La morte come invenzione della vita

                 Leonardo Boff

Nella vita facciamo molte svolte. Nell’ultima, incontriamo la morte. Lei è l’unica certezza inarrestabile. Perché siamo, per essenza, esseri mortali. Stiamo morendo lentamente, ogni secondo un po’, a rate, finché non finiamo di morire.

Il significato che diamo alla morte rappresenta anche il significato che diamo alla vita. Ogni popolo con la sua cultura interpreta la morte a modo suo.

Voglio citare alcuni punti di vista che meritano la mia considerazione.

Come cristiano comincio da me stesso, da come intendo la morte.

Non considero la morte come la fine della vita. Morire è finire di nascere. La vita va oltre la morte. Ecco perché il mio libro sull’argomento non si intitola: La vita dopo la morte”, ma La vita oltre la morte”.

La vita è strutturata su due linee:

In una, la vita comincia a nascere e nasce nel tempo, imparando a camminare, a parlare, a pensare, a comunicare e ad auto-costruirsi fino a finire di nascere. È il momento della morte. Nell’altra, la vita comincia a morire, nel momento stesso in cui nasce, perché il capitale vitale si consuma lentamente negli anni fino a finire per morire.

All’incrocio delle due linee – finire di nascere e finire di morire – c’è un passaggio ad un altro livello di vita che i cristiani chiamano risurrezione: è la vita che arriva, nella morte, alla piena realizzazione delle sue potenzialità ed irrompe in Dio. Ma non in qualunque modo, perché siamo imperfetti e peccatori. Passeremo attraverso la clinica di Dio in cui ci purifichiamo e maturiamo fino a raggiungere la nostra pienezza. È il giudizio purificatore. Altri lo chiamano purgatorio, l’anticamera del paradiso e non dell’inferno.

In ogni caso, non viviamo per morire, come dicevano gli esistenzialisti. Moriamo per risorgere come dicono i cristiani.

C’è una frase ispiratrice della grande figura cubana, José Marti, scrittore, poeta, filosofo e combattente nella liberazione del suo paese dal dominio di un tiranno. Per Marti morire è chiudere gli occhi per vedere meglio”.

Quando vogliamo concentrarci e approfondire i nostri pensieri, chiudiamo naturalmente gli occhi. Quando moriamo, chiudiamo gli occhi per vedere meglio il cuore dell’universo, il nostro posto al suo interno e la Suprema Realtà che fa esistere e persistere ogni cosa.

Ho un amico ugandese che lavora alla radio vaticana, Filomeno Lopes, che mi ha descritto la concezione della morte più diffusa tra gli africani:

“In Africa, quando muore una persona anziana, non si piange, ma si celebra il trionfo della vita sulla morte, perché la vita ha percorso il suo cammino normale e abbiamo potuto raccogliere l’eredità prima della morte dei nostri genitori. Ecco perché diciamo che “i nostri morti non se ne sono mai andati”. Smettono semplicemente di stare con noi nell’immanenza della nostra vita quotidiana, per “essere, abitare in noi”. In questo modo si instaura tra noi e loro quella comunione profonda, che a volte è più forte di quando erano fisicamente tra noi. Questo ci permette di chiamarli in preghiera e chiedere loro di intercedere per noi nelle nostre quotidiane circostanze vitali, poiché noi siamo l’unico motivo per cui sono ancora presenti, come vivi, su questa faccia della terra. La vita umana, nei fatti, non nasce con te, ma rinasce sempre con te. In questo senso la vita stessa è “filosofia”, in quanto non ricomincia mai una volta sola, ma ricomincia sempre in ogni momento, in ogni spazio, tempo o circostanza storica”.

Per la maggior parte dei nostri popoli originari, la morte è solo un passaggio dall’altra parte della vita. Coloro che sono passati oltre, specialmente i saggi e gli anziani, li visitano nei loro sogni e li consigliano. Percepiamo che ancora stanno sul lato di qua. Sono solo invisibili ma mai assenti.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales Ayma, mi ha raccontato che è indigeno e vive la cultura del suo popolo: quando si sente pressato dai problemi politici, di notte o all’alba, si ritira in un angolo e con la faccia a terra, consulta i saggi e gli anziani della sua etnia. Entra in profonda comunione con loro. Qualche tempo dopo, si alza con le ispirazioni ricevute. La mente si chiarisce.

