Un Brasile in divenire

“Che Brasile vogliamo” non esce mai dall’agenda delle nostre discussioni, soprattutto nelle basi che subiscono il peso di un tipo di Brasile segnato da immense disuguaglianze e dissanguato dal più perverso governante della nostra storia: Jair Bolsonaro.

Per dare consistenza al progetto-Brasile è importante lavorare su tre assi dialetticamente intrecciati: l’educazione liberatrice, la democrazia integrale e lo sviluppo socio-ecologico. In breve, è necessario sviluppare un’educazione liberatrice che ci apra a una democrazia integrale, capace di produrre un tipo di sviluppo socialmente giusto ed ecologicamente sostenibile.

Partiamo dal presupposto che la Terra non è più in grado di resistere alla spoliazione prodotta dalla voracità produttivistica e consumistica dell’ethos del capitale. Questo ordine nel disordine dura solo perché si utilizza la forza dura e morbida per mantenere le grandi maggioranze in uno stato di deprivazione cronica. Il 18% della popolazione mondiale consuma irresponsabilmente l’80% delle risorse non rinnovabili senza alcun senso di solidarietà generazionale e di rispetto per il patrimonio naturale di tutta la vita.

Celso Furtado giustamente evidenziava: “La sfida alle soglie del XXI secolo non è altro che cambiare il corso della civiltà, spostando il suo asse dalla logica dei mezzi al servizio dell’accumulazione, in un orizzonte temporale breve, a una logica dei fini in funzione del benessere sociale, dell’esercizio della libertà e della cooperazione tra i popoli” (Brasil, A construção Interrompida, Paz e Terra 1993, p.76).

Nuovo paradigma di sviluppo

Ciò che qui viene postulato è un cambiamento nel paradigma dello sviluppo, essenziale per salvaguardare la natura, salvare l’umanità e rendere possibile un progetto-Brasile alternativo. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto dei popoli allo sviluppo del 18 ottobre 1993 già assimilava questa necessità,  definendo che lo sviluppo è “un processo economico, sociale, culturale e politico globale, che mira al costante miglioramento del benessere di tutta la popolazione e di ciascun individuo sulla base della loro partecipazione attiva, libera e significativa e dell’equa distribuzione dei benefici che ne derivano” (Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, ECOSOC 18.10.1993). Aggiungiamo anche, in senso di completezza, la dimensione psicologica e spirituale.

Pertanto, si postula che l’economia, in quanto produzione di beni materiali, sia un mezzo per consentire lo sviluppo culturale, sociale e spirituale dell’essere umano. Erronea e dalle funeste conseguenze è la visione che intende l’essere umano appena come un essere bisognoso e desideroso di accumulazione illimitata e, quindi, dell’economia come crescita illimitata, come se fosse solo un animale affamato e non un essere creativo, con fame di bellezza, di comunione e di spiritualità. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Si, chiama questo presupposto una “menzogna” (n.106).

È necessario produrre e consumare ciò che è necessario e decente e non produrre e consumare ciò che è superfluo, eccessivo e abusivo. Abbiamo bisogno di passare da un’economia di produzione illimitata a un’economia multidimensionale di produzione sufficientemente generosa, per tutti gli esseri umani e anche per gli altri esseri della comunità di vita a cui apparteniamo.

Il soggetto centrale dello sviluppo, pertanto, non è la merce, il mercato, il capitale, il settore privato e lo Stato, ma l’essere umano e gli altri esseri viventi, come lo enfatizzano i principali documenti sull’ecologia.

Costruzione della democrazia integrale

È in questo contesto che si pone la questione della democrazia integrale. In primo luogo, come valore universale da essere vissuto in tutti gli ambiti in cui gli esseri umani incontrano altri esseri umani, nelle relazioni familiari, comunitarie, produttive e sociali. In seguito come forma di organizzazione politica. Sarebbe il sistema che garantisce a ciascuno e a tutti i cittadini la partecipazione attiva e creativa in tutte le sfere del potere e della conoscenza della società. Questa democrazia sarebbe per definizione popolare (più ampia della democrazia borghese e liberale), solidale (non escluderebbe nessuno, in ragione del genere, della razza e ideologia), rispettosa delle differenze (pluralista ed ecumenica), socio-ecologica perché includerebbe come cittadini e soggetti di diritti anche l’ambiente, i paesaggi, i fiumi, le piante e gli animali, in una parola una democrazia veramente integrale.

Per essere cittadino-soggetto sono necessari tre processi: il primo, l’empowerment, cioè la conquista del potere per essere soggetto personale e collettivo di tutti i processi relativi al proprio sviluppo personale e collettivo; il secondo è la cooperazione andando oltre alla competizione e alla concorrenza, motore della cultura del capitale, che rende i cittadini protagonisti del bene comune. Il terzo, l’autoeducazione continua per esercitare la propria cittadinanza e con-cittadinanza insieme ad altri soggetti. Come affermava Hannah Arendt: alcuni possono conoscere la vita intera senza auto-educarsi.

