Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

            Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche. Leonardo Boff ha scritto Habitare la Terra,Roma 2023; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023

Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

       Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche.

Leonardo Boff ha scritto Habitar a Terra, Vozes 2022;Roma 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.



































































































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       Leonardo Boff

 

Ci
troviamo
nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo
in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e
attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall
odio
razziale e ideologico. Inoltre, l
era della ragione scientifica ha
creato l
irrazionalità del principio di
autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, all
a
nostr
a vita e a gran parte,
se non all
intera, biosfera.

 

Non sono pochi gli
analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile
utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la
disputa su chi
comanda sullumanità e chi ha lultima
parola. Ha a che fare con il confronto tra l
unipolarità
sostenut
a dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla
Cina,
dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che
formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si
realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e
insieme
annienterebbero l’umanità e una
parte sostanziale della vita.

 

Date
queste circostanze
, ci troviamo a dover
tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perch
é,
se
nza freni si può
precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso
inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci,
secondo il detto di Don Chisciotte: prima di accettare la sconfitta,
dobbiamo combattere
tutte le battaglie”.
E noi
lo faremo.

 

Utilizzo
due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e
filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’
angoscia, e unaltra
del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans
Jonas (1903-1993), la
paura.

 

Langoscia
(
Il
concetto di angoscia
, SE
201
8) per Kierkegaard non è solo un
fenomeno psicologico, ma un
dato oggettivo
dell
esistenza umana. Per lui pastore e
teologo, oltre che
esimio filosofo, sarebbe
l
angoscia di fronte alla perdizione o
alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana.
Questa si presenta fragile e soggetta
a morire
in qualsiasi istante. Langoscia
non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni
per salvaguardare la vita.

 

Oggi
dobbiamo alimentare questo tipo di
angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che
gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che
appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

 

Hans
Jonas nel suo libro
Il principio di responsabilità
(
Einaudi, Torino 2009)
analizza la
paura di trovarci
sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente
.
Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta
più
di unetica
del progresso o del miglioramento. Ma
della
prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci
alla
morte. La paura qui è salutare e salvifica, poich
é ci
obbliga a unetica
d
ella responsabilità collettiva,
nel senso che tutti
debbano contribuire alla
preservazione della vita umana sulla Terra.

 

La
situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano
. Abbiamo
creato un
Intelligenza
Artificiale Autonoma che già
è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di
algoritmi,
gli impedisce di scegliere di distruggere lumanità?

 

In
primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la
responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema
vita
e al sistema
Terra, senza capacità di impedirlo
o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di
produzione globale è così ben oliato che non può n
é vuole
fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del
profitto individuale, concorrenza feroce e
super-sfruttamento
delle risorse della natura.

 

Inoltre,
è
importante responsabilizzarci anche per il
male che
, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e
spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che
stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l
erosione
della biodiversità.

 

La
paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che
possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo
desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

 

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica
vita umana sulla Terra;
oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non
siano distruttivi per la possibilità futura di
una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo
la continuità indefinita dell
umanità sulla Terra” (Op.cit. 2009).
Noi aggiungeremmo: non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità,
della natura e della Madre Terra
”.

 

Queste
riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli
esseri umani di cambiare, poich
é dispongono
di libero arbitrio e flessibilità.

 

Ma
poich
é il rischio è globale, si impone un’istanza globale e
plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei
popoli
originari, della saggezza popolare) per trovare una
soluzione globale.
Per questo dobbiamo
rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

 

Come
si può
osservare, le varie guerre che si svolgono oggi
riguardano i confini tra le nazioni, l
affermazione
de
i nazionalismi e la crescente
ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa
idea di un centro collettivo per il bene di tutta l
umanità.

 

Dobbiamo
riconoscere: questi conflitti sui
confini tra le
nazioni
, sono dissociati dalla
nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti
regressivi
e contrari al corso irresistibile della
storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta
vivente.