Voglio onorare Sandra Mara Herzer che, essendo una ragazza, si sentiva un ragazzo. Si vestiva come un ragazzo. Ha assunto il nome di Anderson Herzer. Ha sofferto molto alla FEBEM [n.r. carcere minorile nello Stato di São Paulo]. Aveva una sensibilità estrema nel voler aiutare tutti i malati che incontrava. Con poche lettere scrisse un libro commovente, promosso da Supliciy Matarazzo, A Queda para o Alto. Racconta di tutta la sua vita e della sofferenza causata dalla sua situazione. Alla fine del libro ha pubblicato alcune poesie. Una è impressionante con il titolo “Ho trovato quello che volevo”. In questa breve poesia parla della morte: “Volevo che il fuoco mi cremasse / per essere la cenere di chi nasce oggi. Volevo morire adesso, in questo istante,/ solo per essere di nuovo un embrione, e nascere;/ volevo solo nascere di nuovo, per insegnarmi a vivere”.

Questa bellezza e questa generosità non hanno bisogno di commenti.

Infine, la testimonianza di uno dei più grandi esseri umani nati in Occidente e di cui possiamo essere orgogliosi: Francesco d’Assisi. Ha stabilito un legame affettivo con tutti gli esseri chiamandoli con il dolce nome di fratello e sorella. Nel suo cantico delle creature dice: “Laudato sii, mio ​​Signore, per nostra sorella morte corporale, alla quale nessun essere umano vivente può sfuggire!” La morte non è una “strega” che viene a prendersi la nostra vita. È la cara sorella che ci apre la porta dell’eternità felice.

La morte non è l’ultima barriera. È un ponte che ci fa passare dallo spazio e dal tempo passeggero all’eternità senza fine. La morte è un’invenzione della vita per fare un salto e continuare a vivere più a lungo e meglio.

Leonardo Boff ha scritto Vida para além da morte, Vozes, muitas edições. A nossa ressurreição na morte, Vozes 2005. 

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Quale lupo si nutre dentro di te?

                       

La teologia cattolica tradizionale ha sempre affermato che l’essere umano è “simul iustus et peccator”, è “insieme giusto e peccatore” o, in un linguaggio più convenzionale, ha in sé simultaneamente sia ​​la dimensione del bene che la dimensione del male. Nessuno è totalmente cattivo, né totalmente buono. Se fosse totalmente malvagio, non ci sarebbe modo di redimerlo, ma solo di ricrearlo. La redenzione salva quel residuo di bontà che rimane nella persona malvagia e così gli viene permesso di recuperare la sua parte di bontà e la sua umanità.

Ugualmente afferma che per quanto uno sia migliore e più santo, mai è completamente buono e santo; c’è sempre un’ombra di imperfezione o malignità che lo accompagna. Pertanto, dobbiamo tutti accettare questa condizione umana. Non è un difetto della creazione. Ma esattamente, espressione della nostra finitezza e della condizione esistenziale. Stiamo sempre costruendo noi stessi, avendo come opzione di base o la gentilezza e l’inclusione dell’altro o la malignità e l’esclusione. Non si tratta di una visione riduzionista, di nero o bianco, ma di una gradazione di entrambi, privilegiando l’uno senza poter eliminare totalmente l’altro.

Molteplici sono le varianti di questa complessa realtà che segna irrimediabilmente l’essere umano. Freud dirà che siamo posseduti, allo stesso tempo, dalla pulsione di morte (thanatos) che risponde a tutto ciò che è oscuro e malvagio in noi; o la pulsione di vita che significa il nostro lato luminoso e buono (éros). Entrambi coesistono e lui stesso non saprebbe garantire chi sarà finalmente vittorioso, riconosce solo che convivono in tensione. Edgar Morin preferisce l’espressione homo sapiens e homo demens. Siamo portatori di intelligenza e saggezza e allo stesso tempo di eccessi e demenze. Altri ancora, come Carl Jung, usano le espressioni di dimensione di luce e dimensione di ombra che ci abitano e con cui dobbiamo confrontarci per tutta la nostra vita.

L’opzione di fondo che prenderemo, per l’una o per l’altra, segnerà la qualità etica della nostra vita, coscienti che non sarà mai un’opzione puramente chiara, ma sempre accompagnata da quella oscura, in perenne disputa per l’egemonia. Quale sarà quella predominante?