Educazione alla prassi

È a questo punto che lo sviluppo centrato sull’essere umano e nella democrazia integrale si articolano con l’educazione integrale. L’educazione integrale è un processo pedagogico permanente che coinvolge tutti i cittadini nelle loro diverse dimensioni e mira ad educarli all’esercizio sempre più pieno del potere, sia nell’ambito della loro soggettività sia in quello delle loro relazioni sociali. Senza questo esercizio di potere solidale e cooperativo, non ci sarà democrazia integrale né sviluppo centrato sulla persona e sulla natura e, per questo, l’unico veramente sostenibile.

La pratica, quindi, è la fonte originaria dell’apprendimento e della conoscenza umana, poiché l’essere umano è per sua natura, un essere pratico. La sua esistenza non è riducibile a un dato, ma costituisce un fatto, un compito che richiede una pratica di costruzione permanente. Non avendo un organo specializzato, lui deve continuamente costruire se stesso e il suo habitat attraverso pratiche culturali, sociali, tecniche e spirituali. L’economista ed educatore popolare Marcos Arruda, discepolo di Paulo Freire, lo ha sottolineato a fondo nel suo libro Tornar o real possível (Vozes 2003).

Vale la pena riconoscere che la conoscenza da sola non trasforma la realtà; trasforma la realtà solo la conversione della conoscenza in azione. Per prassi intendiamo proprio questo movimento dialettico tra la conversione della conoscenza in azione trasformatrice e la conversione dell’azione trasformatrice in conoscenza. Questa conversione non solo cambia la realtà, ma cambia anche il soggetto.

La prassi, pertanto, è il cammino di tutti nella costruzione della coscienza umana e universale. È accessibile a tutti gli esseri umani che hanno una pratica. Il lavoratore manuale per apprendere non ha, quindi, bisogno di memorizzare una quantità illimitata di contenuti. L’essenziale è che impari a pensare alla sua pratica individuale e sociale, articolando il locale con il globale e viceversa.

L’educazione alla prassi mira a raggiungere questi tre obiettivi principali:

  1. L’appropriazione di strumenti adeguati per pensare alla propria pratica individuale.
  2. L’appropriazione della conoscenza scientifica, politica, culturale e spirituale accumulata dall’umanità nel corso della storia per garantirgli la soddisfazione dei suoi bisogni e realizzare le sue aspirazioni.
  3. L’appropriazione di strumenti per la valutazione critica della conoscenza accumulata, riciclandola e aggiungendole nuovi saperi che comprendono l’affettività, l’intuizione, la memoria biologica e storica contenuta nel proprio corpo e nella psiche, i sensi spirituali come l’etica o l’unità del Tutto, la bellezza, la trascendenza e l’amore.

Educazione: la più grande rivoluzione

Investire nell’educazione, come ripeteva sempre Darcy Ribeiro, è inaugurare la più grande rivoluzione che possa mai realizzarsi nella storia, la rivoluzione della coscienza che si apre al mondo, alla sua complessità e alle sfide di ordine che esso presenta. Investire nell’educazione è fondare l’autonomia di un popolo e garantirgli le basi permanenti per la sua ripresa di fronte a crisi che possono scuoterlo o disgregarlo, come è avvenuto attualmente dopo la devastazione dell’ignobile governo Bolsonaro. Investire nell’educazione è investire nella qualità della vita sociale e spirituale delle persone. Investire nell’educazione significa investire in manodopera qualificata. Investire nell’educazione garantisce una maggiore produttività.

Lo stato brasiliano non ha mai promosso la rivoluzione educativa. È un ostaggio storico delle élite proprietarie che hanno bisogno di mantenere il popolo nell’ignoranza e nella mancanza di cultura per nascondere la perversità del loro progetto sociale, che è quello di riprodurre i propri privilegi e perpetuarsi nel potere.

Il progetto-Brasile, del Brasile in divenire, farà della rivoluzione educativa la sua più grande leva, creando lo spazio affinché le persone possano esprimere la loro alta capacità di creazione artistica e inventiva pratica, finalmente, per modellarsi come vorrebbero dare forma a se stessi.

Arruda, M., e Boff L., Globalização: desafios socioeconômicos, éticos e educativos, Vozes 2000; L. Boff, Brasil: concluir a refundação ou prologar a dependência, Vozes 2018.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Una Chiesa samaritana e custode della vita

                   Leonardo Boff *

Prima di affrontare questo argomento, vorrei fare due osservazioni:

  • La prima: quale messaggio vuole comunicarci Madre Terra con l’intrusione del Coronavirus che ancora persiste con altre varianti?
  • La seconda: il confronto tra due paradigmi di civiltà: il dominus e il frater: qual è il loro significato per l’attuale crisi generale.

