Il riscatto delle streghe:sfida istorica e teologica

Gli studi degli ultimi decenni hanno riscattato molti concetti, ritenuti peggiorativi dal senso comune. Così, la categoria in filosofia ed esegesi biblica, del mito, delle divinità pagane, non più viste come entità in sé sussistenti ma come potenti energie presenti nell’essere umano e nell’universo, la categoria dello sciamano, la cui energia creatrice e guaritrice, in qualche modo, è presente in tutti ma concentrata in alcune persone speciali.

Così è successo con la categoria della strega. Era considerata come un’entità malefica e brutta, al lato della fata mimosa e bella. Ci furono tempi sinistri tra il 1450 e il 1750 che furono caratterizzati dalla caccia alle streghe. Chiesa e Stato agirono insieme, in particolare la Chiesa cattolica (ma anche altre Chiese storiche non cattoliche), che istituì l’Inquisizione nel 1233 sotto papa Gregorio II.

Le donne esperte nella sapienza curativa, manipolatrici di erbe e praticanti di benedizioni, erano viste come portatrici di un potere, proveniente dal demonio. In quasi tutta Europa, soprattutto in Spagna e Germania, erano accusate, giudicate, punite e la maggior parte condannate al rogo. Si stima che siano state circa 50-60mila. Anche nel Brasile coloniale e schiavista tra il 1749-1770 diverse donne con questo potere, tutte nere, furono giudicate e condannate a morte. L’ultima vittima avvenne nel 1782 in Svizzera. Attualmente le femministe, diffusamente negli USA e in Europa in generale, ma anche da noi in Brasile, stanno riscattando la categoria positiva della strega.

Perché erano condannate? Per il fatto che erano portatrici di conoscenze speciali, non dominate da sacerdoti e altri sapienti della società. Un modo per riaffermare il patriarcato era eliminare questa minaccia: da qui la loro condanna al rogo durante cinque secoli. Oggi, quando una donna o una scrittrice si dichiara strega, si propone di opporsi al maschilismo, ribellarsi contro il patriarcato e resistere a ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne in una società ancora prevalentemente maschilista. Non è raro trovare sul retro di un libro di un autrice accademica, la presentazione di tutti i suoi titoli, dei suoi libri e terminare con l’epiteto strega. In nome di questa resistenza femminista, pubblichiamo il presente testo di una femminista ed eco-educatrice di Curitiba, Iris Boff.

Leonardo Boff

🇧🇷

Cariche di saggezza, le vecchie streghe, sono vive dentro la donna moderna, in questo nuovo millennio che avanza sempre più.

Sepolte nelle profondità delle cattedrali patriarcali, luoghi di fonti d’acqua dove si adoravano le dee, loro riemergono.

Allo stesso modo, come riaffiorano, dal fondo del tempio dei nostri corpi, quando la madre, la figlia, la sorella, la nonna, l’amica o l’amante si riuniscono e gli prestano la loro voce nel suono dei canti e gli incanti delle nostre danze, discorsi, gesti e rituali.

Camminano con noi, ci danno incoraggiamento e ispirazione, nella folle e brancolante ricerca della nostra ancora nascente identità femminile. Eravamo ciò che l’uomo voleva, come ha dimostrato Simone de Beauovoir.

D’ora in poi, le vecchie streghe, come eterne dee, in corpi giovani, vecchi o bambini, uomini o donne, provenienti dai nostri sogni più ancestrali, ci ispirano ad essere ciò che vuole il nostro desiderio più genuino e onesto: essere pienamente noi stesse come donne.

A fatica, assumendo gli equivoci ed essendo responsabili dei nostri stessi errori, non tollereremo più che qualcuno non vegli, diriga, scelga o imponga la nostra vita di donne. Prenderemo in mano la nostra storia.

La magia nera, gli incantesimi del male, i cattivi presagi, la brutta figura tenebrosa dei racconti di fiabe scritte dal patriarcato, dovranno scomparire insieme ad esso. In nome di queste figure, migliaia di donne ritenute streghe furono uccise o bruciate dall’Inquisizione.

La strega della nostra immaginazione infantile, inventata dalla nostra cultura maschilista, costituisce un grande errore. Era uno strumento di dominio patriarcale sulle donne.

L’uomo non aveva l’accesso, il controllo e la conoscenza del potere di creare e ricreare la propria vita, la manipolazione delle erbe, il dono della guarigione, della benedizione, della cura e della protezione, che la donna di saggezza (l’essenza dell’essere strega) invece aveva.