 

Siamo
una Terra
sola e un’Umanità sola da
salvare. E con urgenza p
oiché il
tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e
le nostre pratiche.

 

 

Leonardo
Boff ha scritto
Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma
teologia da vida
, Planeta 2023.

 L’urgenza di un umanesimo minimo

                          Leonardo Boff

Il mio sentimento del mondo mi dice che forse mai nella storia degli ultimi tempi abbiamo vissuto, a livello universale, tanta disumanità. Quando parlo di disumanità voglio esprimere il totale disprezzo per il valore dell’essere umano nei confronti di un altro essere umano che è diverso, sia esso per etnia (nero, indigeno, palestinese), sia politico (fondamentalisti, conservatori), sia religioso (musulmani, animisti), sia di genere (donne e LGBT+). Per un paio di scarpe da ginnastica qualcuno è morto. Una piccola disputa stradale può finire con un omicidio a colpi di arma da fuoco.

Per non parlare della guerra Russia-Ucraina (dietro ci sono gli USA e la Comunità Europea). La più spaventosa disumanità è vista apertamente dall’umanità intera, attraverso i media digitali: la decimazione di un intero popolo, i palestinesi della Striscia di Gaza e le migliaia di bambini innocenti sacrificati dalla furia vendicativa dell’attuale primo ministro israeliano di estrema destra, Banjamin Netanyahu. Il suo ministro della Difesa ha dichiarato esplicitamente che i palestinesi nella Striscia di Gaza (soprattutto il ramo militare di Hamas che ha perpetrato un atto terroristico contro Israele il 7 ottobre 2023 con più di mille vittime) sono come animali, sono subumani e dovrebbero essere così trattati, possibilmente, sterminati.

Circondati da ogni parte, come in un campo di sterminio, gli abitanti della Striscia di Gaza sono costantemente attaccati giorno e notte dal cielo, da terra e dal mare dalle forze di guerra del governo israeliano. Molti muoiono di sete, di fame, sotto le macerie e per le ferite riportate, perché tutto è stato loro negato.

Nemmeno lontanamente si alimenta l’idea che siamo tutti umani, della stessa specie di esseri e, quindi, che esiste un innegabile legame di fratellanza tra tutti. Tutti respirano, tutti mangiano, tutti camminano sullo stesso terreno, tutti ricevono gli stessi raggi del sole e le stesse gocce di pioggia. Tutti, non importa quanto sia alta la loro posizione sociale, devono soddisfare i bisogni della natura. Il re d’Inghilterra non può dire al suo servitore: vai a fare pipì al mio posto. In questo caso regna la democrazia più radicale, a grado zero, che comprende re, regine, papi, milionari, gente semplice del popolo, uomini e donne, bambini e anziani.

Perché non siamo in grado di trattarci a vicenda umanamente? Cioè accogliendoci come membri della stessa specie homo, rispettandoci reciprocamente nei diversi modi di organizzare la vita sociale e personale, nelle abitudini, nelle tradizioni, nelle espressioni religiose e nelle pratiche sessuali. Cosa c’è in noi che ci rende nemici gli uni degli altri, omicidi, fratricidi, etnocidi e, ultimamente, biocidi? C’è chi sostiene che l’uomo di Neanderthal, anch’egli uomo pensante, sarebbe stato sterminato dall’homo sapiens.

È già stato osservato dai bio-antropologi che siamo una specie estremamente attiva, irrequieta, violenta e forse di breve durata su questo pianeta. D’altra parte, genetisti e neurologi confermano che appartengono al nostro DNA (cfr. Watson, Crik, Maturana) l’amore, la solidarietà e il sentimento di appartenenza. Esistono modi per mettere sullo stesso piano questi dati apparentemente contraddittori? Perché abbiamo raggiunto gli attuali livelli di disumanità?

