Meritiamo ancora di continuare sulla Terra?

Riparare la situazione dell’umanità, della Terra vivente, dei suoi ecosistemi, dei rapporti tra nazioni in guerra militarmente o economicamente; nell’Africa tribù che si ammazzano tra loro, tagliando braccia o gambe, una superpotenza come la Russia che massacra un intero popolo parente, foreste che sono devastate come in Amazzonia e Congo…

Quando seguo i resoconti scientifici dei climatologi che dicono che abbiamo già superato il punto critico del riscaldamento e che non si tornerà più indietro e che né la scienza né la tecnologia potranno più salvarci, appena attenuare e, infine, dicono che abbiamo radicalizzato l’antropocene (gli esseri umani sono la grande minaccia per la vita, siamo alla sesta estinzione della vita), siamo passati attraverso il necrocene (morte di massa degli organismi viventi) e ora arriviamo al pirocene (l’era del fuoco sulla Terra), forse la fase più pericolosa per la nostra sopravvivenza.

I terreni hanno perso la loro umidità, le pietre si sono surriscaldate e foglie e ramoscelli secchi stanno iniziando a provocare incendi spaventosi, come è successo nel 2022 in tutta Europa, persino nell’umida Siberia, in Australia, in California e, specialmente, in Amazzonia. E ancora di più, quando vedo che capi di stato e dirigenti di grandi aziende (CEO) occultano tali dati o non danno loro importanza per non danneggiare gli affari, si stanno scavando la fossa. Ancora peggio quando OXFAM e altre organizzazioni ci mostrano che solo l’1% della popolazione mondiale controlla praticamente tutto il flusso della finanza e che possiede più ricchezza di oltre la metà della popolazione mondiale (pari a 4,7 miliardi) e che nel Brasile, secondo FORBES , 318 miliardari possiedono gran parte della ricchezza in fabbriche, terreni, investimenti, holding, banche, ecc. in un paese nel quale 33 milioni soffrono la fame e 110 milioni s’incontrano in uno stato di insufficienza alimentare (mangiano oggi ma non sanno se mangeranno domani o nei giorni seguenti) e milioni di disoccupati o in lavori puramente informali, ci viene subito la domanda inarrestabile: noi umani siamo ancora umani, o viviamo nella preistoria di noi stessi, senza esserci scoperti come uguali, abitanti della stessa Casa Comune?

Con tutte queste disgrazie di cui l’essere umano, in gran parte, si è reso responsabile, merita ancora di vivere su questo pianeta? O la Terra stessa, possiede una sua strategia interna, come ha rivelato il coronavirus: quando una specie minaccia troppo tutte le altre, trova un modo per ridurre il suo furore o addirittura la elimina in modo che le altre specie possano continuare a svilupparsi sul terreno terrestre.

È in questo contesto che ricordo la frase di uno dei più grandi brasiliani della nostra storia, Betinho, che diceva spesso nelle conferenze: il problema più grande non è economico, non è politico, non è ideologico, non è religioso. Il problema più grande è la mancanza di sensibilità dell’essere umano nei confronti del suo simile che è al suo fianco. Abbiamo perso la capacità di avere compassione per chi soffre, di tendere una mano a chi chiede un pezzo di pane o un posto dove dormire in tempi di pioggia torrenziale.

La cultura del capitale ci ha resi individualisti, consumatori e mai vicini e cittadini con diritti, tanto meno ci fa sentire di fatto fratelli e sorelle perché abbiamo le stesse componenti fisico-chimiche uguali in tutti gli esseri viventi, compresi noi umani.

C’è stato uno che più di duemila anni fa è passato tra noi insegnandoci a vivere l’amore, la solidarietà, la compassione, il rispetto e la riverenza di fronte alla Realtà Suprema, fatta di misericordia e perdono e, a causa di queste verità radicalmente umane, è stato considerato un nemico delle tradizioni religiose, un sovversivo dell’ordine etico del tempo e finì assassinato e innalzato in cima alla croce, fuori dalla città che era simbolo di maledizione e abbandono da parte di Dio. Lui ha sopportato tutto questo in solidarietà con i suoi fratelli e sorelle.