Con l’ascesa del patriarcato, esso ha negato ogni potere alle donne, imponendole un’immagine distorta a suo piacimento e vantaggio. Per paura e invidia del suo potere, la strega era vista come malvagia, disgustosa, pericolosa, la quale – avendo un patto con il Demonio – doveva essere bandita, punita, negata, dimenticata. La sua ribellione meritava di essere esecrata e bruciata viva sulla pubblica piazza, come accadde a Giovanna d’Arco nel 1431, bruciata viva a soli 19 anni dopo aver comandato vittoriosamente parte dell’esercito francese contro l’occupazione inglese. Curiosamente nel 1920 fu proclamata santa e nominata patrona di Francia.

Quella che era una benedizione era diventata una maledizione. Educati più da donne consapevoli e liberate, i bambini di oggi cominciano a riscattare un’altra coscienza di questa figura un tempo esecrata.

Dondolando la culla o a seno scoperto, per allattare questa nuova generazione, la donna del 21° secolo, reinventa la vita, assume la cattedra, ricerca e scrive, usa il telefono, Whatsapp, i social e il computer per riscrivere la sua storia, non per distruggerla o negarla, ma per rifarla e completarla.

Qui va inserita una piccola osservazione critica: riproduttive non solo della specie, non poche donne, infelicemente, si sono prestate a riprodurre anche falsi standard di comportamento, ancora dettati da una cultura maschilista o da valori di una religione misogina e dalla supremazia del Maschile sopra il Femminile.

Ma assumendo il nostro status di streghe buone, andiamo cavalcando la scopa della nostra coscienza, spazzando e bandendo una volta per tutte questa bufala, per il bene nostro e dei nostri figli e, finalmente, anche dell’intera famiglia umana.

È bello riscrivere i racconti per l’infanzia, imparando ad affrontare e integrare il male invece di proiettarlo su un capro espiatorio che sarebbe la strega.

L’umanità, nella fase più primordiale della nostra storia, è nata e cresciuta intorno alla dimensione femminile e al potere matriarcale. Poi, per cammini misteriosi, si è riaffermato il Maschio con il suo potere patriarcale e ha offuscato l’eredità ancestrale del Femminile.

Ora stiamo vivendo un momento privilegiato. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, entrambi il Femminile e il Maschile, l’uomo e la donna come partner paritari, si stanno riconciliando e creando un’alleanza promettente.

La donna, Guardiana dell’Anima, a gran velocità sta uscendo dalla caverna. E l’uomo stanco e disincantato vuole tornare a casa, ma questa non esiste più come prima. Entrambi, uomo e donna, puliranno e riorganizzeranno la propria casa. Capiranno il nuovo compito, quello di prendersi cura della Casa Comune, della Madre Terra, abitata dalla nuova famiglia umana, né matriarcale né patriarcale, ma Androgina per la salute e il bene delle relazioni umanizzanti e benefiche per tutta l’umanità.

Iris Boff, scrittrice, femminista ed eco-pedagoga.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Vittoria elettorale di Lula: festeggia, gioisci e sii orgoglioso

Le elezioni presidenziali di quest’anno 2022 sono state turbolente. Accanto al lato luminoso, allegro e gioviale dell’anima brasiliana, è esploso anche il suo lato odioso, oscuro e disumano, cosa che Sérgio Buarque de Holanda aveva già parlato, in una nota a piè di pagina nel suo Raízes do Brasil (1936), del brasiliano come di un “uomo cordiale”, poiché dal cuore (cor-diale) provengono tanto l’amore quanto l’odio. Questo odio, di forma sorprendente, ha conquistato la scena politica e avvelenato anche le più intime relazioni sociali. Per me si trattava addirittura di un problema metafisico: nei momenti cruciali in cui si decide il destino di un popolo, il male e l’inumano , fine finaliter non prevalgono. E non hanno prevalso, per quanti artifici siano stati praticati.

Chi ha votato per la democrazia, per la causa dei milioni di affamati e per il rispetto dell’ordine costituzionale, ha potuto tirare un sospiro di sollievo come chi scampa da un grave incidente. In questo contesto assumono particolare significato i versi di Os Lusíadas di Camões, all’inizio del Quarto Canto: “Dopo una burrascosa tempesta / oscurità notturna e vento sibilante / porta al mattino serena chiarezza / speranza di porto e soccorso”. Sì, abbiamo sperimentato un salvataggio da una tragedia nazionale dalle conseguenze irreparabili, nel caso l’avversario, il cui progetto si presentava retrogrado e ultraconservatore, avesse trionfato.