Questa griglia teorica è importante per farci capire cosa sta succedendo in Brasile e anche in tante parti del mondo: c’è un’ondata di odio, di discriminazioni di ogni genere, di violenza simbolica con parole offensive che i nostri bambini non dovrebbero nemmeno ascoltare, violenza reale con la mattanza di studenti nelle scuole, o di giovani neri e poveri delle nostre periferie, di immigrati da varie parti, in fuga dalla guerra e dalla fame. Ci sono guerre letali in vari luoghi, che danno origine, nel caso della guerra Russia-Ucraina, NATO e USA, a russo-fobia, a sino-fobia e, al contrario, odio per l’Occidente secolarizzato che ha perso il riferimento al trascendente e al sacro.

Peggio ancora, la disputa per un mondo unipolare (USA) o multipolare (Russia, Cina, BRICS) che può portare a un’escalation crescente fino al punto di utilizzare armi che liquideranno l’umanità stessa, secondo la formula: 1+1 = 0. Vale a dire: una superpotenza nucleare ne distrugge un’altra e pone fine alla specie umana. E ci sono abbastanza pazzi da entrambe le parti che non hanno paura di ricorrere a un espediente terminale, soprattutto i suprematisti bianchi e neocon nordamericani, che si credono illusoriamente portatori di “un destino manifesto” e di essere il nuovo popolo di Dio sulla Terra. Qualcosa di simile, con argomenti somiglianti, accade anche dal lato russo.

Come faremo a sopravvivere a questa situazione drammatica, mai vista prima nella nostra storia globale? È innegabile che occorre reinventare l’essere umano, un rinascimento che abbia come opzione di base valori immateriali come l’amore, la solidarietà, l’arte, la musica e la spiritualità ecc. È in questo contesto che mi è venuta in mente la lezione di un saggio indiano Cherokee.

Eccola: “Un giovane si avvicinò al vecchio saggio del popolo Cherokee e gli disse: ho subito un’ingiustizia da parte di un altro giovane e non saprei come ribattere. E il vecchio saggio, pensò un po’ e gli disse: lascia che ti racconti una storia. Anche io provavo odio e disprezzo per qualcuno che mi fece una grande ingiustizia. E la cosa peggiore è che quella persona non aveva nemmeno rimorso per il male che mi aveva causato. Dopo diverse ingiustizie subite, sono arrivato a pensare che la vita fosse ingiusta con me.

Tuttavia, dopo molte riflessioni, mi sono reso conto che l’odio colpiva me e non il mio aggressore. Sono giunto alla conclusione che odiare è come prendere io stesso del veleno, immaginando che l’altro finisca per morire avvelenato.

Adesso vedo le cose così: dentro di me ci sono due lupi. Uno molto buono, vive in armonia con gli altri animali, non offende nessuno e non è offeso. Ma se ha bisogno di reagire, lo fa nel modo giusto, senza lasciarsi prendere dalla rabbia e dall’odio.

C’è anche un altro lupo. Questo è sempre irritabile, litiga con tutti e anche senza motivo offende gli altri. La rabbia e l’odio sono più forti in lui del suo autocontrollo. È una rabbia senza senso perché non produce alcun cambiamento in lui. Continua stando male.

Mio caro ragazzo, non è per niente facile convivere con questi due lupi che sono dentro di te, perché entrambi vogliono dominare il tuo spirito e il tuo cuore. Così è per ogni essere umano.

Il giovane, perplesso, chiese al vecchio saggio: chi dei due vince in questa lotta interiore? Il vecchio saggio Cherokee sorrise e disse: è quello a cui dai da mangiare”.

Conclusione: l’umanità, tu e ciascuno di noi supererà il mondo dell’odio, della vendetta e della guerra, se nutrirà il lupo della pace e dell’armonia che è in tutti. In caso contrario…

Come direbbe Gesù di Nazaret: “Chi può comprendere questo messaggio, lo comprenda e lo metta in pratica”. Altrimenti conoscerai la desolazione dell’abominio.

Leonardo Boff ha scritto: “O doloroso parto da Mãe Terra :uma sociedade de fraternidade sem fronteiras e de amizade social”, Vozes 2021; “A busca da justa medida”, Vozes, 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Preoccupazione per le vittime nella società e nella Chiesa

Stiamo vivendo uno strano paradosso a livello mondiale e nazionale. Da un lato assistiamo, come in nessun periodo storico precedente, a una crescente preoccupazione per le vittime di reati commessi personalmente o collettivamente. D’altra parte, vediamo una sfacciata indifferenza nei confronti delle vittime, sia per i crimini sopravvissuti di femminicidio, sia per i conflitti altamente letali e per i milioni di rifugiati e immigrati, che cercano di fuggire dalle guerre o dalla fame, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Specialmente questi ultimi sono i più rifiutati.