Ancora oggi il suo messaggio rimane. In gran parte, è stato tradito o spiritualizzato per devitalizzare il suo carattere trasformatore e mantenere il mondo cosi com’è, con i suoi poteri e le sue infernali disuguaglianze. Ma altri, pochi, hanno seguito e seguono ancora i suoi esempi, la sua pratica e il suo amore incondizionato. Molti di questi a causa di ciò conoscono il suo stesso destino: la calunnia, il disprezzo e l’eliminazione fisica. Ma, io credo che Dio ancora si trattiene e non ci fa sparire, grazie a questi pochi.

Pur con questa convinzione, di fronte a questo quadro cupo, mi vengono in mente le parole del libro della Genesi: “Il Signore vide quanto fosse cresciuta la malvagità degli uomini sulla terra e come tutti i progetti del loro cuore tendessero solo a il male. Allora il Signore si pentì di aver creato gli esseri umani sulla terra e ebbe il cuore spezzato. Allora il Signore disse: sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e con lui gli animali, i rettili e anche gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli creati» (Gn 6, 5-7).

Queste parole scritte più di 3-4 mila anni fa sembrano descrivere la nostra realtà. Posto nel giardino dell’Eden (la Terra vivente) per custodirlo e prendersene cura, l’essere umano è diventato la sua più grande minaccia. Non bastava essere omicida come Caino, né etnocida con lo sterminio di interi popoli nelle Americhe e in Africa. È diventato ecocida, devastando e desertificando interi ecosistemi. E ora irrompe come biocida, mettendo in pericolo la vita della biosfera e la vita umana stessa.

Bisogna dirlo chiaramente che esta situacione dramática non è fruto dell’umanità. I suoi causatori sono le grandi corporazioni con i suoi tecnici, c’è il sistema de produzione industriale senza mesura che già funziona furiosamente da 300 anni exauriendo la naturaleza, como un robot che non se può fermanre. Loro sono gli ecoasasini della Terra e della vita.

Qui vale la pena citare i resoconti scientifici di una grande giornalista nordamericana, Elzabeth Kolbert. Dopo aver scritto il pluripremiato libro The Sixth Mass Extinction: an innatural history, ha appena pubblicato The White Sky: the nature of the future. Qui descrive i disperati tentativi degli scienziati di evitare il disastro totale come effetto del riscaldamento globale, che cresce di giorno in giorno; solo nel 2021 sono state immesse in atmosfera 40 miliardi di tonnellate di CO2. Questi scienziati propongono con la geo-ingegneria di bloccare in gran parte il sole in modo che smetta di riscaldare il pianeta. Il cielo diventerà bianco. Quali sarebbero tali conseguenze, soprattutto per la biosfera, per la fotosintesi e per tutto ciò che dipende dal sole? Ecco perché questa tecnologia è messa in discussione. Creerebbe più problemi di quelli che vuole risolvere.

Concludo con l’osservazione di uno dei più grandi naturalisti, Théodore Jacob, che ha scritto un intero libro esattamente con questo titolo: “E se l’avventura umana fallisse” (2000). Alla base del suo presupposto c’è la spaventosa capacità distruttiva degli esseri umani, perché “sono capaci di una condotta insensata e demenziale; a partire d’ora si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano» (edizione francese, p. 246).

Sono un pessimista pieno di speranza. Pessimista di fronte alla realtà perversa in cui viviamo e soffriamo. Pieno di speranza perché credo che l’essere umano possa cambiare sulla base di una nuova coscienza e nel Creatore che, da questa crisi ed eventualmente da una rovina, possa costruire un tipo di esseri umani, più fraterni tra loro e rispettosi della Casa Comune.

Leonardo Boff eco-teologo.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Si rifiutano di vivere nella democracia: il senso del golpe demenziale in Brasilia

Sono molti gli interrogativi sollevati dal fallito golpe dell’8 gennaio a Brasilia. Storditi, ci chiediamo come siamo potuti arrivare a questo livello di barbarie al punto da distruggere i simboli del governo di una nazione: i tre poteri, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario? Questo non accade per caso. È una conseguenza di precedenti fattori storici e sociali che si sono concretizzati negli atti di vandalismo all’interno dei tre palazzi.