Andiamo alla prima osservazione: oltre ai vaccini e a tutte le precauzioni contro la diffusione del virus, dobbiamo chiederci: da dove viene il virus? Tutto sembra indicare che il virus sia un contrattacco della Madre Terra a seguito dell’aggressione secolare che il processo industrialista e le grandi corporate con i loro dirigenti le hanno fatto, devastando interi ecosistemi per l’accumulo di beni materiali.

Abbiamo toccato i limiti ecologici della Terra al punto da aver bisogno di più di un pianeta e mezzo per soddisfare i consumi e soprattutto il sontuoso consumismo di una piccola porzione di umanità.

La Madre Terra vuole dirci: finitela con questo tipo di relazione violenta contro di me, che tutti i giorni vi do tutto ciò di cui avete bisogno per vivere. Altrimenti, arriveranno altri virus più dannosi ed eventualmente il Grande Virus (The Next Big One) contro il quale i vaccini saranno inefficaci e gran parte della biosfera potrebbe essere pericolosamente colpita. Oppure arriveranno altri eventi estremi, come grandi catastrofi ecologiche e sociali.

Tutto indica che questo messaggio non viene ascoltato dai capi di Stato, dai dirigenti delle grandi corporate multinazionali e dalla popolazione in generale. Se lo ascoltassero, dovrebbero cambiare il loro modo di produrre, di realizzare profitti assurdi e rinunciare ai loro privilegi.

Bisogna riconoscere che il Covid-19 è caduto come una meteora bassa sul capitalismo neoliberista, smantellandone i suoi mantra: profitto, accumulazione privata, concorrenza, individualismo, consumismo, stato minimo e privatizzazione delle imprese e dei beni pubblici.

Tuttavia, ha posto inequivocabilmente il dilemma: vale di più il profitto o la vita? Dobbiamo salvare l’economia o salvare vite umane? Se avessimo seguito tali mantra, saremmo tutti in pericolo.

Ciò che ci ha salvato è stato ciò che manca al capitalismo: la centralità della vita, la solidarietà, la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti, la generosità e la cura reciproca per la vita di ciascuno e per la natura.

Seconda osservazione: l’attuale caos sanitario, ecologico, sociale, politico e spirituale è il dispiegarsi del paradigma che ha dominato gli ultimi tre secoli della nostra storia, ormai globalizzata. I padri fondatori della modernità del secolo XVII intendevano l’essere umano come il dominus, maître et possesseur (Descarte) della natura e non come parte di essa. Per loro la Terra non ha finalità e la natura non ha valore in sé, ma solo subordinata agli esseri umani che possono disporne a piacimento. Questo paradigma ha cambiato la faccia della Terra, ha portato benefici innegabili, ma nella loro impazienza di dominare tutto hanno creato il principio dell’autodistruzione, di se stessi e della natura con armi chimiche, biologiche e nucleari. La fine del mondo non è più questione di Dio, ma dell’essere umano che si è appropriato della propria morte. Siamo arrivati ​​a un punto tale che il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterrez, ha detto di recente alla COP in Egitto sul cambio di regime climatico dovuto al riscaldamento globale che cresce inaspettatamente: “O facciamo un’alleanza climatica o un’alleanza di suicidio collettivo ” .

Di fronte al paradigma del dominus, papa Francesco nella citata enciclica Fratelli tutti propone un altro paradigma: quello del frater, quello del fratello e della sorella, quello della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6; 128). Sposta il centro: da una civiltà tecnico-industriale, antropocentrica e individualista a una civiltà della solidarietà, della conservazione e della cura di ogni vita.

Sappiamo dai dati scientifici che tutti gli esseri viventi condividono lo stesso codice genetico di base, i 20 aminoacidi e le stesse quattro basi azotate, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni, passando per i dinosauri, per i cavalli e lasciandocelo in eredità. È per questo che siamo di fatto, e non retoricamente o misticamente, fratelli e sorelle. Ciò è riaffermato dalla ‘Carta della Terra’, come dalle due encicliche ecologiche di Papa Francesco.

Questi due paradigmi sono oggi altamente contrapposti. Seguendo il paradigma del signore e padrone che usa il potere per dominare tutto, fino alle ultime dimensioni della materia e della vita, camminiamo certamente verso un armageddon ecologico, con il rischio di sterminare la vita sulla Terra. Sarebbe solo la giusta punizione per le offese e le ferite che abbiamo inflitto alla Madre Terra durante secoli e secoli. Lei continuerà il suo corso intorno al sole, ma senza di noi.

Con il cambiamento verso il paradigma del frater, del fratello e della sorella, si apre uno spiraglio di salvezza. Andiamo a superare la visione apocalittica della minaccia della fine della specie umana, per una visione di speranza con cui possiamo e dobbiamo cambiare rotta ed essere effettivamente fratelli e sorelle all’interno della stessa Casa Comune, compresa la natura. Sarebbe una gloria vivere e vivere con l’ideale andino, del bien viver in armonia tra gli umani e con tutta la natura.