L’effetto della vittoria è stata un’allegria indescrivibile. Molti hanno pianto, altri hanno lanciato il primario grido di liberazione, come di chi si sente intrappolato in una caverna oscura. C’è stata festa in tutto il paese.

Il tema della festa è un fenomeno che ha sfidato grandi nomi come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e lo stesso F. Nietzsche. È che la festa rivela ciò che di più prezioso abbiamo in noi in mezzo alla grigia quotidianità. La festa fa dimenticare la fatica della lotta e sospende per un attimo il tempo degli orologi. È come se, per un istante, avessimo rotto lo spazio-tempo, perché nella festa queste dimensioni non contano o sono totalmente dimenticate. Ecco perché le feste vanno avanti il ​​più a lungo possibile.

Curiosamente, nella festa che è festa, tutti si riuniscono insieme, conoscenti e sconosciuti si abbracciano, come se fossero vecchi amici, e sembra che tutte le cose si riconcilino.

Platone diceva con ragione: “gli dei hanno creato le feste affinché gli esseri umani potessero respirare un po'”. In effetti, se la lotta in campagna è stata costosa e piena di timori, quasi rubandoci la speranza, la festa è più di una boccata d’aria fresca. È riscattare l’allegria di un paese senza odio e bugie, come metodo di governo. La sensazione è che sia valsa la pena di tutto lo sforzo fatto.

La festa, dopo una vittoria negli ultimi minuti di gioco, sembrava un dono che non dipendeva più da noi, ma da energie incontrollabili, direi miracolose. L’allegria semplicemente esplode e ci prende per intero.

Le urla, i salti, la musica e le danze fanno parte della festa. Da dove viene l’allegria della festa? Forse Nietzsche ha trovato la sua migliore formulazione: “per rallegrarsi di qualcosa, bisogna dire a tutte le cose: benvenute”. Quindi, per poter festeggiare veramente, bisognava affermare: “sia benvenuta questa vittoria”. Non è sufficiente, da sola, la vittoria duramente conquistata. Dobbiamo andare oltre e confermare il progetto e il sogno politico: “Se noi possiamo dire di sì a un unico momento” afferma Nietzsche “allora avremo detto di sì non solo a noi stessi ma alla totalità dell’esistenza, diremmo alla totalità della nostra leggenda vincente” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Questo sì è alla base del nostro impegno politico, del nostro coinvolgimento, dei nostri principi, del nostro lavoro di strada, del nostro sforzo di convincimento della nostra proposta. La festa è il tempo forte nel quale il significato segreto della nostra lotta rivela tutto il suo valore e tutta la sua forza. Dalla festa siamo usciti più forti per realizzare le promesse fatte a beneficio del Paese e delle classi umiliate e offese.

Facciamo un riferimento alla religione, poiché essa, come tutte, attribuisce grande centralità alle feste, ai riti e alle celebrazioni. In gran parte, la grandezza, ad esempio, della religione cristiana o di altre, risiede nella sua capacità di celebrare e festeggiare i suoi santi e sante, i suoi maestri spirituali, realizzare le sue processioni, costruire tempi sacri, alcuni dei quali di straordinaria bellezza. Nella festa cessano gli interrogativi della ragione e le paure del cuore. Il praticante celebra la gioia della sua fede in compagnia di fratelli e sorelle con i quali condivide le stesse convinzioni, ascolta le stesse Sacre Scritture e si sente vicino a Dio.

Se questo è vero e, di fatto, lo è, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato il discorso che clamorosamente annuncia la morte di Dio. È un tragico sintomo di una società che ha perso la capacità di festeggiare perché satura di piaceri materiali. Assistiamo, lentamente, non alla morte di Dio, ma alla morte dell’essere umano che ha perso la sensibilità per il sofferente al suo fianco, incapace di piangere per il tragico destino dei rifugiati provenienti dall’Africa verso l’Europa, o degli immigrati latinoamericani che cercano di entrare negli Stati Uniti.

Torniamo ancora una volta a Nietzsche, che intuì che il Dio vivo e vero è sepolto sotto tanti elementi  invecchiati della nostra cultura religiosa e sotto la rigidità dell’ortodossia delle chiese. Di qui la morte di Dio, che per lui implicava la perdita della giovialità, cioè della presenza divina nelle cose quotidiane (giovialità viene da Jupter, Jovis). La conseguenza disastrosa è sentirsi soli e smarriti in questo mondo (cfr Fröhliche Wissenschaft III, aforisma 343 e 125).