Non conosco alcuna risposta soddisfacente. Ciò che possiamo dire, come hanno sostenuto tanti pensatori, è che l’essere umano, per la sua condizione esistenziale, è contemporaneamente sapiens e demens. È mosso da impulsi contraddittori che convivono nella stessa persona, uno di distruzione e l’altro di costruzione. Ho lavorato con due categorie: la dimensione sim-bolica dell’essere umano (ciò che unisce e aggrega) e la dimensione dia-bolica (ciò che disunisce e disaggrega). Entrambe coesistono, si confrontano e portano dinamismo alla storia.

Per un certo periodo, per molteplici ragioni che non possiamo qui discutere, ha prevalso la dimensione sim-bolica. Cosi emerge una società di convivenza pacifica e collaborativa. In un altro prevale la dimensione dia-bolica, che lacera il tessuto sociale, produce violenza e perfino guerre. Temo che attualmente siamo sotto il predominio del dia-bolico, poiché prevalgono il pensiero fondamentalista, fascista e l’uso della violenza per risolvere i problemi umani.

Non basta descrivere questa fenomenologia della dualità. Dobbiamo scavare più a fondo. Credo che la causa principale della disumanità attuale e storica risieda nell’erosione della Matrice Relazionale (Relational Matrix). Ovvero, nel corso della storia, lentamente ma alla fine in modo completo, abbiamo rotto la sensazione che siamo tutti interconnessi, che si stabiliscono relazioni tra tutti gli esseri, formando il grande insieme della natura, della Terra e perfino del cosmo.

Con l’irruzione della ragione e il suo utilizzo come potere di dominio, abbiamo rotto con la Matrice Relazionale. Ci siamo considerati signori e padroni delle cose. Possiamo usarle senza scrupoli a nostro beneficio, con il falso presupposto che esse non abbiano valore in sé e, quindi, siano prive di scopo, compreso il pianeta Terra. Così è stato fondato il paradigma della modernità.

Questa rottura si mostra oggi estremamente dannosa, poiché la natura, o la Terra, si sta rivoltando contro di noi, inviandoci eventi estremi, una serie di virus letali e, negli ultimi tempi, il riscaldamento globale ormai diventato irreversibile. Ha introdotto una nuova e pericolosa fase del pianeta Terra e della storia umana.

La rottura della Matrice Relazionale con gli esseri della natura ha portato alla rottura con la sua origine, con il Creatore di tutte le cose. Quella che è stata chiamata “la morte di Dio” significa che abbiamo perso quel Legame che dava coesione e senso di pienezza alla nostra vita e all’esistenza di un Senso ultimo della vita e della storia. La proclamazione della morte di Dio (la sua assenza nella nostra coscienza personale e collettiva) ha dato origine a esseri umani sradicati e immersi in una profonda solitudine. L’opposto di una visione umanistico-spirituale del mondo che sostiene che la vita ha un senso e che la storia non finisce nel vuoto, non è il materialismo o l’ateismo. È lo sradicamento e il sentimento di essere soli nell’universo e perduti, cosa che una visione umano-spirituale del mondo impediva.

Oggi dobbiamo ritornare alla nostra essenza per rifondare un umanesimo minimo. Cioè, ponendo come linee guida della nostra esistenza e convivenza su questo pianeta la cura reciproca e per con la comunità di vita, l’amore come la più grande forza aggregante e umanizzante di tutte le relazioni, facendo emergere interiormente la nostra forza di solidarietà soprattutto con quelli che restano indietro, un’opzione collettiva per la corresponsabilità per il destino comune e, infine, l’aprirci a quell’Energia potente e amorevole che intuiamo nel nostro proprio essere come ragione e sostegno di tutta la realtà. Possiamo dargli mille nomi o nessuno. Le religioni lo chiamano Dio, i cosmologi lo chiamano Abisso che nutre tutti gli esseri, o come preferisco, “quell’Essere che fa esistere tutti gli esseri”. Dimentichiamo i nomi e concentriamoci su questa Energia Intelligente e Suprema che sostiene ed è alla base di tutti gli esseri e fenomeni. È una visione umano-spirituale delle cose.