Questo è il contesto in cui deve collocarsi l’azione della Chiesa, che intenda essere samaritana e custode di tutto ciò che esiste e vive.

Il Papa Francesco di Roma, ispirandosi all’altro Francesco, quello di Assisi, si è reso conto della gravità della drammatica situazione del sistema-Terra e del sistema-vita. Lui ha formulato una risposta. Nella Laudato Sì: come prendersi cura della Casa Comune, ha invitato tutti a una conversione ecologica globale”(n.5), anche “a una passione per la cura del mondo”…”una mistica che ci incoraggia, ci spinge, alimenta e dà senso all’agire personale e comunitario” (n.216). Nella Fratelli tutti è stato ancora più radicale: “siamo sulla stessa barca, o ci salviamo tutti o nessuno si salverà” (n. 32).

Credo che gli elementi delle due encicliche ecologiche di Papa Francesco possano servire da ispirazione.

La prima cosa è per la missione [della Chiesa] di essere samaritana e custode di tutta la vita. Ma da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, ripetuto spesso negli incontri con i movimenti sociali, sia a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia sia anche a Roma:

  «Non aspettatevi niente dall’alto perché c’è sempre qualcosa di uguale o anche di peggio; cominciate da voi stessi», «dal basso, da ognuno di voi, per lottare per ciò che c’è di più concreto e locale, fino all’ultimo lembo del paese e del mondo» (Fratelli Tutti n.78). Il Papa suggerisce ciò che oggi è in prima linea nel discorso ecologico globale: lavorare il territorio, il bio-regionalismo che consente una vera sostenibilità, con l’agro-ecologia, una democrazia popolare e partecipativa che umanizzi le comunità e articoli il locale con l’universale (Fratelli Tutti n. 147).

Di pari passo con la parabola del buon samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che compaiono sulla scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: «con chi ti identifichi (con l’uomo ferito sulla strada, con il sacerdote, con il levita o con lo straniero, il samaritano, disprezzato dai giudei? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. Con chi di loro ti assomigli? (Fratelli Tutti n.64) Il Buon Samaritano diventa modello di amore sociale e politico (n. 66).

Come mai prima nella storia, la Chiesa, sia locale o universale, deve mostrarsi samaritana perché milioni e milioni sono caduti sulle strade, come i 33 milioni di affamati in Brasile o che muoiono di malattie causate dalla fame. È crudele constatare che l’1% dell’umanità possiede più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. Loro sono crudeli e spietati…

Le Chiese si sono dimostrate samaritane, soprattutto con i più vulnerabili. Un’immensa ondata di solidarietà si è manifestata nei movimenti cristiani che hanno offerto centinaia di tonnellate di prodotti agro-ecologici e milioni di piatti di cibo agli emarginati delle periferie urbane.

Curiosamente, il Papa Francesco, nell’arco del nuovo paradigma della fraternità universale e dell’amore sociale, dà un significato politico a dimensioni che sono sempre state trattate nel campo della soggettività, come la tenerezza, la cura e la gentilezza. Afferma che «in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: verso i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono ammorbidirci e avere il ‘diritto’ di riempire la nostra anima e il nostro cuore; sì, sono nostri fratelli e sorelle e come tali dobbiamo amarli e trattarli cosi» (Fratelli Tutti n.194)

Lui si chiede cosa sia la tenerezza e risponde: «è l’amore che si fa vicino e concreto; è un movimento che viene dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani» (Fratelli Tutti n.196).

Allo stesso modo, definisce la gentilezza nel suo aspetto politico, che significa «uno stato d’animo che non è duro, aspro, maleducato, ma affabile, gentile, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere la loro esistenza più sopportabile” (Fratelli Tutti n.223). Questa è una sfida per i politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare una rivoluzione della tenerezza. Allo stesso modo, lui vede la solidarietà come un modo per “prendersi cura della fragilità umana” (Fratelli Tutti n.115).

L’essenza della Chiesa, le cui radici si trovano nella comunione delle tre Persone divine, risiede nella communio e non nella sacra potestas. Il Papa Francesco, soprattutto nella Laudato Sì, lo traduce in termini di ecologia moderna e fisica quantistica: un filo conduttore percorre tutto il testo, sostenendo «che tutto è in relazione e nulla esiste al di fuori della relazione» (LS n.117;120).

La missione della Chiesa è costruire ponti, ponti affettivi tra tutti e con la natura. È ricostruire le relazioni interrotte dall’individualismo della cultura del capitale. Infatti, la bio-antropologia e la psicologia evolutiva hanno chiarito che l’essenza specifica dell’essere umano è cooperare e relazionarsi con tutti. Non esiste un gene egoista, formulato da Dawkins alla fine degli anni ’60 del secolo scorso senza alcuna base empirica. Tutti i geni sono correlati tra loro e all’interno delle cellule. In questo senso, l’individualismo, valore supremo della cultura del capitale, è innaturale e non ha alcun supporto biologico.