Nel 1985 l’ONU ha pubblicato la “Dichiarazione dei Principi Fondamentali di Giustizia relativi alle Vittime di Crimine e Abuso di Potere”. Questo è stato un passo decisivo in difesa delle vittime sempre dimenticate dalla giustizia nei regimi autoritari o nelle democrazie a bassa intensità, controllate dai potenti, i principali responsabili delle vittime.

Curiosamente in Brasile, la visione dei diritti umani riguardava prioritariamente la difesa degli autori dei crimini, quando la sua preoccupazione centrale è sempre stata la protezione della dignità di ogni persona umana, dei suoi diritti in tutte le sue dimensioni.

Sebbene vi sia, in generale, un deficit normativo in Brasile per quanto riguarda l’incoraggiamento dei diritti delle vittime, va notato che nel Diritto Penale Contemporaneo questa preoccupazione ha recentemente acquisito una certa importanza. Nel Codice di Procedura Penale sono state introdotte modifiche, determinando, quale requisito per la determinazione della condanna penale da parte del giudice, il risarcimento del danno per il reato commesso. Esso impone indennità e l’obbligo del condannato di risarcire la vittima.

Insomma, vale la pena sottolineare una certa svolta giuridica: prima la responsabilità civile era incentrata sul criminale, ora si rivolge alla vittima e al risarcimento del danno da lei subito: «da un debito di responsabilità si è evoluta in un credito risarcitorio».

Questa preoccupazione per le vittime ha avuto risonanza mondiale quando la Chiesa Cattolica (ma anche altre Chiese), dopo molte esitazioni, ha suscitato l’esigenza etica e morale di ascoltare le vittime e di risarcire i danni psicologici e spirituali causati. All’inizio non era così. Un decreto delle autorità del Vaticano imponeva, sotto pena canonica, di non denunciare i preti pedofili alle autorità civili.

Tutto era occultato all’interno del mondo ecclesiale. Si trasferiva il pedofilo in un’altra parrocchia o diocesi, senza rendersi conto che anche là continuavano gli abusi. Questa dipendenza ha colpito sacerdoti, vescovi e persino cardinali. Il silenzio (per niente ossequioso) era preteso per non demoralizzare l’istituzione della Chiesa Universale, per preservarne il buon nome, come custode della moralità e dei valori occidentali.

Questo ci riporta al fariseismo, così osteggiato dal Gesù storico, perché i farisei predicavano una cosa e vivevano un’altra, credendosi devoti (Lc 11,45-46). Questo fariseismo ha prevalso per lungo tempo all’interno della Chiesa Cattolica.

La versione prevalente delle autorità vaticane era moralistica: la pedofilia era giudicata come un peccato; bastava confessarlo e tutto era risolto, ma insabbiato. Doppio errore fatale: non era appena un peccato. Era un crimine orrendo e vergognoso. Il tribunale appropriato per processare un tale crimine non era il diritto canonico, ma la giustizia civile dello Stato. Così che sacerdoti, vescovi e persino cardinali hanno dovuto affrontare i tribunali civili, riconoscere il crimine e sottomettersi alla pena. Per altri, lo stesso Papa aveva anticipato, mandando un Cardinale pedofilo – in raccoglimento – in un convento per riscattarsi dai suoi crimini. Il secondo errore fatale: si considerava solo l’ecclesiastico pedofilo. Pochi pensavano alle vittime. Inizialmente, si trattava così il problema della pedofilia, anche all’interno della Curia Romana.

Era necessario che intervenissero i Papi, soprattutto Papa Francesco, per conferire centralità alle vittime di abusi sessuali. Lui si è incontrato con molti di loro. Più volte ha chiesto perdono a nome di tutta la Chiesa per i crimini commessi. Ci sono state diocesi negli Stati Uniti che sono quasi fallite economicamente a causa dei risarcimenti che hanno dovuto pagare alle vittime, imposte dai tribunali civili.

Praticamente in tutti i paesi e diocesi i chierici pedofili sono stati attaccati, alcuni in modo drammatico, come in Cile, portando alle dimissioni di gran parte dell’episcopato. Non meno drammatica fu l’inchiesta in Germania, che coinvolse papa Benedetto XVI, all’epoca in cui era cardinale-arcivescovo di Monaco. Ha dovuto ammettere davanti a un tribunale civile di essere stato indulgente nei confronti di un prete pedofilo, trasferendolo semplicemente in un’altra parrocchia.