Su questi presupposti potremo fondare un umanesimo minimo, con il quale tutti si riconosceranno come compagni dello stesso viaggio su questo pianeta, come fratelli e sorelle di tutte le cose (poiché abbiamo la stessa base genetica) reciprocamente. Per essere realistici, il dato sim-bolico e dia-bolico saranno presenti, ma sotto la reggenza del sim-bolico.

In questo modo costruiremo una convivenza umana nella quale non sarà tanto difficile accoglierci reciprocamente e nella quale potrà fiorire la solidarietà essenziale e l’amore “che muove il cielo, tutte le stelle” e i nostri cuori. O faremo questo passo oppure ci divoreremo a vicenda.

Leonardo Boff ha scritto Terra madura: uma teologia da vida, São Paulo, Planeta 2023. (traduzione dal portoghese di Gianni

La minaccia più sensibile: il cambiamento climatico

        Leonardo Boff

Ci sono diverse minacce che affliggono la vita, soprattutto quella umana, sul nostro pianeta: la minaccia nucleare, il collasso globale del sistema economico-sociale, il superamento dell’Earth Overload (insufficienza di beni e servizi naturali che sostengono la vita), la scarsità globale di acqua dolce, tra gli altri.

Forse la più sensibile è il cambiamento climatico, poiché sta toccando la pelle di intere popolazioni. A ciò è collegata la crisi idrica che già colpisce buona parte delle nazioni. Personalmente sto vivendo questo dramma dell’acqua. Ai confini del mio terreno, scorreva un piccolo fiume con abbondante acqua. Una piccola parte di esso veniva incanalata per produrre una cascata frequentata da molti, durante tutto l’anno. Lentamente, però, il fiume ha cominciato a diminuire, la cascata è scomparsa fintanto che, per un lungo tratto, il fiume si è prosciugato completamente, per poi ricomparire con una visibile diminuzione delle acque. Esso sorge nel mezzo di una foresta vicina completamente preservata. Non ci sarebbe alcun motivo per cui le sue acque diminuiscano. Ciò nonostante sappiamo che il fattore idrico è sistemico, è tutto interconnesso. C’è una crescente carenza di acqua potabile in tutto il mondo.

Il rischio più vicino e con conseguenze dannose è il cambiamento climatico, di origine antropica, prodotto cioè dal modo in cui gli esseri umani, soprattutto i proprietari dei grandi complessi industriali e finanziari, hanno trattato la natura negli ultimi tre secoli. Il progetto che animava e anima tuttora questo modo di vivere sulla Terra è la crescita illimitata di beni e servizi nel presupposto che anche la Terra possieda questi beni in forma illimitata. Tuttavia, dopo la pubblicazione del Rapporto “I limiti della crescita” nel 1972 da parte del Club di Roma, divenne chiaro che la Terra è un piccolo pianeta con beni e servizi limitati. Essa non supporta una crescita illimitata. Oggi, per soddisfare le richieste dei consumatori, abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza, il che sottopone il pianeta a uno stress totale. Esso reagisce, essendo una super Entità che si comporta sistemicamente come un essere vivente, riscaldandosi, producendo eventi estremi e inviando virus sempre più pericolosi, addirittura letali, come abbiamo visto con il coronavirus.

Conclusione: abbiamo superato il punto critico. Siamo già nel mezzo del riscaldamento globale. Si è verificata una deregolamentazione ecologica. I gas serra, che producono calore, sono aumentati in modo esponenziale. Diamo un’occhiata ad alcuni dati. Nel 1950 venivano emessi annualmente 6 miliardi di tonnellate di CO2. Nel 2000, 25 miliardi di tonnellate. Nel 2015 erano già 35,6 miliardi di tonnellate. Nel 2022/23 si sono raggiunti i 37,5 miliardi di tonnellate l’anno. In totale nell’atmosfera circolano circa 2,6 trilioni di tonnellate di CO2, che vi restano per circa 100 anni. Inoltre, gli analisti non includono ancora nel peggioramento del riscaldamento globale, l’interazione sinergica tra comunità vegetale, masse terrestri, oceani e ghiaccio, il che rende drammatica la situazione climatica. Ci accostiamo ai limiti insormontabili della Terra. Se continuiamo nel nostro modo di agire e di consumare, la vita sarà minacciata o la Terra non ci vorrà più sulla sua superficie.