Un altro punto fondamentale della missione samaritana della Chiesa è la cura di tutto il creato. La cura essenziale appartiene a tutti gli esseri viventi e, secondo l’antica favola della cura, dello schiavo Igino, approfondita da Martin Heideger nel suo ‘Essere e Tempo’, la cura è l’essenza dell’umano senza la quale nessuno sopravvivrebbe.

La cura è anche una costante cosmologica: le quattro forze che sostengono l’universo (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e nucleare forte) agiscono sinergicamente con estrema cura, senza la quale non saremmo qui a riflettere su queste cose.

La cura presuppone una relazione amichevole della vita, protettiva di tutti gli esseri perché li vede come un valore in sé, indipendente dall’uso umano. È stata l’incuria nei confronti della natura, devastandola, che ha fatto sì che i virus perdessero il loro habitat, conservatosi per migliaia di anni, e si trasmettessero agli esseri umani. L’eco-femminismo ha dato un contributo significativo alla conservazione della vita e della natura con l’etica della cura, perché la cura acquista una densità speciale nelle donne.

Un altro punto fondamentale nella missione della Chiesa è la solidarietà. È al centro della nostra umanità ed è di per sé un valore ecclesiologico, come si può vedere nelle comunità della Chiesa primitiva.

I bio-antropologi ci hanno rivelato che, quando i nostri antenati antropoidi cercavano il loro cibo, non lo mangiavano isolatamente. Loro lo portavano nel gruppo e servivano tutti a cominciare dai più piccoli, poi i più vecchi e poi tutti gli altri. Da qui nacque la commensalità e un senso di cooperazione e solidarietà. È stata la solidarietà che ci ha permesso di fare il salto dall’animalità all’umanità. Ciò che valeva ieri vale anche oggi.

Questa solidarietà non esiste solo tra gli umani. È un’altra costante cosmologica: tutti gli esseri convivono, sono coinvolti in reti di relazioni di reciprocità e solidarietà affinché tutti possano aiutarsi a vivere e co-evolvere. Anche i più deboli, con la collaborazione degli altri, sopravvivono, hanno il loro posto nel gruppo degli esseri e co-evolvono.

Il sistema del capitale non conosce la solidarietà, solo la concorrenza che produce tensioni, rivalità e una vera e propria distruzione degli altri concorrenti, basandosi su una maggiore accumulazione.

Oggi il più grande problema dell’umanità non è economico, né politico, né culturale, né religioso, ma la mancanza di solidarietà con gli altri esseri umani che sono al nostro fianco. Il capitalismo non ama le persone, solo la loro capacità di produzione e consumo.

Come cristiani, seguendo Gesù, dobbiamo fare del fatto della solidarietà essenziale una scelta cosciente: solidarietà con gli ultimi e invisibili, con coloro che non contano per il sistema vigente e sono considerati come zeri economici, sacrificabili. Qui sta la base spirituale e teologica della Teologia della Liberazione, il cui asse centrale è l’opzione per i poveri, contro la loro povertà e in favore della loro liberazione.

Qual è il progetto sociale sognato da Papa Francesco, basato sulla fraternità universale e sull’amore sociale? Ciò che risulta dai suoi testi e dalle sue dichiarazioni è una società bio-centrica. La vita con tutta la sua diversità non è più centrale. L’economia e la politica sono al vostro servizio perché questa vita si mantenga sulla Terra, la Terra sia intesa come Madre viva e generosa.

Tutto questo non può essere solo un progetto formulato intellettualmente con tutte le risorse tecniche e scientifiche a nostra disposizione. Dobbiamo incorporare qualcosa di fondamentale: la ragione cordiale o sensibile. È questo tipo di intelligenza che risiede nel mondo dell’eccellenza, che ci muove e incoraggia l’etica, la spiritualità e la cura in modo tale da costruire un legame affettivo con Madre Terra, Pachamama o Gaia.

La ragione intellettuale, importante per spiegare la complessità delle nostre società, ha solo circa 7-8 milioni di anni. La ragione cordiale o sensibile ha circa 2020 milioni di anni ed è emersa quando i mammiferi sono apparsi nel processo di evoluzione. La madre, nel partorire la sua creazione, la ama, la custodisce e la difende. Noi umani siamo mammiferi razionali, pieni di affetto, cura e affetto per i nostri figli e figlie.