La cosa grave degli abusi sessuali da parte del clero è la profonda scissione che crea nelle menti delle vittime. Per sua natura, un ecclesiastico è circondato dal rispetto per essere un portatore del sacro e visto, forse, come un rappresentante di Dio. Attraverso l’abuso criminale, si spezza spiritualmente il cammino della vittima verso Dio. Come può pensare e amare un Dio, il cui rappresentante commette questi crimini? Questo danno spirituale, oltre a quello psicologico, è poco evidenziato nelle analisi che sono state effettuate e ancora si fanno.

Sono milioni e milioni di persone in tutto il mondo, le vittime di discriminazione, disprezzo, odio e persino morte a causa del colore della loro pelle, perché hanno un credo o un’ideologia politica diversa, un’altra opzione sessuale o semplicemente perché sono poveri. Sappiamo che sono stati i paesi europei, cristianizzati, a fare più vittime, con l’Inquisizione, con guerre di 100 milioni di morti. Erano loro che commerciavano con persone sradicate dall’Africa e vendute come schiave nelle Americhe e altrove. Loro, a ferro e fuoco, hanno introdotto il colonialismo, il capitalismo predatore, l’uso sistematico della violenza per imporre al mondo i loro cosiddetti valori cristiani.

Dal giusto Abele fino all’ultimo eletto, fino al giudizio finale le vittime avranno il diritto di gridare contro le ingiustizie che sono state loro inflitte. Nel linguaggio di una vittima indigena del XVI secolo, riferendosi ai brutali colonizzatori: “loro erano l’anticristo sulla terra, la tigre dei popoli, il vampiro dell’indigeno”. Verrà un giorno in cui tutta la verità verrà alla luce, nonostante nel tempo presente, secondo le parole di San Paolo “la verità è prigioniera dell’ingiustizia” (Romani 1:18). Ma la verità e non la violenza che fa vittime, scriverà l’ultima parola nel libro della storia.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Un “razzismo amatoriale” o un razzismo culturale

La questione del razzismo contro i neri è ancestrale. Negli ultimi tempi ha assunto particolare rilevanza per i crimini commessi nei confronti di alcuni di loro, in modo crudele, negli USA e per i massacri avvenuti soprattutto nella zona nord e nella Baixada di Rio de Janeiro: giovani neri di età tra i 18-20 anni sono, non di rado, “macellati” (c’era persino la crudele “legge sulla macellazione” introdotta dal Governatore destituito di Rio, Witzel) come se fossero animali. Con il pretesto di sentirsi spaventato o minacciato un agente di polizia poteva “sparare” alle persone, specialmente, nere.

Un fenomeno simile si sta verificando in diversi paesi dell’Europa. Ho tra le mani uno studio meticoloso di un nero della Guinea Bissau, Filomeno Lopes, giornalista laureato in un’università italiana e che lavora a Roma come conduttore radiofonico per l’Africa nella radio del Vaticano. Impegnato nel superamento del razzismo, ha scritto una sorta di lettera aperta ai giovani italiani, non in linguaggio accademico, ma ad alta diffusione. Manda loro un messaggio, spiegando le tante ragioni, tutte false, per cui è sorto il razzismo secolare contro i neri africani. Dà un titolo curioso: “un razzismo amatoriale e non complesso”. Con ciò, ha voluto chiarire che il razzismo anti-neri-africani è culturalmente così radicato che i giovani non ne sono consapevoli delle ragioni, motivo per cui è “amatoriale, semplice” e legittimato. Senza rendersene conto, sono razzisti nel loro linguaggio, nelle metafore dispregiative, nelle battute e nei comportamenti discriminatori, al punto da non rendersi conto di quello che stanno facendo e della sofferenza e dell’umiliazione che producono nelle loro vittime nere-africane. Questo fatto è avvenuto di recente in Spagna contro un bravissimo calciatore nero brasiliano, Vinicius Junior giocatore del Valencia.

Per molti europei i neri africani sono come “Lazzaro”, i dannati della Terra, i maledetti discendenti del biblico Cam, scartati dal sistema mondo.

In Brasile abbiamo coniato l’espressione “razzismo culturale” o “strutturale”, vale a dire, i tre secoli di barbara schiavitù, di maltrattamenti, di disprezzo e di odio verso milioni di afro-discendenti hanno impregnato la nostra cultura in un modo disumano e, talvolta, crudele. Solo per il semplice fatto che sono neri e, soprattutto, se sono poveri e vivono nelle favelas che circondano quasi tutte le nostre città.