Filosoficamente possiamo dire che la dimensione del demens (follia, eccesso, assenza della giusta misura) ha soffocato l’altra dimensione del sapiens (della razionalità, dell’equilibrio) che sempre l’accompagna, perché questa è la condizione umana. Si è verificato che il demens ha prevalso sul sapiens e ha inondato la coscienza di numerosi gruppi umani.

Questo fatto mostra il lato perverso della cordialità descritta da Sérgio Buarque de Holanda quando in Raízes do Brasil (1936) parla del brasiliano come di un uomo cordiale. La maggior parte degli analisti dimentica la nota a piè di pagina che l’autore fa quando spiega che la cordialità viene dal cuore. In questo cuore c’è la gentilezza, la buona volontà, l’ospitalità. Ma c’è anche l’odio, il male e la violenza. Entrambi hanno il loro quartier generale nel cuore dei brasiliani.

Il popolo brasiliano ha mostrato la cordialità in queste due dimensioni, quella luminosa e quella oscura. A Brasilia è disceso lo spirito della pura demenza, senza alcun accenno di razionalità, distruggendo gli organismi che rappresentavano la democrazia e la repubblica.

Perché è scoppiata la demenza? È il frutto di una storia demenziale iniziata con il genocidio dei popoli originari, si è impiantata la colonia come una impresa commerciale, un’azienda per fare soldi e non per fondare una nazione. Ciò si è aggravato oltre misura per i 300 anni di schiavitù, quando le persone sradicate dall’Africa sono state rese qui cose, animali da lavoro, schiavi sottoposti a ogni tipo di sfruttamento e violenza al punto che la loro età media, secondo Darcy Ribeiro, non superava i 22 anni, tale fu la brutalità che subirono. L’abolizione della schiavitù li ha gettati nelle mani della provvidenza, per strada e nelle favela senza alcuna tutela. Questo debito grida al cielo fino ad oggi.

Terminata la colonizzazione, il popolo brasiliano, nelle parole del grande storico mulatto Capistrano de Abreu, “ha resistito ed è stato riconquistato, ha sanguinato e risanguinato”. Questa logica non è stata abolita in quanto è presente nei 30 milioni di affamati, nei 110 milioni con insufficienza alimentare e con più della metà della nostra popolazione (54% di origine africana) povera che vive nelle periferie delle città, nelle favela e in condizioni disumane.

I padroni del potere, “l’élite dell’arretratezza” come la chiama giustamente Jessé Souza, hanno sempre controllato il potere politico anche nelle varie fasi della repubblica e nei pochi periodi di democrazia rappresentativa. Le classi abbienti hanno fatto tra loro una politica di conciliazione, mai di riforme e di inclusione. Logicamente, sono state create diverse costituzioni, ma quando hanno regolato e limitato l’avidità dei potenti?

Il nostro capitalismo è uno dei più selvaggi del mondo, al punto che Chomsky ha detto: Il Brasile è una specie di caso speciale; raramente ho visto un paese in cui elementi dell’élite nutrono un tale disprezzo e odio per i poveri e i lavoratori”. Non si è mai lasciato civilizzare. Non c’è stata quasi lotta di classe perché loro [l’elite al potere] l’hanno schiacciata spietatamente con la violenza (sostenuti dal braccio militare).

Abbiamo avuto e abbiamo a democrazia, ma sempre è stata fragile ed è stata ed è continuamente minacciata, come si è visto nei vari golpe contro Vargas, Jango, Dilma Rousseff e l’8 gennaio di quest’anno. M è sempre risorta.

Bisogna tener conto di tutto questo per avere un quadro che ci faccia capire il recente golpe demenziale e frustrato. Vale la pena notare l’osservazione di Veríssimo su Twitter: l’anti-petismo non è nuovo, l’anti-popolo è nel DNA della classe dominante. Questa non ha mai permesso a chi veniva dal piano più basso di salire a un altro, occupando il centro del potere, come è successo con Lula/Dilma e ancora con Lula nel 2023. Ha fatto ogni tipo di opposizione e manovre golpiste, appoggiata dal braccio ideologico della grande stampa aziendale.