Oggi questa dimensione affettiva è praticamente assente nei processi tecnico-scientifici, tipici del nostro paradigma moderno. È importante arricchire la ragione intellettuale con una ragione sensibile e cordiale per condurci all’amore e alla cura della Terra e della natura. Nella sua enciclica Laudato Si, il Papa Francesco mostra poeticamente più volte questo motivo cordiale e sensibile. Egli vede in San Francesco “l’esempio per eccellenza della cura… aveva un cuore universale” (LS n.10). Altrove dice con profonda cordialità: “Tutto è in relazione e tutti noi, esseri umani, camminiamo insieme come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio… che ci unisce con tenerezza anche a fratello Sole, alla sorella Luna, al fratello fiume e alla Madre Terra” (LS n.92;86).

Senza riscattare i diritti del cuore, non ci impegneremo per la salvezza della “gente comune”, né stabiliremo un legame affettivo con la sorella foresta, con la sorella acqua, infine, con tutti gli esseri della natura di cui siamo parte.

Uniti nel cuore e nella mente, possiamo dare sostenibilità al progetto di una civiltà bio-centrica. Il prossimo passo per l’umanità è iniziare a plasmare questo tipo di civiltà, che sarà in grado di garantire un futuro benedetto per la nostra Casa Comune, natura compresa.

Concludo con una frase del libro della Sapienza, citata dal Papa nell’enciclica Laudato Sì: “Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita» (Sb 11,24.26). Un Dio appassionato amante della vita non permetterà che i suoi figli e le sue figlie periscano così miseramente. Speriamo che ci siano cambiamenti sostanziali nella coscienza dell’umanità, di fronte alle minacce che potrebbero sterminarla, che sia, insomma, “una conversione ecologica globale” (LS n.5) e così continueremo a vivere e risplendere su questo piccolo e radioso pianeta Terra, nostra Grande Madre e nostra Casa Comune Dixit et salvavi animam meam.

*Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore. Ha scritto: Ecologia: grito da Terra-grito dos pobres, Vozes 2000; con il cosmologo Mark Hathaway, The Tao of Liberation: Exploring Transformational Ecology, New York 2010.

Il rischio di distruggere il nostro futuro

Nel luglio 2021 il grande pensatore della complessità Edgard Morin ha compiuto 100 anni. Attento osservatore del corso del mondo, ci ha consegnato un libro Réveillons-nous! – Risvegliamoci! pieno di saggi e severi avvertimenti. Ha riassunto il suo pensiero in un’intervista a Jules de Kiss, pubblicata il 26 marzo 2022 su Franceinfo e riprodotta in portoghese dall’IHU il 4 aprile 2022. Lettore abituale dei suoi scritti, questa intervista ha ispirato il presente articolo.

Morin avverte quello che ripeto da tempo: dobbiamo stare attenti, cercare di vedere e capire cosa sta succedendo. La stragrande maggioranza, compresi i capi di stato, sono incoscienti delle gravi minacce che gravano sul pianeta Terra, sulla vita e il nostro futuro. Sembrano sonnambuli o zombi, ossessionati dall’idea di una crescita economica sempre in aumento, oltre che dalla sicurezza e dalla maggiore costruzione di armi di distruzione di massa.

Viviamo sotto diverse crisi, tutte gravi: la più immediata è la pandemia che ha colpito l’intero pianeta, il cui significato ultimo non è stato ancora individuato. Per me è un segno che la Terra viva ha mandato ai suoi figli e figlie: «non potete continuare con il saccheggio sistematico della comunità di vita in cui s’incontrano gli habitat dei vari virus che negli ultimi anni hanno devastato regioni del pianeta». Con il Covid-19 è stato colpito l’intero pianeta, non altri esseri viventi e domestici. È un segno che non viene letto dalla maggioranza dell’umanità, né dagli analisti, concentrati sui vaccini e sulle cure necessarie. Chi si interroga sul contesto in cui è apparso il virus? È una conseguenza dell’assalto degli esseri umani alla natura, soprattutto con il disboscamento di vaste regioni, distruggendo la casetta dove abitano i virus che sono passati ad altri animali e da loro a noi.

La crisi climatica è grave, perché se non ce ne occupiamo entro il 2030, il riscaldamento può raggiungere 1,5 gradi Celsius o più, compromettendo la maggior parte degli organismi viventi e gran parte dell’umanità. Insieme a questo arriva il Sovraccarico della Terra (Earth Oveshoot) che si è verificato il 29 luglio 2021: i beni e servizi importanti per la vita stanno finendo. Già ora, abbiamo bisogno di 1,7 Terra per soddisfare il tipo di consumo, principalmente, delle classi abbienti. Si sottrae alla Terra ciò che essa non può più dare. Essa reagisce aumentando il riscaldamento, gli eventi estremi, l’erosione della biodiversità e più conflitti sociali.