Guardate fino a che punto è arrivata la barbarie nei Paesi cosiddetti “civilizzati” d’Europa. Recentemente hanno deciso, su delibera dei Governi e all’unanimità, di omettere i soccorsi in mare, sia per chi viene dal Medio Oriente, ma particolarmente per chi arriva dall’Africa. Hanno messo sulle spalle dell’Italia il fardello del riscatto. Ma in quanto stanno arrivando moltitudini, anche l’Italia ha aderito a questa politica, un crimine contro l’umanità e contro tutta l’etica tradizionale della “legge del mare”, osservata scrupolosamente da tutti nel salvare e soccorrere le persone in pericolo o naufragate.

Il Mediterraneo sta diventando la tomba di centinaia e centinaia di persone, relegate, considerate indesiderabili e “spazzatura del mondo”. Ha detto bene Papa Francesco: «loro adesso sono qui in Europa, perché prima noi europei eravamo là, in Africa, ben accolti, ma allo scopo di dominarli e derubarli delle loro ricchezze; adesso loro vengono qui e sono respinti e non accolti». Se riescono a varcare le frontiere, la prima domanda certamente fatta, senza neanche salutarli, è: «documenti»; non chi sei? Come ti chiami? Da dove vieni e cosa cerchi in questo paese? La maggior parte fugge da guerre e fame e cerca solo di vivere con un minimo di pace.

Dietro il razzismo contro i neri c’è l’arroganza dei suprematisti bianchi europei e nordamericani. Si credono al vertice della piramide dell’evoluzione della specie umana, considerando i neri, per il colore della loro pelle, la scala intermedia tra la scimmia antropoide e l’uomo bianco. Come è stato possibile che queste persone, cristianizzate, abbiano negato totalmente il messaggio del Maestro di Nazareth, non bianco ma semita, il quale ha rivelato che tutti gli esseri umani sono figli e figlie di Dio e quindi rispettabili e amabili? Anche i più grandi filosofi e geni non sono sfuggiti dal vizio razzista, il che conferma la tesi secondo cui la testa pensa a partire da dove si mettono i piedi, in questo caso, in un suolo culturale razzista, anti-nero africano.

Kant, il più grande critico della ragion pura e della ragion pratica, non è stato abbastanza critico. È sua l’affermazione: “I neri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura alcun sentimento che si elevasse al di sopra della stupidità […]. I neri […] sono così rumorosi che per calmarli si ricorre alle percosse”. Hegel va più lontano ancora: “Il nero incarna l’uomo nello stato di natura in tutta la sua ferocia e sfrenatezza”. Pertanto, “se vogliamo avere un’idea corretta di lui, dobbiamo astrarci da ogni nozione di rispetto, moralità, da tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo personaggio non troviamo nulla che contenga anche solo un’eco di umanità. I resoconti dettagliati dei missionari confermano pienamente la nostra affermazione e sembra che solo la religione di Maometto sia ancora capace per avvicinare i neri alla cultura”. Gramsci ha giustamente riconosciuto: “La storia è maestra ma non ha discepoli”. Questi cattivi discepoli hanno forgiato l’ideologia che legittimasse la schiavitù e la supremazia dei bianchi.

L’intero sforzo dell’autore è mostrare ai giovani i grandi valori delle culture africane, in particolare attorno al concetto di Ubuntu: “io sono solo me stesso attraverso e con te; io sono perché noi siamo; la vita è sempre con gli altri; l’essere umano è la medicina dell’altro essere umano”. È lo stare insieme, la comunione del “noi siamo” che fonda la “comunità di destino”.

Se questo si vive non c’è motivo di segregare, già per tanti secoli, milioni e milioni di africani. È importante ricordare che siamo tutti africani, poiché i primi esseri umani sono comparsi ​​in Africa e da lì si sono diffusi nel mondo. Oggi ci incontriamo nella stessa Casa Comune. Coloro che furono i primi non si possono considerare gli ultimi. Al contrario, dovremmo ringraziarli perché in loro si sono formate le prime strutture psichiche, mentali, sentimentali e razionali che ci caratterizzano in quanto esseri umani. In questo senso Mamma Africa è perenne e vivrà sempre in noi, perché con lei formiamo una comunità di destino insieme all’altra Madre, la Terra.