C’è un altro punto da considerare: la cultura del capitale ha esasperato l’individualismo, la ricerca del benessere individuale o aziendale, mai di un intero popolo. Tale ethos ha permeato la società, i processi di socializzazione, le scuole, le menti e i cuori delle persone meno critiche. Siamo tutti, in un certo senso, ostaggi della cultura del capitale perché ci costringe a consumare beni superflui e si è impiantata in tutto il mondo, generando la disgrazia planetaria, gettando nell’emarginazione gran parte dell’umanità e mettendo a rischio la vita sul pianeta Terra. [La cultura del capitale] ha creato consumatori e non cittadini.

La dittatura di questo individualismo ha portato molti, a migliaia a non voler vivere insieme. Preferiscono le loro ‘Alfa Villes’ e i loro quartieri chiusi, riservati ai ricchi e speculatori. Ora, una società non esiste e non si sostiene senza un patto sociale. Si esprime attraverso un certo ordine sociale, materializzato in una Costituzione e nelle leggi che tutti si impegnano ad accettare. Ma sia la Costituzione, sia le leggi sono continuamente violate, poiché l’individualismo ha minato il senso del rispetto delle leggi, delle persone e dell’ordine concordato.

Coloro che stanno dietro al tentativo di Brasilia sono quei tipi di persone che si considerano al di sopra dell’ordine esistente. Ci sono persone di tutte le classi, ma principalmente rappresentanti del grande capitale. Non dimentichiamo l’ultimo rapporto di Forbes che dava i dati sugli opulenti brasiliani: 315 miliardari, la maggior parte dei quali vive di rendita piuttosto che di produzione di beni di consumo.

Il principale fattore che ha creato le condizioni per questo golpe fallito è stata l’atmosfera creata da Jair Bolsonaro, che ha suscitato la dimensione demenziale in milioni di persone, presi da odio, truculenza, discriminazione di ogni tipo e vile disprezzo per i poveri e gli emarginati. A loro va attribuita la responsabilità principale per l’avvelenamento della nostra società con tratti di disumanità, regressione a modelli sociali vecchi e non contemporanei. Nemmeno la religione è sfuggita a questa pestilenza, soprattutto nei gruppi di chiese neo-pentecostali e anche nei gruppi di cattolici conservatori e reazionari.

Grazie alla rapida determinazione dei ministri del Supremo Tribunal Federal e del Tribunal Superior Eleitoral, in particolare del ministro Moraes e nel caso del golpe, l’azione rapida e intelligente del ministro della Giustizia Flávio Dino che ha convinto il presidente Lula, vista la gravità della questione, a ordinare un intervento federale in materia di sicurezza nel Distretto Federale di Brasilia. Così, all’ultimo momento, si è riusciti a far abortire il golpe. La stupidità degli invasori dei tre Palazzi della Democrazia e le distruzioni che vi hanno perpetrato, hanno frenato la giunta militare che, secondo il piano svelato del golpe, avrebbe assunto il potere sotto forma di dittatura con l’arresto di tutti i ministri, la chiusura del Congresso e atti di repressione già conosciuti nella nostra storia.

La democrazia può avere i suoi difetti e limiti, ma è ancora la migliore forma per permetterci di vivere insieme, come cittadini partecipativi e con la garanzia di diritti. Senza di essa, scivoliamo fatalmente nella barbarie e nella disumanizzazione delle relazioni personali e sociali. Questa democrazia deve essere costruita giorno per giorno, essere quotidiana, aperta all’arricchimento e trasformarsi in una vera cultura permanente.

Leonardo Boff Abitare la Terra: vie per la fraternità universale, Castelvecchi, Roma 2021

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Boff: «Quella porta sbattuta in faccia alla modernità»

INTERVISTA. Il suo sogno, rievangelizzare l’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto medievale, un’umiliazione per i teologi della liberazione

Boff: «Quella porta sbattuta  in faccia alla modernità»

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Leonardo Boff – foto Ap

Nuovo!

Claudia Fanti

Era il 7 settembre del 1984 e Leonardo Boff sedeva come imputato dinanzi al prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede Joseph Ratzinger, in quello che appariva a tutti gli effetti come un moderno processo per eresia. Sotto accusa c’era il suo libro Chiesa: carisma e potere, di cui l’ex Sant’uffizio aveva evidenziato aspetti «tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede».