Ciò che funziona come una spada di Damocle è la possibilità di una guerra nucleare che può distruggere tutta la vita e gran parte dell’umanità. Morin scrive: “Penso che siamo entrati in un nuovo periodo. Per la prima volta nella storia, l’umanità corre il rischio di annientamento, forse non totale – ci saranno alcuni sopravvissuti, come in Mad Max – ma una sorta di “ripartenza” da zero in condizioni sanitarie senza dubbio terribili. La guerra in Ucraina ha risuscitato questo spettro, poiché la Russia, come già diceva Gorbachov, può distruggere tutta la vita con solo la metà delle sue testate nucleari. Ma fiducioso che la storia non sia ancora conclusa, Morin afferma speranzoso: “Abbiamo bisogno di sperare l’insperato per sapere come navigare nellincertezza

Tutti conoscono l’erosione delle idee democratiche nel mondo intero. In molti paesi, come il Brasile, si sta imponendo uno spirito autoritario e fascistoide, che fa della violenza fisica e simbolica e della menzogna diretta una forma per governare. La democrazia ha finito di essere un valore universale e una forma per vivere civilmente in comunità. Questo spirito può innescare uno tsunami di guerre regionali di grande distruzione.

Non dimentichiamo il monito di papa Francesco nella Fratelli tutti (2020): «stiamo sulla stessa barca, o ci salviamo tutti o nessuno si salva». Siamo responsabili del nostro futuro e della vita sul pianeta.

Abbiamo la stessa fiducia di Morin che, come la storia ha dimostrato, l’insperato e l’improbabile possano accadere. Già un pre-socratico ci insegnava: “se non speriamo l’insperato, quando arriverà, non ce ne accorgeremo”. E così lo perderemo.

Questa è la nostra fiducia e speranza: siamo nel mezzo di crisi che non devono sfociare in tragedie fatali. Ma possono essere il risveglio di una nuova coscienza e allora, l’occasione per un salto di qualità verso una sorta di pacifica convivenza all’interno dell’unica Casa Comune. Sarà questo il prossimo passo per l’umanità? La grande felicità!

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Meritiamo ancora di continuare sulla Terra?

Riparare la situazione dell’umanità, della Terra vivente, dei suoi ecosistemi, dei rapporti tra nazioni in guerra militarmente o economicamente; nell’Africa tribù che si ammazzano tra loro, tagliando braccia o gambe, una superpotenza come la Russia che massacra un intero popolo parente, foreste che sono devastate come in Amazzonia e Congo…

Quando seguo i resoconti scientifici dei climatologi che dicono che abbiamo già superato il punto critico del riscaldamento e che non si tornerà più indietro e che né la scienza né la tecnologia potranno più salvarci, appena attenuare e, infine, dicono che abbiamo radicalizzato l’antropocene (gli esseri umani sono la grande minaccia per la vita, siamo alla sesta estinzione della vita), siamo passati attraverso il necrocene (morte di massa degli organismi viventi) e ora arriviamo al pirocene (l’era del fuoco sulla Terra), forse la fase più pericolosa per la nostra sopravvivenza.

I terreni hanno perso la loro umidità, le pietre si sono surriscaldate e foglie e ramoscelli secchi stanno iniziando a provocare incendi spaventosi, come è successo nel 2022 in tutta Europa, persino nell’umida Siberia, in Australia, in California e, specialmente, in Amazzonia. E ancora di più, quando vedo che capi di stato e dirigenti di grandi aziende (CEO) occultano tali dati o non danno loro importanza per non danneggiare gli affari, si stanno scavando la fossa. Ancora peggio quando OXFAM e altre organizzazioni ci mostrano che solo l’1% della popolazione mondiale controlla praticamente tutto il flusso della finanza e che possiede più ricchezza di oltre la metà della popolazione mondiale (pari a 4,7 miliardi) e che nel Brasile, secondo FORBES , 318 miliardari possiedono gran parte della ricchezza in fabbriche, terreni, investimenti, holding, banche, ecc. in un paese nel quale 33 milioni soffrono la fame e 110 milioni s’incontrano in uno stato di insufficienza alimentare (mangiano oggi ma non sanno se mangeranno domani o nei giorni seguenti) e milioni di disoccupati o in lavori puramente informali, ci viene subito la domanda inarrestabile: noi umani siamo ancora umani, o viviamo nella preistoria di noi stessi, senza esserci scoperti come uguali, abitanti della stessa Casa Comune?

Con tutte queste disgrazie di cui l’essere umano, in gran parte, si è reso responsabile, merita ancora di vivere su questo pianeta? O la Terra stessa, possiede una sua strategia interna, come ha rivelato il coronavirus: quando una specie minaccia troppo tutte le altre, trova un modo per ridurre il suo furore o addirittura la elimina in modo che le altre specie possano continuare a svilupparsi sul terreno terrestre.

