia di persone presenti non hanno mostrato la
sensibilità necessaria al dramma che comporterà l’aumento del riscaldamento del
pianeta, che presto si avvicinerà ai due gradi Celsius o più. I profitti
aziendali, la logica sistemica della concorrenza senza alcun accenno di
cooperazione effettiva, il continuo assalto ai beni e ai servizi naturali, l
allentamento delle leggi che limitano gli interventi
sulla natura e l
indebolimento
dei controlli legali nelle societ
à dominate dal
sistema neoliberista-capitalista, sono tutti fattori che impediscono di
cambiare rotta, al massimo si apportano correzioni interne al sistema, che sono
come una sorta di cerotto sulle ferite senza aggredirne le cause.

 

Il mantenimento del sistema del capitale con le sue
dinamiche insaziabili e la sua cultura che abbraccia tutti gli ambiti e ancor
più
la
Grande Trasformazione” (Polaniy) da una società di mercato a una società di mercato totale,
tenderà
a rendere il pianeta inabitabile. Anni fa, il genetista
francese
Albert Jacquard (J’acuse l’économie triomphante, 1986) notava il carattere suicida del sistema capitalista, la sua
pulsione di morte, in quanto fondato sull’esaurimento delle condizioni che
garantiscono la vita, il cui motore è la concorrenza che divora senza piet
à i suoi concorrenti, sempre con la prospettiva di maggiori guadagni
monetari.

 

Forse questa piccola [e antica storia] storia che
viene dall
Iraq, distrutto
da Bush e dai suoi alleati in una guerra ingiusta
, iniziata nel 2003, può illuminarci sui rischi che ci attendono.

 

Si racconta che un soldato dellantica Bassora, nella guerra contro lIraq, devastato dallesercito nordamericano, pieno di paura, andò dal re e gli
disse:
Mio Signore, salvami, aiutami a fuggire da qui; ero nella piazza del mercato e ho trovato la Morte vestita tutta di nero che
mi guardava con uno sguardo mortale; prestami il tuo cavallo reale affinch
é possa correre velocemente a Samara, che è lontana da qui;
temo per la mia vita se rimango in città”.

 

Il re fece quello che volle. Più tardi il re trovò la
Morte per strada e gli disse:
Il mio soldato era terrorizzato; mi ha raccontato che ti ha trovato e che lo hai guardato in modo molto strano. Oh no, rispose la Morte, il mio sguardo era semplicemente stupefatto, perché mi chiedevo come sarebbe arrivato quest’uomo a Samara,
cos
ì
lontana da qui, perché lo aspettavo stanotte là. Infatti, lo trovò di notte e gli
diede l
abbraccio della
morte
”.

 

Questa storia si applica al momento attuale. Prevediamo
la morte, la fine del nostro tipo di mondo basato sullo sfruttamento eccessivo
della natura
.
M
a non abbiamo rallentato laccelerazione di una crescita illimitata, anche se la
scienza ci assicura che abbiamo gi
à raggiunto i
limiti sopportabili della Terra e che non ce la fa più
. La voracità del consumismo dei paesi opulenti, generalmente situati nel Grande Nord, esige
più di una Terra e mezza per soddisfare le sue richieste.

 

Abbiamo poco tempo e ancor meno saggezza. Abbiamo
inaugurato già
la nuova fase della Terra, in ebollizione e surriscaldata (lantropocene, il necrocene e il pirocene). La maggior parte degli stessi climatologi si sono trasformati
in
tecnofatalisti e rassegnati. La scienza e la tecnica, testimoniano,
sono arrivate troppo tardi. Non possiamo più fermare il nuovo corso di
riscaldamento della Terra. S
ì, possiamo
avvisare l
umanità dellarrivo sempre
più frequente di eventi estremi e mitigarne
i suoi effetti dannosi, ma ci sfugge la possibilità di evitarli.

 

Le conseguenze per tutta lumanità, in
particolare per i paesi insulari del Pacifico, minacciati di scomparsa, e
specialmente per i più svantaggiati e poveri, saranno gravi, maggiori o minori dipendendo
da
lle regioni. Ma migliaia saranno le vittime. Molti dovranno emigrare, perché i loro territori sono diventati troppo caldi, distruggendo i raccolti.
Dilaga
la fame e la sete, i bambini e gli anziani non riescono
ad adattarsi e finiscono per morire. Tali fenomeni costringeranno i
pianificatori a ridefinire il layout delle città, in particolare quelle situate
sulle rive degli oceani le cui acque saliranno in modo significativo.

 

Utilizziamo esempi comuni. Una volta lanciata, una testata nucleare, proveniente da
una grande altezza, non può
più essere
fermata. Una volta rotte le dighe della compagnia mineraria Vale a
Brumandinho-MG, è diventato impossibile fermare la valanga di migliaia di
tonnellate di rifiuti, argilla e acqua che, cr
iminosamente, hanno ucciso 172 persone e devastarono la regione.

 

È
quello
che sta accadendo con la Terra. La colonia
umana nei confronti dellorganismo terrestre si sta comportando come un gruppo di cellule cancerogene. Ad un certo momento hanno perso la connessione con altre cellule, cominciano a replicarsi in modo caotico,
a invadere i tessuti circostanti e a produrre sostanze tossiche che finiscono
per avvelenare l
intero
organismo. Non abbiamo fatto cos
ì, occupando
l’83% del pianeta?

 

Il sistema economico e produttivo si è già sviluppato da tre secoli senza tener conto della sua compatibilità con il sistema ecologico. Oggi, tardivamente, ci rendiamo conto che lecologia e il
modo di produzione industrialista che implica il saccheggio sistematico della
natura sono contraddittori. O c
ambiamo oppure arriveremo a Samara, dove ci aspetta qualcosa di sinistro.

 

Tutti questi problemi richiederebbero una governance
globale,
per
pensare globalmente,
soluzioni globali. Non siamo
ancora maturi per questa ovvia esigenza. Continuiamo ad essere vittime del
sovranismo obsoleto di ogni nazione e,
in questo modo, ciecamente, ingrossiamo il corteo di
coloro che camminano verso la fossa comune.
Oxalà svegliamoci in tempo.

 

 

Leonardo Boff ha scritto Terra Madura: uma teologia da vida, Planeta,
São Paulo 2023;
Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale? Castelvecchi, Roma 2021