Ma nel mirino del Vaticano non c’era solo un libro: c’era piuttosto quella Teologia della Liberazione (TdL), che, nata dalla realtà dei poveri (interpretata con l’ausilio delle scienze sociali e dell’analisi marxiana della storia) e diretta alla loro liberazione, aveva subito messo in allarme i centri più sensibili del potere politico e religioso.

Sarebbe stato, aveva garantito Ratzinger, un «colloquio tra fratelli» – con gli occhi del mondo puntati su Roma non era il caso di evocare immagini inquisitoriali -, ma l’esito era già scritto. L’anno successivo Boff sarebbe stato punito con l’obbligo del silenzio ossequioso. E nel 1992, in seguito alla minaccia di ulteriori provvedimenti disciplinari, avrebbe abbandonato l’Ordine dei Francescani e rinunciato al sacerdozio, pur continuando infaticabilmente a svolgere la sua attività di teologo della liberazione. Oggi, di fronte alla morte del suo persecutore, dice di non provare alcun risentimento, evidenziando solo la necessità di una «lettura oggettiva» del pensiero e dell’azione di Ratzinger.

Per Benedetto XVI sono state spese grandi parole di elogio. Lei che, insieme a tanti altri, ha pagato di persona la persecuzione vaticana, come reagisce di fronte ai commenti di questi giorni?
È normale parlare bene dei morti, soprattutto se si tratta di un papa. Tuttavia, la teologia, non potendo sottrarsi a una lettura oggettiva e critica, deve avere il coraggio di mostrare anche le ombre di Benedetto XVI. Era un teologo progressista e stimato quando insegnava in Germania. Ma poi si era lasciato contaminare dal virus conservatore della millenaria istituzione ecclesiastica, fino ad abbracciare, in alcuni aspetti, posizioni reazionarie e fondamentaliste. Basti pensare alla dichiarazione Dominus Iesus del 2000, nella quale rilanciava la vecchia tesi medievale, superata dal Vaticano II, secondo cui “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”: Cristo è l’unica via di salvezza e la Chiesa è il pedaggio esclusivo. Nessuno percorrerà il cammino se prima non pagherà il pedaggio. Quanto alle Chiese non cattoliche, non sarebbero «Chiese in senso proprio», ma solo «comunità separate». Una porta sbattuta in faccia all’ecumenismo. Il suo sogno era quello di una rievangelizzazione dell’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto risibile e impraticabile, dovendo fare piazza pulita di tutte le conquiste della modernità. Ma Ratzinger era un rappresentante della vecchia cristianità medievale.

C’è stata poi la condanna della Teologia della Liberazione.
Per noi teologi latinoamericani è stata una grande ferita il fatto che egli avesse proibito a decine di teologi e teologhe di tutto il continente di produrre una collana di 53 volumi, dal titolo Teologia della Liberazione, come sussidio per studenti, comunità di base e operatori di pastorale impegnati nella prospettiva dei poveri. Era chiaro che egli non volesse saperne di una teologia elaborata a partire dalle periferie. Per i poveri fu uno scandalo, per noi teologi, appoggiati da centinaia di vescovi, un’umiliazione.

Ratzinger ha pubblicato due Istruzioni sulla TdL. La prima molto dura, nel 1984. La seconda, due anni dopo, dai toni più morbidi, scritta sotto la pressione dei cardinali brasiliani Arns e Lorscheider. Ed è proprio nel 1984 che lei ha subito il processo davanti alla Congregazione della Dottrina della fede.
Il processo si concluse con l’imposizione di un “silenzio ossequioso”, un eufemismo per indicare il divieto di parlare, di insegnare, di svolgere qualsiasi attività teologica. Ma non provo alcun risentimento ripensando a quei giorni turbolenti: il fatto di aver abbracciato la causa dei poveri, i prediletti del Gesù storico, mi faceva sentire sicuro. Inoltre quel processo, seguito dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo, aveva offerto un’enorme opportunità per far conoscere la TdL. Tutti compresero che in gioco non c’era solo una teologia, ma la posizione della Chiesa dinanzi al dramma dei poveri e degli oppressi. Con la censura e la persecuzione di tanti teologi, da Gustavo Gutiérrez a Jon Sobrino, Ratzinger non ha offerto un buon esempio: non ha ascoltato il clamore dei poveri, ha condannato i loro amici e alleati e ha frainteso la TdL. Guai a chi non si colloca al lato dei poveri, perché saranno loro a giudicarci.