Poiché abbiamo perso la nostra giovialità, gran parte della nostra cultura non sa festeggiare. Conosce, sì, le feste organizzate a fini commerciali, le frivolezze, gli eccessi del mangiare e del bere, le espressioni maleducate. In esse ci può essere tutto, meno che allegria di cuore e giovialità di spirito.

È stata, quindi, indescrivibile l’allegria quando il presidente eletto è apparso, il 16 novembre, alla COP27 in Egitto, che ha affrontato il tema della crisi climatica sulla Terra. Ha mostrato la gravità della nuova situazione del pianeta e le sue conseguenze per i più vulnerabili in termini di danni e di fame. Ha sfidato i potenti a mantenere ciò che avevano promesso: aiutare con un miliardo di dollari all’anno i Paesi più fragili e colpiti dalla mutata situazione sulla Terra. Quale capo di stato al mondo avrebbe il coraggio di dire le verità, che il presidente brasiliano eletto ha detto in quello spazio di udienza mondiale? Ci sentiamo orgogliosi perché lui ha assunto impegni con responsabilità e ha riportato il Brasile sulla scena mondiale. In larga misura, il futuro della vita su questo pianeta dipende da come tratteremo il bioma amazzonico, che copre nove paesi. Coordinati, potremo aiutare l’umanità a incontrare una via d’uscita dalla sua crisi sistemica e garantire un destino positivo alla vita e a tutti gli abitanti di questo piccolo pianeta.

Leonardo Boff ha scritto ‘A busca da justa medida: o pescador ambicioso e o peixe encantado’, Vozes 2022 e in attesa di pubblicazione ‘A justa medida, fator de equilíbrio da Terra’,  Vozes 2023.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Dopo i tempi bui di Bolsonaro, emerge il sogno della ristaurazione del Brasile

Negli ultimi 4 anni abbiamo vissuto sotto un Governo che non amava la gente e considerava il paese come una specie di capitanato ereditario di famiglia. Ma ora, secondo una famosa canzone di Camões dos Lusíadas, il nuovo tempo “porta serena chiarezza, speranza di porto e soccorso”. Quindi è tempo di aspettare e sognare. Ecco alcuni punti della nostra positività che ci permettono di pensare alla rifondazione del Brasile su altre basi.

  1. Il popolo brasiliano si è abituato ad “affrontare la vita” e a realizzare tutto “nella lotta e nel vincolo”, cioè superando le difficoltà e con tanto lavoro. Perché non dovrebbe “affrontare” anche la sfida finale di apportare i cambiamenti necessari, per creare relazioni più egualitarie e porre fine all’esclusione e alla corruzione, rimodellando la nazione?

2. Il popolo brasiliano non è ancora nato. Ciò che abbiamo ereditato è stata l’Impresa-Brasile con un’élite schiavista e una massa di persone indigenti. Ma all’interno di questa massa sono nati leader e movimenti sociali dotati di coscienza e organizzazione. Il loro sogno? Reinventare il Brasile. Il processo è partito dal basso e non c’è modo di fermarlo, nemmeno a causa dei successivi colpi di stato subiti come quello civile-militare del 1964 e quello parlamentare-giuridico-mediatico del 2016 e l’intera debacle della fase bolsonarista.

3. Nonostante la povertà, l’emarginazione e la perversa disuguaglianza sociale, i poveri hanno saggiamente inventato percorsi di sopravvivenza. Per superare questa anti-realtà, lo Stato e i politici devono ascoltare e valorizzare ciò che le persone già sanno e hanno inventato. Solo allora avremo superato la divisione tra élite e popolo e saremo una nazione che non è più divisa ma coesa.

4. I brasiliani hanno un impegno con la speranza. È l’ultima a morire. Per questo puoi essere sicuro che Dio scrive dritto con linee storte. La speranza è il segreto del suo ottimismo, che gli permette di relativizzare i drammi, ballare il suo carnevale, tifare per la sua squadra di calcio e mantenere viva l’utopia che la vita è bella e che il domani può essere migliore. La speranza ci riporta al principio-speranza di Ernst Bloch, che è più di una virtù; è una pulsione vitale che ci fa suscitare sempre nuovi sogni, utopie e progetti per un mondo migliore.