È in questo contesto che ricordo la frase di uno dei più grandi brasiliani della nostra storia, Betinho, che diceva spesso nelle conferenze: il problema più grande non è economico, non è politico, non è ideologico, non è religioso. Il problema più grande è la mancanza di sensibilità dell’essere umano nei confronti del suo simile che è al suo fianco. Abbiamo perso la capacità di avere compassione per chi soffre, di tendere una mano a chi chiede un pezzo di pane o un posto dove dormire in tempi di pioggia torrenziale.

La cultura del capitale ci ha resi individualisti, consumatori e mai vicini e cittadini con diritti, tanto meno ci fa sentire di fatto fratelli e sorelle perché abbiamo le stesse componenti fisico-chimiche uguali in tutti gli esseri viventi, compresi noi umani.

C’è stato uno che più di duemila anni fa è passato tra noi insegnandoci a vivere l’amore, la solidarietà, la compassione, il rispetto e la riverenza di fronte alla Realtà Suprema, fatta di misericordia e perdono e, a causa di queste verità radicalmente umane, è stato considerato un nemico delle tradizioni religiose, un sovversivo dell’ordine etico del tempo e finì assassinato e innalzato in cima alla croce, fuori dalla città che era simbolo di maledizione e abbandono da parte di Dio. Lui ha sopportato tutto questo in solidarietà con i suoi fratelli e sorelle.

Ancora oggi il suo messaggio rimane. In gran parte, è stato tradito o spiritualizzato per devitalizzare il suo carattere trasformatore e mantenere il mondo cosi com’è, con i suoi poteri e le sue infernali disuguaglianze. Ma altri, pochi, hanno seguito e seguono ancora i suoi esempi, la sua pratica e il suo amore incondizionato. Molti di questi a causa di ciò conoscono il suo stesso destino: la calunnia, il disprezzo e l’eliminazione fisica. Ma, io credo che Dio ancora si trattiene e non ci fa sparire, grazie a questi pochi.

Pur con questa convinzione, di fronte a questo quadro cupo, mi vengono in mente le parole del libro della Genesi: “Il Signore vide quanto fosse cresciuta la malvagità degli uomini sulla terra e come tutti i progetti del loro cuore tendessero solo a il male. Allora il Signore si pentì di aver creato gli esseri umani sulla terra e ebbe il cuore spezzato. Allora il Signore disse: sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e con lui gli animali, i rettili e anche gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli creati» (Gn 6, 5-7).

Queste parole scritte più di 3-4 mila anni fa sembrano descrivere la nostra realtà. Posto nel giardino dell’Eden (la Terra vivente) per custodirlo e prendersene cura, l’essere umano è diventato la sua più grande minaccia. Non bastava essere omicida come Caino, né etnocida con lo sterminio di interi popoli nelle Americhe e in Africa. È diventato ecocida, devastando e desertificando interi ecosistemi. E ora irrompe come biocida, mettendo in pericolo la vita della biosfera e la vita umana stessa.

Bisogna dirlo chiaramente che esta situacione dramática non è fruto dell’umanità. I suoi causatori sono le grandi corporazioni con i suoi tecnici, c’è il sistema de produzione industriale senza mesura che già funziona furiosamente da 300 anni exauriendo la naturaleza, como un robot che non se può fermanre. Loro sono gli ecoasasini della Terra e della vita.

Qui vale la pena citare i resoconti scientifici di una grande giornalista nordamericana, Elzabeth Kolbert. Dopo aver scritto il pluripremiato libro The Sixth Mass Extinction: an innatural history, ha appena pubblicato The White Sky: the nature of the future. Qui descrive i disperati tentativi degli scienziati di evitare il disastro totale come effetto del riscaldamento globale, che cresce di giorno in giorno; solo nel 2021 sono state immesse in atmosfera 40 miliardi di tonnellate di CO2. Questi scienziati propongono con la geo-ingegneria di bloccare in gran parte il sole in modo che smetta di riscaldare il pianeta. Il cielo diventerà bianco. Quali sarebbero tali conseguenze, soprattutto per la biosfera, per la fotosintesi e per tutto ciò che dipende dal sole? Ecco perché questa tecnologia è messa in discussione. Creerebbe più problemi di quelli che vuole risolvere.

Concludo con l’osservazione di uno dei più grandi naturalisti, Théodore Jacob, che ha scritto un intero libro esattamente con questo titolo: “E se l’avventura umana fallisse” (2000). Alla base del suo presupposto c’è la spaventosa capacità distruttiva degli esseri umani, perché “sono capaci di una condotta insensata e demenziale; a partire d’ora si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano» (edizione francese, p. 246).

Sono un pessimista pieno di speranza. Pessimista di fronte alla realtà perversa in cui viviamo e soffriamo. Pieno di speranza perché credo che l’essere umano possa cambiare sulla base di una nuova coscienza e nel Creatore che, da questa crisi ed eventualmente da una rovina, possa costruire un tipo di esseri umani, più fraterni tra loro e rispettosi della Casa Comune.

Leonardo Boff eco-teologo.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)