Cosa ha comportato questo fraintendimento?
Il mancato appoggio di Ratzinger alla TdL ha fatto vacillare molti cristiani. Tanto più in quanto ai teologi nella linea della liberazione era vietato offrire consulenze pastorali ai vescovi e persino accompagnare le comunità di base. È stata negata loro la gioia di lavorare nella pastorale e di insegnare teologia. Ratzinger è stato un fattore di divisione all’interno della nostra Chiesa latinoamericana.

Come valuta il suo pontificato?
Benedetto XI ha dato continuità all’inverno ecclesiale avviato da Giovanni Paolo II con l’abbandono delle riforme del Concilio. Con il «ritorno alla grande disciplina» da lui promosso ha persino accentuato questa tendenza. Basti pensare alla reintroduzione della messa in latino. Ha concepito la Chiesa come un castello fortificato contro gli errori della modernità, dal relativismo al marxismo fino alla perdita della memoria di Dio nella società. Ha posto al centro la Verità, con la sua difesa dell’ortodossia. Privo di capacità di governo, ha seminato nella Chiesa più paura che gioia, più controllo che libertà. Era una persona affabile e delicata, ma senza il carisma del suo predecessore. Tuttavia, per le sue virtù personali e la sofferenza che ha patito, sono certo che verrà accolto tra i beati.

Come ha interpretato la sua rinuncia ?
Aveva preso coscienza degli scandali sessuali e finanziari nella Chiesa, ma sentiva di non avere le forze per modificare la situazione. Serviva un altro papa più di polso. Non si trattava di problemi di salute, ma del fatto che si sentiva psicologicamente, mentalmente e spiritualmente impotente.

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Fasi della tragica aggressività ecologica dell’essere umano

Se riduciamo i 13,7 miliardi di anni di esistenza dell’universo, a un solo anno, l’attuale essere umano, sapiens sapiens, è apparso nel processo di evoluzione il 31 dicembre, a 23 ore, 58 minuti e 10 secondi, conforme ai calcoli di diversi cosmologi. Pertanto siamo apparsi sulla Terra a meno di un minuto dalla fine dell’anno cosmico. Che senso ha essere arrivati ​​così tardi nel processo cosmico? Per coronare un simile processo o per distruggerlo? Questa è una questione aperta. Quello che possiamo constatare è la nostra crescente distruttività dell’ambiente in cui viviamo, della natura e della nostra Casa Comune. Vediamo alcune fasi della nostra aggressività. Ci lascia con domande inquietanti.

  1. L’interazione con la natura

All’inizio i nostri antenati, che si perdono nell’ombra di tempi immemorabili, avevano un rapporto armonioso con la natura. Intrattenevano un’interazione non distruttiva: prendevano solo ciò che la natura offriva loro in abbondanza. Quel tempo è durato alcuni millenni, cominciando in Africa, dove gli esseri umani sono apparsi 8-9 milioni di anni fa. Per questo, siamo tutti, in qualche modo, africani. Lì si sono formate le nostre strutture corporee, psichiche, intellettuali e spirituali, che sono presenti nell’inconscio di tutti gli esseri umani fino ai giorni nostri.

2. L’intervento nella natura

Più di due milioni di anni fa, entrò in scena nel processo di antropo-genesi (la genesi dell’essere umano in evoluzione) l’uomo esperto (homo habilis). Qui avvenne una prima svolta. È iniziato quello che oggi è culminato in modo estremo.

L’uomo esperto inventò gli strumenti con i quali operava un intervento nella natura: un bastone appuntito, una pietra affilata e altre risorse simili. Ciò che la natura gli offriva spontaneamente non era sufficiente. Con l’intervento, poteva ferire e uccidere un animale con l’estremità appuntita di un bastone o poteva tagliare piante con strumenti di pietra affilati.