L’accordo di Parigi firmato nel 2015 affinché tutti i paesi si impegnassero a ridurre i gas serra per evitare di superare 1,5°C o addirittura 2°C rispetto all’era industriale, è stato frustrato. I paesi non hanno fatto i compiti. Era necessaria una riduzione immediata del 60-80% delle emissioni di CO2. Altrimenti sarebbe esistito il rischio concreto di cambiamenti irreversibili, che avrebbero lasciato inabitabili vaste regioni della Terra. L’ultima COP28 ha dimostrato che l’uso di energia fossile, petrolio, gas e minerali è aumentato.

Il presidente Lula lo ha detto bene alla COP28 di Dubai: “Il pianeta è stufo degli accordi sul clima non rispettati. Abbiamo bisogno di azioni concrete. Quanti leader mondiali sono effettivamente impegnati a salvare il pianeta?”

Ciò che predomina è il negazionismo. Si dice che il riscaldamento sia l’effetto di El Niño. El Niño entra nell’equazione, ma non lo spiega, non fa altro che aggravare il processo in corso, già iniziato e senza ritorno. Gli stessi scienziati dell’area confessano: la scienza e la tecnologia sono arrivate tardi, non sono in grado di invertire questo cambiamento, possono solo avvisarne l’arrivo e attenuarne gli effetti dannosi.

Ciononostante, sono proposti due modi per affrontare il riscaldamento attuale: il primo, utilizzando organismi foto-sintetici, per assorbire la C02 attraverso la fotosintesi delle piante e trasformarla in biomassa. È la strada giusta ma non sufficiente. Il secondo, sarebbe quello di rilasciare particelle di ferro negli oceani, aumentandone la capacità di fotosintesi. Ma questo metodo non è scientificamente consigliato a causa dei prevedibili danni alla vita negli oceani.

In verità non abbiamo soluzioni praticabili. Ciò che è certo è che dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici e organizzare le nostre vite, le città oceaniche e i processi produttivi per ridurre al minimo gli inevitabili danni. In fondo bisogna tornare al mito della cura di sé e di tutte le cose, come sostengo da anni, in quanto la cura appartiene all’essenza dell’essere umano e di tutti i viventi.

Immaginiamo se un giorno l’umanità prendesse coscienza che la vita possa scomparire e costringesse l’intera popolazione mondiale, in un fine settimana, a piantare alberi e quindi sequestrare carbonio e creare le condizioni affinché il sistema vitale e l’umanità sopravvivano? Sarebbe un tentativo che possiamo attuare e forse salvarci. L’imponderabile può sempre accadere, come la storia ha dimostrato.

Vale l’avvertimento di un eminente filosofo tedesco Rudolf-Otto Apel: «Per la prima volta nella storia del genere umano, gli esseri umani sono stati posti, in pratica, di fronte al compito di assumere la responsabilità solidale per gli effetti delle loro azioni in un parametro che coinvolge tutto il pianeta» (O a priori da Comunidade de Comunicação, San Paolo: Editora Loyola, 2000 p. 410). O ci responsabilizziamo, senza eccezione di nessuno, per il nostro futuro comune oppure potrebbe succedere che non saremo più tra i viventi del pianeta Terra.

Leonardo Boff ha scritto: Saber cuidar: ética do humano-compaixão pela Terra,Vozes 1999/2010; Cuidar da Terra-proteger a vida: como escapar do fim do mundo, Record, RJ 2010; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta, São Paulo 2023. (traduzione dal portoghese d