5. La paura è inerente alla vita perché “vivere è pericoloso” (Guimarães Rosa) e perché comporta dei rischi. Questi ci costringono a cambiare e rafforzano la speranza. Ciò che la gente desidera di più, non le élite, è cambiare in modo che la felicità e l’amore non siano così difficili. Per questo, è necessario esprimere costantemente l’indignazione di fronte alle cose brutte e il coraggio di cambiarle. Se è vero che siamo ciò che amiamo, allora costruiremo una “patria amata e idolatrata” che impareremo ad amare.

6. L’opposto della paura non è il coraggio. È la fede che le cose possono essere diverse e che, organizzati, possiamo andare avanti. Il Brasile ha dimostrato di non essere bravo solo nel Carnevale e nel calcio. Ma può essere buono nella resistenza indigena e nera, nell’agricoltura, nell’architettura, nella musica e nella sua inesauribile allegria di vivere.

7. Il popolo brasiliano è religioso e mistico. Più che pensare a Dio, sente Dio nella sua vita quotidiana, che si rivela nelle espressioni: “grazie a Dio”, “Dio ti ricompensi”, “rimani con Dio”. Dio non è un problema per lui, ma la soluzione ai suoi problemi. Si sente sostenuto dai santi e dagli spiriti buoni come gli orixás che ancorano la sua vita in mezzo alla sofferenza.

8. Una delle caratteristiche della cultura brasiliana è la giovialità e il senso dell’umorismo, che aiutano ad alleviare le contraddizioni sociali. Questa allegria giovanile nasce dalla convinzione che la vita vale più di ogni altra cosa. Ecco perché deve essere celebrata con festa e, di fronte al fallimento, mantenere lo stato d’animo che lo relativizza e lo rende sopportabile. L’effetto è la leggerezza e l’entusiasmo che tanti ammirano in noi.

9. C’è un matrimonio che non si è ancora fatto in Brasile: tra sapere accademico e sapere popolare. Il sapere popolare è “un sapere di esperienze fatte”, che nasce dalla sofferenza e dai mille modi per sopravvivere con poche risorse. La conoscenza accademica nasce dallo studio, bevendo da molte fonti. Quando questi due saperi si uniranno, avremo reinventato un altro Brasile. E saremo tutti in grado di affrontare meglio le nuove sfide.

10. La cura appartiene all’essenza dell’essere umano e di tutta la vita. Senza cure ci ammaliamo e moriamo… Con le cure tutto è protetto e dura molto più a lungo. La sfida oggi è capire la politica come cura per il Brasile, per la sua gente, soprattutto per i più poveri e discriminati, per la natura, per l’Amazzonia, per l’educazione, per la salute, per la giustizia. Questa cura è la prova che amiamo il nostro Paese.

11. Uno dei tratti distintivi del popolo brasiliano è la sua capacità di relazionarsi con tutti, di aggiungere, unire, sincretizzare e sintetizzare. Pertanto, in generale, non è né intollerante né dogmatico. Gli piace vivere con il diverso. Questi valori sono fondamentali per una universalizzazione del volto umano. Stiamo dimostrando che è possibile e lo stiamo costruendo. Purtroppo negli ultimi anni, soprattutto nelle elezioni presidenziali del 2022, contro la nostra tradizione, è emersa un’ondata di Fake News, di odio, discriminazione, fanatismo, omofobia e disprezzo per i poveri (aporofobia, il lato oscuro della cordialità, secondo Buarque de Holanda) che ci mostrano che siamo, come tutti gli esseri umani, sapiens e demens e ora più demens Ma si tratta sempre di una malattia e non della sanità mentale delle religioni, chiese e movimenti. Ma questo, sicuramente, passerà e prevarrà una convivenza più tollerante e riconoscente delle differenze.

12. Il Brasile è la più grande nazione neolatina del mondo. Abbiamo tutto per essere anche la più grande civiltà dei tropici, non imperiale, ma solidale con tutte le nazioni, perché ha incorporato i rappresentanti di 60 diversi popoli che sono venuti qui. La nostra sfida è mostrare che il Brasile può essere, di fatto, una piccola anticipazione simbolica di un paradiso non del tutto perduto e sempre riscattabile: un’umanità unita, una e diversa, seduta a tavola in una fraterna commensalità, godendo dei buoni frutti della nostra bella, grande, generosa Madre Terra.

Leonardo Boff ha scritto ‘Brasil: concluir a refundação ou prolongar a dependência?’, Vozes 2018.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)