Questo intervento è durato millenni. Ma con l’introduzione dell’agricoltura e dell’irrigazione si sviluppò molto più intensamente. Ciò avvenne intorno a 10-12 mila fa (diverso nelle diverse regioni), nell’era chiamata neolitico. Si deviarono acque dei fiumi, come il Tigri e l’Eufrate in Medio Oriente, il Nilo in Egitto, l’Indo e il Gange in India e il fiume Giallo in Cina. Migliorarono i raccolti, si allevarono animali e uccelli da macellare, specialmente galline, maiali, buoi e pecore. La popolazione umana crebbe rapidamente. È il momento in cui gli esseri umani smisero di essere nomadi e diventarono sedentari. Si crearono paesi e città, in genere, lungo i fiumi sopra menzionati o attorno all’immenso lago interno, l’Amazzonia, che da migliaia di anni sfociava nel Pacifico.

3. L’aggressione alla natura

Dall’intervento si è passati all’aggressione della natura. Si verificò quando si usarono strumenti di metallo, lance, asce e armi per uccidere animali e persone. L’aggressione si specializzò fino a culminare nell’era industriale del XVIII secolo in Europa, a partire dall’Inghilterra. Fu inventato un vasto macchinario che consentì di estrarre enormi ricchezze dalla natura. Un passo decisivo nell’aggressione fu compiuto nei tempi moderni, quando emerse la tecno-scienza con un’immensa capacità di sfruttamento della natura a tutti i livelli e fronti.

Si partiva dal presupposto che l’essere umano si sentiva “padrone e proprietario” della natura e non parte di essa. L’idea-forza che lo guidava era la volontà di potenza, intesa come capacità di dominare tutto: altre persone, classi sociali, popoli, continenti, la natura, la materia, la vita e la propria Terra nel suo insieme.

L’inglese Francis Bacon espresse questo scopo dicendo: “Bisogna torturare la natura come il torturatore tortura la sua vittima, fino a quando non confessa tutti i suoi segreti”. Qui l’aggressione ottenne lo status ufficiale. Era e continua ad essere applicata fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza era il presupposto (falso) che le risorse naturali fossero illimitate. Questo permetteva di forgiare un progetto di sviluppo che fosse anche illimitato. Oggi sappiamo che la Terra è limitata e finita e che non può sopportare un progetto di crescita illimitata. Ma questa convinzione è ancora dominante.

4. La distruzione della natura

Negli ultimi decenni, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945), l’aggressione sistematica ha assunto dimensioni di vera e propria distruzione degli ecosistemi e della biodiversità. La stessa Madre Terra ha cominciato ad essere attaccata su tutti i suoi fronti. Per soddisfare l’attuale consumo umano, abbiamo bisogno di una Terra e mezza, quello che produce l’Earth Overshoot, che quest’anno è avvenuto il 22 luglio.

Secondo eminenti scienziati, abbiamo inaugurato una nuova era geologica, l’antropocene, in cui gli esseri umani emergono come la più grande minaccia per la natura e la vita. Si è raggiunto il punto in cui il nostro processo industriale e lo stile di vita consumistico decimano circa 100.000 organismi viventi all’anno. A partire da questa vera tragedia biologica si parla di necrocene, cioè dell’era della morte (necro) di massa di vite naturali e anche di vite umane. Interi ecosistemi ne sono colpiti, compresa l’Amazzonia. Alcuni, infine, fanno già riferimento al pirocene (Pyros in greco è fuoco). Il cambio di regime climatico e l’inarrestabile riscaldamento inaridiscono il suolo e riscaldano anche le pietre a tal punto che rami e foglie secche prendono fuoco che si propaga, generando enormi incendi già sperimentati in tutta l’Europa, in Australia, in Amazzonia e in altri luoghi. .

Chi fermerà l’impeto e la furia distruttiva dell’essere umano che ha già costruito i mezzi della propria autodistruzione con armi chimiche, biologiche e nucleari? Solo l’intervento divino? Dio, secondo le Scritture, è il Signore della vita e l’«amante appassionato della vita». Interverrà? Le domande rimangono aperte.

Leonardo Boff, teologo, filosofo, scrittore, professore e membro della ‘Iniciativa Internacional da Carta da Terra’.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)